«Politiche 2018: italiani con un ‘Grillo’ per capello»

Elezioni
Il ‘fantasma’ Renzi che si dissolve tra i due vincitori dell’Election day 2018

Te la do’ io l’Italia…”
Così si conclude il terzo atto della trilogia.
Dopo “Te lo do’ io il Brasile” e “Te la do’ io l’America”, il comico genovese, attraverso il suo movimento ‘pestastellato’, anela il suo terzo successo: il più importante di tutti. Il più doloroso per la Casta.

Stavolta vince il “terroir” (territorio, e non terrore); due forze, di Governo ed opposizione, del territorio, sopra tutti: Lega e Cinque Stelle.
11.000.000: è il totale degli elettori che ha accordato ai ‘grillini’ la sua preferenza.
Una forza di cui non si potrà non tenere conto. Un indizio per il Presidente Mattarella.
Un gruppo che si è saputo autofinanziare, senza succhiare danaro pubblico né da “poteri forti”. Particolare che non è certo sfuggito agli italiani: in Abruzzo per es, hanno dilagato. E non solo lì. In un solo colpo, hanno triplicato i loro parlamentari. Previsione rispettata, del resto. Altro che populismo o menate varie.

Che Salvini vincesse in modo sonoro, era “pacifico” (lo so, sembra una battuta). Ma che ottenesse -da solo- quasi tutto il bottino elettorale del PD, onestamente non l’avrei mai immaginato. E voi? Dite la verità.
E’ stato un turno elettorale che ricorderemo: abbiamo assistito ad un autentico ‘Décalage’ verso destra e non soltanto. In Sicilia c’è stato quasi un altro “Vespro siciliano.
Nella coalizione surclassa tutti, anche Forza Italia: è lui il leader ora.
Quindi, caro “Cavaliere“: di più non potevi fare; non ti rammaricare.

Elezioni 2
Possibile scenario post-elettorale al Senato.

Il PD le ha sbagliate tutte: dai discussi 80€ alla triste débâcle (annunciata) referendaria a fine 2016. Una brutta lezione per la ‘cricca’. D’altronde, che il triumviro Matteo-MariaEle-Padoan ne uscisse “ridimensionato“, era altrettanto preventivabile.
Ma mai avrei pensato di vederli con le ossa così rotte, polverizzati. Umiliati.
E’ evidente la disaffezione verso questo partito. Troppe le lacune e le latitanze su temi sentitissimi dall’elettorato. I danni dagli scandali banche, mala sanità o jobs-act hanno pesato come un macigno. Hanno disintegrato il consenso, e gli italiani non hanno tardato a far sentire tutto il loro disappunto.
Insomma, per loro è stata una Caporetto senza precedenti. Ed ora? Ci si aspetta che Renzi esca allo scoperto per dire che si dimetterà. Stavolta per davvero. Ah, se avesse dato ascolto ai consigli di Farinetti, nel dopo referendum: “Sparisci ora. E torna dopo il flop elettorale…” Perché, diciamoci la verità Matteo: lo sapevi che avresti perso, vero?

I “Grillini” (che voglio ribadire, NON ho votato) dilagano: un vero tsunami.
Adesso TUTTI, loro malgrado, dovranno andare a Canossa in ginocchio. Di lì non si passa: il pilastro di sostegno saranno loro. Ed ora venite a dirmi che è stato solo un voto di protesta, una scelta che è arrivata dalla “pancia“. Una pancia, però, forse molto inacidita!

 

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Sanremo…“equity fair”: la finanza in “do” maggiore

SanRemo
L’ingresso del Teatro Ariston a Sanremo

Se il festival fosse un’invenzione yankee, magari a Vegaso L.A.’, probabilmente sarebbe stato un tema di inve­stimento.
Tutti conosciamo l’abilità dello “Zio Sam”: profitto da ogni evento, occasione.
Lo ‘Showbiz’, d’altronde, l’hanno inventato loro.

 

Già mi vedo il ticker dell’attivo: “St.Re”.  Già sento i pezzi grossi di Wall Street, mentre sussurrano tra loro: “Ferro azzurro ama Sanremo…” ; forse l’avrebbero addirittura quotato sul NASDAQ. Ma questa è solo pura divaga­zione, procediamo oltre.

Piuttosto, la domanda vera è: se l’avessero davvero fatto, da dove sarebbe scaturito il valore dell’investimento? E, a questa prima domanda, ne sarebbe­ro sorte diverse altre.
Tanto per dire…
1) Che “shelf-life” avrebbe un investimento di questo tipo?
2) Quali settori dell’economia avrebbero beneficiato di questa operazione?
3) A quale “Style box” sarebbe stato assegnato? E in quale “dimensione”?
4) Quale profilo di investitore “retail” potrebbe esserne interessato?
Procediamo con ordine, dunque.

– La prima risposta – durata- potrebbe essere: lunghissimo termine. Per forza.
– Il guadagno sarebbe arrivato da svariate voci: il volume di raccolta delle aziende del settore marketing e pubblicità, innanzitutto. Così come da ricavi per vendita discografica; diritti di merchandising e immagine sugli artisti (ma non solo); commercializzazione e distribuzione del “prodotto Festival”; ricavi da parte delle aziende di servizi ed infrastrutture (tecniche soprattutto) impegnate nel business. E certamente tanto altro ancora.
Inoltre, la versione italiana, vede localizzato l’evento canoro a Sanremo dove ha sede anche uno storico casinò. Con tutti gli annessi e connessi.

La stessa cosa, quindi, potrebbe essere replicata negli USA.
Perciò, includendo le “case da gioco” come elemento di valore aggiunto, andrebbero considerati anche i profitti del settore “gaming”, o gioco d’azzardo. Gli Stati Uniti muovono montagne di miliardi di $ nel settore.
– Lo “Style box”, vista la natura del business di riferimento, potrebbe essere il segmento “Value”. Siete d’accordo?
– In termini di capitalizzazione (leggi pure dimensione) io propenderei per il settore “Large” o, tutt’al più, per il “Mid-cap”. Sempre sponda USA.
– Quanto alla tipologia dell’investitore retail, ragionando su larga scala, escluderei chi mostri un approccio speculativo. Includerei, invece, cassettisti; chi punta al “dividend yield”; chi lavora nel settore, con l’accesso ad offerte di stock-option, etc.
In ogni caso, trattandosi di un business circoscritto all’ambito dei consumi di servizi e beni “emozionali/voluttuari”, è prevedibile una ciclicità del settore. Con una certa volatilità, insomma. In tal caso, un “accumulo” nel tempo potrebbe ripagare con un premio extra sul risultato finale. O no? 

Superate queste obiezioni ne resta, almeno, un’altra ancora. Ossia…
Qualcuno, giustamente, potrebbe chiedersi: e il bacino di utenza?
Tradotto in numeri, quale potrebbe essere -in volume di pubblico- il potenziale mercato? Facciamo un esempio su dati certi nostrani: nell’ultima serata edizione 2017 si è registrata la punta più alta dell’ultimo decennio. Per cui, se in Italia con circa 60 milioni di abitanti uno share del 58% vale oltre 12 milioni di spettatori (tutti potenziali consumatori), negli USA con oltre 250 mln di persone la ‘platea’ sarebbe di diverse decine di milioni. Non proprio due gatti.
Il condizionale è di prammatica, ma parliamo pur sempre di un’enorme ser­batoio. Gli americani, a questo punto, sentirebbero già il tintinnio delle monete che cascano, come da un Jackpot. Noi, invece?

Ogni investimento che si rispetti dovrebbe presentare un “track-record” temporale di una certa ampiezza. Serve per le statistiche ma, soprattutto, a verificarne l’andamento (anche efficienza) negli anni. Ovviamente, serve anche a desumere i “top & bottom” conseguiti; cioè: i picchi ed i tonfi.
Nel caso di Sanremo, il massimo storico ci fu nell’edizione 1987: quattro epiche serate, con un ascolto medio di quasi il 69%, pari ad oltre 16 milioni.
Il flop è più recente: maturato nell’edizione 2008. Il risultato finale fu un di­sastroso 36% tirato a forza: appena 6,8 milioni di spettatori.
Lo “staff gestionale”, e la RAI, a quel punto furono costretti a riscriverne format e budget, inserendo il criterio di direzione artistica pluriennale.
I risultati, infatti, non hanno tardato ad arrivare: sia sugli ascolti che sui ritorni economici. Anche sul brandSanremo nel mondo”: un mainstream molto richiesto e riconosciuto.

Nel lasso di tempo (1987-2017) di trent’anni, oltre ad ottenere minimo e mas­simo storico, se n’è ricavato anche un altro dato essenziale: il “Benchmark” di riferimento;
leggi il grafico in basso.

Media ascolti Sanremo
Dati Auditel ultime 10 edizioni


Ogni buon attivo finanziario ha il suo parametro di confronto; nel caso di Sanremo, il benchmark, è Carlo Conti. Ossia, la media di ascolti maturata (durante il triennio 2015-2017) nelle tre edizioni in costante crescita dirette “dallOtello del tubo catodico”, come mi piace maliziosamente definirlo. Stiamo parlando di una media triennale di quasi il 50% di ascolti: 13 mln. Dato abbastanza buono da identificarlo come: l’obiettivo da battere.
Nel 2018, questo parametro medio, per la prima volta è stato “replicato”.
La media ascolti, nell’edizione appena conclusa, è stata di circa del
52,3% pari a 11 milioni di spettatori medi a serata miglior risultato da 13 anni ad oggi.
Ma non ci sono solo gli ascolti a rendere interessante l’esperienza sanreme­se: buone nuove anche dai dati economici. Al netto dei costi in netta riduzione rispetto alle precedenti edizioni e dei cachet per direttore artistico, conduttori ed ospiti (circa 16,5 mln€), il cambio di formula apportato da Baglioni ha prodotto ricavi complessivi per 25 milioni di (quasi tutti da pubblicità e sponsor), più 1 milione dalla vendita dei biglietti, dal ‘televoto‘ e dall’uso del marchio. Quest’ultima voce, forse, andrebbe gestita con maggiore vigore.

Morale della favola: c’è un attivo di 9,5 milioni di €; chissà in America, un fenomeno largamente seguito da oltre 65 anni, come lo avrebbero valorizzato. Quanto ne avrebbero ricavato. 
A casa nostra, gli ultimi quattro anni ci hanno dimostrato che, anche un festival, può creare valore, non già emozionale bensì pure economico, al punto da poter staccare un bel dividendo da distribuire. Davvero un eccellente risultato.
Quindi, concludendo: abbiamo un quadro generale sul tipo di investimento; ne conosciamo tipologia, timing e settore di riferimento.
Sappiamo come e dove profittare ed abbiamo anche un benchmark da battere o replicare. Come pure l’investitore tipo a cui rivolgere l’offerta. Inoltre, abbiamo uno storico dell’andamento e, per finire conosciamo anche minimi e massimi di risultati raggiunti, su un lasso di tempo lunghissimo.

Il mosaico, a questo punto, si può definire completato. C’è solo da impacchettare tutte queste informazioni, e confezionarne un contenitore da lanciare sul mercato, per valorizzare il collaudatissimo mainstream canoro, frazionandone la “proprietà” tra il pubblico indistinto. Magari anche sotto forma di PIR? Boh, chissà!

Un’ultima cosa e poi concludo: va da sé che, lo stesso (fanta)ragionamento elaborato su l’ipotesi del festival in Borsa, è applicabile a tanti altri programmi ad elevato potenziale di pubblico ed ascolti; altro buon “Made in Italy” per ingrossare genuinamente il PIL nazionale. Domanda: tutti pronti anche per “don Matteo”?

Il Matteo prete, però. Non l’altro!

 

 

 

 

«Default MPS: lo scempio è bipartizan…»

MPS? Banca completamente risanata. Investirci è un vero affare!”
(da un Tweet di Matteo Renzi-22/01/2016)

buoni-e-cattivi
Principali vincitori, e vittime, nel fallimento MontePaschi

Si potrebbe dire: “tutto cominciò da lì”. In realtà non è così, perché tutto ebbe inizio molto prima. Ma di sicuro, quella “gufata” istituzionale, sarà ricordata come il preludio del prosieguo di uno scempio.
 Da ‘destra’ a ‘sinistra’, passando per il ‘centro’, non manca proprio nessuno. Seduti a quell’osceno “convivio” senese (chiedo scusa al ‘Sommo Poeta’), c’erano proprio tutti: grandi imprenditori, immobiliaristi, ‘coop rosse’, le ‘partecipate’ locali, etc etc.

Insomma, un banchetto (passatemi la pessima battuta) universale, che ha sfamato proprio tutti. Con un non trascurabile dettaglio, però: il conto finale. Un conto davvero salato:
47 mld€. Esatto, quasi 50 mld di prestiti viziati, mal riposti e gestiti con sin troppa disinvoltura, per usare un eufemismo. Ma attenzione: il fallimento, oltre a danneggiare le finanze degli azionisti principali, ha nuociuto gravemente a correntisti, obbligazioni­sti (leggi creditori) ed un’ampia platea di altri risparmiatori. E, naturalmente, a pagare ‘sto conto salatissimo, ci penseranno gli italiani. Tutti però: 108€ a cranio!
Che poi, non si capisce perché, per quelle
altre quattro là’, si sia scelta una strada meno cruenta. Mah, dice che sennò il danno è troppo sistemico. Intanto, pochi hanno pappato, tanti ci rimettono, e nessuno ne risponde agli occhi della legge. O forse no?

Tra i BIG della passerella senese -recentemente sputtanati sulle pagine dei giornali (non tutti)- ne ricordiamo solo qualcuno:
Sorgenia, gruppo De Benedetti -ve lo ricordate? Quello che incassò l’indennizzo di circa 600 mln€ dal Cavaliere Mascarato per ben 1,8 miliardi. La quota parte MPS è 1/3. Il pool delle altre 14 banche, i 2/3 rimanenti. Ah, poi Sorgenia, ovviamente, è fallita, ma è pure rinata: bravi.
– C’è poi il ‘palazzinaroZunino, ‘Risanamento(un nome, una garanzia): oltre 3 mld€. Risanamento: ti prendono anche per il culo ‘sti farabutti…
– Segue la ‘N.T.V.’ di Gianni Punzo (Interporto Nola), altra piattaforma in sof­ferenza, e che soffre ‘a braccetto’con Cisfi SpA (leggi Verdini).
In tutto questo marasma di banche ed imprese malate, ci va di mezzo anche qualche pezzo pregiato: il famoso hotel di lusso veneziano: il ‘Danieli’.
– Tra tanti grossi debitori (ex imprenditori), abbiamo anche le c.d. ‘partecipate’ pubbliche:
Fidi Toscana; Bonifiche Arezzo; Aeroporto di Siena e, da non credere, le Terme di Chianciano. Diamine, pure loro.

A beneficio di un’informazione più dettagliata, occorre rilevare che, a causa delle insolvenze di tutte le aziende citate -e di tantissime altre ancora- laddove pos­sibile, tutti i crediti sono stati convertiti in azioni in capo a MontePaschi. Quindi, a fronte di quasi 50 mld di debiti, la banca si ritrova in mano un certo patrimo­nio di imprese, sottovalutato e illiquido, che non potrà alienare fino a quando, le stesse, non saranno risanate e, quindi, rese appetibili e ricollocabi­li sul mercato. Chissà perché, poi, pensando a questa situazione, mi viene subito in mente la figura cinica e sempreverde di Gordon Gekko.

In pratica, MPS, oggi si ritrova a ricoprire il ruolo di asset manager (passatemi l’accostamento) di società in crisi, quando avrebbe dovuto solo restare fedele al suo naturale mandato: fare banca. Tra l’altro, scaricando buona parte dell’onere di risanamento (quello reale e non farlocco) sulla collettività. Con l’ag­gravante che, a cose fatte, chi avrà contribuito spintaneamente, non benefi­cerà di nessun provento dalla vendita dei vari pezzi, o dal riassetto del gruppo. A meno che, oggi, tu non diventi socio, acquistando delle azioni della banca. Già, ma tu te le compreresti quelle azioni? Ce le hai le palle? Faresti come l’ex premier Renzi?

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Il tweet scandalo dell’ex Premier Renzi

Per on dimenticare:
Il 22 gennaio 2016, lei diceva che: ‘la banca era risanata e che investire era un affare‘, fa notare all’ex Premier il conduttore Giovanni Minoli.
Lo penso tutt’orareplica senza esitare Renzie credo che, se ci fosse un investitore italiano o straniero che la volesse,, farebbe un affare”.

Riflessione: vi fidereste ancora di una Politica che comunica tramite tweet?

PS: voglio anche la lista coi nomi di quei 5 “Mi piace”. Buio!

«“Raggiadi” 2024: occasione perduta o scandalo mancato?»

Perché anche il botta e risposta è una disciplina olimpionica, sia chiaro.

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Un singolar tenzone, tra la sindaca Raggi e Malagò.

Premetto: non sono di Roma, non voto cinque stelle, non mi piace Malagò e la sola idea della candidatura mi fa sorridere. Ma non entro nel merito politico/istituzionale della questione. Mi attengo ai dati oggettivi.

Parlavo di botta e risposta prima. Ebbene, il minuetto Raggi/Malagò ne è prova: ma li avete sentiti? In particolare, avete colto bene il sottinteso, nel tono e nelle parole, del numero uno del Coni? Ma vediamo cos’è stato…
Con appena cinque parole (dico 5), Virginia Raggi dice “no” alla candidatura ufficiale di Roma alle Olimpiadi del 2024. Ecco la frase con cui ha ‘liquidato’, la capitale, dal panorama della kermesse “globale” per eccellenza: “[…] E’ da irresponsabili questa candidatura…“. Attenzione però: di fatto, la decisione, dovrà essere ratificata dalla giunta comunale di Roma la settimana prossima. Dunque, “si può fare di più?” 😉
Pare, però, che a fare più notizia sia stata non già il niet di Virginia, quanto i circa 40 minuti di anticamera del n°1 del Coni. Da qui anche l’ormai titolo ironico: “Coni gelato!”

A dire il vero, la frase completa del sindaco -pardòn, della Sindaca raggi, sennò chi la sente quella pazza della Boldrini- recitava così: “E’ da irresponsabili dire sì a questa candidatura. Lo abbiamo detto in passato e continuiamo a dirlo. Significa assumere altri debiti, non ce la sentiamo…” E mentre pronuncia la frase, dallo schermo posto alle sue terga, vengono proiettati molti degli sprechi di passate grandi manifestazion. Ad es. le “Vele di Calatrava”, l’ennesima cattedrale nel deserto incompiuta voluta per i Mondiali di nuoto del 2009 (quelli proprio sotto egida di Malagò). Per non parlare di quel vecchio debito: quel miliarduccio di €uri e passa, frutto di espropri non ancora pagati, ereditati dalle Olimpiadi romane del 1960. E mentre i romani, lo scorso anno, finivano di pagare quel debito, c’è ancora chi (da oltre 55 anni) aspetta di essere pagato. E’ vero che a “a pagare e morirec’è sempre tempo”, ma in questo caso, forse, lo si è inteso un po’ troppo alla lettera, vi pare?

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Riepilogo costi eventi olimpici nella storia

 

Ora, in tutta coscienza, pur riconoscendo gli evidenti limiti di questa amministrazione -intesi anche come inesperienza o incapacità di relazioni politico/diplomatiche- alla luce di tanti sprechi e risorse -diciamo- impropriamente utilizzate, proprio non me la sento di criticare la posizione del sindaco. Soprattutto per una indiscutibile evidenza: prima ancora di pensare alla kermesse, ci sono già così tanti interventi strutturali da operare sulla Città, che proprio sarebbe insostenibile aggiungervi anche il debito per una nuova olimpiade. Diciamo anche un’altra cosa: di strutture polisportive, già dagli anni ’60, ne sono state costruite a iosa. Tutte, per lo più, inutilizzate e manutenute in modo pessimo. Forse è bene giungere ad un’amara conclusione: certe manifestazioni sportive -leggi anche “globali”- non sono esattamente un affare per l’amministrazione pubblica. Forse, e sottolineo forse, è giunto il momento di consegnare completamente al “mercato” questo spicchio di economia. Tanto per dire: i guai della Grecia, sono cominciati proprio l’indomani di Atene 2004. Quindi, tutto sommato, prima di crocifiggere Virginia, proviamo prima a fare un sontuoso minuto di silenzio; se non altro, per riflettere. Tutto qui.
Concludo con un ultimo grafico: l’ipotesi -e sottolineo ipotesi- costi/benefici in caso di investimento (o investitura) per “Roma 2024”. A voi la parola. L’ultima alla Raggi!
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«A.D. 2016: sarà un’altra…‘grande scommessa’?»

Sistema banche oggi
Sintesi grafica del ‘sistema’ banche!

E’ inevitabile, a mio avviso, guardare alla volatilità dei mercati da inizio anno, e non correre con la memoria ai (mis)fatti che scatenarono la crisi sistemica nel 2008. La foto scelta per questo articolo è più eloquente di mille parole e fotografa la ‘singolarità’ del momento: è la perfetta sintesi di un precario equilibrio. E ti viene subito in mente una domanda: ma cosa è cambiato dal 2008? La risposta, purtroppo, è: niente! Ad essere del tutto onesti, sorge spontanea anche un’altra cosa: collegare tutto alla trama de “La grande scommessa”. Ma che cos’è? Di che parla? Chi l’ha scritta? Provo a riassumerlo in poche parole: dunque… Io non ho letto il libro (lo farò), ma il film l’ho visto e m’è piaciuto. Anzi, lo rivedrò, perché la prima volta l’ho seguito con troppa “avidità”. L’ho trovato avvincente, divertente e per nulla banale. Un adattamento provocatorio e brillante: come funzionano certi meccanismi della finanza? Come fa, Wall Street, ad essere dannosa e distorta? Interessante (e necessario) il lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi; la finanza (anche quella ‘sporca’) è un argomento arduo, nell’ottica di intrattenimento della platea. E per renderla più umana o percepibile, si deve lavorare sugli eccessi dei vari personaggi, spettacolarizzandola. Insomma: due abbondanti ore (e qualcosa in più, pure), che io raccomando fortemente. Il film sarà molto apprezzato da quella fetta di pubblico più attenta (che non credo sia marginale), che saprà senza dubbio riconoscere quella ‘asimmetria’ – offerta dalla sceneggiatura – che emerge tra realtà e narrativa. Inoltre, è la prima volta in cui – in una trama adattata a ‘Wall street’ – si racconta di uno ‘short contrarian’. Ossia: un gruppo di investitori, davvero molto ‘smart’, che scommettono contro un apparato artificiosamente asserragliato su posizioni ‘lunghe’, e sin troppo ottimistiche. Sostenuti posticciamente da discutibili rating primari. Forse, nella storia del cinema dedicato a Wall street, abbiamo un solo unico esempio di ‘contrappasso’ (per contrasto) del ‘rischio specifico’: “Forrest Gump”, il più grosso paradosso finanziario. La storia di un ragazzo, niente affatto smart, che diventa miliardario utilizzando i suoi soldi nell’acquisto di una singola azione: quella della “Grande Mela”, quella di Steve Jobs però.
«[…] Finanziariamente parlando, è il risultato superfortunato di una follia. Ma non impossibile nel mondo della finanza dove tutto è possibile…» Così, giusto per citare l’illustre recensione del dott. Marco Liera. Il film prende spunto dall’omonimo libro: “The bigshort’-Il grande scoperto”, scritto da Michael Lewis. La trama ruota intorno ad un giovane medico, il dott. Michael Burry, e all’incerdibile intuizione che ebbe, e che finì per contagiare altri professionisti della finanza: alcuni già affermati, alcuni in ‘erba’, altri decisamente ‘corsari’. Ma chi è Burry? Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, Michael è un giovane medico californiano che passa tra le 13 e le 16 ore a lavorare in ospedale e, tra l’una e le tre della notte, soffrendo di forti disturbi del sonno, legge libri sugli investimenti, sua vera passione. Quelli sono gli anni del boom delle ‘dot-com’ e di Internet: tutti impazzivano ed impazzavano sulle piazze finanziarie, e qualcuno ci si arricchiva pure. Burry, invece, era “contrarian” per inclinazione, e disapprovava quella facilità di guadagno. Quindi, nel poco tempo libero a disposizione, preferiva approfondire le strategie di ‘Value investing’ -ricerca delle cosiddette azioni ‘a sconto’, rispetto al prezzo di mercato- (quell’approccio al mercato del rischio, che prevede una severa selezione di titoli azionari, partendo da solidi fondamentali, con elevata probabilità di creare valore nel medio-lungo periodo), osservando a 360°. Poi, coi primi risultati e con la crescita del consenso, esplose letteralmente anche attraverso il suo blog; proprio quel suo blog, gli fece da trampolino di lancio. E poiché si divideva tra corsie d’ospedale ed investimenti notturni già da un pezzo, un bel giorno abbandonò il camice e fece il suo grande passo, e fondò la sua società di investimenti, la “Scion Asset Management”: una vera garanzia; il bello, però, inizia nel 2003. Quell’anno, Michael inizò a studiare un mercato ai più sconosciuto: il ‘subprime market’. Questo mercato è stato il pilastro di un grande imbroglio, la causa della più grande crisi finanziaria dopo il ’29. In poche parole, le principali banche americane cartolarizzavano i crediti sui mutui ipotecari concessi a “soggetti” non di primario merito creditizio, per poi rifilarli a tutto il mondo con rating di AAA, che è il massimo della scala di valutazione. Tra il 2003 ed il 2007, dal suo piccolo ufficio, si mise ad analizzare migliaia di mutui subprime e di prodotti finanziari collegati, e piazzò una mega scommessa contraria (short) su questi prodotti, impiegando gran parte dei fondi di Scion su questa operazione, trovando la più ampia contrarietà dei suoi investitori. Michael contro il parere della maggior parte dei suoi investitori, tenne la barra dritta e mantenne gli investimenti in portafoglio, noncurante di quello che dicevano i media, gli analisti ed i gestori del settore: “il mercato immobiliare americano non sarebbe mai crollato…” etc etc. Nel 2008, allo scoppio della più grande crisi finanziaria mondiale, Burry chiudeva il suo ‘scoperto’ realizzando un profitto personale di 100 milioni di dollari, e 700 milioni di dollari di profitto per gli investitori, con un ritorno del 489% sull’investimento tra il 2000 ed il 2008. Nello stesso periodo la performance dell’S&P 500 fu del 2%. E, come direbbe il buon Gordon Gekko: “L’avidità è sempre più avida e vince…” Per ora.

In conclusione: tornando al titolo iniziale, con questo articolo non ho voluto né fare un riassunto del film né una sua (ennesima) recensione. Semplicemente, partendo dallo spunto di fatti realmente accaduti, la mia intenzione era mettere a confronto due diversi momenti, due diverse crisi, per capire si ci possano essere analogie e, nel caso, provare a cercare spunti per agire con l’obiettivo di tutelarsi. Il denominatore comune tra le due crisi c’è e sono le banche. Ancora. E, in effetti, riflettendoci, l’unica arma per subire il meno possibile gli effetti di questa crisi, è l’informazione, accompagnata da una solida Consulenza. Qualla con la C maiuscola. Possibilmente Indipendente. A mio modesto parere, non siamo in una fase di ‘sell-off’, ma piuttosto di riduzione degli asset sopravvalutati -detti anche ‘deleveraging’. Quindi, non una fuga dal ‘reddito variabile’ in senso stretto, ma solo un violento repulisti. Certo, in una fase del genere crolla tutto, ma non tutto è fuffa. Chi ha operato scelte ‘value’, o comunque sostenute da oggettive probabilità di crescita, non sarà tradito dal mercato. Purché, però, si rispetti quella scadenza imprescindibile chiamata orizzonte temporale. E chi è stato attento a non partire in ‘quarta’, sedotto da facili profitti, oggi -ma ancora per un po’- ha l’occasione di sfruttare i ribassi, facendo di necessità virtù. E’ un’opzione che paga sempre.
Un piccolo consiglio: momenti come questo, sono perfetti per piani di accumulo!

 

«Agonismo e spettacolo: nessun pericolo in “curva”»

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Comunicazione strumento imprescindibile
Curva
(Fonte: Il Mattino di Caserta)

E’ innegabile rilevare quanto, ‘peso specifico’ e vigore del “tifo organizzato”, contino nell’economia di un risultato sportivo. Non già per l’evidente sostegno morale agli atleti che scendono a lottare sul ‘legno’, piuttosto che sui prati. Quanto per la caratterizzazione di questo o quello specifico ‘movimento’ di supporto. E senza contare le coreografie, studiate volta per volta. Praticamente, ‘l’uomo’ in più nel gioco a squadre; anzi, se ne potrebbe fare addirittura un campionato a parte: uno spin-off del tifo.
Dunque, anche questo è spettacolo; anche questo è parte della battaglia; anche questa è competizione, senza dubbio. Ma, dal mondo della ‘palla a spicchi’, un importante passo avanti è stato fatto; un forte segno distintivo è stato impresso, rispetto al Calcio: dal punto di vista del senso di responsabilità civile, voglio dire. E le recenti, forti contestazioni sollevatesi a Caserta, hanno sì contrapposto la ‘Curva’ al resto degli spettatori – del resto, la differenza tra il tifo in curva e quello in tribuna è notorio. E’ un po’ il gioco dei ruoli – con toni aspri e senza censure;
certamente è stato finalmente superato il Politically Correct, che poco bene fa in ogni ambiente. Ma si è trattato pur sempre di mero dissenso verbale che, “l’Ancillotto” , ha voluto anche argomentare: ‘ius et iniuriam’ che sia.
Certo, non a tutti può piacere l’uso di un linguaggio ‘senza flitri’, per così dire. Ma si resta comunque su un piano di incruenta, e non è cosa da poco, se andiamo a vedere cosa accade in altri sport più titolati. Personalmente, al netto di residuali eccezioni naif, e qualche ‘pecora zoppa’, mi piace immaginare un futuro fatto di evoluzione e crescita anche sociale, per il ruolo della “curva”: magari rendendola ancor più responsabile, istituzionalizzandone la figura. Dite che, forse, sono troppo progressista?

«Sul ‘rosso’, italiani d’accordo a mettere “Nerello” su bianco!»

Fondo lavico, zolle fumigate per le tante eruzioni nei secoli, escursioni termiche imprevedibili, panorami quasi allo stato brado… No, non è la trama di Castaway: sono i vitigni alle pendici di un antico vulcano.
Nerello mescalese
Cresce, dunque, la voglia di Nerello: il mascalese è sugli scudi, come si dice. Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario un viaggio in quelle terre, prendendo come esempio solo tre fra tante aziende di quel distretto. Un percorso che trova il suo massimo traguardo in altezza. Mi spiego…
La location è l’area che parte dalle pendici del vulcano, le circonda, per poi proseguire verso l’alto: è lì che trovi il vero tesoro. In sostanza, accade che…
A mano a mano che sali a quota mille
(limite della Doc), l’immagine che ti si para davanti è proprio quella descritta sopra. La singolarità è tale che, questa area dell’Etna, è considerata un po’ come un’isola nell’isola.

La prima tappa del viaggio’ è il fianco orientale del vulcano, nei pressi del comune di Milo, a circa 700 metri. Ad attendervi, ci sono 25 ettari di vigneti, i quali si sviluppano a guisa di anfiteatro naturale che digrada verso il mare splendente di Taormina. Lì, dal 1727, si produce vino e, mediamente, i giorni di pioggia possono arrivare fino a 40-50 l’anno, fatto insolito rispetto al passato. La capacità produttiva è di circa 100mila bottiglie: per il 60% bianco, l’Etna Doc. Nel Bianco 2014 di Barone di Villagrande si avvertono note di uva matura e sentore floreale, tipico del Carricante, vitigno a bacca bianca molto diffuso in Sicilia. Quanto al rosso 2013 (un blend 80% Mascalese e 20% Cappuccio), color rubino, colpisce per il profumo di frutti di bosco. Si presenta poco strutturato ma è pulito e longevo. Sincero e rappresentativo del territorio.

Proseguiamo il sentiero, mantenendoci sempre intorno ai 700 metri, ma su un fianco diverso. Lì si incrociano i cru dell’azienda agricola Passopisciaro, proprietà della famiglia Franchetti. La location è Castiglione di Sicilia, il cui tesoro risiede tra le ridenti contrade di: Chiappemacine, Porcaria, Rampante, Sciaranuova e Guardiola. Nomi a dir poco evocativi’ eh?
Si tratta di appezzamenti collocati a varie altezze, i cui proprietari furono tra i primi a credere nelle potenzialità dell’Etna. Il valore aggiunto offerto dal terreno delle contrade, in effetti, è dato dal fatto che esse nascono su colate laviche separate, e l’uva che cresce su questi terreni ha un diverso sapore, anche a pochi metri di distanza. Nelle contrade, come dicevo prima, si trovano veri e propri cru: c’è il Passopisciaro 2012, rosso igt (100% Nerello Mascalese), con 18 mesi di affinamento in botti grandi di rovere, un blend di varie contrade molto elegante, morbido e convincente. Più corposo, invece, è il Chiappemacine 2013: Nerello in purezza con vigne di 80 anni. Complessivamente dall’azienda, escono 80mila bottiglie all’anno.

Concludiamo questa breve passeggiata virtuale. Ora, però, sia sale di parecchio: raggiungiamo i 1.300 metri. Qui troviamo Vigna di Bosco, nel cuore del consorzio dei Vigneri, da molti definito «[…] La sintesi di un’esperienza trentennale, finalizzata a una vitivinicoltura di eccellenza». In questa località nasce il Vinudilice: Igt rosato, è il risultato di un blend di vitigni. Il prodotto di punta è, però, un altro blend: il rosso “I Vigneri”, Nerello Mascalese (al 90%) e Cappuccio. Si presenta con la vite ad alberello, e possiede dei tannini non aggressivi; è elegante ma senza risultare complesso. Non fa legno, come si dice, e per 5 mesi viene affinato in anfora sottoterra.

Naturalmente, come spiegato prima, la “vulca-enologia” etnea, non finisce qui: io ho voluto solo esplorare alcune tra le più significative realtà. Ma vi sono tante altre eccellenze locali, altrettanto apprezzabili. Non solo autoctone, basti pensare a: Merlot, Syrah, Cabernet Sauvignon, Cabernet France Mondeuse. Senza dimenticare i vitigni a bacca bianca; tra gli autoctoni ci sono: Inzolia, Carricante e Catarratto. Tutte punte di diamante provenienti dallo stesso distretto: Sicilia est, pendici etnee.

Ora, non occorre un genio per capire, in prospettiva, le ulteriori potenzialità che offre un territorio vulcanico come quello analizzato poc’anzi. D’altra parte, se un imprenditore toscano come Franchetti, si è preso il disturbo di scendere dal continente, c’è più di una buona ragione per valutarne il reale valore.
Oltre che dal punto di vista agricolo, questa area geografica meriterebbe di essere considerata alla stessa stregua di un asset finanziario (reale’ però), ancorché industriale, e con le prospettive economiche già viste. Lo so, può sembrare assurdo, ma provate a riflettere su una cosa: oggi, nel Mondo, siamo già oltre sette mld: quanti ne saremo tra 10/15 anni?
Quale ruolo, quale valore assumerà l’economia rurale per come la conosciamo noi?
Quanto si potranno apprezzare, nel frattempo, le nostre eccellenze, presumendo una considerevole crescita della domanda? 
Be’, senza fare troppi sforzi, un’indicazione di massima c’è già: dalla metà degli anni ’90, e fino a qualche anno fa, tra Umbria e Toscana, la terra è andata letteralmente a ruba, ed il vino era solo una tra le ragioni del crescente interesse. Inglesi, americani, russi e cinesi ne hanno fatto incetta al punto che, oggi, parlando di quelle zone, ci si riferisce indicandole come “Chianti shire”. Provate a chiedervi il perché!

«La ‘flessibilità’ di una menzogna!..»

In Europa, a Bruxelles, è in pieno svolgimento il dibattito volto al riconoscimento, all’Italia, di quella % di flessibilità (sul debito) da destinare alla ‘gestione ottimale’ dei flussi migratori. Ebbene, sono solo cazzate: un’ipocrisia di dimensioni abnormi, ecco ciò che penso.

Geografia degli sbarchi
Geografia degli sbarchi

Sono anni che in tanti reclamano – a buon diritto – flessibilità: per sostenere il lavoro, per le pensioni più basse. Ma soprattutto, per affrontare i disastri climatici, i tanti dissesti idrogeologici che affliggono l’Italia e tutti quegli investimenti per infrastrutture e servizi che renderebbero il nostro Paese più moderno, competitivo ed efficiente: a cominciare dal Mezzogiorno. Invece… Da Brussell ci hanno sempre risposto NO! Forse non le converrebbe, forse spaventiamo. Ne percepisco, quindi, l’idea di un mondo un po’ alla rovescia, dove c’è un’Europa che, in tema di immigrazione, è molto attenta e spende tanto. Mentre, quando si tratta di allargare i cordoni della borsa, realizzando opere e progetti che diano slancio a quei paesi, e a quei cittadini che pagano per essere parte di un consesso europeo, invece se ne frega e si finge distratta o severa. Il tutto, però, non più mascherabile da quell’austerità killer imposta da frau Merkel.
D’altronde, parlando di flussi migratori, indovinate un po’ dove si concentrano la massa di sbarchi clandestini? Germania? Olanda? Belgio? Francia? Dai che la sapete, è facile. Però vi voglio dare l’aiutino: osservate bene le due infografiche. Fatto? Bene, così sappiamo di cosa si parla…

I 'numeri' migranti
I ‘numeri’ migranti

Esimi politicanti, ma a chi la volete raccontare; non siete più credibili: troppo infimo è il livello in cui siete scivolati. Vergogna! Lo capirebbero pure i sassi qual è il reale obiettivo di questa ‘flessibilità’: il bieco (ma anche patetico) tentativo di tenere in piedi un ‘sistema’ marcio e speculativo: quello sul business degli immigrati. Solo che stavolta non si può più rischiare un’altra Mafia Capitale. Non si può correre il rischio di sputtanare, di nuovo, un ‘affare’ così redditizio. Non ci si può più consegnare nelle mani dei vari Salvatore Buzzi o Massimo Carminati: questi ora sono ‘bruciati’. E poi, quei due, hanno già tracciato il percorso, hanno già scritto le regole ed insegnato tutti i trucchi. No, adesso è l’ora dei ‘colletti bianchi’: quelli insospettabili, credibili e, soprattutto, ‘controllabili’. Adesso, tutto deve essere sbiancato. Ora, tutto deve apparire… ‘a norma di legge’!