Vi siete davvero mai chiesti dove vadano a finire i nostri soldi versati in imposte e tasse? Dal momento che la morsa del nostro fisco si fa sempre più stretta, credo sia bene, oltre che responsabile, avere idee ben chiare sull’argomento. Tanto per dire, cominciamo col chiederci: quanto incide il costo del debito pubblico? Che ruolo giocano – a nostro sfavore – gli accordi comunitari? quanto incide la scarsa coesione nazionale e intracomunitaria? Tutte domande (scomode) a cui noi dobbiamo assolutamente dare risposta, giacché nessun giornalista sarebbe così pazzo da porle a chi di dovere. Anche in conside­ razione del prossimo rinnovo del ‘gabinetto europeo’.

Ripartizione imposte e tasse
Ripartizione imposte e tasse

Dunque, chiedevo della destinazione del nostro gettito: dove se ne va?
In servizi alla comunità ed in sussidi ai meno abbienti, verrebbe da rispondere. Sì certo, se vivessimo in un Paese normale, civile. Ma noi viviamo in Italia e qui, si sa, niente è scontato, nemmeno i diritti naturali. Sicché, potrebbe essere utile fermarsi a rifletterci un po’ su…
Per farlo occorre partire da un dato imprescindibile: l’interesse sul debito. Ebbene, se l’Italia potesse finanziarsi alla BCE, allo stesso costo con cui si finan­ziano le banche commerciali (cioè 0,25%), si spenderebbero solo 5 miliardi all’anno di interessi anziché 85. Domanda: perché non è così? Quali meccanismi si innescano all’atto della raccolta del gettito?
1) Diciamo subito che, questi interessi, vengono pagati anche con le tasse che i singoli cittadini versano.
Frattanto, la banca centrale, finanzia le banche private che, con i soldi ricevuti, comprano i BTP lucrando sulla differenza fra 85 e 5 miliardi, quindi a nostre spese. Negli USA, in Inghilterra e in Giappone non hanno permesso questo.
Lì, le banche centrali, hanno provveduto ad immettere liquidità nel sistema, tenendo i tassi d’interesse sul debito quasi a zero. Quindi, le banche, non hanno avuto modo di speculare sui cittadini del loro paese (al massimo speculano sui cittadini di altri paesi come l’Italia);
2) una parte del gettito italiano va a Bruxelles (una parte consistente). Bruxelles, dopo averle ‘assimilate’ ed anche un po’ sprecate (quasi quanto Roma) ma nell’indifferenza dei nostri ‘tabloid’… ridistribuisce parte di quelle tasse che arrivano da noi ad altri paesi come la Bulgaria. (la Bulgaria ad es. ha 7,5 miliardi di euro che l’Europa mette a disposizione per l’imprenditoria).

Quanto "contribuiamo" alle casse europee?
Quanto “contribuiamo” alle casse europee?

La diretta conseguenza è che, la Bulgaria, viene in Italia (e non solo) ad attirare gli im­ prenditori offrendo:
a) costo del lavoro bassissimo;
b) tasse sul reddito di impresa insi­ gnificanti;
c) costo per energia ridottissimo;
d) contributi europei per finanziare l’impresa.
Morale della favola? L’IMPRESA ITALIANA SPOSTA TUTTA L’ATTIVITA’ (o una parte) AD EST, LICENZIANDO IN ITALIA OPERAI E IMPIEGATI… la stessa forza lavoro che ha pagato le tasse ‘volate’ a Bruxelles per poi finire in Bulgaria. In pratica, l’operaio italiano, pagando le tasse ha decretato il suo licenziamento. O L’ABBASSAMENTO DEI SALARI; d’accordo, è un po’ forzato come ragionamen­to ma il senso è quello, giacché tutti conosciamo che reddito offra quel paese: roba da quarto mondo o quasi! Attenzione: non sto qui a fare una polemica contro i bulgari, sia chiaro. Loro sono senza dubbio delle povere vittime, ma è inaccettabile una tale politica spere­ quatrice, oltre che economicamente scorretta e criminosa. Questo meccanismo è sotto gli occhi di tutti i nostri politici, i quali accettano da ignavi queste regole immonde, andando chiaramente contro l’interesse del popolo italiano. Ricordiamocelo quando andremo a votare la prossima volta. Cos’hanno fatto di utile, per noi, i nostri rappresentanti eletti nel consesso europeo? Nulla, una beneamata fava; esempio lampante è la perdita di denominazione ‘Tocai’ oggi divenuto ‘Friulano’.
In tal modo non si favorisce nemmeno la crescita di un’economia come quella bulgara, ma solo l’irrobustimento della leadership di multinazionali che sfruttano le leve di salari bassi o condizioni favorevoli per produrre, e poi vendono in tutto il mondo complici le inefficienze fiscali. E’ vero anche che oggi, il debito, sembra essere l’unico ‘verbo’, mentre la finanza (spesso quella sporca) impera, tenendo sotto scacco l’economia reale. Stati sovrani, banchieri centrali, non esitano nei salvataggi di ‘banche canaglia’ anzi, lesinano sul welfare e sul sostegno sociale in generale.
La nostra unica salvezza risiederebbe in una continua crescita; fra il 2-4% per almeno 7/10 anni. Ma non è mai successo, nemmeno negli anni di “vacche grasse”, diciamo così (1998-2006). Solo nel dopoguerra, in occasione del famoso “Boom” economico, e sappiamo bene il perché. Non occorre una laurea ad Harward per capirlo: c’è forte crescita solo nei periodi post-bellici. Vi pare logico, dunque, auspicare una prosperità che malceli l’altra faccia di un conflitto su scala globale? Ovviamente no!
Circa, poi, il nostro senso di appartenenza, nazionale o comunitario, mi viene in mente un’antica citazione: “[…] ahi serva Italia, di dolore ostello. Nave senza nocchiero in gran tempesta. Non donna di provincie, ma bordello…” Purtroppo, la saggezza di messer Durante, già 714 anni fa, aveva individuato il male endemico (uno dei tanti, a dire il vero) italico.
Sull’ipotesi di fallimento dell’€uro, poi, dove peraltro nutro forte scetticismo, vi dirò: esso è per definizione e costituzione “too big to fail”, sicché… mi pare un po’ sterile come soluzione, ma tutto può essere. Invece condivido l’analisi critica sulla geo-politica post Yalta, così come condivido l’idea sulla concreta minaccia dello strapotere espresso dai banchieri ebrei; questione che nessuno ha il fegato di tirare fuori; argomento troppo scomodo me ne rendo conto.
Vero è che qualcuno, tanti anni fa, aveva subodorato la puzza di questa minaccia, ma era un pazzo ed imbecille, ed aveva scelto la “soluzione” sbagliata. Una via che ha portato sul baratro non solo la sua nazione, giustamente; la finanza, che piaccia o no, impera e tiene sotto scacco tutte le economie, è sin troppo lampante.
Riepilogando, un italiano che paghi onorevolmente imposte e tasse deve sapere che: una parte finisce col finanziare i profitti delle banche;
-una parte finisce col finanziare imprese nazionali all’estero, con la complicità della Comunità Europea;
-una parte finisce con l’agevolare ed alimentare sprechi fra gli innumerevoli enti locali: regioni, province, comuni e le loro porcate sugli appalti ed altre menate varie;
-una parte finisce anche per finanziare acquisti di aerei militari che non si useranno mai, o per ‘sostenere’ altre nazioni europee in difficoltà. Infatti, parte del nostro gettito, è finito dritto nelle casse di ‘San Patrizio’. Va bene Grecia o Portogallo, ma finanziare un Paese dove le multinazionali pagano una fiscalità prossima allo zero (parlo dell’Irlanda, of course), francamente, mi fa rodere parecchio le mie parti basse. E a voi sta bene? Suppongo di no; allora io dico… impariamo a pretendere concerti risultati dalla nostra pseudo politica: combattere evasori, ‘mazzette’ e crimine organizzato va benissimo, ma occorre fare guerra anche ai paradisi fiscali. Ma prima di attaccare questi luoghi, ‘l’attacco’, va fatto innanzitutto contro il ‘sistema Italia’ e contro chi cerca di lasciarlo immutato. E’ tempo di svegliarsi, gente!

Piemmerre Blog collection text: “Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco
by Piemmerre Protagonista & Soci edizioni indipendenti
Work licensed under a Creative Commons License: CC BY-ND 3.0
Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0-Unported License

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