“In vino veritas”: vinciamo contro tutti… di ‘lusso’!

Crescita, disoccupazione, credit crunch, sofferenze bancarie, crisi, consumi in calo… sono solo alcune delle parole che sentiamo ripetere ogni santo giorno dal 2008, quasi fossero un mantra.

Con alta gamma vinci di 'lusso'!
Con alta gamma vinci di ‘lusso’!

C’è, però, una verità che a tanti sfugge: l’Italia non è solo crisi, e ‘l’alta gamma’ ne è la prova. Soprattutto in un settore trainante, quello dei vini premium: basti pensare che, soltanto nel recente lustro appena trascorso, i vini ‘Supertuscan’ per dire, hanno registrato una crescita complessiva del 70%. Più in generale, invece, negli ultimi 25 anni, il valore dei vini degli altri competitors: Bordeaux, Borgogna, California, hanno registrato una crescita media del 12% annuo. E c’è un ultimo dettaglio ancora da considerare, che gioca a nostro favore: il numero di fornitori di queste pregiate bottiglie, intanto, resta limitato.
Invece di procedere con l’analisi dei numeri, ritengo utile approfondire il tema, rispondendo ad una domanda: che cos’è il lusso oggi, e come lo percepiamo? Ad essere sinceri, la vera domanda dovrebbe essere: nel Bel paese, il lusso, può avere una funzione sociale o è solo una nicchia? Be’, per oltre 50 anni i prodotti di eccellenza hanno avuto la funzione di alimentare il desiderio e l’aspirazione di crescita sociale. Questo processo sembra un po’ rallentato, ora. La crisi ha cambiato la percezione e il modo di consumare: siamo alla fine del ciclo acquisitivo, le persone non vogliono più comprare beni durevoli, mentre sono aumentati gli acquisti dei servizi. C’è stata cioè una smaterializzazione dei consumi: si passa dal possedere e dall’ostentazione, al desiderio di fare esperienze. Quindi, il prodotto di eccellenza, diventa così lo strumento con cui si realizza il desiderio di fare cose nuove. E questa tendenza si manifesta in vari settori: per esempio, nel turismo, gli alberghi a 5 stelle e oltre sono aumentati del 41%. I consumi alimentari degli italiani, in termini di valore reale, sono calati del 3% negli ultimi 2 anni, ma sono cresciuti i prodotti di qualità come quelli ‘tipici’ (+2%) e ‘bio’ (+10%).
Insomma, questo scarto culturale che ha prodotto un avvio di trasformazione nell’approccio al consumo, sta cominciando inizia a dare i suoi primi segni di vita. Chi può sceglie sempre più – con ritrovato buongusto – di orientarsi verso un appagamento che prenda le distanze dalla mera ostentazione. Nello specifico, le persone non rinunciano a un calice di vino d’eccellenza, specie se si tratta di prodotti made in Italy, dimostrando in questo segmento un rinnovato attaccamento.

Asset mondiale del vino
Asset mondiale del vino

A grandi linee, il segmento globale dei vini d’alta gamma, risulta sempre più apprezzato a livello mondiale: secondo Sotheby’s, nel 2014, i vini di pregio battuti nelle aste internazionali sono aumentati, in quantità e valore (+13%); in particolare, quelli italiani (+47%), hanno battuto i francesi (-1%) sui prezzi. Il trend è poi confermato anche da una ricerca presentata di recente dal Censis, secondo cui, non solo nella Penisola è cresciuta la spesa per il vino del 3,5% dall’inizio della crisi ma, nel complesso, il lusso si sta spostando dal possesso di beni di pregio a esperienze di assoluta qualità come, ad esempio: il soggiorno in una struttura esclusiva, una cena in un ristorante stellato, o l’acquisto di specialità enogastronomiche pregiate. E dunque, da questo punto di vista, per tutto il settore lusso o alta gamma- ivi compreso l’intero indotto – le prospettive sono più che rosee.
E’ mia modesta opinione che, in una nazione come l’Italia, caratterizzata dalla ampia diversità agroalimentare mediterranea, sarebbe di assoluta importanza strategica immaginare la creazione di distretti regionali dell’alta gamma e del lusso. Gioverebbe ulteriormente, al nostro PIL, quotare questi ultimi nelle principali borse delle economie emergenti asiatiche, del Pacifico e del segmento ‘Next 11’, futuri ed autorevoli drivers dell’economia mondiale. In effetti, già oggi si comportano come tali.
Un’ultima importante riflessione: la possibilità – attualmente disponibile seppur in maniera limitata – data ad un investitore privato (anche piccolo) di poter partecipare patrimonialmente con una quota del suo risparmio, al futuro sviluppo di questa asset, risulterebbe un’infallibile moltiplicatore di utili derivanti non da “rendite finanziarie parassitarie” (cit. G. Gekko) ma dalla sana crescita di un primario settore dell’economia reale, permettendo così non solo di creare valore, ma anche una disciplinata ed etica redistribuzione della nuova ricchezza prodotta in modo equo e proporzionato alle risorse investite.

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«L’era del welfare ero(t)ico: quale scenario ci si presenta?»

Welfare equo-solidale?
Welfare equo-solidale?

L’ipotesi che possa esserci, all’interno del welfare tricolore, una parte di stato sociale a ‘luci rosse’ che generi gettito fiscale, non è un’idea così campata in aria. Di recente, una ricerca finalizzata ad individuare i numeri del mestiere più antico del mondo, ha rivelato che, nel business del sesso mercenario, in Italia ci sono grosso modo circa 70.000 unità operative (tra donne, trans e generi alternativi) impegnate in questo settore. Gli uomini sono esclusi da questo novero e, naturalmente, nella fattispecie, è escluso anche il settore dell’hard-core. Quindi, dicevo, 70.000 persone per una stima di circa 9.000.000 di ‘utenti’. Sì, lo so, suona strano sentire la parola utenti in un tale contesto, ma parliamo pur sempre di un fenomeno in cui si genera e si trasferisce valore; in cui c’è del denaro che ‘passa di mano’ a fronte di una richiesta di ‘servizi‘. Stiamo parlando comunque di un segmento in cui si sviluppa una precisa dinamica di domanda e offerta, quindi si tratta di un ‘mercato’ vero e proprio. E volendo applicare la teoria della ‘media del pollo’, il conto è bello che fatto: 9.000.000 di utenti, spalmati (passatemi il termine, ci sta tutto) su 70.000 ‘operatrici qualificate’, fa grosso modo circa 128 clienti a testa. N.B: 128 ‘clienti’, sono pur sempre 128 consumatori vi pare? Quindi, 128 ‘consumatori’ (a tutti gli effetti) in, diciamo, 25 giorni lavorativi… fanno la media di circa 5 ‘incontri’ quitidiani: be’, un bel logorio insomma. Il tutto, senza poter scioperare o ‘godere’ (anche qui, passatemela l’espressione: ci sta tutta) di ferie. E se questi numeri dovessero risultare definitivi, stiamo ragionando su un volume d’affari teorico di circa 270 mln€: secondo me sono un po’ pochini. Difatti, la mia prima riflessione è: 9.000.000 mi pare stima approssimata di parecchio per difetto. Ne consegue che, probabilmente, anche il numero potenziale di ‘esercenti’ il mestiere sia sottostimato. La seconda riflessione è: se dovesse diventare un’attività legale a tutti gli effetti, e quindi tassabile ed ‘imponibile’, chi fatturerebbe cosa e a chi altri? Inoltre: il contribuente, alla voce spese deducibili nel 730/740, quale prova dovrà produrre per dimostrare di aver ‘consumato’’? E nel dibattito parlamentare sull’eventuale riapertura di ‘case chiuse’, qualcuno ha preso in considerazione l’ipotesi che, le mogli degli ‘utenti’ che abbiano consumato, potrebbero a buon ragione incazzarsi come delle jene? Ma poi i veri dubbi sono: al giorno d’oggi, può esistere un’etica ‘cortigiana’ equo solidale? Può rappresentare una soluzione credibile?