Parafrasando Keynes: «La ‘teatralità’ della moneta: alziamo il sipario!»

Qual è il valore della moneta
Qual è il valore della moneta

Money is the measure of value, but to regard it as having value itself is a relic of the view that the value of money is regulated by the value of the substance of which it is made, and is like confusing a theatre ticket with the performance” (Keynes – ‘The Royal Economic Journal’, vol. XXIV, 1914) – «La moneta non ha valore in sé (come biglietto), ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale!» tradotto nella nostra lingua.

Il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto di beni e servizi, realizzabile in relazione ai prezzi di mercato. Detto questo, va anche aggiunto che: a parità di quantità/valore della moneta, nello stesso momento, può aumentare, ad es. il prezzo dell’olio (perché il raccolto è stato funestato da una malattia delle piante), ma diminuire quello dei lettori Cd (perché l’ascolto della musica è effettuato con altri strumenti). Per converso, un aumento/diminuzione del “valore” della moneta, muta il prezzo di qualsiasi bene. Quindi, parlando di valore della moneta, prezzi e consumi, non si può non arrivare al PIL. In tal senso, mentre il ‘PIL reale’ esprime l’interazione tra privati, sistema finanziario e Stato, la stabilità della moneta dipende dalla fiducia riposta dagli operatori nell’autorità che ne controlla quantità ed espansione. Ne deriva che: scambi commerciali, domanda, offerta e PIL, diventano dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” a quel biglietto per lo spettacolo teatrale. Ed ecco che, appunto, si torna al punto di partenza: arriviamo alla quadratura del cerchio.

Cosa può fare la moneta?
Cosa può fare la moneta?

Anche il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi (come si vedrà in seguito, inoltre, il rimborso di un prestito distrugge la moneta a suo tempo appositamente creata).
Uno dei temi più controversi – e che, seppure indirettamente, condiziona tanta parte del dibattito politico – è il ruolo, nell’economia, della moneta e del relativo ruolo delle banche, della banca centrale e dello Stato. Come aveva brillantemente rappresentato Keynes, nel sopracitato articolo, il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto (di beni e servizi) espressa in funzione ai prezzi esistenti sul mercato. Un aumento/diminuzione del “valore” della moneta (come determinato dalla sua quantità in rapporto ai beni stessi) muta il prezzo di qualsiasi bene (il saldo algebrico, aumento/diminuzione, del suo prezzo è poi determinato dal livello di variazione di domanda/offerta di quel bene. A parità di sua domanda/offerta, una diminuzione del valore della moneta, fa aumentare il prezzo del bene). Nel complesso, quindi, (e ferme le dinamiche di cui sopra con riferimento ai singoli beni), rilevano la quantità (offerta) di beni/servizi prodotti (e il suo tasso di crescita) e la quantità/offerta di moneta (e il suo tasso di crescita rispetto al tasso di crescita dei beni). Non è decisivo che una moneta sia imposta per legge: quando gli operatori si accorgono che la sua capacità di acquisto diminuisce marcatamente, tanto da far pensare che la sua espansione sia incontrollata, tenderanno a sostituirla con altre monete più stabili. Ricordiamo che, l’autorità preposta al controllo della stabilità della moneta, è, in tutte le economie avanzate, un organo indipendente – proprio affinché non corra il rischio di essere costretto, per “legge”, ad alterare la stabilità della moneta – ma nominato dall’amministrazione statale, cui deve periodicamente rispondere, relativamente all’operato e al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’amministrazione stessa (nel caso dell’euro zona è, ovviamente, la BCE). Quindi, il controllo della stabilità della moneta e del sistema finanziario è affidato ad un organo pubblico, la creazione della moneta e la determinazione del PIL reale dipendono e sono originati dalla complessa interazione (tra privati, sistema finanziario e Stato) di cui si è detto. Ne consegue che: la parte pubblica sovraintende e garantisce il sistema dei pagamenti (e, si ripete, vigila su stabilità della moneta e solvibilità del sistema bancario) e la parte privata gestisce il sistema dei pagamenti e origina tanta moneta quanta è necessaria per effettuare le transazioni e rappresentare contabilmente l’incontro tra domanda e offerta di credito.

Gerarchia economica globale delle banche
Gerarchia economica globale delle banche

E, a proposito di credito, occorre dire che: volume di scambi, di domanda e offerta di credito e PIL diventano, a questo punto, dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” sempre a quel biglietto dello spettacolo teatrale. Per meglio illustrare l’interazione tra privati, banche e Stato, con riferimento a PIL e moneta, occorre operare una finzione rappresentativa: la suddivisione della moneta in moneta/lavoro (o moneta/reddito definitivo) e moneta/credito (o moneta/anticipo reddito futuro). Ovviamente, in un’economia in cui è presente il credito in maniera pervasiva – e più è efficiente il sistema finanziario più è rilevante il credito – è difficile distinguere, nelle quotidiani transazioni, quale sia moneta/lavoro e quale sia moneta/credito. In entrambi i casi, infatti, la moneta viene utilizzata, divenendo irrilevante la provenienza, per acquistare beni, servizi e attività finanziarie. E’ vero che il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi. Mentre, infatti, la moneta/lavoro corrisponde ad un reddito attuale, la moneta/credito corrisponde unicamente ad un reddito futuro ed ipotetico. Sarebbe a dire che, quando il reddito futuro sarà effettivamente realizzato e il debitore utilizzerà la moneta/lavoro per estinguere il debito, la moneta/credito è come se non fosse mai esistita. D’altronde, non è detto che il credito alimenti sempre il PIL. Quando si compra una casa non nuova (così come quando si compra un’azione in borsa), il valore relativo all’abitazione è già stato computato all’epoca della costruzione (mentre l’acquisto di un’azione determina unicamente il trasferimento di proprietà di un bene già esistente) e, quindi, il prezzo pagato non migliorerà i conti nazionali, se non per le ulteriori somme pagate a titolo di commissione all’agenzia, al notaio, ecc. A questo punto è inevitabile fare la domanda che tutti, prima o poi, si sono fatti: un’economia, può esistere e funzionare – più o meno efficientemente – anche senza moneta? Ritengo sia possibile, ma non senza l’idea del denaro (che in quanto utilità economica è connaturato all’uomo). In pratica, un’economia senza moneta ma col denaro.
Mi spiego meglio: un’economia fondata sul baratto, infatti, esisterebbero comunque lavoro, domanda e offerta, consumi, risparmio, investimenti, credito e prezzi. Naturalmente, il valore dei beni utilizzati in un’economia fondata sul baratto, ha l’intuibile limite di essere soggetto ad eventi estranei, cioè: se mi pagano in natura, diciamo patate, il “valore” di scambio delle patate che non consumo è condizionato dalla quantità e qualità del raccolto, dagli eventi atmosferici, dalla loro deperibilità nel tempo. Si presenta, quindi, variabile ed aleatorio, con tutti i riflessi negativi sull’attività economica. Infatti, ciò che si chiede alla banca centrale, è preservare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Domanda finale: qual è il volume di flusso monetario di Italia ed Europa?
Qui a casa nostra, il sistema bancario italiano contribuisce alla base monetaria dell’Euro zona per circa 188 miliardi (174 miliardi di circolante più 14 di riserva obbligatoria) a fronte di 1413 miliardi di depositi soggetti a riserva e 774 di depositi non soggetti a riserva. L’intera area €uro, nel suo complesso, ha una base monetaria di 1430 miliardi, di cui 985 miliardi di circolante e 445 di riserve. L’obbligo di riserva al’1% ci spiega che il sistema bancario può concedere prestiti sino a 100 volte (1/0,01) l’importo dei depositi. Riflessione finale che chiosa il mio breve approfondimento: dal 2008, anno in cui è esplosa la crisi (crisi che, di fatto, resta soprattutto italiana ed europea), in Italia, in quale misura quel’1% è stato messo a disposizione del sistema produttivo per creare valore? Cioè, di quei 188 mld di € italiani, moltiplicati per 100, quanto è stato investito nel sistema imprese e quanto per speculare su BTP e debito governativo tricolore?

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«‘Amistad’ 2: prove tecniche per un nuovo esodo» Magreb e Medio oriente esplodono, ma l’Europa si traveste da struzzo.

L'Europa sospende Schengen
L’Europa sospende Schengen

Diciamoci la verità: il problema, fondamentalmente, è nostro. Diciamoci la verità, è la geografia che ci fotte: Balcani ad est e Magreb a sud. Giusto? Ok… Ma, altrettanto onestamente, tutti noi – i cosiddetti paesi sviluppati – dovremmo ammettere che, in queste terre, anche nel recente passato, non abbiamo fatto altro che succhiare risorse, sfruttare le loro ricchezze, impoverendoli, impedendo loro un oggettivo e salutare progresso. Dando inizio così ad una catena di eventi che oggi sfocia in una migrazione di massa, forse, fuori controllo. Di sicuro, sotto il controllo delle varie organizzazioni criminali. Ma veniamo a noi, alla situazione nel nostro Belpaese: facciamoci delle domande. Diamo pure un po’ di numeri: chi sono gli stranieri residenti in Italia? Qual è lo stato anagrafico del nostro Paese? Dove va l’immigrato? Quali sono le nazionalità più rappresentate? Si nasce o si muore di più?
Secondo me sono anche queste, per cominciare, le domande vere che bisogna porsi, prima di pensare di affrontare seriamente l’immenso esodo a cui tutta l’Europa è chiamata a rispondere. Ma che però, sino ad ora, solo l’Italia sta affrontando, peraltro nella maniera sbagliata. Il fatto è che, almeno per noi, la ‘questione migratoria’ non è mai stata analizzata concretamente: in tutti questi ultimi 20 anni, i vari governi che si sono avvicendati – da Destra a Sinistra – non hanno saputo fare altro che trovare temporanee ‘pezze a colori’, preferendo uno sterile atteggiamento egoistico; scegliendo, cioè, di concentrarsi solo sulle problematiche interne ai partiti. E mentro loro si preoccupano di restare attaccati col culo sui comodi scranni del Parlamento, ci pensa l’Istat a darci le risposte alle domande di prima.

Bilancio demografico al 31-12-'14
Bilancio demografico al 31-12-’14

Al 31 dicembre 2014, in Italia, si contano 60.795.000 (e rotti) residenti, di cui più di 5 milioni (8,2%) di cittadinanza straniera, con un saldo stabile. Il saldo complessivo vede un incremento minimo (+12.944 unità), che diventa negativo per la popolazione femminile (-4.082). Anche il saldo demografico (nati meno morti) ha registrato un valore negativo di quasi 100 mila unità, un picco mai raggiunto nel nostro Paese dal 1917-1918 (primo conflitto mondiale).
La diminuzione delle nascite non offre spunti rassicuranti: sono stati registrati quasi 12 mila nati in meno rispetto all’anno precedente. Stessa cosa per i nati stranieri (-2.638 rispetto al 2013), che comunque rappresentano il 14,9% del totale dei nati. Cresce anche l’invecchiamento della popolazione italiana: l’età media è 44,4 anni, ma la mortalità, per fortuna, resta stabile e con una lieve diminuzione dei decessi in valore assoluto (-2.380).
Il movimento migratorio con l’estero, nel 2014, presenta un saldo positivo pari a circa 141 mila unità, in diminuzione rispetto agli anni precedenti: tale movimento, sia interno che dall’estero, è indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro. In aumento le acquisizioni di cittadinanza: sono circa 130 mila i nuovi cittadini italiani (+29%) e sono circa 200 le diverse nazionalità presenti nel nostro Paese. Oltre il 50% (più di 2,6 milioni) sono cittadini europei: le nazionalità più rappresentate sono: la rumena (22,6%) e la albanese (9,8%).

Detto questo, però, al momento esiste una criticità a cui viene dato risalto essenzialmente attraverso i media, piuttosto che dai vari esecutivi europei. Ecco qualche eloquente esempio: «LE NAZIONI EUROPEE HANNO CHIUSO LE FRONTIERE!», si limitano a titolare i giornali. Per vendere! Le immagini di Roma, della Stazione di Milano e di Ventimiglia, invece, danno la misura, di quanto sia stata ignorata la gravità di ciò che accadeva appena fuori casa nostra. Ma il festival dei titoloni prosegue, ecco un altro esempio: «Francia, Germania etc etc, hanno sospeso Shengen…» In Spagna, frattanto, hanno votato per respingere i migranti. A Ventimiglia GIORNALMENTE vengono riportati in Italia i migranti che tentano di andare in Francia, coi gendarmi che li riaccompagnano alla frontiera.
Ora come ora, non è più questione di qualche unità o decine: serve un’azione decisa, un progetto concreto che, sinergicamente, ponga fine agli sperpetui, alle speculazioni. Che delegittimi l’influenze delle mafie sui mari. OCCORRE PRENDERE ATTO CHE FORSE, LA SOLIDARIETA’, DA SOLA, NON BASTA. CHE HA UN LIMITE:
e tu che cosa vuoi fare, Renzie?

«L’ombra dell’oblio»

Ok lo ammetto, sembra il titolo di un film del terrore vecchio stile, o di un racconto gotico romantico: alla Byron o Poe, per intenderci. Invece no: è un focus sullo straordinario lavoro editoriale di Carlos Ruiz Zafon: quello dedicato a Barcellona ed al ‘Cimitero dei Libri Dimenticati’.

La biblioteca dei libri dimenticati
La biblioteca dei libri dimenticati

Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere ilCimitero dei Libri Dimenticati’. Erano le prime giornate dell’estate 1945 e noi passeggiavamo per le strade di una Barcellona prigioniera di un cielo grigiastro e di un sole color rame che inondava di un calore umido la rambla di Santa Monica”.  Ma come è nata, nella mente dell’autore, questa tetralogia? Quali sono le origini? Da dove prese lo spunto per avviare questa fortunata serie narrativa?
Il motore di tutto, pare, sia stato l’interesse per il fenomeno della distruzione del ricordo. Ce lo racconta lo stesso autore in un’intervista:
«[…] Anni fa, ero in California, a Los Angeles. All’epoca, lì sembrava ci fosse la tendenza a cancellare tutto, ogni ricordo. Ma c’erano anche numerosi negozi di libri di seconda mano (un autentico fenomeno lì). Per lo più, però, le trovavi vuote e quindi, per non pagare alti affitti, si collocavano in luoghi insoliti ed angusti, tipo caverne. Tutto questo si è poi cristallizatto nella metafora della biblioteca dei libri perduti di Barcellona. Ecco perché, ero e sono convinto che, siamo ciò che ricordiamo: meno ricordiamo meno siamo. Da tutto ciò, nasce l’importanza del ruolo svolto nella trama da quel santuario dei libri.»
– Quale struttura hai immaginato per questo tuo complesso lavoro?
«L’idea che avevo, per concepire una trama sul ‘Cimitero dei Libri Dimenticati’, era troppo maestosa per essere contenuta in un unico libro: ne avrei ottenuto un libro troppo grande, in cui avrei rischiato di sciupare il valore che invece volevo esaltare. Per questo, ho pensato a una tetralogia, ed ho deciso di separarlo in quattro momenti diversi. Volevo che fosse una sorta di labirinto con porte comunicanti; un progetto che doveva assomigliare ad un puzzle, ma concepito in moda tale che, da dovunque si iniziasse la lettura, potesse sempre andare bene. Ciascun libro, poi, avrebbe avuto un suo preciso territorio ed un suo narratore. In L’ombra del vento c’è Julian Carax, ne Il gioco dell’angelo David Martín, ne Il prigioniero del cielo c’è ancora Martín, ma è come se scrivesse Fermín
– Chi, o cosa, avrebbe dettato i ritmi nei vari capitoli della trama?
«In sintesi, L’ombra del Vento si incentra sul malinconico Daniel, ma c’era anche Firmin, il personaggio divertente, il contraltare, il personaggio picaresco, il matto che dice la verità. Ecco, Firmin non rivela i suoi segreti fino a Il prigioniero del Cielo, in cui scopriamo perché lui sia così. E c’è, poi, l’ispettore Fumero, un personaggio orribile.
Il gioco dell’Angelo è essenzialmente la storia di un uomo che perde il senno, vede la realtà sbiadire sotto i suoi occhi e cerca di recuperare il senso della realtà.»
– Qual è l’elemento principale su cui far ruotare l’intera saga?
«Il tema di fondo, in tutta l’opera, è la memoria. Essa, però, è labile e selettiva: vale a dire che ricordiamo ciò che serve per sopravvivere, ma rimuoviamo ciò che ci addolora. La memoria ci mette davanti allo specchio e ci fa capire chi siamo. Prendiamo ad esempio la mia Spagna… dopo la nostra tragica Guerra Civile, ne è seguito un lungo periodo di silenzio, con la gente che non voleva ricordare. Quando, poi, è arrivata la democrazia ci si è chiesti se bisognasse recuperare la memoria e riaprire le ferite, o se fosse preferibile, come è stato fatto, fare il patto del silenzio; e nuovamente si è tirato avanti, nonostante le voci dissonanti. Ed è appunto questo il mio primario obiettivo: riallineare le voci alla memoria. Cioè, spero che i miei libri aiutino il lettore a porsi delle domande: finita la storia, dovrebbe rimanere la voglia di sapere, nooo?»
In definitiva, il ‘ciclo di Barcellona’, ci appare come un complicato gioco di incastri in cui, se segui l’ordine cronologico della pubblicazione, ne ottieni un senso, ma non è importante iniziare per forza dal primo libro. Insomma, si potrebbe considerare questa tetralogia come se fosse uno spartito musicale, ma con una speciale caratteristica:
a seconda del momento in cui si fa ingresso nella lettura, si ha una percezione diversa dell’intera opera. Quasi come se, a turno, i personaggi prendessero in mano un microfono e si mettessero a cantare da solisti.

Il ciclo su Barcellona
Il ciclo su Barcellona

“[…] Dall’atrio, immerso in una penombra azzurrina, si intravedevano uno scalone di marmo e uno scalone affrescato con figure di angeli e di creature fantastiche. Seguimmo il guardiano fino a un ampio salone circolare sovrastato da una cupola da cui scendevano lame di luce. Era un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalla dalla geometria impossibile. Guardai mio padre a bocca aperta e lui mi sorrise ammiccando:
«Benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, Daniel.»”