Sanremo…“equity fair”: la finanza in “do” maggiore

SanRemo
L’ingresso del Teatro Ariston a Sanremo

Se il festival fosse un’invenzione yankee, magari a Vegaso L.A.’, probabilmente sarebbe stato un tema di inve­stimento.
Tutti conosciamo l’abilità dello “Zio Sam”: profitto da ogni evento, occasione.
Lo ‘Showbiz’, d’altronde, l’hanno inventato loro.

 

Già mi vedo il ticker dell’attivo: “St.Re”.  Già sento i pezzi grossi di Wall Street, mentre sussurrano tra loro: “Ferro azzurro ama Sanremo…” ; forse l’avrebbero addirittura quotato sul NASDAQ. Ma questa è solo pura divaga­zione, procediamo oltre.

Piuttosto, la domanda vera è: se l’avessero davvero fatto, da dove sarebbe scaturito il valore dell’investimento? E, a questa prima domanda, ne sarebbe­ro sorte diverse altre.
Tanto per dire…
1) Che “shelf-life” avrebbe un investimento di questo tipo?
2) Quali settori dell’economia avrebbero beneficiato di questa operazione?
3) A quale “Style box” sarebbe stato assegnato? E in quale “dimensione”?
4) Quale profilo di investitore “retail” potrebbe esserne interessato?
Procediamo con ordine, dunque.

– La prima risposta – durata- potrebbe essere: lunghissimo termine. Per forza.
– Il guadagno sarebbe arrivato da svariate voci: il volume di raccolta delle aziende del settore marketing e pubblicità, innanzitutto. Così come da ricavi per vendita discografica; diritti di merchandising e immagine sugli artisti (ma non solo); commercializzazione e distribuzione del “prodotto Festival”; ricavi da parte delle aziende di servizi ed infrastrutture (tecniche soprattutto) impegnate nel business. E certamente tanto altro ancora.
Inoltre, la versione italiana, vede localizzato l’evento canoro a Sanremo dove ha sede anche uno storico casinò. Con tutti gli annessi e connessi.

La stessa cosa, quindi, potrebbe essere replicata negli USA.
Perciò, includendo le “case da gioco” come elemento di valore aggiunto, andrebbero considerati anche i profitti del settore “gaming”, o gioco d’azzardo. Gli Stati Uniti muovono montagne di miliardi di $ nel settore.
– Lo “Style box”, vista la natura del business di riferimento, potrebbe essere il segmento “Value”. Siete d’accordo?
– In termini di capitalizzazione (leggi pure dimensione) io propenderei per il settore “Large” o, tutt’al più, per il “Mid-cap”. Sempre sponda USA.
– Quanto alla tipologia dell’investitore retail, ragionando su larga scala, escluderei chi mostri un approccio speculativo. Includerei, invece, cassettisti; chi punta al “dividend yield”; chi lavora nel settore, con l’accesso ad offerte di stock-option, etc.
In ogni caso, trattandosi di un business circoscritto all’ambito dei consumi di servizi e beni “emozionali/voluttuari”, è prevedibile una ciclicità del settore. Con una certa volatilità, insomma. In tal caso, un “accumulo” nel tempo potrebbe ripagare con un premio extra sul risultato finale. O no? 

Superate queste obiezioni ne resta, almeno, un’altra ancora. Ossia…
Qualcuno, giustamente, potrebbe chiedersi: e il bacino di utenza?
Tradotto in numeri, quale potrebbe essere -in volume di pubblico- il potenziale mercato? Facciamo un esempio su dati certi nostrani: nell’ultima serata edizione 2017 si è registrata la punta più alta dell’ultimo decennio. Per cui, se in Italia con circa 60 milioni di abitanti uno share del 58% vale oltre 12 milioni di spettatori (tutti potenziali consumatori), negli USA con oltre 250 mln di persone la ‘platea’ sarebbe di diverse decine di milioni. Non proprio due gatti.
Il condizionale è di prammatica, ma parliamo pur sempre di un’enorme ser­batoio. Gli americani, a questo punto, sentirebbero già il tintinnio delle monete che cascano, come da un Jackpot. Noi, invece?

Ogni investimento che si rispetti dovrebbe presentare un “track-record” temporale di una certa ampiezza. Serve per le statistiche ma, soprattutto, a verificarne l’andamento (anche efficienza) negli anni. Ovviamente, serve anche a desumere i “top & bottom” conseguiti; cioè: i picchi ed i tonfi.
Nel caso di Sanremo, il massimo storico ci fu nell’edizione 1987: quattro epiche serate, con un ascolto medio di quasi il 69%, pari ad oltre 16 milioni.
Il flop è più recente: maturato nell’edizione 2008. Il risultato finale fu un di­sastroso 36% tirato a forza: appena 6,8 milioni di spettatori.
Lo “staff gestionale”, e la RAI, a quel punto furono costretti a riscriverne format e budget, inserendo il criterio di direzione artistica pluriennale.
I risultati, infatti, non hanno tardato ad arrivare: sia sugli ascolti che sui ritorni economici. Anche sul brandSanremo nel mondo”: un mainstream molto richiesto e riconosciuto.

Nel lasso di tempo (1987-2017) di trent’anni, oltre ad ottenere minimo e mas­simo storico, se n’è ricavato anche un altro dato essenziale: il “Benchmark” di riferimento;
leggi il grafico in basso.

Media ascolti Sanremo
Dati Auditel ultime 10 edizioni


Ogni buon attivo finanziario ha il suo parametro di confronto; nel caso di Sanremo, il benchmark, è Carlo Conti. Ossia, la media di ascolti maturata (durante il triennio 2015-2017) nelle tre edizioni in costante crescita dirette “dallOtello del tubo catodico”, come mi piace maliziosamente definirlo. Stiamo parlando di una media triennale di quasi il 50% di ascolti: 13 mln. Dato abbastanza buono da identificarlo come: l’obiettivo da battere.
Nel 2018, questo parametro medio, per la prima volta è stato “replicato”.
La media ascolti, nell’edizione appena conclusa, è stata di circa del
52,3% pari a 11 milioni di spettatori medi a serata miglior risultato da 13 anni ad oggi.
Ma non ci sono solo gli ascolti a rendere interessante l’esperienza sanreme­se: buone nuove anche dai dati economici. Al netto dei costi in netta riduzione rispetto alle precedenti edizioni e dei cachet per direttore artistico, conduttori ed ospiti (circa 16,5 mln€), il cambio di formula apportato da Baglioni ha prodotto ricavi complessivi per 25 milioni di (quasi tutti da pubblicità e sponsor), più 1 milione dalla vendita dei biglietti, dal ‘televoto‘ e dall’uso del marchio. Quest’ultima voce, forse, andrebbe gestita con maggiore vigore.

Morale della favola: c’è un attivo di 9,5 milioni di €; chissà in America, un fenomeno largamente seguito da oltre 65 anni, come lo avrebbero valorizzato. Quanto ne avrebbero ricavato. 
A casa nostra, gli ultimi quattro anni ci hanno dimostrato che, anche un festival, può creare valore, non già emozionale bensì pure economico, al punto da poter staccare un bel dividendo da distribuire. Davvero un eccellente risultato.
Quindi, concludendo: abbiamo un quadro generale sul tipo di investimento; ne conosciamo tipologia, timing e settore di riferimento.
Sappiamo come e dove profittare ed abbiamo anche un benchmark da battere o replicare. Come pure l’investitore tipo a cui rivolgere l’offerta. Inoltre, abbiamo uno storico dell’andamento e, per finire conosciamo anche minimi e massimi di risultati raggiunti, su un lasso di tempo lunghissimo.

Il mosaico, a questo punto, si può definire completato. C’è solo da impacchettare tutte queste informazioni, e confezionarne un contenitore da lanciare sul mercato, per valorizzare il collaudatissimo mainstream canoro, frazionandone la “proprietà” tra il pubblico indistinto. Magari anche sotto forma di PIR? Boh, chissà!

Un’ultima cosa e poi concludo: va da sé che, lo stesso (fanta)ragionamento elaborato su l’ipotesi del festival in Borsa, è applicabile a tanti altri programmi ad elevato potenziale di pubblico ed ascolti; altro buon “Made in Italy” per ingrossare genuinamente il PIL nazionale. Domanda: tutti pronti anche per “don Matteo”?

Il Matteo prete, però. Non l’altro!

 

 

 

 

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«“Raggiadi” 2024: occasione perduta o scandalo mancato?»

Perché anche il botta e risposta è una disciplina olimpionica, sia chiaro.

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Un singolar tenzone, tra la sindaca Raggi e Malagò.

Premetto: non sono di Roma, non voto cinque stelle, non mi piace Malagò e la sola idea della candidatura mi fa sorridere. Ma non entro nel merito politico/istituzionale della questione. Mi attengo ai dati oggettivi.

Parlavo di botta e risposta prima. Ebbene, il minuetto Raggi/Malagò ne è prova: ma li avete sentiti? In particolare, avete colto bene il sottinteso, nel tono e nelle parole, del numero uno del Coni? Ma vediamo cos’è stato…
Con appena cinque parole (dico 5), Virginia Raggi dice “no” alla candidatura ufficiale di Roma alle Olimpiadi del 2024. Ecco la frase con cui ha ‘liquidato’, la capitale, dal panorama della kermesse “globale” per eccellenza: “[…] E’ da irresponsabili questa candidatura…“. Attenzione però: di fatto, la decisione, dovrà essere ratificata dalla giunta comunale di Roma la settimana prossima. Dunque, “si può fare di più?” 😉
Pare, però, che a fare più notizia sia stata non già il niet di Virginia, quanto i circa 40 minuti di anticamera del n°1 del Coni. Da qui anche l’ormai titolo ironico: “Coni gelato!”

A dire il vero, la frase completa del sindaco -pardòn, della Sindaca raggi, sennò chi la sente quella pazza della Boldrini- recitava così: “E’ da irresponsabili dire sì a questa candidatura. Lo abbiamo detto in passato e continuiamo a dirlo. Significa assumere altri debiti, non ce la sentiamo…” E mentre pronuncia la frase, dallo schermo posto alle sue terga, vengono proiettati molti degli sprechi di passate grandi manifestazion. Ad es. le “Vele di Calatrava”, l’ennesima cattedrale nel deserto incompiuta voluta per i Mondiali di nuoto del 2009 (quelli proprio sotto egida di Malagò). Per non parlare di quel vecchio debito: quel miliarduccio di €uri e passa, frutto di espropri non ancora pagati, ereditati dalle Olimpiadi romane del 1960. E mentre i romani, lo scorso anno, finivano di pagare quel debito, c’è ancora chi (da oltre 55 anni) aspetta di essere pagato. E’ vero che a “a pagare e morirec’è sempre tempo”, ma in questo caso, forse, lo si è inteso un po’ troppo alla lettera, vi pare?

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Riepilogo costi eventi olimpici nella storia

 

Ora, in tutta coscienza, pur riconoscendo gli evidenti limiti di questa amministrazione -intesi anche come inesperienza o incapacità di relazioni politico/diplomatiche- alla luce di tanti sprechi e risorse -diciamo- impropriamente utilizzate, proprio non me la sento di criticare la posizione del sindaco. Soprattutto per una indiscutibile evidenza: prima ancora di pensare alla kermesse, ci sono già così tanti interventi strutturali da operare sulla Città, che proprio sarebbe insostenibile aggiungervi anche il debito per una nuova olimpiade. Diciamo anche un’altra cosa: di strutture polisportive, già dagli anni ’60, ne sono state costruite a iosa. Tutte, per lo più, inutilizzate e manutenute in modo pessimo. Forse è bene giungere ad un’amara conclusione: certe manifestazioni sportive -leggi anche “globali”- non sono esattamente un affare per l’amministrazione pubblica. Forse, e sottolineo forse, è giunto il momento di consegnare completamente al “mercato” questo spicchio di economia. Tanto per dire: i guai della Grecia, sono cominciati proprio l’indomani di Atene 2004. Quindi, tutto sommato, prima di crocifiggere Virginia, proviamo prima a fare un sontuoso minuto di silenzio; se non altro, per riflettere. Tutto qui.
Concludo con un ultimo grafico: l’ipotesi -e sottolineo ipotesi- costi/benefici in caso di investimento (o investitura) per “Roma 2024”. A voi la parola. L’ultima alla Raggi!
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«Agonismo e spettacolo: nessun pericolo in “curva”»

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Comunicazione strumento imprescindibile
Curva
(Fonte: Il Mattino di Caserta)

E’ innegabile rilevare quanto, ‘peso specifico’ e vigore del “tifo organizzato”, contino nell’economia di un risultato sportivo. Non già per l’evidente sostegno morale agli atleti che scendono a lottare sul ‘legno’, piuttosto che sui prati. Quanto per la caratterizzazione di questo o quello specifico ‘movimento’ di supporto. E senza contare le coreografie, studiate volta per volta. Praticamente, ‘l’uomo’ in più nel gioco a squadre; anzi, se ne potrebbe fare addirittura un campionato a parte: uno spin-off del tifo.
Dunque, anche questo è spettacolo; anche questo è parte della battaglia; anche questa è competizione, senza dubbio. Ma, dal mondo della ‘palla a spicchi’, un importante passo avanti è stato fatto; un forte segno distintivo è stato impresso, rispetto al Calcio: dal punto di vista del senso di responsabilità civile, voglio dire. E le recenti, forti contestazioni sollevatesi a Caserta, hanno sì contrapposto la ‘Curva’ al resto degli spettatori – del resto, la differenza tra il tifo in curva e quello in tribuna è notorio. E’ un po’ il gioco dei ruoli – con toni aspri e senza censure;
certamente è stato finalmente superato il Politically Correct, che poco bene fa in ogni ambiente. Ma si è trattato pur sempre di mero dissenso verbale che, “l’Ancillotto” , ha voluto anche argomentare: ‘ius et iniuriam’ che sia.
Certo, non a tutti può piacere l’uso di un linguaggio ‘senza flitri’, per così dire. Ma si resta comunque su un piano di incruenta, e non è cosa da poco, se andiamo a vedere cosa accade in altri sport più titolati. Personalmente, al netto di residuali eccezioni naif, e qualche ‘pecora zoppa’, mi piace immaginare un futuro fatto di evoluzione e crescita anche sociale, per il ruolo della “curva”: magari rendendola ancor più responsabile, istituzionalizzandone la figura. Dite che, forse, sono troppo progressista?

«Sul ‘rosso’, italiani d’accordo a mettere “Nerello” su bianco!»

Fondo lavico, zolle fumigate per le tante eruzioni nei secoli, escursioni termiche imprevedibili, panorami quasi allo stato brado… No, non è la trama di Castaway: sono i vitigni alle pendici di un antico vulcano.
Nerello mescalese
Cresce, dunque, la voglia di Nerello: il mascalese è sugli scudi, come si dice. Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario un viaggio in quelle terre, prendendo come esempio solo tre fra tante aziende di quel distretto. Un percorso che trova il suo massimo traguardo in altezza. Mi spiego…
La location è l’area che parte dalle pendici del vulcano, le circonda, per poi proseguire verso l’alto: è lì che trovi il vero tesoro. In sostanza, accade che…
A mano a mano che sali a quota mille
(limite della Doc), l’immagine che ti si para davanti è proprio quella descritta sopra. La singolarità è tale che, questa area dell’Etna, è considerata un po’ come un’isola nell’isola.

La prima tappa del viaggio’ è il fianco orientale del vulcano, nei pressi del comune di Milo, a circa 700 metri. Ad attendervi, ci sono 25 ettari di vigneti, i quali si sviluppano a guisa di anfiteatro naturale che digrada verso il mare splendente di Taormina. Lì, dal 1727, si produce vino e, mediamente, i giorni di pioggia possono arrivare fino a 40-50 l’anno, fatto insolito rispetto al passato. La capacità produttiva è di circa 100mila bottiglie: per il 60% bianco, l’Etna Doc. Nel Bianco 2014 di Barone di Villagrande si avvertono note di uva matura e sentore floreale, tipico del Carricante, vitigno a bacca bianca molto diffuso in Sicilia. Quanto al rosso 2013 (un blend 80% Mascalese e 20% Cappuccio), color rubino, colpisce per il profumo di frutti di bosco. Si presenta poco strutturato ma è pulito e longevo. Sincero e rappresentativo del territorio.

Proseguiamo il sentiero, mantenendoci sempre intorno ai 700 metri, ma su un fianco diverso. Lì si incrociano i cru dell’azienda agricola Passopisciaro, proprietà della famiglia Franchetti. La location è Castiglione di Sicilia, il cui tesoro risiede tra le ridenti contrade di: Chiappemacine, Porcaria, Rampante, Sciaranuova e Guardiola. Nomi a dir poco evocativi’ eh?
Si tratta di appezzamenti collocati a varie altezze, i cui proprietari furono tra i primi a credere nelle potenzialità dell’Etna. Il valore aggiunto offerto dal terreno delle contrade, in effetti, è dato dal fatto che esse nascono su colate laviche separate, e l’uva che cresce su questi terreni ha un diverso sapore, anche a pochi metri di distanza. Nelle contrade, come dicevo prima, si trovano veri e propri cru: c’è il Passopisciaro 2012, rosso igt (100% Nerello Mascalese), con 18 mesi di affinamento in botti grandi di rovere, un blend di varie contrade molto elegante, morbido e convincente. Più corposo, invece, è il Chiappemacine 2013: Nerello in purezza con vigne di 80 anni. Complessivamente dall’azienda, escono 80mila bottiglie all’anno.

Concludiamo questa breve passeggiata virtuale. Ora, però, sia sale di parecchio: raggiungiamo i 1.300 metri. Qui troviamo Vigna di Bosco, nel cuore del consorzio dei Vigneri, da molti definito «[…] La sintesi di un’esperienza trentennale, finalizzata a una vitivinicoltura di eccellenza». In questa località nasce il Vinudilice: Igt rosato, è il risultato di un blend di vitigni. Il prodotto di punta è, però, un altro blend: il rosso “I Vigneri”, Nerello Mascalese (al 90%) e Cappuccio. Si presenta con la vite ad alberello, e possiede dei tannini non aggressivi; è elegante ma senza risultare complesso. Non fa legno, come si dice, e per 5 mesi viene affinato in anfora sottoterra.

Naturalmente, come spiegato prima, la “vulca-enologia” etnea, non finisce qui: io ho voluto solo esplorare alcune tra le più significative realtà. Ma vi sono tante altre eccellenze locali, altrettanto apprezzabili. Non solo autoctone, basti pensare a: Merlot, Syrah, Cabernet Sauvignon, Cabernet France Mondeuse. Senza dimenticare i vitigni a bacca bianca; tra gli autoctoni ci sono: Inzolia, Carricante e Catarratto. Tutte punte di diamante provenienti dallo stesso distretto: Sicilia est, pendici etnee.

Ora, non occorre un genio per capire, in prospettiva, le ulteriori potenzialità che offre un territorio vulcanico come quello analizzato poc’anzi. D’altra parte, se un imprenditore toscano come Franchetti, si è preso il disturbo di scendere dal continente, c’è più di una buona ragione per valutarne il reale valore.
Oltre che dal punto di vista agricolo, questa area geografica meriterebbe di essere considerata alla stessa stregua di un asset finanziario (reale’ però), ancorché industriale, e con le prospettive economiche già viste. Lo so, può sembrare assurdo, ma provate a riflettere su una cosa: oggi, nel Mondo, siamo già oltre sette mld: quanti ne saremo tra 10/15 anni?
Quale ruolo, quale valore assumerà l’economia rurale per come la conosciamo noi?
Quanto si potranno apprezzare, nel frattempo, le nostre eccellenze, presumendo una considerevole crescita della domanda? 
Be’, senza fare troppi sforzi, un’indicazione di massima c’è già: dalla metà degli anni ’90, e fino a qualche anno fa, tra Umbria e Toscana, la terra è andata letteralmente a ruba, ed il vino era solo una tra le ragioni del crescente interesse. Inglesi, americani, russi e cinesi ne hanno fatto incetta al punto che, oggi, parlando di quelle zone, ci si riferisce indicandole come “Chianti shire”. Provate a chiedervi il perché!

«‘Amistad’ 2: prove tecniche per un nuovo esodo» Magreb e Medio oriente esplodono, ma l’Europa si traveste da struzzo.

L'Europa sospende Schengen
L’Europa sospende Schengen

Diciamoci la verità: il problema, fondamentalmente, è nostro. Diciamoci la verità, è la geografia che ci fotte: Balcani ad est e Magreb a sud. Giusto? Ok… Ma, altrettanto onestamente, tutti noi – i cosiddetti paesi sviluppati – dovremmo ammettere che, in queste terre, anche nel recente passato, non abbiamo fatto altro che succhiare risorse, sfruttare le loro ricchezze, impoverendoli, impedendo loro un oggettivo e salutare progresso. Dando inizio così ad una catena di eventi che oggi sfocia in una migrazione di massa, forse, fuori controllo. Di sicuro, sotto il controllo delle varie organizzazioni criminali. Ma veniamo a noi, alla situazione nel nostro Belpaese: facciamoci delle domande. Diamo pure un po’ di numeri: chi sono gli stranieri residenti in Italia? Qual è lo stato anagrafico del nostro Paese? Dove va l’immigrato? Quali sono le nazionalità più rappresentate? Si nasce o si muore di più?
Secondo me sono anche queste, per cominciare, le domande vere che bisogna porsi, prima di pensare di affrontare seriamente l’immenso esodo a cui tutta l’Europa è chiamata a rispondere. Ma che però, sino ad ora, solo l’Italia sta affrontando, peraltro nella maniera sbagliata. Il fatto è che, almeno per noi, la ‘questione migratoria’ non è mai stata analizzata concretamente: in tutti questi ultimi 20 anni, i vari governi che si sono avvicendati – da Destra a Sinistra – non hanno saputo fare altro che trovare temporanee ‘pezze a colori’, preferendo uno sterile atteggiamento egoistico; scegliendo, cioè, di concentrarsi solo sulle problematiche interne ai partiti. E mentro loro si preoccupano di restare attaccati col culo sui comodi scranni del Parlamento, ci pensa l’Istat a darci le risposte alle domande di prima.

Bilancio demografico al 31-12-'14
Bilancio demografico al 31-12-’14

Al 31 dicembre 2014, in Italia, si contano 60.795.000 (e rotti) residenti, di cui più di 5 milioni (8,2%) di cittadinanza straniera, con un saldo stabile. Il saldo complessivo vede un incremento minimo (+12.944 unità), che diventa negativo per la popolazione femminile (-4.082). Anche il saldo demografico (nati meno morti) ha registrato un valore negativo di quasi 100 mila unità, un picco mai raggiunto nel nostro Paese dal 1917-1918 (primo conflitto mondiale).
La diminuzione delle nascite non offre spunti rassicuranti: sono stati registrati quasi 12 mila nati in meno rispetto all’anno precedente. Stessa cosa per i nati stranieri (-2.638 rispetto al 2013), che comunque rappresentano il 14,9% del totale dei nati. Cresce anche l’invecchiamento della popolazione italiana: l’età media è 44,4 anni, ma la mortalità, per fortuna, resta stabile e con una lieve diminuzione dei decessi in valore assoluto (-2.380).
Il movimento migratorio con l’estero, nel 2014, presenta un saldo positivo pari a circa 141 mila unità, in diminuzione rispetto agli anni precedenti: tale movimento, sia interno che dall’estero, è indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro. In aumento le acquisizioni di cittadinanza: sono circa 130 mila i nuovi cittadini italiani (+29%) e sono circa 200 le diverse nazionalità presenti nel nostro Paese. Oltre il 50% (più di 2,6 milioni) sono cittadini europei: le nazionalità più rappresentate sono: la rumena (22,6%) e la albanese (9,8%).

Detto questo, però, al momento esiste una criticità a cui viene dato risalto essenzialmente attraverso i media, piuttosto che dai vari esecutivi europei. Ecco qualche eloquente esempio: «LE NAZIONI EUROPEE HANNO CHIUSO LE FRONTIERE!», si limitano a titolare i giornali. Per vendere! Le immagini di Roma, della Stazione di Milano e di Ventimiglia, invece, danno la misura, di quanto sia stata ignorata la gravità di ciò che accadeva appena fuori casa nostra. Ma il festival dei titoloni prosegue, ecco un altro esempio: «Francia, Germania etc etc, hanno sospeso Shengen…» In Spagna, frattanto, hanno votato per respingere i migranti. A Ventimiglia GIORNALMENTE vengono riportati in Italia i migranti che tentano di andare in Francia, coi gendarmi che li riaccompagnano alla frontiera.
Ora come ora, non è più questione di qualche unità o decine: serve un’azione decisa, un progetto concreto che, sinergicamente, ponga fine agli sperpetui, alle speculazioni. Che delegittimi l’influenze delle mafie sui mari. OCCORRE PRENDERE ATTO CHE FORSE, LA SOLIDARIETA’, DA SOLA, NON BASTA. CHE HA UN LIMITE:
e tu che cosa vuoi fare, Renzie?

“In vino veritas”: vinciamo contro tutti… di ‘lusso’!

Crescita, disoccupazione, credit crunch, sofferenze bancarie, crisi, consumi in calo… sono solo alcune delle parole che sentiamo ripetere ogni santo giorno dal 2008, quasi fossero un mantra.

Con alta gamma vinci di 'lusso'!
Con alta gamma vinci di ‘lusso’!

C’è, però, una verità che a tanti sfugge: l’Italia non è solo crisi, e ‘l’alta gamma’ ne è la prova. Soprattutto in un settore trainante, quello dei vini premium: basti pensare che, soltanto nel recente lustro appena trascorso, i vini ‘Supertuscan’ per dire, hanno registrato una crescita complessiva del 70%. Più in generale, invece, negli ultimi 25 anni, il valore dei vini degli altri competitors: Bordeaux, Borgogna, California, hanno registrato una crescita media del 12% annuo. E c’è un ultimo dettaglio ancora da considerare, che gioca a nostro favore: il numero di fornitori di queste pregiate bottiglie, intanto, resta limitato.
Invece di procedere con l’analisi dei numeri, ritengo utile approfondire il tema, rispondendo ad una domanda: che cos’è il lusso oggi, e come lo percepiamo? Ad essere sinceri, la vera domanda dovrebbe essere: nel Bel paese, il lusso, può avere una funzione sociale o è solo una nicchia? Be’, per oltre 50 anni i prodotti di eccellenza hanno avuto la funzione di alimentare il desiderio e l’aspirazione di crescita sociale. Questo processo sembra un po’ rallentato, ora. La crisi ha cambiato la percezione e il modo di consumare: siamo alla fine del ciclo acquisitivo, le persone non vogliono più comprare beni durevoli, mentre sono aumentati gli acquisti dei servizi. C’è stata cioè una smaterializzazione dei consumi: si passa dal possedere e dall’ostentazione, al desiderio di fare esperienze. Quindi, il prodotto di eccellenza, diventa così lo strumento con cui si realizza il desiderio di fare cose nuove. E questa tendenza si manifesta in vari settori: per esempio, nel turismo, gli alberghi a 5 stelle e oltre sono aumentati del 41%. I consumi alimentari degli italiani, in termini di valore reale, sono calati del 3% negli ultimi 2 anni, ma sono cresciuti i prodotti di qualità come quelli ‘tipici’ (+2%) e ‘bio’ (+10%).
Insomma, questo scarto culturale che ha prodotto un avvio di trasformazione nell’approccio al consumo, sta cominciando inizia a dare i suoi primi segni di vita. Chi può sceglie sempre più – con ritrovato buongusto – di orientarsi verso un appagamento che prenda le distanze dalla mera ostentazione. Nello specifico, le persone non rinunciano a un calice di vino d’eccellenza, specie se si tratta di prodotti made in Italy, dimostrando in questo segmento un rinnovato attaccamento.

Asset mondiale del vino
Asset mondiale del vino

A grandi linee, il segmento globale dei vini d’alta gamma, risulta sempre più apprezzato a livello mondiale: secondo Sotheby’s, nel 2014, i vini di pregio battuti nelle aste internazionali sono aumentati, in quantità e valore (+13%); in particolare, quelli italiani (+47%), hanno battuto i francesi (-1%) sui prezzi. Il trend è poi confermato anche da una ricerca presentata di recente dal Censis, secondo cui, non solo nella Penisola è cresciuta la spesa per il vino del 3,5% dall’inizio della crisi ma, nel complesso, il lusso si sta spostando dal possesso di beni di pregio a esperienze di assoluta qualità come, ad esempio: il soggiorno in una struttura esclusiva, una cena in un ristorante stellato, o l’acquisto di specialità enogastronomiche pregiate. E dunque, da questo punto di vista, per tutto il settore lusso o alta gamma- ivi compreso l’intero indotto – le prospettive sono più che rosee.
E’ mia modesta opinione che, in una nazione come l’Italia, caratterizzata dalla ampia diversità agroalimentare mediterranea, sarebbe di assoluta importanza strategica immaginare la creazione di distretti regionali dell’alta gamma e del lusso. Gioverebbe ulteriormente, al nostro PIL, quotare questi ultimi nelle principali borse delle economie emergenti asiatiche, del Pacifico e del segmento ‘Next 11’, futuri ed autorevoli drivers dell’economia mondiale. In effetti, già oggi si comportano come tali.
Un’ultima importante riflessione: la possibilità – attualmente disponibile seppur in maniera limitata – data ad un investitore privato (anche piccolo) di poter partecipare patrimonialmente con una quota del suo risparmio, al futuro sviluppo di questa asset, risulterebbe un’infallibile moltiplicatore di utili derivanti non da “rendite finanziarie parassitarie” (cit. G. Gekko) ma dalla sana crescita di un primario settore dell’economia reale, permettendo così non solo di creare valore, ma anche una disciplinata ed etica redistribuzione della nuova ricchezza prodotta in modo equo e proporzionato alle risorse investite.

«L’era del welfare ero(t)ico: quale scenario ci si presenta?»

Welfare equo-solidale?
Welfare equo-solidale?

L’ipotesi che possa esserci, all’interno del welfare tricolore, una parte di stato sociale a ‘luci rosse’ che generi gettito fiscale, non è un’idea così campata in aria. Di recente, una ricerca finalizzata ad individuare i numeri del mestiere più antico del mondo, ha rivelato che, nel business del sesso mercenario, in Italia ci sono grosso modo circa 70.000 unità operative (tra donne, trans e generi alternativi) impegnate in questo settore. Gli uomini sono esclusi da questo novero e, naturalmente, nella fattispecie, è escluso anche il settore dell’hard-core. Quindi, dicevo, 70.000 persone per una stima di circa 9.000.000 di ‘utenti’. Sì, lo so, suona strano sentire la parola utenti in un tale contesto, ma parliamo pur sempre di un fenomeno in cui si genera e si trasferisce valore; in cui c’è del denaro che ‘passa di mano’ a fronte di una richiesta di ‘servizi‘. Stiamo parlando comunque di un segmento in cui si sviluppa una precisa dinamica di domanda e offerta, quindi si tratta di un ‘mercato’ vero e proprio. E volendo applicare la teoria della ‘media del pollo’, il conto è bello che fatto: 9.000.000 di utenti, spalmati (passatemi il termine, ci sta tutto) su 70.000 ‘operatrici qualificate’, fa grosso modo circa 128 clienti a testa. N.B: 128 ‘clienti’, sono pur sempre 128 consumatori vi pare? Quindi, 128 ‘consumatori’ (a tutti gli effetti) in, diciamo, 25 giorni lavorativi… fanno la media di circa 5 ‘incontri’ quitidiani: be’, un bel logorio insomma. Il tutto, senza poter scioperare o ‘godere’ (anche qui, passatemela l’espressione: ci sta tutta) di ferie. E se questi numeri dovessero risultare definitivi, stiamo ragionando su un volume d’affari teorico di circa 270 mln€: secondo me sono un po’ pochini. Difatti, la mia prima riflessione è: 9.000.000 mi pare stima approssimata di parecchio per difetto. Ne consegue che, probabilmente, anche il numero potenziale di ‘esercenti’ il mestiere sia sottostimato. La seconda riflessione è: se dovesse diventare un’attività legale a tutti gli effetti, e quindi tassabile ed ‘imponibile’, chi fatturerebbe cosa e a chi altri? Inoltre: il contribuente, alla voce spese deducibili nel 730/740, quale prova dovrà produrre per dimostrare di aver ‘consumato’’? E nel dibattito parlamentare sull’eventuale riapertura di ‘case chiuse’, qualcuno ha preso in considerazione l’ipotesi che, le mogli degli ‘utenti’ che abbiano consumato, potrebbero a buon ragione incazzarsi come delle jene? Ma poi i veri dubbi sono: al giorno d’oggi, può esistere un’etica ‘cortigiana’ equo solidale? Può rappresentare una soluzione credibile?

Bello “passare dall’altra parte”: il fascino negli ‘accavallamenti’ di celluloide

Oddio, non sarà lo stesso apprezzamento riservato all’accavallamento delle splendide gambe di una signora, ma l’interesse c’è, eccome. Una voglia matta di ‘intrecci’ da pellicola: il vero nome, però, è Crossover!
Cominciamo con ordine: cos’è un crossover? In poche parole, è l’episodio di una fiction, il capitolo di un film o videogioco, parte di una serie in cui la trama si ‘intreccia’, appunto, con uno o più episodi di un’altra serie.
Insomma, si tratta di unire due o più ambientazioni diverse, in un’unica narrazione; una tendenza, oggi, molto diffusa ed apprezzata dalle platee. Il cinema, poi, è pieno zeppo di ‘crossover’: è divertente assistere alla citazione di un film dentro un altro film, perchè è un mezzo che cancella un pò quelli che sono i confini tra i ‘mondi finizionali’.
Voglio dire, ciò che viene mostrato nel film non è necessariamente l’unico mondo presente: in parallelo ce ne sono altri. Esempio lampante, ‘Alien Vs Predator’ o ‘Freddy Vs Jason’: personaggi che l’uno con l’altro non dovrebbero avere nulla a che fare, ma che ritroviamo insieme in una storia. Quindi, per farla in breve e concludere, si potrebbe dire che, i mondi dai quali i personaggi vengono fuori, non sono uno l’esclusione dell’altro, ma esistono in contemporanea: talvolta paralleli, ma altre volte in intersezione.

Fascino da 'crossover'
Fascino da ‘crossover’

«E’ sindrome da ‘pianto greco’? Poche significative cifre su un ‘fallimento’ urbano»

Il difficile momento, nella stagione 2014-’15 della Pasta Reggia, inutile nasconderselo, passa senza dubbio anche per il dramma socio-economico-occupazionale di Caserta e provincia. Uno stallo che appare irreversibile, se non addirittura destinato ad un ulteriore deterioramento. Mi spiego…

Caserta, 104^ in una classifica di 107 comuni italiani.
Caserta, 104^ in una classifica di 107 comuni italiani.

L’indagine del Sole24Ore – puntuale ogni fine d’anno – conferma che, su 107 comuni ‘verificati’, Caserta si attesta al 104° posto in classifica, in perdita di una posizione. Senza considerare che, oltretutto, Caserta è un comune in dissesto finanziario. Meglio di noi, addirittura Avellino e Benevento. Allora, in un tale quadro deprimente non riesco a spiegarmi una cosa: che senso ha oggi, a Caserta, insistere nel coinvolgimento della politica nelle difficoltà agonistiche. Cosa si spera, concretamente, di ottenere? Quale credibilità? Quali utili proposte da quella sponda?

La ricerca del Sole24Ore, però, non finisce qui, e c’è altro su cui riflettere:
– il tasso di occupazione sfiora il 40%. Vuol dire che c’è un potenziale 60% senza reddito (attenzione, da considerare i percettori di reddito ‘a nero’), quindi un esercito di gente che NON consuma. Consideratene le implicazioni;
– Caserta è ultima per presenza di asili, sostegno all’infanzia e/o servizi equipollenti. Senza tener conto delle famiglie aventi diritto, ad es: le cedole librarie, che non saranno mai incassate per mancanza di fondi. Senza tener conto dei tanti debiti che la ‘municipalità’ ha contratto con il sistema impresa, ad oggi ancora insoluti; a meno che il creditore non accetti l’abietta proposta di scontare del 50% le proprie spettanze;
– Caserta è tra le ultime in classifica, tra le peggiori città italiane per qualità di vita e condizioni economiche generali. Strade piene di buche, mediocre smaltimento dei rifiuti, enormi difficoltà nel riconoscimento dei sinistri in cui è responsabile la Città. Le aliquote IMU, e degli altri tributi locali, ai massimi di sempre anche in ragione del già citato dissesto. E mi fermerei qui: i dati condivisi penso siano già sufficienti per procedere a delle considerazioni sul futuro della città e della nostra provincia. Proviamo a rifletterci facendo un semplice gioco di ruolo;
mettiamoci nei panni di un imprenditore che vorrebbe investire. Secondo voi, quali concreti vantaggi ci sarebbero a scommettere geograficamente su di noi? Quali le garanzie da parte di istituzioni e fiscalità? Insomma, quali potrebbero essere le sue ‘motivazioni d’acquisto’ a bocce ferme? A mio modesto parere, ve ne sono pochissime.
E sfido chiunque a dimostrarmi il contrario; un’economia in pieno stile feudale, quasi oligarchica, che tiene fuori giovani e idee vincenti. La débâcle della pallacanestro è solo la cuspide, la punta estrema di un declino iniziato già molto tempo prima. Impossibile, per un uomo solo, pensare di far fronte ai costi di una stagione professionistica. L’attuale ‘Proprietà’, ed il main sponsor Pasta Reggia, non possono da soli sostenere la competizione nella massima serie, garantendo qualità del gioco. Difatti stavolta si è toppato di brutto, e si è dovuto mettere di nuovo mano al portafoglio per rimediare ad una pessima campagna acquisti.
Francamente, non so fino a che punto la Proprietà sia in grado di tenere banco anzi, ad un certo punto credo si debba fare anche un ragionamento di etica d’impresa. Cioè, a conti fatti, tra risorse destinate al basket e ritorni in termini di risultati, il saldo è positivo? Vale la pena proseguire? Le risposte possono arrivare solo da chi ci mette la grana; io posso solo supporre che, in questi giorni, la Proprietà si interrogherà a dovere.
Ultima cosa e concludo: chi mi conosce sa come la penso; a mio avviso, la soluzione per la ‘continuità’ ed un salto di qualità, passa per la creazione di una piattaforma polisportiva che contenga Basket, Volley e Calcio locale. Un modello che preveda sinergia fra: tifosi/soci, imprese locali e servizi integrati con alto valore aggiunto. Senza questo ‘patto’ economico-agonistico-sociale, non credo possa esserci una nuova alba. Il mio più intimo auspicio? “Volalto JuveCasertana!..”