«A.D. 2016: sarà un’altra…‘grande scommessa’?»

Sistema banche oggi
Sintesi grafica del ‘sistema’ banche!

E’ inevitabile, a mio avviso, guardare alla volatilità dei mercati da inizio anno, e non correre con la memoria ai (mis)fatti che scatenarono la crisi sistemica nel 2008. La foto scelta per questo articolo è più eloquente di mille parole e fotografa la ‘singolarità’ del momento: è la perfetta sintesi di un precario equilibrio. E ti viene subito in mente una domanda: ma cosa è cambiato dal 2008? La risposta, purtroppo, è: niente! Ad essere del tutto onesti, sorge spontanea anche un’altra cosa: collegare tutto alla trama de “La grande scommessa”. Ma che cos’è? Di che parla? Chi l’ha scritta? Provo a riassumerlo in poche parole: dunque… Io non ho letto il libro (lo farò), ma il film l’ho visto e m’è piaciuto. Anzi, lo rivedrò, perché la prima volta l’ho seguito con troppa “avidità”. L’ho trovato avvincente, divertente e per nulla banale. Un adattamento provocatorio e brillante: come funzionano certi meccanismi della finanza? Come fa, Wall Street, ad essere dannosa e distorta? Interessante (e necessario) il lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi; la finanza (anche quella ‘sporca’) è un argomento arduo, nell’ottica di intrattenimento della platea. E per renderla più umana o percepibile, si deve lavorare sugli eccessi dei vari personaggi, spettacolarizzandola. Insomma: due abbondanti ore (e qualcosa in più, pure), che io raccomando fortemente. Il film sarà molto apprezzato da quella fetta di pubblico più attenta (che non credo sia marginale), che saprà senza dubbio riconoscere quella ‘asimmetria’ – offerta dalla sceneggiatura – che emerge tra realtà e narrativa. Inoltre, è la prima volta in cui – in una trama adattata a ‘Wall street’ – si racconta di uno ‘short contrarian’. Ossia: un gruppo di investitori, davvero molto ‘smart’, che scommettono contro un apparato artificiosamente asserragliato su posizioni ‘lunghe’, e sin troppo ottimistiche. Sostenuti posticciamente da discutibili rating primari. Forse, nella storia del cinema dedicato a Wall street, abbiamo un solo unico esempio di ‘contrappasso’ (per contrasto) del ‘rischio specifico’: “Forrest Gump”, il più grosso paradosso finanziario. La storia di un ragazzo, niente affatto smart, che diventa miliardario utilizzando i suoi soldi nell’acquisto di una singola azione: quella della “Grande Mela”, quella di Steve Jobs però.
«[…] Finanziariamente parlando, è il risultato superfortunato di una follia. Ma non impossibile nel mondo della finanza dove tutto è possibile…» Così, giusto per citare l’illustre recensione del dott. Marco Liera. Il film prende spunto dall’omonimo libro: “The bigshort’-Il grande scoperto”, scritto da Michael Lewis. La trama ruota intorno ad un giovane medico, il dott. Michael Burry, e all’incerdibile intuizione che ebbe, e che finì per contagiare altri professionisti della finanza: alcuni già affermati, alcuni in ‘erba’, altri decisamente ‘corsari’. Ma chi è Burry? Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, Michael è un giovane medico californiano che passa tra le 13 e le 16 ore a lavorare in ospedale e, tra l’una e le tre della notte, soffrendo di forti disturbi del sonno, legge libri sugli investimenti, sua vera passione. Quelli sono gli anni del boom delle ‘dot-com’ e di Internet: tutti impazzivano ed impazzavano sulle piazze finanziarie, e qualcuno ci si arricchiva pure. Burry, invece, era “contrarian” per inclinazione, e disapprovava quella facilità di guadagno. Quindi, nel poco tempo libero a disposizione, preferiva approfondire le strategie di ‘Value investing’ -ricerca delle cosiddette azioni ‘a sconto’, rispetto al prezzo di mercato- (quell’approccio al mercato del rischio, che prevede una severa selezione di titoli azionari, partendo da solidi fondamentali, con elevata probabilità di creare valore nel medio-lungo periodo), osservando a 360°. Poi, coi primi risultati e con la crescita del consenso, esplose letteralmente anche attraverso il suo blog; proprio quel suo blog, gli fece da trampolino di lancio. E poiché si divideva tra corsie d’ospedale ed investimenti notturni già da un pezzo, un bel giorno abbandonò il camice e fece il suo grande passo, e fondò la sua società di investimenti, la “Scion Asset Management”: una vera garanzia; il bello, però, inizia nel 2003. Quell’anno, Michael inizò a studiare un mercato ai più sconosciuto: il ‘subprime market’. Questo mercato è stato il pilastro di un grande imbroglio, la causa della più grande crisi finanziaria dopo il ’29. In poche parole, le principali banche americane cartolarizzavano i crediti sui mutui ipotecari concessi a “soggetti” non di primario merito creditizio, per poi rifilarli a tutto il mondo con rating di AAA, che è il massimo della scala di valutazione. Tra il 2003 ed il 2007, dal suo piccolo ufficio, si mise ad analizzare migliaia di mutui subprime e di prodotti finanziari collegati, e piazzò una mega scommessa contraria (short) su questi prodotti, impiegando gran parte dei fondi di Scion su questa operazione, trovando la più ampia contrarietà dei suoi investitori. Michael contro il parere della maggior parte dei suoi investitori, tenne la barra dritta e mantenne gli investimenti in portafoglio, noncurante di quello che dicevano i media, gli analisti ed i gestori del settore: “il mercato immobiliare americano non sarebbe mai crollato…” etc etc. Nel 2008, allo scoppio della più grande crisi finanziaria mondiale, Burry chiudeva il suo ‘scoperto’ realizzando un profitto personale di 100 milioni di dollari, e 700 milioni di dollari di profitto per gli investitori, con un ritorno del 489% sull’investimento tra il 2000 ed il 2008. Nello stesso periodo la performance dell’S&P 500 fu del 2%. E, come direbbe il buon Gordon Gekko: “L’avidità è sempre più avida e vince…” Per ora.

In conclusione: tornando al titolo iniziale, con questo articolo non ho voluto né fare un riassunto del film né una sua (ennesima) recensione. Semplicemente, partendo dallo spunto di fatti realmente accaduti, la mia intenzione era mettere a confronto due diversi momenti, due diverse crisi, per capire si ci possano essere analogie e, nel caso, provare a cercare spunti per agire con l’obiettivo di tutelarsi. Il denominatore comune tra le due crisi c’è e sono le banche. Ancora. E, in effetti, riflettendoci, l’unica arma per subire il meno possibile gli effetti di questa crisi, è l’informazione, accompagnata da una solida Consulenza. Qualla con la C maiuscola. Possibilmente Indipendente. A mio modesto parere, non siamo in una fase di ‘sell-off’, ma piuttosto di riduzione degli asset sopravvalutati -detti anche ‘deleveraging’. Quindi, non una fuga dal ‘reddito variabile’ in senso stretto, ma solo un violento repulisti. Certo, in una fase del genere crolla tutto, ma non tutto è fuffa. Chi ha operato scelte ‘value’, o comunque sostenute da oggettive probabilità di crescita, non sarà tradito dal mercato. Purché, però, si rispetti quella scadenza imprescindibile chiamata orizzonte temporale. E chi è stato attento a non partire in ‘quarta’, sedotto da facili profitti, oggi -ma ancora per un po’- ha l’occasione di sfruttare i ribassi, facendo di necessità virtù. E’ un’opzione che paga sempre.
Un piccolo consiglio: momenti come questo, sono perfetti per piani di accumulo!

 

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«L’ombra dell’oblio»

Ok lo ammetto, sembra il titolo di un film del terrore vecchio stile, o di un racconto gotico romantico: alla Byron o Poe, per intenderci. Invece no: è un focus sullo straordinario lavoro editoriale di Carlos Ruiz Zafon: quello dedicato a Barcellona ed al ‘Cimitero dei Libri Dimenticati’.

La biblioteca dei libri dimenticati
La biblioteca dei libri dimenticati

Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere ilCimitero dei Libri Dimenticati’. Erano le prime giornate dell’estate 1945 e noi passeggiavamo per le strade di una Barcellona prigioniera di un cielo grigiastro e di un sole color rame che inondava di un calore umido la rambla di Santa Monica”.  Ma come è nata, nella mente dell’autore, questa tetralogia? Quali sono le origini? Da dove prese lo spunto per avviare questa fortunata serie narrativa?
Il motore di tutto, pare, sia stato l’interesse per il fenomeno della distruzione del ricordo. Ce lo racconta lo stesso autore in un’intervista:
«[…] Anni fa, ero in California, a Los Angeles. All’epoca, lì sembrava ci fosse la tendenza a cancellare tutto, ogni ricordo. Ma c’erano anche numerosi negozi di libri di seconda mano (un autentico fenomeno lì). Per lo più, però, le trovavi vuote e quindi, per non pagare alti affitti, si collocavano in luoghi insoliti ed angusti, tipo caverne. Tutto questo si è poi cristallizatto nella metafora della biblioteca dei libri perduti di Barcellona. Ecco perché, ero e sono convinto che, siamo ciò che ricordiamo: meno ricordiamo meno siamo. Da tutto ciò, nasce l’importanza del ruolo svolto nella trama da quel santuario dei libri.»
– Quale struttura hai immaginato per questo tuo complesso lavoro?
«L’idea che avevo, per concepire una trama sul ‘Cimitero dei Libri Dimenticati’, era troppo maestosa per essere contenuta in un unico libro: ne avrei ottenuto un libro troppo grande, in cui avrei rischiato di sciupare il valore che invece volevo esaltare. Per questo, ho pensato a una tetralogia, ed ho deciso di separarlo in quattro momenti diversi. Volevo che fosse una sorta di labirinto con porte comunicanti; un progetto che doveva assomigliare ad un puzzle, ma concepito in moda tale che, da dovunque si iniziasse la lettura, potesse sempre andare bene. Ciascun libro, poi, avrebbe avuto un suo preciso territorio ed un suo narratore. In L’ombra del vento c’è Julian Carax, ne Il gioco dell’angelo David Martín, ne Il prigioniero del cielo c’è ancora Martín, ma è come se scrivesse Fermín
– Chi, o cosa, avrebbe dettato i ritmi nei vari capitoli della trama?
«In sintesi, L’ombra del Vento si incentra sul malinconico Daniel, ma c’era anche Firmin, il personaggio divertente, il contraltare, il personaggio picaresco, il matto che dice la verità. Ecco, Firmin non rivela i suoi segreti fino a Il prigioniero del Cielo, in cui scopriamo perché lui sia così. E c’è, poi, l’ispettore Fumero, un personaggio orribile.
Il gioco dell’Angelo è essenzialmente la storia di un uomo che perde il senno, vede la realtà sbiadire sotto i suoi occhi e cerca di recuperare il senso della realtà.»
– Qual è l’elemento principale su cui far ruotare l’intera saga?
«Il tema di fondo, in tutta l’opera, è la memoria. Essa, però, è labile e selettiva: vale a dire che ricordiamo ciò che serve per sopravvivere, ma rimuoviamo ciò che ci addolora. La memoria ci mette davanti allo specchio e ci fa capire chi siamo. Prendiamo ad esempio la mia Spagna… dopo la nostra tragica Guerra Civile, ne è seguito un lungo periodo di silenzio, con la gente che non voleva ricordare. Quando, poi, è arrivata la democrazia ci si è chiesti se bisognasse recuperare la memoria e riaprire le ferite, o se fosse preferibile, come è stato fatto, fare il patto del silenzio; e nuovamente si è tirato avanti, nonostante le voci dissonanti. Ed è appunto questo il mio primario obiettivo: riallineare le voci alla memoria. Cioè, spero che i miei libri aiutino il lettore a porsi delle domande: finita la storia, dovrebbe rimanere la voglia di sapere, nooo?»
In definitiva, il ‘ciclo di Barcellona’, ci appare come un complicato gioco di incastri in cui, se segui l’ordine cronologico della pubblicazione, ne ottieni un senso, ma non è importante iniziare per forza dal primo libro. Insomma, si potrebbe considerare questa tetralogia come se fosse uno spartito musicale, ma con una speciale caratteristica:
a seconda del momento in cui si fa ingresso nella lettura, si ha una percezione diversa dell’intera opera. Quasi come se, a turno, i personaggi prendessero in mano un microfono e si mettessero a cantare da solisti.

Il ciclo su Barcellona
Il ciclo su Barcellona

“[…] Dall’atrio, immerso in una penombra azzurrina, si intravedevano uno scalone di marmo e uno scalone affrescato con figure di angeli e di creature fantastiche. Seguimmo il guardiano fino a un ampio salone circolare sovrastato da una cupola da cui scendevano lame di luce. Era un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalla dalla geometria impossibile. Guardai mio padre a bocca aperta e lui mi sorrise ammiccando:
«Benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, Daniel.»”

Bello “passare dall’altra parte”: il fascino negli ‘accavallamenti’ di celluloide

Oddio, non sarà lo stesso apprezzamento riservato all’accavallamento delle splendide gambe di una signora, ma l’interesse c’è, eccome. Una voglia matta di ‘intrecci’ da pellicola: il vero nome, però, è Crossover!
Cominciamo con ordine: cos’è un crossover? In poche parole, è l’episodio di una fiction, il capitolo di un film o videogioco, parte di una serie in cui la trama si ‘intreccia’, appunto, con uno o più episodi di un’altra serie.
Insomma, si tratta di unire due o più ambientazioni diverse, in un’unica narrazione; una tendenza, oggi, molto diffusa ed apprezzata dalle platee. Il cinema, poi, è pieno zeppo di ‘crossover’: è divertente assistere alla citazione di un film dentro un altro film, perchè è un mezzo che cancella un pò quelli che sono i confini tra i ‘mondi finizionali’.
Voglio dire, ciò che viene mostrato nel film non è necessariamente l’unico mondo presente: in parallelo ce ne sono altri. Esempio lampante, ‘Alien Vs Predator’ o ‘Freddy Vs Jason’: personaggi che l’uno con l’altro non dovrebbero avere nulla a che fare, ma che ritroviamo insieme in una storia. Quindi, per farla in breve e concludere, si potrebbe dire che, i mondi dai quali i personaggi vengono fuori, non sono uno l’esclusione dell’altro, ma esistono in contemporanea: talvolta paralleli, ma altre volte in intersezione.

Fascino da 'crossover'
Fascino da ‘crossover’

«Te la do io la “crisi”: la finanza sporca nelle fredde parole di Gekko»

(Grazie infinite ai potenti mezzi della rete ed a quei Bloggers che con grande abnegazione,
scelgono di condividere le loro illuminanti idee)

Il denro non dorme mai
Il denro non dorme mai

Parte prima: introduzione:

Faccio una debita premessa, prima di affrontare l’origine della crisi. Tutto ebbe iniziò così, attraverso il “sermone” di un’icona hollywoodiana che rispondeva al nome di Gordon Gekko: «L’avidità, non trovo una parola migliore, è valida! L’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità, in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. E l’avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la vostra compagnia, ma anche l’altra disfunzionante società che ha nome America
Un monologo passato alla storia, recitato nel bel mezzo di un’assemblea degli azionisti in cui, un giovane ed implacabile miliardario, sferzava un comatoso CDA umiliandolo, facendo presente che – tutti assieme, quei vice presidenti – possedevano meno del 3% del capitale della compagnia. Avidità, dunque… lo speciale ingrediente da mescolare al propellente che avrebbe alimentato quell’eccezionale meccanismo conosciuto come economia americana. 
Nelle parole del sempre lucido e spietato miliardario, nato da un’intuizione di Oliver Stone nel 1985, la condizione essenziale per un’economia che prometteva prosperità e benessere diffuso. Ma che rivelava, per contrappasso, anche le basi di un’incontrollata deregulation del sistema bancario e finanziario, benché – quelle stesse basi – fossero ben dissimulate da un ciclo di crescita generale e mercati finanziari in continua espansione. Le stesse basi, che ci hanno condotto sino al tragico epilogo della crisi attuale. 
Terminata questa breve premessa, arriviamo al nocciolo della questione: vi siete mai chiesti come sia stato possibile arrivare a tanto? Come è stato possibile arrivare a mettere in discussione le più elementari certezze ed i fondamenti stessi dell’economia, nonché taluni diritti naturali acquisiti?
Ok, se non lo avete mai fatto non sentitevi colpevoli, ci proverò io fornendo una serie di tracce concrete; proverò a coinvolgervi nella riflessione, anche perché non è più possibile ignorare la situazione. Tenterò di ripercorrere, cronologicamente, tutte le tappe che hanno dato vita all’attuale dramma socio-economico, vera piaga di inizio terzo millennio. Una successione di azioni e reazioni che hanno avuto, come unico risultato, la creazione di un imprevedibile abominio: “la generazione dei tre niente”. Ossia: niente lavoro, niente reddito, niente risorse e forse… nessun futuro!
Questo mio sforzo, però, sarà condiviso dall’autorevole voce di uno specialista in cinismo ed avidità nei profitti: Gordon Gekko. Egli, grazie al suo freddo e pragmatico approccio, nonché alla sua lucida analisi, ci aiuterà a comprendere, anche con un linguaggio abbastanza semplice, il perché e la gravità di tutte le scelte che hanno dato vita alla più tragica crisi dalla “grande depressione.” Il bisogno scoprire le ragioni più nascoste, unitamente alla volontà di condividere le mie più tetre inquietudini, mi hanno spinto ad immaginare questo improbabile colloquio virtuale con un moderno mito di celluloide. Dunque, raccogliamo con piacere la versione di Gekko. Lasciamoci rapire dal fascino delle sue parole che, c’è da scommetterci, saranno anche al vetriolo!

Parte seconda: l’intervista:

«Signor Gekko, grazie per il suo intervento. Ci vuole regalare una delle sue celebri citazioni per introdurre l’argomento?»
«Sono io che vi ringrazio per questa originale intervista, perchè mi date l’opportunità di prendermi una rivincita su chi, in passato, non ha esitato a mettermi “alla sbarra”. Lei mi consente di denunciare tutte le nefandezze perpetuate negli anni da banche, assicurazioni e affini. E sì, in effetti ho una frase proprio adatta all’uopo: “Il più ricco 1% del paese possiede metà della ricchezza del paese: 5 trilioni di dollari. Un terzo di questi viene dal duro lavoro, 2/3 dai beni ereditati: interessi sugli interessi accumulati da vedove, figli idioti, e dal mio lavoro: la speculazione mobiliare-immobiliare”. E questa, era la situazione dell’America nel 1986!»
«Con questo, lei vuol farci capire che niente o poco è cambiato?»
«Esatto amico, è tutta una stronzata! Lì fuori c’è quasi l’80% degli americani che è nullatenente o quasi. Tutti quei trilioni di dollari in mano a pochi ricchi, sono come parassiti e non generano valore per nessuno, tranne che per noialtri ricchi. Già, perché fra costoro… ci sono anch’io. Come dire: io non creo nulla, perchè non produco. Io, semplicemente, posseggo!»
«Chiarissimo! Ma tutto questo come impatta con la crisi che stiamo vivendo ora? Quali le implicazioni nella quotidianità?»
«C’entra eccome! E’ sempre tutto in funzione dell’avidità. Ora, però, non voglio ripetere quel monologo, anche perché sono sicuro che lo farai tu stesso. Tuttavia, è innegabile come l’avidità – ancora oggi – condizioni scelte e mercati.»
«Potrebbe essere più chiaro, signor Gekko?»
«Certo! E mi fa piacere che usi Signore e non Mr; è molto più gradevole all’orecchio. Dunque, dicevo dell’avidità oggi. Ebbene… qui ci vuole un’altra mia eloquente citazione: signori e signore che leggerete queste pagine, dovete sapere che il 40% di tutti i profitti societari americani, un po’ prima della crisi, era costituito da proventi finanziari, non dalla produzione o da qualcosa che avesse a che fare con le necessità delle persone. La verità è che ci siamo tutti dentro: banche, consumatori. Tutti muoviamo la giostra dei soldi. Prendiamo un dollaro, lo pompiamo di steroidi e lo chiamiamo “leva finanziaria”. Io, che invece sono più diretto ed ho imparato ad essere molto più sincero, preferisco definirlo Finanza dopata!»
«Quindi lei sostiene che, la leva finanziaria, come espressione più moderna dell’avidità, sia alla base del disastro mondiale?»
«Proprio così! Una sgradevole alchimia, ma è solo un punto di partenza. Dobbiamo considerare le responsabilità indirette, anche dal punto di vista del consumatore/contribuente.»
«Cioè, lei dice che anche le persone sono colpevoli?»
«Certo, che sì! Ci sono responsabilità estese; anche le famiglie, i liberi professionisti, la politica: tutti hanno recitato una parte in questo mega imbroglio, più o meno indirettamente. Mi spiego meglio: è l’avidità che spinge i genitori, gli avvocati, le famiglie con due buoni redditi, a chiedere un mutuo di 250.000 dollari sulla casa che ne vale 200.000 e, con quei 50.000 extra, correre al centro commerciale a comprare la tv al plasma, l’ultimo cellulare o il computer. E, già che ci sono, anche un suv. E perchè no: anche la seconda casa? In effetti, conviene. Insomma, lo sappiamo tutti che il prezzo delle case, in America, sale sempre. Giusto? Ed è l’avidità che ha spinto la FED a ridurre il tasso di interesse all’1% dopo l’11 settembre, perchè tornassimo tutti a fare shopping. Ora è chiaro il ruolo che tutti noi abbiamo avuto, mio caro? A proposito, ti secca se ti chiamo così?»
«Niente affatto, ma preferirei essere chiamato col mio nome; comunque il suo concetto è chiarissimo. Però mi chiedo: con tutti questi bravi economisti sparsi in giro per il mondo, possibile che nessuno abbia presagito alcunché? Nessuno che avesse percepito oppure cercato un segnale di preallarme?»
«Caro Carmine – un po’ complicato il tuo nome da pronunciare – come già dissi più di cinque lustri fa, in occasione della mia prima apparizione sul grande schermo, in tutta franchezza… i più di questi laureati ad Harvard non vale un cazzo! Oggi serve gente povera, sveglia ed affamata. Senza sentimenti. Una volta vinci e una volta perdi; ma continui a combattere. E se vuoi un amico, prendi un cane!»
«Be’, ricordo questo suo adagio. E sì: riconosco che il mio nome risulta poco pratico per voi anglosassoni. Adesso, tornando alla crisi attuale, potrebbe riassumerne le varie fasi in modo che a tutti risulti chiaro? Potrebbe rispondere a quest’ultima domanda?»
«Con vero piacere, Carmine. Dunque, dal mio punto di vista le cose stanno più o meno così… te le sintetizzo. In parole povere, quella che in origine si considerava una crisi puramente finanziaria, in realtà, si è rivelata essere una crisi sistemica, con radici ben più profonde. Le sue motivazioni, fra le altre cose, sono più strutturalmente connesse alla difficoltà progressivamente aumentata, nell’ultimo trentennio per le economie sviluppate, di equilibrare le crescenti capacità produttive con una domanda effettiva adeguata (cioè corredata di mezzi di pagamento).
Tutto ciò non ha fatto altro che mettere in evidenza luci ed ombre dell’economia reale (la varietà delle attività economica direttamente collegata alla produzione e alla distribuzione di beni e servizi) e dell’economia finanziaria (i soggetti e prodotti della finanza), nonchè delle correlazioni fra queste variabili. Infatti, l’economia finanziaria (il cui ruolo si è andato rafforzando a partire dagli anni ’80), pur non producendo nulla di tangibile, sembra essere diventata essenziale per il reperimento dei capitali destinati al funzionamento di un’attività economica reale. In buona sostanza, il settore finanziario, dovrebbe essere funzionale all’economia, non viceversa. Alla fine, abbiamo confuso i fini con i mezzi. E la suddetta confusione, ha portato ad un uso sempre meno appropriato della finanza. E così, la crisi, si accende e si propaga attraverso sentieri che sono al di fuori degli organi di controllo e vigilanza. Si assiste ad un eccessivo ricorso all’indebitamento, un’evidente sottocapitalizzazione di alcune istituzioni finanziarie, una crescita spropositata del valore di mercato dei cespiti patrimoniali, con conseguente erogazione dei mutui sulla casa (in particolare di mutui sub-prime concessi senza una verifica attenta delle garanzie dell’acquirente e garantito da enti esterni), nonchè ad errori nella conduzione della politica monetaria e finanziaria americana.
Poi, le banche americane, sull’onda del trend crescente dei prezzi delle case, iniziano ad erogare con molta leggerezza i mutui, sovrastimando il valore delle stesse. Erano convinte che, così facendo, in breve tempo sarebbero riuscite a rientrare dei prestiti concessi. Le persone, indotte anche dalla politica monetaria della Fed (che aveva appunto ridotto i tassi d’interesse), approfittano della situazione chiedendo mutui forti e, più in generale, accedono con troppa disinvoltura al debito.
Tuttavia, a seguito della decisione della Fed di aumentare i tassi per far fronte alle previsioni di crescita dell’inflazione, le famiglie americane che avevano sottoscritto un mutuo subprime, non sono più in grado di pagare le rispettive rate (con l’aumento dei tassi d’interesse, il costo del denaro sale e i mutui a tasso variabile schizzano verso l’alto). Ed a causa di ciò, gli istituti di credito furono costretti a confiscare le case e a metterle all’asta, al fine di ripagare, senza successo, il debito. Ed ecco, allora, che – all’esplosione dello scandalo sub-prime – spuntano fuori anche delle siglette inquietanti: CNO, CDO, SIV, ABS. Acronimi che hanno solo un comune denominatore: ADM armi di distruzione di massa. E non è una provocazione definire i prodotti della moderna ingegneria finanziaria, “armi di distruzione di massa”.»
«Certo, perché allo svilimento di quegli strumenti speculativi ne è derivato l’indebolimento patrimoniale delle persone. Ad esempio: perdita della casa.»
«Giusto, e qualche volta perdi anche la moglie. Ma questa è un’altra storia, procediamo con ordine. La scintilla, da cui poi si è innescata una reazione a catena tale da scatenare la madre di tutte le crisi, è stata la mancanza di controllo dei derivati (che si celano dietro alle suddette siglette) che, senza le opportune limitazioni, si sono diffusi nel mondo. In maniera virale ed irreversibile, ma sarò più chiaro su questo aspetto tecnico. Per cercare di rendere più compresibile quanto accaduto è necessario aprire una breve parentesi. In sostanza, nel loro ruolo di intermediari, le banche, sono solite farsi “prestare” i soldi dai depositanti, per poi prestarli, a loro volta, a chi si rivolge ad esse per un finanziamento (lucrando, tra le altre cose, sulla differenza fra gli interessi pagati ai depositanti e quelli pagati dai prenditori di fondi). Poi, per effetto del cosiddetto moltiplicatore del credito, anche i soldi che le banche danno in prestito, ritornano in tutto o in parte nei depositi delle stesse. Tuttavia, gli istituti di credito, non soddisfatti di ciò, per moltiplicare ancora di più le loro possibilità di erogare prestiti (visto che nel caso dei mutui sulle case, si tratta di prestiti di lunghissima durata, che tengono bloccate le risorse delle banche anche per decenni) si sono inventati nuovi strumenti finanziari. Nello specifico, i più produttivi nella creazione di questi strumenti della “economia di carta”, sono gli USA e la City londinese. Così, nel perseguimento di tale obiettivo, in assenza di un’adeguata vigilanza, i mutui vengono cartolarizzati (cioè trasformati da debito o attività illiquida, in uno strumento vendibile sul mercato) dalle banche in obbligazioni con diversi gradi di rischio. Poi, quei titoli atipici, vengono incorporati in altri ‘pacchetti’ finanziari (le cosiddette salsicce finanziarie), a loro volta convertiti: in obbligazioni strutturate denominate CDO (Collaterized Debt Obligations), che rappresentano una particolare tipologia di ABS (Asset Backed Securities, titoli garantiti da altri titoli); oppure in “obbligazioni garantite da attività”, vendute poi a fondi o a privati, con l’obiettivo di rientrare subito del capitale prestato.
In pratica, i mutui sono stati impacchettati con diversi altri debiti. Questi “pacchetti” di debito tossico, sono poi stati spezzettati in blocchi di diverso rischio (generando una stratificazione multi-livello dei rischi) e nuovamente impacchettati in altri prodotti finanziari (tutto questo ha il retrogusto amaro di un bel pacco, doppio pacco e contropaccotto) e poi rivenduti sui mercati finanziari, causando il contagio all’intera finanza mondiale.
Nell’ambito di questo sistema bancario ombra, “parallelo” a quello più tradizionale, vengono create le SIV (Special Investment Veihicles, nate nel 1988 ad opera di due banchieri usciti da citigroup), delle società veicolo che, essenzialmente, servono alle banche per portare fuori dal bilancio, i CDO e strumenti affini, riducendo così il fabbisogno di mezzi propri (patrimonio netto), imposto dalle regolamentazioni vigenti. Le SIV, autentiche regine di una finanza ombra, in sintesi, raccolgono dalle banche gli investimenti illiquidi e li portano fuori emettendo a loro volta altre obbligazioni (in pratica un altro pacco).
Ora, mentre nel sistema bancario tradizionale, la provvista a breve termine, si realizza attraverso strumenti come: commercial paper o cambiali brevi, su cui viene corrisposto un interesse un po’ più alto rispetto a quello interbancario, per poi rinnovare tutto a scadenza, nel “sistema ombra”, le SIV, operano con una leva di 12-15 volte superiore ai mezzi propri, lucrando sulla differenza tra il tasso d’interesse a breve che paga sulle sue commercial paper, ed il tasso d’interesse a lungo termine percepito sui prestiti che la banca ha girato. Ma, come se non bastasse, in questa “zona d’ombra” della finanza, ormai fenomeno di portata mondiale per effetto del processo della globalizzazione, oltre alle società veicolo, troviamo anche i fondi comuni d’investimento di tipo speculativo, in gergo tecnico “hedge funds” (la cui caratteristica è quella di usare sregolatamente l’effetto leva: piccola quantità di capitale proprio e grande ricorso all’indebitamento bancario), ed una serie di altri prodotti artificiosi dell’ingegneria finanziaria.
Quindi, per farci credere che ci si trova di fronte ad un buon affare e per renderli credibili o veicolabili (accattivanti al punto tale da farli ritenere un buon investimento da inserire nel proprio portafoglio), i derivati vengono accompagnati da polizze d’assicurazione contro i rischi d’insolvenza: le cosiddette CDS (credit default swaps, valutati in base al rischio, dalle agenzie di rating, pagate, a loro volta, dalle stesse banche con criteri spesso discutibili), forniti da compagnie d’assicurazione o dalle stesse banche. Così, le banche e gli altri attori finanziari, mediante i CDS, si sono passati di mano i rischi legati alla possibilità che cittadini amercani non potessero ripagare la propria rata del mutuo. E poichè, come ben sintetizza un vecchio detto del XIX secolo: “Quando gli Stati Uniti starnutiscono il mondo prende il raffreddore”, il virus della crisi si è propagato arrivando anche nel vecchio continente e fino a noi, anche se modificato rispetto al ceppo originario. A causa di ciò, nostro malgrado, siamo stati mediaticamente bombardati con nuove espressioni, ulteriori siglette che evidenziano altrettanti nuovi rischi per i nostri paesi: debito Sovrano, default, spread Btp-Bond, agenzie di rating ed altro. Abbiamo cominciato a seguire con apprensione l’andamento della borsa, soprattutto quello del famigerato spread, senza che, all’inizio, qualcuno si premurasse di farci capire meglio quanto stava accadendo (quasi fossimo dei mocciosetti troppo impressionabili per apprendere verità tremende!) Ma alla fine, NOI, abbiamo capito; abbiamo capito che questo apre uno scenario drammatico: quello del fallimento di una nazione, il cosiddetto default.
Poi abbiamo capito anche che, il rischio d’insolvenza, è strettamente collegato allo spread, ossia al differenziale tra i titoli pubblici di uno Stato e i Bund tedeschi (metro di paragone, dato che la Germania è l’economia più stabile dell’Eurozona).
Inoltre, pur non essendo degli economisti, la gente ha capito che c’è qualcosa che non torna nel meccanismo che collega il giudizio (rating) sulla solvibilità di uno Stato (e che ci riporta allo spread) e chi elabora tale giudizio, cioè i signori controllori delle agenzie di rating. E così, in breve tempo, i titoli di Stato assumono i connotati di titoli tossici, innescando un meccanismo simile a quelli a cui si era assistito con i subprime. Infatti, a causa del volume dei titoli di Stato posseduti dalle banche, queste sono esposte, a loro volta, al rischio di fallimento. Quindi, nel caso specifico dell’Italia – data la forte incidenza dei titoli di Stato nei bilanci delle banche – il default del primo si estenderebbe alle seconde e sarebbero colpiti anche i singoli correntisti, azzerando anche questa componente dei risparmio finanziario.
«Nel senso che sono congelati i soldi sui c/c? Un po’ come a Cipro?»
«Esatto, proprio così. Ma in alcuni casi si può anche rischiare di perdere tutto, se la giacenza supera i 100.000€. E proprio la triste vicenda di Cipro ci ha dimostrato che anche l’ultimo tabù è stato violato»
«Ossia? Quale sarebbe quest’ultima vessazione a cui lei si riferisce? E, soprattutto: quali nuovi scenari anche per €urolandia?»
«Mi riferisco al fatto che, il principio supremo in base al quale: il risparmio è un patrimonio inviolabile, che va tutelato e non coinvolto in attività speculative, è stato ignorato. Le recenti tragiche misure, adottate sia a Cipro che in Olanda, a proposito delle obbligazioni Jr. annullate per salvare quegli istituti di credito, ci fanno capire che in futuro, in caso di fallimenti di banche e/o assicurazioni, sarà utilizzato anche lo stock di risparmio in asset per compensare le perdite patrimoniali. Cioè: la responsabilità ricadrà anche sui risparmiatori i quali, però, non beneficieranno di nessun premio in caso di utile. E, a proposito di €uro e crisi delle economie nei paesi periferici… il bersaglio più facile saranno sempre le persone più ricche, coloro che lavorano ed i risparmiatori, che si sono comportati bene nel corso della loro vita. Nel momento in cui gli stati del welfare inizieranno a crollare, a causa delle loro promesse irresponsabili, del loro sistema di valori fatiscente e di demografie insostenibili, sarà semplice convincere più del 50% dei votanti che confiscare e rubare soldi di altri sia la soluzione migliore. Il Boston Consulting Group ha calcolato che sarebbe necessario il 28% di tutta la ricchezza privata per coprire solo il debito esistente – e non le obbligazioni future – e i soldi possono arrivare da un solo posto… le vostre tasche. State attenti!
Sono stati commessi molti errori nel tempo, ma i semi sono stati piantati molti anni fa. Sotto forma di pressione per coloro che hanno il “diritto” di possedere le loro proprietà, anche se non soddisfano i criteri tradizionali di mutuo – quindi subprime. Sotto forma di enormi “diritti” non solo per i poveri, ma anche per le classi medie – gonfiando quindi il deficit e aumentando i debiti. Sotto forma di un Euro, un grande progetto politico senza alcun fondamento – e quindi crisi e crisi, con un effetto domino anche a lunga distanza»
«Che mi venga un colpo, ma questa nuova governance è già operativa?»
«No, non ancora, ma qualcosa mi dice che sarà la nuova moda. Tempi duri aspettano i risparmiatori di €urolandia.»
«Be’, sono sicuro che i bravi consulenti ed intermediari – quelli senza conflitto d’interesse – sapranno come bypassare questa nuova minaccia di incostituzionalità. Piuttosto, come concluderebbe la sintesi sulla crisi?»
«Già, infatti: stavo accennando al propagarsi del “virus” default bancario. Dunque, il contagio del default pubblico alle banche, priverebbe il sistema produttivo non solo del risparmio nazionale, ma anche del suo sistema bancario, togliendogli uno strumento indispensabile con l’effetto di estendere la crisi all’economia reale (occupazione, consumi, prestazioni sociali, ecc). Soltando correggendo gli errori del passato, cambiando rotta ed individuando i veri obiettivi da perseguire, si potrà evitare il verificarsi di un così inquietante scenario. E’ chiaro come il sole che la madre di ogni male, oggi, è la speculazione. Il debito è l’altro nemico. E’ ora di riconoscere che è un biglietto sicuro per la bancarotta. E’ sistemico, maligno ed è globale come un cancro in metastasi. E’ una malattia e dobbiamo combatterla!»
«Una perfetta conclusione con frase ad effetto, tipica del suo stile. Grazie infinite del suo tempo e della sua esperienza, signor Gekko. Ci ha fornito un quadro generale sulla crisi davvero molto chiaro. Le saremo molto grati.»
«Naturalmente è stato un onore per me. Da quando non sono più lo stesso spietato miliardario di una volta, mi piace rendere giustizia contribuendo a svelare i trucchi dei furbetti della finanza. Ed in questo ho avuto un eloquente predecessore: il grande Soros. Arrivederci a tutti»

E qui, si conclude questo curioso esperimento comunicativo. Con la speranza che intercetti il più esteso consenso, attenderò con curiosità i vostri feedback. Grazie e buona lettura.

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«Trent’anni, e il Natale ci regala sempre… “una poltrona per due”»

I tre volti della rivincita
I tre volti della rivincita

Che vigilia sarebbe senza quei due mattacchioni di Winthorpe e Ballantine, oppure senza quelle canaglie dei fratelli Duke? Sarebbe un giorno come tanti altri: la stessa routine ma senza bacon e succo d’arancia, e senza le zingarate di quel furbacchione di Murphy. Ma soprattutto… senza quella scommessa da un $ che sta alla base del plot. Perché diciamocelo: “Una poltrona per due” (Trading places) è il film di Natale, altro che cinepanettoni; è senza dubbio fra i film che ho rivisto con immenso piacere più volte. Anche voi, non negatelo!
Era il 1983. Sì, esatto: proprio trenta anni fa, tanti gli anni del film. Questa pellicola è un po’ come le avventure di Balboa: quasi un mo­numento alla cinematografia. Infatti, proprio come “Rocky”, il film rasenta la perfezione: dall’intreccio infallibile, alla caduta in miseria, della quale si è vittime più che responsabili, e la risalita veloce verso l’olimpo della ricchezza, accompagnata dal gusto della vendetta verso coloro che quella condizione infelice hanno causato. Vendetta che è anche contrappasso, moralmente giusto forse, ma di certo cinico. E persino un poco cattivo, forse. E proprio per questa sua armonia intrinseca, non riesce mai ad anno­iare. Sono i fatti a parlare e la memoria: questo film va in onda ogni anno, a Natale, da quando ero ragazzino. Non so cosa voglia dire, ma è la costanza che colpisce. E l’affetto con cui, di anno in anno, viene accolto dal pubblico.
Forse non tutti sapete che Landis, regista di commedie divertenti e irriverenti, inizialmente aveva pensato ad un altro titolo: “Black and White”, inserendo – come cast originario – Gene Wilder e Richard Pryor. Però, Pryor si chiama fuori per ragioni sconosciute. Gli su­ bentra Murphy, ma a questo punto il film si ridurrebbe ad un Wilder che duetta col sostituto di Pryor quindi, fuori ache Gene. Arriva Dan Aykroyd, duo perfetto. Funzionano, si può girare.
E non a caso, il richiamo allo “stallone italiano” risulta azzeccato: si parte infatti con la sequenza su Philadelphia, col fotogramma dedi­cato alla statua di “Rocky”, quella del terzo capitolo, e sulle note di “Le Nozze di Figaro”. Ecco, uno può anche ignorare che la musica sia di Mozart, ma quelle note restano scolpite nella mente; quelle immagini di quarti di bue tagliati per essere venduti il Natale, la pan­cetta di maiale, i commercianti a chiappe strette che “non sc…” non faranno l’amore con le loro mogli se non riescono a vendere, ed il succo d’arancia surgelato, l’impero economico sciocco, al confronto con i grandi imperi della storia, attorno al quale, negli anni ottanta, si svolgono le lotte del potere.

Randolph e Mortymer: i due temibili fratelli Duke
Randolph e Mortymer: i due temibili fratelli Duke

Durante la visione del film si pensa solo alla commedia, dimenti­candosi della satira sociale con cui Landis tratteggia i suoi lavori: l’oro è un bene di consumo come il pane e il bacon, servito su un piatto a colazione, in mano a vecchi miliardari arraffoni che determi­nano i destini dei poveracci. Questo è un modo di vederlo sì, magari guardando con nostalgia alle Torri Gemelle, che troneggiano immen­se e ferali nell’ultimo quarto d’ora, quello della rivincita e della ven­detta: quasi un “rape and revenge” metaforico.  E sempre in tema di indiscrezioni sulla produzione, fa specie sapere, oggi, che i dialoghi di Dan Aykroyd, nelle quali Winthorpe si riferi­sce alle Twin Towers dicendo che: “lì dentro o si uccide o si è uccisi”, siano state “coperte” nelle attuali edizioni del film per non urtare le sensibilità dopo i fatti del 9/11. Ma noi, che non siamo americani, custodiamo la nostra copia senza censure (be’, io il mio dvd originale ce l’ho), godendoci ogni battuta cattiva: persino quelle a sfondo razzista fatte da un Duke all’altro:
Ballantine non ha niente che non va!”
Ma certo che ha qualcosa che non va: è un negro, Randolph!”
Ora, alzi la mano chi non la trova geniale, soprattutto perché a dar vita a questo scambio sono due figure uniche:
Ralph Bellamy, un signore che in vita sua ha fatto qualcosa come centonovanta film e Don Ameche, un centinaio di film in meno, ma memorabili. Due grandi vecchi, che a stare sul set insieme a loro c’era solo da ringraziare.
Da non dimenticare nemmeno la figura di Coleman, il maggiordomo che tutti vorremmo: che ci accende l’idromassaggio e bevacchia con gli invitati al party. Colpiscono anche i comprimari, tutti. Dagli agenti alla stazione di Polizia che maltrattano Winthorpe, a Clarence Beeks, spia del Dipartimento dell’Agricoltura e faccendie­re dei Fratelli Dukes e poi Penelope, la fidanzata viziata di Winthorpe. Ce la ricordiamo tutti, mentre aspetta seccata e disgusta­ ta in sala d’attesa, che Winthorpe venga scarcerato e spruzza deodo­ rante spray, di nascosto sulla schiena del suo vicino di sedia puzzo­lente. Mitica la sua battuta: “mammina vuole far annullare il matrimonio! Devi essere ammattito, Louis!”. Anche il doppiaggio merita una citazione: puntuale, efficace e che lascia il segno.
Una constatazione che non è mai troppo ripeterla spesso. Insomma, una commedia sopraffina, mai volgare: si dice punto massimo della carriera di Eddie Murphy, cosa che mi trova d’accordo; Dan Aykroyd è magro, non lo vedremo più così, molle e viziato, ma alla fine lo amiamo anche perché sposa una prostituta; il cuore è la prima cosa, non si dice così? Murphy guarda dritto in camera, marchio di fabbrica di Landis, mentre lo trascinano in gatta­buia dove illustrerà la temibile tecnica del mezzolitro, e sappiamo che lo spettacolo è appena iniziato: il gioco degli scambi, l’alleanza fra i due e la rivincita di Natale. Spettacolo unico. Certamente anche quest’anno!

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«Quando la statistica è… “lègge”!» Apriamo il sipario sulle vendite di libri

I lettori italiani regione per regione
I lettori italiani regione per regione

In Italia, notoriamente, si legge poco. E’ un dato di fatto di cui prima o poi ci si dovrà occupare a fondo.

Si, ma QUANTO poco si legge? Be’, se ti fermi a parlare con l’amico al bar o cerchi riscontri su internet, emergono numeri da brivido, scenari preoccupanti. Ma noi qui, ora, ci occupiamo di numeri certi.

A delegittimare ogni cupa leggenda metropolitana, per fortuna, c’è l’ISTAT che ha pensato a come fotografare l’Italia che legge, fornendo dati ben strutturati e idonei a fare ragionamenti non dettati dell’emotività.

I dati sul 2012 ci dicono che… sì, in Italia si legge poco. Ovvero: i “non lettori(quelli che in 12 mesi non hanno letto nemmeno un libro, tranne che per scuola o lavoro) sono il 54% della popolazione, a partire dai 6 anni di età. Tradotto in pratica significa che, se ti trovi nella carrozza di un treno con 10 persone, puoi essere ra­gionevolmente sicuro che, 6 di loro, non hanno mai toccato un libro in un anno.

Volendo considerare il bicchiere mezzo pieno, la buona notizia (diciamo così) è che, la percentuale più alta di lettori, per età e genere, si concentra in quella femminile fra i 15 e i 17 anni. In pratica, in una classe di 20 studentesse, potete scommeterci che, ben 14 di loro (cioè il 71%), avranno letto almeno un libro nell’ultimo anno. A parità di età, i maschietti, rispondono con un misero 49%. Insomma, maschi Vs femmine: 49 a 71, una strage!

C’è anche un altro dato, che contribuisce a rendere meno fosche le tinte: lo spirito di emulazione. Ossia: nella fascia di età tra i 6-14 anni, i “lettori attivi”, con genitori che leggono, sono il 75%. Mentre, laddove mamma e papà sono re­frattari ai libri, la percentuale crolla al 35%. Il che, significa una sola cosa: niente stimola di più questa attività del contesto familiare di appartenenza. Ma vi è l’altra faccia della medaglia, ossia: il 10% delle case italiane è totalmente priva di libri, colpa anche della crisi, e il 15% ne possiede da 1 a 10. Però, questo triste dato, viene mitigato dai “lettori forti”: nel 25% delle abitazioni troviamo più di 100 volumi, con un picco del 7% che supera le 400 copie. Ma ci sono anche un bel po’ di case in cui à possibile trovare libri per oltre 150 volumi (tra cui i miei tanti scaffali disseminati un poco ovunque).

Ma veniamo più al dunque, vi chiederete: sì ma, alla fine, quanti libri sono stati letti e pubblicati? Ebbene, i numeri del 2012 sono questi: oltre 59.200 opere pub­blicate (il 10% in meno dell’anno precedente); 3.760 la tiratura media di un libro (il 6% in meno rispatto al periodo precedente). Con 5.000 venduti, sei già “best seller”.

Riguardo agli autori, il 2013 – sino ad ora – ce ne ha consegnato 35 di nuovi: tre in meno allo scorso anno, addirittura nove in meno dal 2010. Ma non è tutto…

In base al numero dei cosiddetti “lettori attivi”, emerge che: il 46% si ferma ad un massimo di 3 libri. Da 4 a 11 volumi si concentra il 39% di essi, ed il restante 15% supera i 12 acquisti dell’anno. Da qui, però, scatta “l’altra” domanda. Quella vera che tutti ci dovremmo sempre porre, istigando e leggendo l’imbarazzo sui volti di chi ci dovrebbe fornire risposte: non è che i nostri libri sono un po’ cari?

Dal punto di vista degli editori, il peso specifico del prezzo, è nell’ordine del 25%; tutte la case di produzione – indipendentemente dalle dimensioni – si giusti­ficano scaricando la responsabilità sulla «mancanza di efficaci politiche di educazione alla lettura». Bella idiozia: ma che cacchio vorrà significare? Mah, a me puzza tanto di politichese!..

C’è però un dato incontrovertibile su cui ragionare: la maggior parte dei libri venduti ha un prezzo inferiore alla doppia cifra. Le classifiche di vendita settima­nali, hanno dovuto adeguare le loro graduatorie. Inoltre, per consentire visibilità ai romanzi di nuova uscita – tanto per fare un esempio concreto – si è utilizzato il trucco di “destinare” le riedizioni dei classici, proposti da Newton a 0,99 centesimi, nella classifica riservata ai “tascabili”.
Un’altra indagine demoscopica, ci dà la misura di quanto la lettura sia legata all’intero “apparato culturale” nel nostro paese: 

Correlazione fra lettura e universo multimediale
Correlazione fra lettura e universo multimediale

Ciò che emerge, rasenta l’ovvietà: puntare con coraggio su un settore strategico, come potrebbe essere la cultura, comporta l’inevitabile avvicinamento alla lettura. E questa ci pare sia una “conditio sine qua non”. Come “spingere” o come sviluppare questo segmanto?
Non credo spetti a me ricavare l’incognita da questa equazione, e poi non sono un editore!

Ma le aziende editoriali nazionali, oggi, temo ragionino ancora come si faceva 15/20 anni fa, negli anni in cui internet e la comunicazione globale nemmeno esi­stevano. Insomma, troppo ferme su “relazionaliposizioni di rendita. E tuttavia, abbiamo diversi spunti da cui partire per delle azioni mirate. Un esempio?

Che ne dite di trovare un ragionevole “equilibrio armonico” fra numero di pagine e prezzo? Che ne dite di allineare i prezzi, tenendo conto del momento contingente? Cosa ne pensate di sostituire i pesanti e costosi testi scola­sitci, coi i più moderni supporti elettronici-digitali-multimediali? In tal modo si centrano più obiettivi: modernizzazione dell’apprendimento, alleggerimento di quegli zaini vergognosamente pesanti, sensibilizzazione sull’uso della tecnologia e – ultimo ma non ultimo – più soldi nelle tasche dei genitori/consumatori, che così, possono liberare risorse da destinarsi anche all’acquisto di qualche libro in più. Non male come idee, se si considera che non sono un editore, vi pare?

PiEmmErre Blog. A collection by Protagonista & Soci.
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«Gli spettri del tempo» Un piccolo assaggio, Aspettando che il libro esca

C’è sempre qualcuno che, dietro le quinte, muove i fili di tutto!

Da un’idea di: Protagonista & Soci
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“C’è sempre un principio in tutte le cose e, talvolta, vi è anche una conclusione. Ma per quest’ultima, non sempre spetta a noi decidere. Sovente può dipendere dal fato, da elementi imprevedibili, da “forze superiori”. Tuttavia, può succedere che si giunga ad una fine, anche grazie all’inatteso intervento di innocue persone. Innocenti individui, a cui il destino ha segretamente riservato un inatteso compito”. Come nella storia che segue!

L’inizio di tutte le cose: Svizzera, Lago di Ginevra, 11 Settembre 1814. In un’illustre villa.
«[…] Finalmente, dopo una lunga attesa, il momento di incontrarci è giunto! Ditemi, mio buon amico, come è andato il viaggio sin qui? Trovate questo luogo di vostro gradimento?» domandò premuroso il Conte, all’elegante uomo inglese.
«Il viaggio, per quanto lungo, è stato abbastanza agevole. E sì, questo posto è davvero suggestivo. Sembrerebbe un luogo perfetto per un ritiro creativo. Signore, permettetemi di visitarne ogni anfratto. Magari, chissà: un giorno potrei tornarmene qui… ma per dedicarmi all’arte. Alla scrittura, e perché no: magari con un’allegra compagnia» rispose il gentiluomo, quasi in maniera profetica.
«Allora prego, seguitemi. Dentro ci aspettano impazienti, abbiamo parecchio da discorrere e deliberare. Ma certo non mancheranno le libagioni, che so, Voi, apprezzate molto» concluse il Conte, sottolineando il verbo ‘apprezzare’ con maliziosa ironia.

Austria, 3 Ottobre 1814:
«Stimato Principe, quest’Assise sarà un grande successo. Ne usciremo trionfanti e più forti. Tutto tornerà come prima, e forse anche di più» affermò il Conte di Lobo da Silveyra, autorevole diplomatico portoghese, anch’egli invitato a partecipare a quell’assemblea destinata a passare alla storia.
«Concordo con lei, caro Conte di Lobo. Che sia chiaro: io sostengo con vigore un rinnovato equilibrio dei nostri Stati. Sì allaRestaurazione” ma non intendo soffocare i perdenti. Autorevoli delegati, è notorio quanto il mio pensiero tragga ispirazione dalla filosofia del nostro grandeLudwig Von Rochau’, padre della “real-politik” ed alla quale io mi sono consegnato completamente. Ed è proprio in ragione di questo assioma che orienteremo il dibattito e le inevitabili delibere» rispose, appassionato, il Principe di Metternich.

Translation: So, will you forgive my not-perfect translation! Abstract:
In all things there is always a beginning and, sometimes, there is also a conclusion. But, it is not always up to us to decide. Can often depend on the fate of unpredictable elements by “higher forces”. However, it can happen that you come to an end thanks to the unexpected intervention of harmless people. Innocent individuals to whom fate has secretly reserved for unexpected task.” As in the following story!
The beginning of all things. Switzerland, Lake Geneva, September 11, 1814. In an illustrious house:
<Finally, after a long wait, the time has come to meet us! Tell me, my good friend, how was the trip so far? Find this place to your liking?> Asked thoughtful Count elegant Englishman.
<The journey, however long, it was pretty easy. And yes, this place is really impressive. It would seem a perfect place for a creative retreat. Lord, allow me to visit every nook and cranny. Maybe, who knows, one day I may come back here. But to devote myself to art. Writing, and why not, maybe with a merry company> said the gentleman, almost in a prophetic way.
<So please, follow me. Inside there waiting impatiently, we have a lot to talk and act. But certainly there will be libations I know, you, much appreciated> Count concluded, stressing the verb appreciate sly sense of humor. Austria, October 3, 1814:
<Milord, this Assizes will be a great success. It will emerge triumphant and stronger. Everything is as good as before, and perhaps more> claimed Count of Lobo de Silveyra, authoritative Portuguese diplomat, who was also invited to participate in that assembly intended to go down in history.
<I agree with you, dear Count of Lobo. What is clear, I strongly support a renewed balance of our states. It is the “Restoration” but I will not stifle the losers. Respected delegates, it is well known what my thought is inspired by the philosophy of our great ‘Ludwig Von Rochau’. Father of the “Real-Politik” and to which I have fully delivered. It is precisely because of this axiom that the debate and the inevitable resolutions> replied a passionate Prince Metternich….