«The wine’s world: il business visto ‘al femminile’»

Monica & Monica

Monica Bianciardi, e Monica Cinquini: le due “DAVI”. Le due ‘inetichettabili’ del vino

Wine business: la schietta opinione, dalla parte delle donne.

Clicca sul link: Le opinioni sul futuro prossimo del wine business dalla prospettiva delle donne 1

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«Agonismo e spettacolo: nessun pericolo in “curva”»

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Comunicazione strumento imprescindibile
Curva
(Fonte: Il Mattino di Caserta)

E’ innegabile rilevare quanto, ‘peso specifico’ e vigore del “tifo organizzato”, contino nell’economia di un risultato sportivo. Non già per l’evidente sostegno morale agli atleti che scendono a lottare sul ‘legno’, piuttosto che sui prati. Quanto per la caratterizzazione di questo o quello specifico ‘movimento’ di supporto. E senza contare le coreografie, studiate volta per volta. Praticamente, ‘l’uomo’ in più nel gioco a squadre; anzi, se ne potrebbe fare addirittura un campionato a parte: uno spin-off del tifo.
Dunque, anche questo è spettacolo; anche questo è parte della battaglia; anche questa è competizione, senza dubbio. Ma, dal mondo della ‘palla a spicchi’, un importante passo avanti è stato fatto; un forte segno distintivo è stato impresso, rispetto al Calcio: dal punto di vista del senso di responsabilità civile, voglio dire. E le recenti, forti contestazioni sollevatesi a Caserta, hanno sì contrapposto la ‘Curva’ al resto degli spettatori – del resto, la differenza tra il tifo in curva e quello in tribuna è notorio. E’ un po’ il gioco dei ruoli – con toni aspri e senza censure;
certamente è stato finalmente superato il Politically Correct, che poco bene fa in ogni ambiente. Ma si è trattato pur sempre di mero dissenso verbale che, “l’Ancillotto” , ha voluto anche argomentare: ‘ius et iniuriam’ che sia.
Certo, non a tutti può piacere l’uso di un linguaggio ‘senza flitri’, per così dire. Ma si resta comunque su un piano di incruenta, e non è cosa da poco, se andiamo a vedere cosa accade in altri sport più titolati. Personalmente, al netto di residuali eccezioni naif, e qualche ‘pecora zoppa’, mi piace immaginare un futuro fatto di evoluzione e crescita anche sociale, per il ruolo della “curva”: magari rendendola ancor più responsabile, istituzionalizzandone la figura. Dite che, forse, sono troppo progressista?

«Sul ‘rosso’, italiani d’accordo a mettere “Nerello” su bianco!»

Fondo lavico, zolle fumigate per le tante eruzioni nei secoli, escussioni termiche imprevedibili, panorami quasi allo stato brado… No, non è la trama di Castaway: sono i vitigni alle pendici di un antico vulcano.
Nerello mescalese
Cresce, dunque, la voglia di Nerello: il mascalese è sugli scudi, come si dice. Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario un viaggio in quelle terre, prendendo come esempio solo tre fra tante aziende di quel distretto. Un percorso che trova il suo massimo traguardo in altezza. Mi spiego…
La location è l’area che parte dalle pendici del vulcano, le circonda, per poi proseguire verso l’alto: è lì che trovi il vero tesoro. In sostanza, accade che…
A mano a mano che sali a quota mille
(limite della Doc), l’immagine che ti si para davanti è proprio quella descritta sopra. La singolarità è tale che, questa area dell’Etna, è considerata un po’ come un’isola nell’isola.

La prima tappa del viaggio’ è il fianco orientale del vulcano, nei pressi del comune di Milo, a circa 700 metri. Ad attendervi, ci sono 25 ettari di vigneti, i quali si sviluppano a guisa di anfiteatro naturale che digrada verso il mare splendente di Taormina. Lì, dal 1727, si produce vino e, mediamente, i giorni di pioggia possono arrivare fino a 40-50 l’anno, fatto insolito rispetto al passato. La capacità produttiva è di circa 100mila bottiglie: per il 60% bianco, l’Etna Doc. Nel Bianco 2014 di Barone di Villagrande si avvertono note di uva matura e sentore floreale, tipico del Carricante, vitigno a bacca bianca molto diffuso in Sicilia. Quanto al rosso 2013 (un blend 80% Mascalese e 20% Cappuccio), color rubino, colpisce per il profumo di frutti di bosco. Si presenta poco strutturato ma è pulito e longevo. Sincero e rappresentativo del territorio.

Proseguiamo il sentiero, mantenendoci sempre intorno ai 700 metri, ma su un fianco diverso. Lì si incrociano i cru dell’azienda agricola Passopisciaro, proprietà della famiglia Franchetti. La location è Castiglione di Sicilia, il cui tesoro risiede tra le ridenti contrade di: Chiappemacine, Porcaria, Rampante, Sciaranuova e Guardiola. Nomi a dir poco evocativi’ eh?
Si tratta di appezzamenti collocati a varie altezze, i cui proprietari furono tra i primi a credere nelle potenzialità dell’Etna. Il valore aggiunto offerto dal terreno delle contrade, in effetti, è dato dal fatto che esse nascono su colate laviche separate, e l’uva che cresce su questi terreni ha un diverso sapore, anche a pochi metri di distanza. Nelle contrade, come dicevo prima, si trovano veri e propri cru: c’è il Passopisciaro 2012, rosso igt (100% Nerello Mascalese), con 18 mesi di affinamento in botti grandi di rovere, un blend di varie contrade molto elegante, morbido e convincente. Più corposo, invece, è il Chiappemacine 2013: Nerello in purezza con vigne di 80 anni. Complessivamente dall’azienda, escono 80mila bottiglie all’anno.

Concludiamo questa breve passeggiata virtuale. Ora, però, sia sale di parecchio: raggiungiamo i 1.300 metri. Qui troviamo Vigna di Bosco, nel cuore del consorzio dei Vigneri, da molti definito «[…] La sintesi di un’esperienza trentennale, finalizzata a una vitivinicoltura di eccellenza». In questa località nasce il Vinudilice: Igt rosato, è il risultato di un blend di vitigni. Il prodotto di punta è, però, un altro blend: il rosso “I Vigneri”, Nerello Mascalese (al 90%) e Cappuccio. Si presenta con la vite ad alberello, e possiede dei tannini non aggressivi; è elegante ma senza risultare complesso. Non fa legno, come si dice, e per 5 mesi viene affinato in anfora sottoterra.

Naturalmente, come spiegato prima, la “vulca-enologia” etnea, non finisce qui: io ho voluto solo esplorare alcune tra le più significative realtà. Ma vi sono tante altre eccellenze locali, altrettanto apprezzabili. Non solo autoctone, basti pensare a: Merlot, Syrah, Cabernet Sauvignon, Cabernet France Mondeuse. Senza dimenticare i vitigni a bacca bianca; tra gli autoctoni ci sono: Inzolia, Carricante e Catarratto. Tutte punte di diamante provenienti dallo stesso distretto: Sicilia est, pendici etnee. Ora, non occorre un genio per capire, in prospettiva, le ulteriori potenzialità che offre un territorio vulcanico come quello analizzato poc’anzi. D’altra parte, se un imprenditore toscano come Franchetti, si è preso il disturbo di scendere dal continente, c’è più di una buona ragione per valutarne il reale valore.
Oltre che dal punto di vista agricolo, questa area geografica meriterebbe di essere considerata alla stessa stregua di un asset finanziario (reale’ però), ancorché industriale, e con le prospettive economiche già viste. Lo so, può sembrare assurdo, ma provate a riflettere su una cosa: oggi, nel Mondo, siamo già oltre sette mld. Quanti ne saremo tra 10/15 anni? Quale ruolo, quale valore assumerà l’economia rurale per come la conosciamo noi? Quanto si potranno apprezzare, nel frattempo, le nostre eccellenze presumendo una considerevole crescita della domanda? Be’, senza fare troppi sforzi, un’indicazione di massima c’è già: dalla metà degli anni ’90, e fino a qualche anno fa, tra Umbria e Toscana, la ‘terra’ è andata letteralmente a ruba, ed il vino era solo una tra le ragioni del crescente interesse. Inglesi, americani, russi e cinesi ne hanno fatto incetta, al punto che oggi, parlando di quelle zone, ci si riferisce indicandole come “Chianti shire”. Provate a chiedervi il perché!

«La ‘flessibilità’ di una menzogna!..»

In Europa, a Bruxelles, è in pieno svolgimento il dibattito volto al riconoscimento, all’Italia, di quella % di flessibilità (sul debito) da destinare alla ‘gestione ottimale’ dei flussi migratori. Ebbene, sono solo cazzate: un’ipocrisia di dimensioni abnormi, ecco ciò che penso.

Geografia degli sbarchi
Geografia degli sbarchi

Sono anni che in tanti reclamano – a buon diritto – flessibilità: per sostenere il lavoro, per le pensioni più basse. Ma soprattutto, per affrontare i disastri climatici, i tanti dissesti idrogeologici che affliggono l’Italia e tutti quegli investimenti per infrastrutture e servizi che renderebbero il nostro Paese più moderno, competitivo ed efficiente: a cominciare dal Mezzogiorno. Invece… Da Brussell ci hanno sempre risposto NO! Forse non le converrebbe, forse spaventiamo. Ne percepisco, quindi, l’idea di un mondo un po’ alla rovescia, dove c’è un’Europa che, in tema di immigrazione, è molto attenta e spende tanto. Mentre, quando si tratta di allargare i cordoni della borsa, realizzando opere e progetti che diano slancio a quei paesi, e a quei cittadini che pagano per essere parte di un consesso europeo, invece se ne frega e si finge distratta o severa. Il tutto, però, non più mascherabile da quell’austerità killer imposta da frau Merkel.
D’altronde, parlando di flussi migratori, indovinate un po’ dove si concentrano la massa di sbarchi clandestini? Germania? Olanda? Belgio? Francia? Dai che la sapete, è facile. Però vi voglio dare l’aiutino: osservate bene le due infografiche. Fatto? Bene, così sappiamo di cosa si parla…

I 'numeri' migranti
I ‘numeri’ migranti

Esimi politicanti, ma a chi la volete raccontare; non siete più credibili: troppo infimo è il livello in cui siete scivolati. Vergogna! Lo capirebbero pure i sassi qual è il reale obiettivo di questa ‘flessibilità’: il bieco (ma anche patetico) tentativo di tenere in piedi un ‘sistema’ marcio e speculativo: quello sul business degli immigrati. Solo che stavolta non si può più rischiare un’altra Mafia Capitale. Non si può correre il rischio di sputtanare, di nuovo, un ‘affare’ così redditizio. Non ci si può più consegnare nelle mani dei vari Salvatore Buzzi o Massimo Carminati: questi ora sono ‘bruciati’. E poi, quei due, hanno già tracciato il percorso, hanno già scritto le regole ed insegnato tutti i trucchi. No, adesso è l’ora dei ‘colletti bianchi’: quelli insospettabili, credibili e, soprattutto, ‘controllabili’. Adesso, tutto deve essere sbiancato. Ora, tutto deve apparire… ‘a norma di legge’!

Parafrasando Keynes: «La ‘teatralità’ della moneta: alziamo il sipario!»

Qual è il valore della moneta
Qual è il valore della moneta

Money is the measure of value, but to regard it as having value itself is a relic of the view that the value of money is regulated by the value of the substance of which it is made, and is like confusing a theatre ticket with the performance” (Keynes – ‘The Royal Economic Journal’, vol. XXIV, 1914) – «La moneta non ha valore in sé (come biglietto), ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale!» tradotto nella nostra lingua.

Il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto di beni e servizi, realizzabile in relazione ai prezzi di mercato. Detto questo, va anche aggiunto che: a parità di quantità/valore della moneta, nello stesso momento, può aumentare, ad es. il prezzo dell’olio (perché il raccolto è stato funestato da una malattia delle piante), ma diminuire quello dei lettori Cd (perché l’ascolto della musica è effettuato con altri strumenti). Per converso, un aumento/diminuzione del “valore” della moneta, muta il prezzo di qualsiasi bene. Quindi, parlando di valore della moneta, prezzi e consumi, non si può non arrivare al PIL. In tal senso, mentre il ‘PIL reale’ esprime l’interazione tra privati, sistema finanziario e Stato, la stabilità della moneta dipende dalla fiducia riposta dagli operatori nell’autorità che ne controlla quantità ed espansione. Ne deriva che: scambi commerciali, domanda, offerta e PIL, diventano dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” a quel biglietto per lo spettacolo teatrale. Ed ecco che, appunto, si torna al punto di partenza: arriviamo alla quadratura del cerchio.

Cosa può fare la moneta?
Cosa può fare la moneta?

Anche il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi (come si vedrà in seguito, inoltre, il rimborso di un prestito distrugge la moneta a suo tempo appositamente creata).
Uno dei temi più controversi – e che, seppure indirettamente, condiziona tanta parte del dibattito politico – è il ruolo, nell’economia, della moneta e del relativo ruolo delle banche, della banca centrale e dello Stato. Come aveva brillantemente rappresentato Keynes, nel sopracitato articolo, il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto (di beni e servizi) espressa in funzione ai prezzi esistenti sul mercato. Un aumento/diminuzione del “valore” della moneta (come determinato dalla sua quantità in rapporto ai beni stessi) muta il prezzo di qualsiasi bene (il saldo algebrico, aumento/diminuzione, del suo prezzo è poi determinato dal livello di variazione di domanda/offerta di quel bene. A parità di sua domanda/offerta, una diminuzione del valore della moneta, fa aumentare il prezzo del bene). Nel complesso, quindi, (e ferme le dinamiche di cui sopra con riferimento ai singoli beni), rilevano la quantità (offerta) di beni/servizi prodotti (e il suo tasso di crescita) e la quantità/offerta di moneta (e il suo tasso di crescita rispetto al tasso di crescita dei beni). Non è decisivo che una moneta sia imposta per legge: quando gli operatori si accorgono che la sua capacità di acquisto diminuisce marcatamente, tanto da far pensare che la sua espansione sia incontrollata, tenderanno a sostituirla con altre monete più stabili. Ricordiamo che, l’autorità preposta al controllo della stabilità della moneta, è, in tutte le economie avanzate, un organo indipendente – proprio affinché non corra il rischio di essere costretto, per “legge”, ad alterare la stabilità della moneta – ma nominato dall’amministrazione statale, cui deve periodicamente rispondere, relativamente all’operato e al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’amministrazione stessa (nel caso dell’euro zona è, ovviamente, la BCE). Quindi, il controllo della stabilità della moneta e del sistema finanziario è affidato ad un organo pubblico, la creazione della moneta e la determinazione del PIL reale dipendono e sono originati dalla complessa interazione (tra privati, sistema finanziario e Stato) di cui si è detto. Ne consegue che: la parte pubblica sovraintende e garantisce il sistema dei pagamenti (e, si ripete, vigila su stabilità della moneta e solvibilità del sistema bancario) e la parte privata gestisce il sistema dei pagamenti e origina tanta moneta quanta è necessaria per effettuare le transazioni e rappresentare contabilmente l’incontro tra domanda e offerta di credito.

Gerarchia economica globale delle banche
Gerarchia economica globale delle banche

E, a proposito di credito, occorre dire che: volume di scambi, di domanda e offerta di credito e PIL diventano, a questo punto, dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” sempre a quel biglietto dello spettacolo teatrale. Per meglio illustrare l’interazione tra privati, banche e Stato, con riferimento a PIL e moneta, occorre operare una finzione rappresentativa: la suddivisione della moneta in moneta/lavoro (o moneta/reddito definitivo) e moneta/credito (o moneta/anticipo reddito futuro). Ovviamente, in un’economia in cui è presente il credito in maniera pervasiva – e più è efficiente il sistema finanziario più è rilevante il credito – è difficile distinguere, nelle quotidiani transazioni, quale sia moneta/lavoro e quale sia moneta/credito. In entrambi i casi, infatti, la moneta viene utilizzata, divenendo irrilevante la provenienza, per acquistare beni, servizi e attività finanziarie. E’ vero che il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi. Mentre, infatti, la moneta/lavoro corrisponde ad un reddito attuale, la moneta/credito corrisponde unicamente ad un reddito futuro ed ipotetico. Sarebbe a dire che, quando il reddito futuro sarà effettivamente realizzato e il debitore utilizzerà la moneta/lavoro per estinguere il debito, la moneta/credito è come se non fosse mai esistita. D’altronde, non è detto che il credito alimenti sempre il PIL. Quando si compra una casa non nuova (così come quando si compra un’azione in borsa), il valore relativo all’abitazione è già stato computato all’epoca della costruzione (mentre l’acquisto di un’azione determina unicamente il trasferimento di proprietà di un bene già esistente) e, quindi, il prezzo pagato non migliorerà i conti nazionali, se non per le ulteriori somme pagate a titolo di commissione all’agenzia, al notaio, ecc. A questo punto è inevitabile fare la domanda che tutti, prima o poi, si sono fatti: un’economia, può esistere e funzionare – più o meno efficientemente – anche senza moneta? Ritengo sia possibile, ma non senza l’idea del denaro (che in quanto utilità economica è connaturato all’uomo). In pratica, un’economia senza moneta ma col denaro.
Mi spiego meglio: un’economia fondata sul baratto, infatti, esisterebbero comunque lavoro, domanda e offerta, consumi, risparmio, investimenti, credito e prezzi. Naturalmente, il valore dei beni utilizzati in un’economia fondata sul baratto, ha l’intuibile limite di essere soggetto ad eventi estranei, cioè: se mi pagano in natura, diciamo patate, il “valore” di scambio delle patate che non consumo è condizionato dalla quantità e qualità del raccolto, dagli eventi atmosferici, dalla loro deperibilità nel tempo. Si presenta, quindi, variabile ed aleatorio, con tutti i riflessi negativi sull’attività economica. Infatti, ciò che si chiede alla banca centrale, è preservare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Domanda finale: qual è il volume di flusso monetario di Italia ed Europa?
Qui a casa nostra, il sistema bancario italiano contribuisce alla base monetaria dell’Euro zona per circa 188 miliardi (174 miliardi di circolante più 14 di riserva obbligatoria) a fronte di 1413 miliardi di depositi soggetti a riserva e 774 di depositi non soggetti a riserva. L’intera area €uro, nel suo complesso, ha una base monetaria di 1430 miliardi, di cui 985 miliardi di circolante e 445 di riserve. L’obbligo di riserva al’1% ci spiega che il sistema bancario può concedere prestiti sino a 100 volte (1/0,01) l’importo dei depositi. Riflessione finale che chiosa il mio breve approfondimento: dal 2008, anno in cui è esplosa la crisi (crisi che, di fatto, resta soprattutto italiana ed europea), in Italia, in quale misura quel’1% è stato messo a disposizione del sistema produttivo per creare valore? Cioè, di quei 188 mld di € italiani, moltiplicati per 100, quanto è stato investito nel sistema imprese e quanto per speculare su BTP e debito governativo tricolore?

«L’ombra dell’oblio»

Ok lo ammetto, sembra il titolo di un film del terrore vecchio stile, o di un racconto gotico romantico: alla Byron o Poe, per intenderci. Invece no: è un focus sullo straordinario lavoro editoriale di Carlos Ruiz Zafon: quello dedicato a Barcellona ed al ‘Cimitero dei Libri Dimenticati’.

La biblioteca dei libri dimenticati
La biblioteca dei libri dimenticati

Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere ilCimitero dei Libri Dimenticati’. Erano le prime giornate dell’estate 1945 e noi passeggiavamo per le strade di una Barcellona prigioniera di un cielo grigiastro e di un sole color rame che inondava di un calore umido la rambla di Santa Monica”.  Ma come è nata, nella mente dell’autore, questa tetralogia? Quali sono le origini? Da dove prese lo spunto per avviare questa fortunata serie narrativa?
Il motore di tutto, pare, sia stato l’interesse per il fenomeno della distruzione del ricordo. Ce lo racconta lo stesso autore in un’intervista:
«[…] Anni fa, ero in California, a Los Angeles. All’epoca, lì sembrava ci fosse la tendenza a cancellare tutto, ogni ricordo. Ma c’erano anche numerosi negozi di libri di seconda mano (un autentico fenomeno lì). Per lo più, però, le trovavi vuote e quindi, per non pagare alti affitti, si collocavano in luoghi insoliti ed angusti, tipo caverne. Tutto questo si è poi cristallizatto nella metafora della biblioteca dei libri perduti di Barcellona. Ecco perché, ero e sono convinto che, siamo ciò che ricordiamo: meno ricordiamo meno siamo. Da tutto ciò, nasce l’importanza del ruolo svolto nella trama da quel santuario dei libri.»
– Quale struttura hai immaginato per questo tuo complesso lavoro?
«L’idea che avevo, per concepire una trama sul ‘Cimitero dei Libri Dimenticati’, era troppo maestosa per essere contenuta in un unico libro: ne avrei ottenuto un libro troppo grande, in cui avrei rischiato di sciupare il valore che invece volevo esaltare. Per questo, ho pensato a una tetralogia, ed ho deciso di separarlo in quattro momenti diversi. Volevo che fosse una sorta di labirinto con porte comunicanti; un progetto che doveva assomigliare ad un puzzle, ma concepito in moda tale che, da dovunque si iniziasse la lettura, potesse sempre andare bene. Ciascun libro, poi, avrebbe avuto un suo preciso territorio ed un suo narratore. In L’ombra del vento c’è Julian Carax, ne Il gioco dell’angelo David Martín, ne Il prigioniero del cielo c’è ancora Martín, ma è come se scrivesse Fermín
– Chi, o cosa, avrebbe dettato i ritmi nei vari capitoli della trama?
«In sintesi, L’ombra del Vento si incentra sul malinconico Daniel, ma c’era anche Firmin, il personaggio divertente, il contraltare, il personaggio picaresco, il matto che dice la verità. Ecco, Firmin non rivela i suoi segreti fino a Il prigioniero del Cielo, in cui scopriamo perché lui sia così. E c’è, poi, l’ispettore Fumero, un personaggio orribile.
Il gioco dell’Angelo è essenzialmente la storia di un uomo che perde il senno, vede la realtà sbiadire sotto i suoi occhi e cerca di recuperare il senso della realtà.»
– Qual è l’elemento principale su cui far ruotare l’intera saga?
«Il tema di fondo, in tutta l’opera, è la memoria. Essa, però, è labile e selettiva: vale a dire che ricordiamo ciò che serve per sopravvivere, ma rimuoviamo ciò che ci addolora. La memoria ci mette davanti allo specchio e ci fa capire chi siamo. Prendiamo ad esempio la mia Spagna… dopo la nostra tragica Guerra Civile, ne è seguito un lungo periodo di silenzio, con la gente che non voleva ricordare. Quando, poi, è arrivata la democrazia ci si è chiesti se bisognasse recuperare la memoria e riaprire le ferite, o se fosse preferibile, come è stato fatto, fare il patto del silenzio; e nuovamente si è tirato avanti, nonostante le voci dissonanti. Ed è appunto questo il mio primario obiettivo: riallineare le voci alla memoria. Cioè, spero che i miei libri aiutino il lettore a porsi delle domande: finita la storia, dovrebbe rimanere la voglia di sapere, nooo?»
In definitiva, il ‘ciclo di Barcellona’, ci appare come un complicato gioco di incastri in cui, se segui l’ordine cronologico della pubblicazione, ne ottieni un senso, ma non è importante iniziare per forza dal primo libro. Insomma, si potrebbe considerare questa tetralogia come se fosse uno spartito musicale, ma con una speciale caratteristica:
a seconda del momento in cui si fa ingresso nella lettura, si ha una percezione diversa dell’intera opera. Quasi come se, a turno, i personaggi prendessero in mano un microfono e si mettessero a cantare da solisti.

Il ciclo su Barcellona
Il ciclo su Barcellona

“[…] Dall’atrio, immerso in una penombra azzurrina, si intravedevano uno scalone di marmo e uno scalone affrescato con figure di angeli e di creature fantastiche. Seguimmo il guardiano fino a un ampio salone circolare sovrastato da una cupola da cui scendevano lame di luce. Era un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalla dalla geometria impossibile. Guardai mio padre a bocca aperta e lui mi sorrise ammiccando:
«Benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, Daniel.»”

«L’era del welfare ero(t)ico: quale scenario ci si presenta?»

Welfare equo-solidale?
Welfare equo-solidale?

L’ipotesi che possa esserci, all’interno del welfare tricolore, una parte di stato sociale a ‘luci rosse’ che generi gettito fiscale, non è un’idea così campata in aria. Di recente, una ricerca finalizzata ad individuare i numeri del mestiere più antico del mondo, ha rivelato che, nel business del sesso mercenario, in Italia ci sono grosso modo circa 70.000 unità operative (tra donne, trans e generi alternativi) impegnate in questo settore. Gli uomini sono esclusi da questo novero e, naturalmente, nella fattispecie, è escluso anche il settore dell’hard-core. Quindi, dicevo, 70.000 persone per una stima di circa 9.000.000 di ‘utenti’. Sì, lo so, suona strano sentire la parola utenti in un tale contesto, ma parliamo pur sempre di un fenomeno in cui si genera e si trasferisce valore; in cui c’è del denaro che ‘passa di mano’ a fronte di una richiesta di ‘servizi‘. Stiamo parlando comunque di un segmento in cui si sviluppa una precisa dinamica di domanda e offerta, quindi si tratta di un ‘mercato’ vero e proprio. E volendo applicare la teoria della ‘media del pollo’, il conto è bello che fatto: 9.000.000 di utenti, spalmati (passatemi il termine, ci sta tutto) su 70.000 ‘operatrici qualificate’, fa grosso modo circa 128 clienti a testa. N.B: 128 ‘clienti’, sono pur sempre 128 consumatori vi pare? Quindi, 128 ‘consumatori’ (a tutti gli effetti) in, diciamo, 25 giorni lavorativi… fanno la media di circa 5 ‘incontri’ quitidiani: be’, un bel logorio insomma. Il tutto, senza poter scioperare o ‘godere’ (anche qui, passatemela l’espressione: ci sta tutta) di ferie. E se questi numeri dovessero risultare definitivi, stiamo ragionando su un volume d’affari teorico di circa 270 mln€: secondo me sono un po’ pochini. Difatti, la mia prima riflessione è: 9.000.000 mi pare stima approssimata di parecchio per difetto. Ne consegue che, probabilmente, anche il numero potenziale di ‘esercenti’ il mestiere sia sottostimato. La seconda riflessione è: se dovesse diventare un’attività legale a tutti gli effetti, e quindi tassabile ed ‘imponibile’, chi fatturerebbe cosa e a chi altri? Inoltre: il contribuente, alla voce spese deducibili nel 730/740, quale prova dovrà produrre per dimostrare di aver ‘consumato’’? E nel dibattito parlamentare sull’eventuale riapertura di ‘case chiuse’, qualcuno ha preso in considerazione l’ipotesi che, le mogli degli ‘utenti’ che abbiano consumato, potrebbero a buon ragione incazzarsi come delle jene? Ma poi i veri dubbi sono: al giorno d’oggi, può esistere un’etica ‘cortigiana’ equo solidale? Può rappresentare una soluzione credibile?

«L’‘Alba’ del gusto: cronaca di una serata… fuori programma»

C’era una volta, in una Sicilia lontana lontana…”

"Cantina San Teodoro"
“Cantina San Teodoro”

Be’ no, questa non è una favola, o l’incipit di una trilogia intergalattica degli anni ‘70. Ad esser sinceri, non è nemmeno una vecchia storia né una di quelle leggende che si tramandano tra generazioni; e no: non è nemmeno una metafora. Questa è una realtà contemporanea, qui vi riassumo il talento di uno straordinario chef: Mimmo Alba; colui che, partendo dalla sua Catania, ha deciso di sfidare gli stereotipi culinari partenopei, tentando di ‘riunificare’, almeno a tavola, gli antichi fasti del Regno delle due sicilie. Mimmo Alba, un professionista che, attraverso la chimica degli alimenti, riesce a: concentrare, liquidare, esaltare, raffreddare e sublimare la materia prima. Ricerca sapori e tradizioni perdute nelle pieghe del tempo, li recupera riadattandoli al giorno d’oggi, sfidando tutti i luoghi comuni napoletani.

Premessa:
La serata è… ‘fuori programma’, per il sempice fatto che avrei dovuto fare altro, ma poi è saltato tutto. Ed ecco che arriva, del tutto inattesa, la ‘chiamata’ di un mio caro amico che, casualmente, dalla Sicilia, anche lui era in ‘transito’ dalle mie parti, a Caserta. Lui è Nando Papa, head sommelier del Verdura resort, Gruppo Rocco Forte H. di Sciacca. Al cellulare mi fa: “vediamo se stasera ti lasci andare ad una piacevole trasgressione”. Capirai, la frase aveva un che di sibillino, e non me lo son fatto ripetere nemmeno mezza volta; ho mollato tutto e siamo partitti assieme: tempo un’ora circa, eravamo a Napoli alla ‘Cantina San Teodoro’, località Chiaia.

Sul posto:
La prima cosa che vedi arrivando nel suo ristorante gourmet, in realtà, non è una cosa ma Luigi: professionale e scrupoloso direttore di sala, nella sua elegante uniforme blu scuro. Voce bassa e cortesia completano il suo quadro.
Entrando nella sala, poi, noti subito due cose: la sobrietà dell’ambiente (discreto ed armonioso) e grandi vasi sui tavoli. Dentro, però, non ci sono i classici fiori (secchi, finti o di campo) ma delle bellissime coreografie di sottilissimi, variegati e lunghi grissini cotti in casa. A proposito: vi consiglio di assaggiare subito quello al nero di seppia, buoni ma finiscono presto. Perciò, siate pronti. Anche luci e posaterie hanno il loro perché: le prime, basse per agevolare l’ospite e soffuse quanto basta; le seconde, ‘schierate’ ad arte e perfettamente lucide e pulite. Ah, un’altra annotazione: scoprire una coppia di coltelli ‘Sambonet’, uno dei quali in perfetto equilibrio verticale lungo, con le punte rivolte ad un bellissimo bicchiere per acqua color blu marino, regala un bel colpo d’occhio, è come se stesse per dire: “hey amico, questo è solo l’inizio, sai?..” E così tu, seduto, ti apri ad un bel sorriso a trentadue denti. A questo punto ci siamo, il viaggio è appena cominciato: veniamo al dunque.

Creazioni e sorprese dello Chef:
Se c’è una cosa che proprio detesto, è l’aglio; se c’è una cosa che devo assolutamente evitare è il sale aggiunto. Ebbene, appena svuotato la flûte di prosecco offerto dalla casa, come prima cosa per introdurre il menù, Mimmo Alba ci fa: “Si comincia con della zucca, accompagnata ad olive siciliane, una spruzzata di origano siciliano di montagna e, sopra tutto, un bello spicchio d’aglio trattato con un antico metodo arabo…” ed io già tremavo. Poi aggiunge: “Ah, per la cronaca: tutto quello che mangerete ha una cottura assolutamente priva di sale aggiunto”; 1-1, match pari. In effetti, alla fine vince solo il sapore, l’armonia degli aromi, la potenza della cultura multietnica gastronomica di cui Mimmo Alba è un coraggioso araldo. L’esperimento dell’aglio è stato un grande successo: lui mi ha pure spiegato il metodo, ma francamente non lo ricordo. Però una cosa mi è rimasta: la bontà di quello spicchio, passa anche per secoli di tradizione culinaria araba.
Rischio di sfiorare la commozione emotiva quando prendo atto che, cucinare senza sale e con sapore, non solo è possibile ma è un’arte che trova applicazione. Sono anni che sostengo l’importanza della sottrazione di sale nella cottura, sebbene il mio sforzo comunicativo generi ilarità e dissenso. L’aver ottenuto una tale conferma, mi ha dato un senso di appagamento di grande rilevanza, ma ora procediamo nella descrizione di altre squisitezze.
Dopo aver stappato una bottiglia di bianco SP68 ‘Terre sicilianeI.G.T. (cantine Occhipinti), annata 2013, io e Nando viviamo quasi un istante Zen. Mi spiego: nel bel mezzo del brindisi, Mimmo introduce il piatto successivo servito su una tavolozza di legno, di quelle usate per adagiarvi il sushi. Da qui, il momento Zen che accennavo prima: davvero una piacevole sorpresa. Dopodiché, sempre Mimmo, ci spiega la sua versione del tortellino: altra esplosione creativa, vedrete. E mentre Nando mesce il bianco -ancora fresco di cella- assaggiamo sua maestà il tortello: l’impasto è fatto con ben 33 rossi d’uovo, riempito con del leggero fois gras e adagiato su una fresca crema di carciofi e menta. A fare da ombrello all’opera, un buonissimo carciofo disidradato e fritto. Mai assaggiato prima un piatto del genere: originale.
Nel frattempo, il bianco continua a fluire nei calici, complice la presenza di un efficiente Luigi: il bello è che ‘sto vino andava bene su tutto, sino ad ora. Poi, tra un tagliolino con aringhe affumicate ed un salmone marinato in crosta di zucchero di canna caramellato e cipolla di Tropea, si arriva al dessert.
Il dolce… è davvero dolce: un gustoso ‘cannolo scomposto’ (che poi si ricompone tra la bocca, il cavo orale e lo stomaco). La ricetta è quella del classico cannolo siciliano, con la loro speciale, insostituibile ricotta di pecora. Attenzione però, il momento del dessert ce lo ricorderemo per un bel pezzo. In effetti, non si è trattato di un semplice piatto servito e da centellinare con calma, ma è stato qualcosa di davvero speciale, eccezionale. Non già per il sapore espresso dal cannolo, ma perché Mimmo Alba ci ha resi protagonisti di un vero e proprio… coup de théâtre. Mentre io e Nando ci accingiamo al primo boccone, d’un tratto, come per incanto, sentiamo piovere (letteralmente) su di noi un aroma di latte di fico. La sensazione provata evoca immagini bucoliche da un altro secolo: in pratica cosa è accaduto?
Mimmo, dopo aver spiegato il piatto, approfittando di un nostro attimo di distrazione, di nascosto tira fuori una bottiglietta nascosta abilmente dietro la schiena, la agita per un istante e ne spruzza il contenuto. Il risultato è… una suggestione: l’idea, come dicevo poc’anzi, è come gustare il dolce in campagna, all’aperto, e sotto un fresco albero di fico. Tutto merito dell’essenza nebulizzata.

Titoli di coda:
Dopo il dolce, è la volta dello zibibbo di casa Donnafugata (Ben Ryè) e a seguire l’immancabile caffè, buono devo dire. Domanda: secondo voi finisce qui? Nemmeno per sogno: a quel punto inizia il ‘fuori onda’ della serata (vi ricordo che la serata nasceva come fuori programma, quindi… ci voleva anche il fuori onda). Mimmo si siede a tavola con noi, e tutti e tre ci lanciamo in un dibattito a 360°, degno del più coriaceo dei talk-show. Ma questa è tutta un’altra storia e magari la racconterò un’altra volta. Ma prima di concludere, un avvertimento: non chiedetegli mai di farvi preparare… soupes o consommé fatti col dado; spaghetti a vongole, linguine allo scoglio o fritture di paranze. Nemmeno se nella frittura ci sono solo i… ‘tondini’ (calamari): ne va della vostra sicurezza. Siete stati avvisati!..

Bello “passare dall’altra parte”: il fascino negli ‘accavallamenti’ di celluloide

Oddio, non sarà lo stesso apprezzamento riservato all’accavallamento delle splendide gambe di una signora, ma l’interesse c’è, eccome. Una voglia matta di ‘intrecci’ da pellicola: il vero nome, però, è Crossover!
Cominciamo con ordine: cos’è un crossover? In poche parole, è l’episodio di una fiction, il capitolo di un film o videogioco, parte di una serie in cui la trama si ‘intreccia’, appunto, con uno o più episodi di un’altra serie.
Insomma, si tratta di unire due o più ambientazioni diverse, in un’unica narrazione; una tendenza, oggi, molto diffusa ed apprezzata dalle platee. Il cinema, poi, è pieno zeppo di ‘crossover’: è divertente assistere alla citazione di un film dentro un altro film, perchè è un mezzo che cancella un pò quelli che sono i confini tra i ‘mondi finizionali’.
Voglio dire, ciò che viene mostrato nel film non è necessariamente l’unico mondo presente: in parallelo ce ne sono altri. Esempio lampante, ‘Alien Vs Predator’ o ‘Freddy Vs Jason’: personaggi che l’uno con l’altro non dovrebbero avere nulla a che fare, ma che ritroviamo insieme in una storia. Quindi, per farla in breve e concludere, si potrebbe dire che, i mondi dai quali i personaggi vengono fuori, non sono uno l’esclusione dell’altro, ma esistono in contemporanea: talvolta paralleli, ma altre volte in intersezione.

Fascino da 'crossover'
Fascino da ‘crossover’