«L’era del welfare ero(t)ico: quale scenario ci si presenta?»

Welfare equo-solidale?
Welfare equo-solidale?

L’ipotesi che possa esserci, all’interno del welfare tricolore, una parte di stato sociale a ‘luci rosse’ che generi gettito fiscale, non è un’idea così campata in aria. Di recente, una ricerca finalizzata ad individuare i numeri del mestiere più antico del mondo, ha rivelato che, nel business del sesso mercenario, in Italia ci sono grosso modo circa 70.000 unità operative (tra donne, trans e generi alternativi) impegnate in questo settore. Gli uomini sono esclusi da questo novero e, naturalmente, nella fattispecie, è escluso anche il settore dell’hard-core. Quindi, dicevo, 70.000 persone per una stima di circa 9.000.000 di ‘utenti’. Sì, lo so, suona strano sentire la parola utenti in un tale contesto, ma parliamo pur sempre di un fenomeno in cui si genera e si trasferisce valore; in cui c’è del denaro che ‘passa di mano’ a fronte di una richiesta di ‘servizi‘. Stiamo parlando comunque di un segmento in cui si sviluppa una precisa dinamica di domanda e offerta, quindi si tratta di un ‘mercato’ vero e proprio. E volendo applicare la teoria della ‘media del pollo’, il conto è bello che fatto: 9.000.000 di utenti, spalmati (passatemi il termine, ci sta tutto) su 70.000 ‘operatrici qualificate’, fa grosso modo circa 128 clienti a testa. N.B: 128 ‘clienti’, sono pur sempre 128 consumatori vi pare? Quindi, 128 ‘consumatori’ (a tutti gli effetti) in, diciamo, 25 giorni lavorativi… fanno la media di circa 5 ‘incontri’ quitidiani: be’, un bel logorio insomma. Il tutto, senza poter scioperare o ‘godere’ (anche qui, passatemela l’espressione: ci sta tutta) di ferie. E se questi numeri dovessero risultare definitivi, stiamo ragionando su un volume d’affari teorico di circa 270 mln€: secondo me sono un po’ pochini. Difatti, la mia prima riflessione è: 9.000.000 mi pare stima approssimata di parecchio per difetto. Ne consegue che, probabilmente, anche il numero potenziale di ‘esercenti’ il mestiere sia sottostimato. La seconda riflessione è: se dovesse diventare un’attività legale a tutti gli effetti, e quindi tassabile ed ‘imponibile’, chi fatturerebbe cosa e a chi altri? Inoltre: il contribuente, alla voce spese deducibili nel 730/740, quale prova dovrà produrre per dimostrare di aver ‘consumato’’? E nel dibattito parlamentare sull’eventuale riapertura di ‘case chiuse’, qualcuno ha preso in considerazione l’ipotesi che, le mogli degli ‘utenti’ che abbiano consumato, potrebbero a buon ragione incazzarsi come delle jene? Ma poi i veri dubbi sono: al giorno d’oggi, può esistere un’etica ‘cortigiana’ equo solidale? Può rappresentare una soluzione credibile?

«L’‘Alba’ del gusto: cronaca di una serata… fuori programma»

C’era una volta, in una Sicilia lontana lontana…”

"Cantina San Teodoro"
“Cantina San Teodoro”

Be’ no, questa non è una favola, o l’incipit di una trilogia intergalattica degli anni ‘70. Ad esser sinceri, non è nemmeno una vecchia storia né una di quelle leggende che si tramandano tra generazioni; e no: non è nemmeno una metafora. Questa è una realtà contemporanea, qui vi riassumo il talento di uno straordinario chef: Mimmo Alba; colui che, partendo dalla sua Catania, ha deciso di sfidare gli stereotipi culinari partenopei, tentando di ‘riunificare’, almeno a tavola, gli antichi fasti del Regno delle due sicilie. Mimmo Alba, un professionista che, attraverso la chimica degli alimenti, riesce a: concentrare, liquidare, esaltare, raffreddare e sublimare la materia prima. Ricerca sapori e tradizioni perdute nelle pieghe del tempo, li recupera riadattandoli al giorno d’oggi, sfidando tutti i luoghi comuni napoletani.

Premessa:
La serata è… ‘fuori programma’, per il sempice fatto che avrei dovuto fare altro, ma poi è saltato tutto. Ed ecco che arriva, del tutto inattesa, la ‘chiamata’ di un mio caro amico che, casualmente, dalla Sicilia, anche lui era in ‘transito’ dalle mie parti, a Caserta. Lui è Nando Papa, head sommelier del Verdura resort, Gruppo Rocco Forte H. di Sciacca. Al cellulare mi fa: “vediamo se stasera ti lasci andare ad una piacevole trasgressione”. Capirai, la frase aveva un che di sibillino, e non me lo son fatto ripetere nemmeno mezza volta; ho mollato tutto e siamo partitti assieme: tempo un’ora circa, eravamo a Napoli alla ‘Cantina San Teodoro’, località Chiaia.

Sul posto:
La prima cosa che vedi arrivando nel suo ristorante gourmet, in realtà, non è una cosa ma Luigi: professionale e scrupoloso direttore di sala, nella sua elegante uniforme blu scuro. Voce bassa e cortesia completano il suo quadro.
Entrando nella sala, poi, noti subito due cose: la sobrietà dell’ambiente (discreto ed armonioso) e grandi vasi sui tavoli. Dentro, però, non ci sono i classici fiori (secchi, finti o di campo) ma delle bellissime coreografie di sottilissimi, variegati e lunghi grissini cotti in casa. A proposito: vi consiglio di assaggiare subito quello al nero di seppia, buoni ma finiscono presto. Perciò, siate pronti. Anche luci e posaterie hanno il loro perché: le prime, basse per agevolare l’ospite e soffuse quanto basta; le seconde, ‘schierate’ ad arte e perfettamente lucide e pulite. Ah, un’altra annotazione: scoprire una coppia di coltelli ‘Sambonet’, uno dei quali in perfetto equilibrio verticale lungo, con le punte rivolte ad un bellissimo bicchiere per acqua color blu marino, regala un bel colpo d’occhio, è come se stesse per dire: “hey amico, questo è solo l’inizio, sai?..” E così tu, seduto, ti apri ad un bel sorriso a trentadue denti. A questo punto ci siamo, il viaggio è appena cominciato: veniamo al dunque.

Creazioni e sorprese dello Chef:
Se c’è una cosa che proprio detesto, è l’aglio; se c’è una cosa che devo assolutamente evitare è il sale aggiunto. Ebbene, appena svuotato la flûte di prosecco offerto dalla casa, come prima cosa per introdurre il menù, Mimmo Alba ci fa: “Si comincia con della zucca, accompagnata ad olive siciliane, una spruzzata di origano siciliano di montagna e, sopra tutto, un bello spicchio d’aglio trattato con un antico metodo arabo…” ed io già tremavo. Poi aggiunge: “Ah, per la cronaca: tutto quello che mangerete ha una cottura assolutamente priva di sale aggiunto”; 1-1, match pari. In effetti, alla fine vince solo il sapore, l’armonia degli aromi, la potenza della cultura multietnica gastronomica di cui Mimmo Alba è un coraggioso araldo. L’esperimento dell’aglio è stato un grande successo: lui mi ha pure spiegato il metodo, ma francamente non lo ricordo. Però una cosa mi è rimasta: la bontà di quello spicchio, passa anche per secoli di tradizione culinaria araba.
Rischio di sfiorare la commozione emotiva quando prendo atto che, cucinare senza sale e con sapore, non solo è possibile ma è un’arte che trova applicazione. Sono anni che sostengo l’importanza della sottrazione di sale nella cottura, sebbene il mio sforzo comunicativo generi ilarità e dissenso. L’aver ottenuto una tale conferma, mi ha dato un senso di appagamento di grande rilevanza, ma ora procediamo nella descrizione di altre squisitezze.
Dopo aver stappato una bottiglia di bianco SP68 ‘Terre sicilianeI.G.T. (cantine Occhipinti), annata 2013, io e Nando viviamo quasi un istante Zen. Mi spiego: nel bel mezzo del brindisi, Mimmo introduce il piatto successivo servito su una tavolozza di legno, di quelle usate per adagiarvi il sushi. Da qui, il momento Zen che accennavo prima: davvero una piacevole sorpresa. Dopodiché, sempre Mimmo, ci spiega la sua versione del tortellino: altra esplosione creativa, vedrete. E mentre Nando mesce il bianco -ancora fresco di cella- assaggiamo sua maestà il tortello: l’impasto è fatto con ben 33 rossi d’uovo, riempito con del leggero fois gras e adagiato su una fresca crema di carciofi e menta. A fare da ombrello all’opera, un buonissimo carciofo disidradato e fritto. Mai assaggiato prima un piatto del genere: originale.
Nel frattempo, il bianco continua a fluire nei calici, complice la presenza di un efficiente Luigi: il bello è che ‘sto vino andava bene su tutto, sino ad ora. Poi, tra un tagliolino con aringhe affumicate ed un salmone marinato in crosta di zucchero di canna caramellato e cipolla di Tropea, si arriva al dessert.
Il dolce… è davvero dolce: un gustoso ‘cannolo scomposto’ (che poi si ricompone tra la bocca, il cavo orale e lo stomaco). La ricetta è quella del classico cannolo siciliano, con la loro speciale, insostituibile ricotta di pecora. Attenzione però, il momento del dessert ce lo ricorderemo per un bel pezzo. In effetti, non si è trattato di un semplice piatto servito e da centellinare con calma, ma è stato qualcosa di davvero speciale, eccezionale. Non già per il sapore espresso dal cannolo, ma perché Mimmo Alba ci ha resi protagonisti di un vero e proprio… coup de théâtre. Mentre io e Nando ci accingiamo al primo boccone, d’un tratto, come per incanto, sentiamo piovere (letteralmente) su di noi un aroma di latte di fico. La sensazione provata evoca immagini bucoliche da un altro secolo: in pratica cosa è accaduto?
Mimmo, dopo aver spiegato il piatto, approfittando di un nostro attimo di distrazione, di nascosto tira fuori una bottiglietta nascosta abilmente dietro la schiena, la agita per un istante e ne spruzza il contenuto. Il risultato è… una suggestione: l’idea, come dicevo poc’anzi, è come gustare il dolce in campagna, all’aperto, e sotto un fresco albero di fico. Tutto merito dell’essenza nebulizzata.

Titoli di coda:
Dopo il dolce, è la volta dello zibibbo di casa Donnafugata (Ben Ryè) e a seguire l’immancabile caffè, buono devo dire. Domanda: secondo voi finisce qui? Nemmeno per sogno: a quel punto inizia il ‘fuori onda’ della serata (vi ricordo che la serata nasceva come fuori programma, quindi… ci voleva anche il fuori onda). Mimmo si siede a tavola con noi, e tutti e tre ci lanciamo in un dibattito a 360°, degno del più coriaceo dei talk-show. Ma questa è tutta un’altra storia e magari la racconterò un’altra volta. Ma prima di concludere, un avvertimento: non chiedetegli mai di farvi preparare… soupes o consommé fatti col dado; spaghetti a vongole, linguine allo scoglio o fritture di paranze. Nemmeno se nella frittura ci sono solo i… ‘tondini’ (calamari): ne va della vostra sicurezza. Siete stati avvisati!..

Bello “passare dall’altra parte”: il fascino negli ‘accavallamenti’ di celluloide

Oddio, non sarà lo stesso apprezzamento riservato all’accavallamento delle splendide gambe di una signora, ma l’interesse c’è, eccome. Una voglia matta di ‘intrecci’ da pellicola: il vero nome, però, è Crossover!
Cominciamo con ordine: cos’è un crossover? In poche parole, è l’episodio di una fiction, il capitolo di un film o videogioco, parte di una serie in cui la trama si ‘intreccia’, appunto, con uno o più episodi di un’altra serie.
Insomma, si tratta di unire due o più ambientazioni diverse, in un’unica narrazione; una tendenza, oggi, molto diffusa ed apprezzata dalle platee. Il cinema, poi, è pieno zeppo di ‘crossover’: è divertente assistere alla citazione di un film dentro un altro film, perchè è un mezzo che cancella un pò quelli che sono i confini tra i ‘mondi finizionali’.
Voglio dire, ciò che viene mostrato nel film non è necessariamente l’unico mondo presente: in parallelo ce ne sono altri. Esempio lampante, ‘Alien Vs Predator’ o ‘Freddy Vs Jason’: personaggi che l’uno con l’altro non dovrebbero avere nulla a che fare, ma che ritroviamo insieme in una storia. Quindi, per farla in breve e concludere, si potrebbe dire che, i mondi dai quali i personaggi vengono fuori, non sono uno l’esclusione dell’altro, ma esistono in contemporanea: talvolta paralleli, ma altre volte in intersezione.

Fascino da 'crossover'
Fascino da ‘crossover’

«E’ sindrome da ‘pianto greco’? Poche significative cifre su un ‘fallimento’ urbano»

Il difficile momento, nella stagione 2014-’15 della Pasta Reggia, inutile nasconderselo, passa senza dubbio anche per il dramma socio-economico-occupazionale di Caserta e provincia. Uno stallo che appare irreversibile, se non addirittura destinato ad un ulteriore deterioramento. Mi spiego…

Caserta, 104^ in una classifica di 107 comuni italiani.
Caserta, 104^ in una classifica di 107 comuni italiani.

L’indagine del Sole24Ore – puntuale ogni fine d’anno – conferma che, su 107 comuni ‘verificati’, Caserta si attesta al 104° posto in classifica, in perdita di una posizione. Senza considerare che, oltretutto, Caserta è un comune in dissesto finanziario. Meglio di noi, addirittura Avellino e Benevento. Allora, in un tale quadro deprimente non riesco a spiegarmi una cosa: che senso ha oggi, a Caserta, insistere nel coinvolgimento della politica nelle difficoltà agonistiche. Cosa si spera, concretamente, di ottenere? Quale credibilità? Quali utili proposte da quella sponda?

La ricerca del Sole24Ore, però, non finisce qui, e c’è altro su cui riflettere:
– il tasso di occupazione sfiora il 40%. Vuol dire che c’è un potenziale 60% senza reddito (attenzione, da considerare i percettori di reddito ‘a nero’), quindi un esercito di gente che NON consuma. Consideratene le implicazioni;
– Caserta è ultima per presenza di asili, sostegno all’infanzia e/o servizi equipollenti. Senza tener conto delle famiglie aventi diritto, ad es: le cedole librarie, che non saranno mai incassate per mancanza di fondi. Senza tener conto dei tanti debiti che la ‘municipalità’ ha contratto con il sistema impresa, ad oggi ancora insoluti; a meno che il creditore non accetti l’abietta proposta di scontare del 50% le proprie spettanze;
– Caserta è tra le ultime in classifica, tra le peggiori città italiane per qualità di vita e condizioni economiche generali. Strade piene di buche, mediocre smaltimento dei rifiuti, enormi difficoltà nel riconoscimento dei sinistri in cui è responsabile la Città. Le aliquote IMU, e degli altri tributi locali, ai massimi di sempre anche in ragione del già citato dissesto. E mi fermerei qui: i dati condivisi penso siano già sufficienti per procedere a delle considerazioni sul futuro della città e della nostra provincia. Proviamo a rifletterci facendo un semplice gioco di ruolo;
mettiamoci nei panni di un imprenditore che vorrebbe investire. Secondo voi, quali concreti vantaggi ci sarebbero a scommettere geograficamente su di noi? Quali le garanzie da parte di istituzioni e fiscalità? Insomma, quali potrebbero essere le sue ‘motivazioni d’acquisto’ a bocce ferme? A mio modesto parere, ve ne sono pochissime.
E sfido chiunque a dimostrarmi il contrario; un’economia in pieno stile feudale, quasi oligarchica, che tiene fuori giovani e idee vincenti. La débâcle della pallacanestro è solo la cuspide, la punta estrema di un declino iniziato già molto tempo prima. Impossibile, per un uomo solo, pensare di far fronte ai costi di una stagione professionistica. L’attuale ‘Proprietà’, ed il main sponsor Pasta Reggia, non possono da soli sostenere la competizione nella massima serie, garantendo qualità del gioco. Difatti stavolta si è toppato di brutto, e si è dovuto mettere di nuovo mano al portafoglio per rimediare ad una pessima campagna acquisti.
Francamente, non so fino a che punto la Proprietà sia in grado di tenere banco anzi, ad un certo punto credo si debba fare anche un ragionamento di etica d’impresa. Cioè, a conti fatti, tra risorse destinate al basket e ritorni in termini di risultati, il saldo è positivo? Vale la pena proseguire? Le risposte possono arrivare solo da chi ci mette la grana; io posso solo supporre che, in questi giorni, la Proprietà si interrogherà a dovere.
Ultima cosa e concludo: chi mi conosce sa come la penso; a mio avviso, la soluzione per la ‘continuità’ ed un salto di qualità, passa per la creazione di una piattaforma polisportiva che contenga Basket, Volley e Calcio locale. Un modello che preveda sinergia fra: tifosi/soci, imprese locali e servizi integrati con alto valore aggiunto. Senza questo ‘patto’ economico-agonistico-sociale, non credo possa esserci una nuova alba. Il mio più intimo auspicio? “Volalto JuveCasertana!..”

«Quello sgradevole ‘vizietto’…» Cronaca di una generazione perdente

Bancari 2
Italiano medio, bancario medio!

Si tratta della maledizione dell’italiano medio; uno dei volti dell’italica approssimazione: una proprietà intellettuale inalienabile, indelebile, verace. E’ lui: è anche il bancario medio. Stavolta è di lui che si parla!
Costui riflette l’archetipo dell’italiano medio, cioè uno che vive alla giornata come se gli fosse ‘dovuta’; che aspetta il 27 del mese senza curarsi troppo di ciò che fa. punta ‘sul sicuro’ lui: è un tipo prudente… Sia chiaro: lungo il mio percorso professionale ne ho incontrati anche di preparati e dannatamente efficienti, mica solo reietti o mediocri!..
Già ai primi livelli impiegatizi, ti accorgi che siamo circondati da gente che si sente indispensabile, sempre dalla parte del giusto, senza rendersi conto che sta nuotando in un mare di ignoranza sconfinato. Insomma, uno a cui tutto scivola addosso, perché tanto lo stipendio è garantito. Nemmeno riesce a vedere il treno che gli sta arrivando addosso, ma altroché se se lo beccherà: bello frontale sarà l’impatto!..
Il bancario medio non riceve una particolare educazione, non ne ha bisogno. Inizia dallo sportello, ed oggi gli occorre solo un’infarinatura minima su come rappresentare la sua banca verso il pubblico, verso gli utenti, alle casse. Per questioni più complesse, rinvia al ‘direttore di sala’ che, essendo stato per decenni allo sportello, dovrebbe avere più esperienza (e quindi fare problem solving), più creatività professionale, più slancio pro attivo. Invece è solito saper fare solo due cose:
1) esercita il suo ‘potere’, a seconda di chi ha davanti, per impedire che la soluzione venga trovata (tanto, per lui, sarebbe stata una perdita di tempo…);
2) spedisce lo ‘sfortunato’ di turno (e qui, ho usato i guanti di velluto), ai piani superiori (letteralmente), per parlare con qualcuno che, magari, ti dice “… spiacente, non me ne occupo io” o se è bravo, ma ‘bravo’ davvero, ti porta dal/dalla direttore/direttrice, sennò… sticazzi: t’arrangi alla bell’e meglio. Tanto, il culo sulla graticola è il tuo, perché loro hanno il ‘27’… Oppure, nei casi più rari, puoi avere la fortuna di parlare col ‘mega direttore clamoroso’ di turno che ti dice: “Vuole cinquantamila €uro? Ha case (al plurale)? Nooo? Mi faccia vedere quanto ha da noi… bene, sono… 65.000€? Ci dispiace, ma non bastano. Se vuole, però, può aprire un mutuo da noi… per avere il finanziamento. Vuole pensarci un po’ su?..” A ‘sto punto, poi, non ci dobbiamo meravigliare se -in meno di dieci anni- è stato sputtanato quasi tutto il patrimonio di una banca antica di 542 anni: un’eccellenza italiana, l’ennesima, di cui andar fieri, esempio di solida tradizione nel territorio. Parlo di MPS ovviamente, la prima ‘banca’ (intesa come struttura bancaria a tutti gli effetti) del Mondo, perché di strozzini o cravattari ve ne sono tracce ancor più antiche, persino nella letteratura del tardo ‘600. Sicché, e concludo, è la mediocrità che impera, da noi, al giorno d’oggi. Che ci piaccia o no. Certo, non tutti ci si riconoscono, ma in fondo -fatte le debite eccezioni- siamo tutti fatti un po’ così: un popolo che propende all’inconsapevole ignoranza; presuntuosi, cialtroni, abilissimi a farci del male ed ancora più abili a dircelo ed a piangerci sopra. Ma ecco: basta che poi arrivino smartphone, calcio, un po’ di culi, delle tette… e tutto ricomincia esattamente come prima!
Piemmerre creativity by Protagonista & Soci
Work licensed under a Creative Commons License: CC BY-ND 3.0
Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0-Unported License

“Sono pazzo di te!” Quando l’orgoglio ‘JC’ diventa acronimo di ‘Join the Company’

Compro la Juvecaserta!

"Sono pazzo di te!"
“Sono pazzo di te!”

«Caserta città del basket!»;
«Juvecaserta, patrimonio dei casertani…»;
«Juvecaserta: orgoglio di essere meridionali
Sono solo alcuni degli slogan, degli ‘adagi’, dei paradigmi che da anni continuiamo a ripeterci, forse senza comprenderne effettivamente il senso. Ce li si ripete a pappagallo senza mai dare corpo al concetto. Eppure, potrebbe essere una realtà su cui varrebbe davvero la pena scommetterci; un ‘patrimonio’ sportivo e culturale su cui poterci addirittura investire. Già, investire… ma che vuol dire questa parola?

Investire, in parole semplici, vuol dire: utilizzare il proprio risparmio, attraverso uno o più ‘soluzioni finanziarie’, per raggiungere un risultato economico che crei un valore da aggiungere alla somma iniziale. In definiva, ottenere un profitto anche in relazione della variabile tempo; un dettaglio fondamentale nell’ottica di un obiettivo coerente. Portare a termine un investimento presuppone la definizione di un preciso piano: una strategia; ma restare fedeli al piano d’investimento o al periodo individuato può non essere facile anzi, talvolta può rivelarsi una vera e propria sfida perché, le fluttuazioni dei mercati che influiscono sul valore del capitale, possono indurre nella tentazione di rivedere le proprie scelte. In questi casi occorre tenere presente che investire (efficacemente) significa andare al di là dell’oggi e avere uno sguardo di più ampio respiro. Perché non dev’essere il mercato o l’emotività a guidarci, ma una lucida e razionale strategia.
Fatta questa opportuna premessa, vado dritto al punto: se la mia scelta finanziaria non riguardasse il mercato mobiliare bensì un altro settore? Se io volessi investire nello sport, per la precisione nella pallacanestro, di quali informazioni potrei aver bisogno? Ma soprattutto: attraverso quali strumenti ed operazioni si potrebbe veicolare il mio investimento?
Ebbene, riguardo al secondo punto, va detto subito che non esiste un’unica risposta: le alternative sono parecchie. Diciamo che, la più efficace, potrebbe essere una ‘Offerta pubblica di sottoscrizione’ (OPS).

L’OPS è l’operazione attraverso cui quote di proprietà di una società vengono create ex-novo (o sostituendo le vecchie, magari concentrate nelle disponibilità di un unico soggetto) e fatte sottoscrivere ai nuovi soci. La conseguenza di una OPS è un aumento di capitale per la SPA neonata. Nel caso di specie, trattandosi di una società di pallacanestro, l’operazione non deve necessariamente passare per la borsa valori, e quindi per la quotazione sui listini ufficiali. Di fatto si tratterebbe di una transazione fra privati, quindi è possibile stabilire regole precise – a garanzia di tutte le parti – come ad esempio: indicare tempi e modalità di ingresso ed uscita dei soci, eventuale partecipazione ad utili o perdite, benefici e vantaggi per soci, privilegi per i soci fondatori ecc. ecc. Attraverso questa innovativa formula, che ad oggi resta ancora inedita, il concetto tifoso cambia, si evolve: il tal caso egli diviene tecnicamente un socio/supporter.
Passando al primo punto di domanda (ossia di quali informazioni potrei aver bisogno) direi che senza dubbio occorre avere un quadro demografico ed economico-finanziario del territorio. Sia per il mondo imprenditoriale che per le persone fisiche, tecnicamente definite ‘pubblico indistinto’. Insomma, regola numero uno: conosci il tuo territorio! Ma voi lo conoscete davvero il territorio di “Terra di lavoro”? Siamo sicuri di conoscerne tutti i numeri utili per operare scelte ponderate? A tal uopo, quindi, si dovrebbero ricercare informazioni sul territorio provinciale Per ora eccovene una breve sintesi:

"Terra di lavoro" in cifre
“Terra di lavoro” in cifre

Poi su questo ci torneremo più tardi, prima c’è da individuare altri dettagli importanti, cioè: chi prepara una OPS? Chi fa da garante per le parti in gioco? Dove si collocano le quote oggetto di sottoscrizione? Quali sono i soggetti più indicati a fare da intermediari? Chi può accedere ad una OPS? Che profilo deve avere chi sottoscrive quote? Cominciamo con ordine, domanda numero uno: chi la prepara? Ebbene…
Punto uno c’è sempre un valido Advisor (Società di consulenza e/o studio legale specializzato) a fare da regista in un’operazione del genere. Di solito si tratta di rinomatissime società di rating e/o grosse ‘case di investimento’, ma in questo caso – trattandosi di una circostanza meno complessa – uno stimato e competente studio professionale o un’azienda di consulenza finanziario/aziendale possono andare più che bene;
Punto due: i garanti delle parti: come in ogni SPA (quotata o meno) esistono organi più o meno indipendenti (esterni ed interni) preposti alla vigilanza sui conti, sulla politica di gestione (collegio sindacale e dei probiviri), a tutela del pubblico indistinto (assemblea piccoli azionisti) e dei grandi azionisti (Consiglio di amministrazione).
In alcuni casi – non per una operazione come questa – vi è anche un pool di esperti esterni, totalmente indipendente dalla proprietà aziendale: i cosiddetti revisori dei conti;
Punto tre: nella fattispecie, tali quote possono essere collocate a mezzo offerta pubblica, sottoscrivibile solo attraverso canali ufficiali autorizzati e qualificati. Si tratta di banche, SIM, advisor esenti da conflitto, società cooperative e associazioni che non rientrano nella struttura aziendale della proponente;
Punto quarto: a mio modesto parere, i soggetti più indicati a fare da intermediari (considerata la fattispecie di operazione) potrebbero essere due. Direi senz’altro: 1 – le BCC (le banche di credito cooperativo locali) in qualità di soggetto creditizio, la cui peculiarità è appunto il loro presidio territoriale, la loro capacità di penetrazione nel tessuto socio-economico locale; 2 – le società cooperative che, in qualità di associazioni No Profit, lavorando anche su progetti legati allo sport ed attività di interesse generale, potrebbero farsi promotrici e raccogliere risorse in affiancamento alle banche, implementando i rispettivi sforzi nel sollecitare l’operazione;
Punto quinto e sesto: minorenni a parte, praticamente tutti possono accedere a questo genere di offerta. Basta avere una minima disponibilità da destinarvi ed un orizzonte temporale (durata operazione) compatibile col tifoso/socio.
Sarebbe superfluo stilare un presunto profilo ideale; in realtà occorre possedere un sano interesse per lo sport – per la pallacanestro in questo caso – e viverlo con passione. Essere disponibili, nei limiti delle proprie possibilità finanziarie, a supportare economicamente le attività nella massima serie professionistica, ricevendo in cambio la partecipazione ad un grande spettacolo di agonismo. Ma non solo; è chiaro che al tifoso/socio spetteranno anche una serie di benefici e vantaggi, derivanti da beni e servizi prodotti dal sodalizio di aziende/sponsor che ruotano attorno all’impresa oggetto di OPS. Avete presente un po’ il modello Barcellona/Real Madrid? Be’, più o meno l’intenzione è quella, ed è un’idea che potrebbe funzionare. Anzi, per aumentare la probabilità di riuscita del progetto, così come l’appeal del tifoso/socio, si potrebbe addirittura pensare di puntare sul binomio “basket-calcio” (erbetta e parquet) per stimolare il maggiore interesse fra le potenziali nuove imprese sponsor e la gente.
A questo punto, dopo aver snocciolato i precedenti punti, viene spontaneo chiedersi: ma perché investire su di un progetto cestistico? Perché diventare soci/supporter nel mondo della “palla a spicchi”? Perché ragionare sulla possibilità di una offerta pubblica di sottoscrizione? Anche in questo caso, provo a rispondere con ordine: in primo luogo, il basket, la nostra pallacanestro, negli anni ha assunto un vero e proprio “marchio di fabbrica”, un brand insomma. Quindi, come tale, può senza dubbio essere utilizzato come illustre vetrina per gli affari delle aziende pronte ad abbinarvi la propria riconoscibilità.
L’esperienza del marchio “Pasta Reggia” ne è un eloquente esempio, che si rinnoverà anche nella prossima stagione. Ma c’è dell’altro: a Caserta si vive davvero a “pane e basket”; qui, la pallacanestro, l’agonismo cestistico, sono diventati un valore, quasi un pilastro portante. Da qui sono passati grandi campioni – nazionali e stranieri – si sono combattute epiche sfide.
Insomma, è stato sdoganato uno stile, un modus vivendi tutto nostro. E allora, se si tratta di un valore (per ora solo immateriale), perché non farlo diventare concreto, tangibile? Perché non trasformare questo lifestyle in un vero e proprio asset patrimoniale? Non si è sempre detto… “il basket, qui da noi, è un patrimonio collettivo…”. Bene, forse ora è tempo di passare dalle mere parole ai fatti: il 90% della JC (che potrebbe essere largamente condivisa) appartiene un unico soggetto che, tra le altre cose, si è detto più che disponibile a collocare sul mercato un 35-40% del suo pacchetto. Poi diciamoci la verità: non è realistico, e nemmeno salutare, che la quasi totalità delle quote di un sodalizio sportivo resti nelle mani di un solo soggetto. Considerate il rischio che ne deriverebbe: un imprenditore che, prima di tutto, deve render conto ai propri soci ed ai suoi operai ed impiegati. Solo in terza battuta premurarsi dei suoi impegni cestistici, nonostante la sua forte passione. Mentre sarebbe molto opportuno e profittevole spalmare un 35-40% fra uno ‘zoccolo duro’ costituito, per lo più, da tifosi (neo soci) ed aziende medio/piccole. Significherebbe auto patrimonializzare un asset che sarebbe quasi di tutti, e questa… sarebbe una ghiotta occasione per motivare sponsor e marchi prestigiosi (locali e nazionali) ad investire nel nostro brand; costoro sarebbero rassicurati non poco, nel saggiare l’ampiezza e la solidità di una ‘base’ robusta. Dunque, possono bastare queste motivazioni? Nooo? Ok…
Diciamo che, oltre al mondo della palla a spicchi, nella OPS, vi rientri pure il panorama calcistico locale, con la squadra neopromossa in serie C. Questo può senza dubbio attirare le attenzioni dei più eterogenei soggetti: sia privati che imprese. A tutto ciò va abbinato un importante passaggio: una forte e roboante campagna di informazione e sensibilizzazione, nonché un qualificato e vincente sforzo di marketing e pubblicità. Non credo che in tal senso manchino strumenti e mezzi. E tutto ciò, senza trascurare un altro importante dettaglio: la “politica” locale verrebbe totalmente tagliata fuori, ma non per polemica e per una qualche ripicca. Semplicemente perché ad essa compete un ruolo differente: un ruolo di garante e di mediazione, senza dimenticare che c’è da smaltire un dissesto con cui, questa amministrazione, suo malgrado, ha dovuto prendere atto e provvedere di conseguenza.
Infine, terminata l’illustrazione a grandi linee della mia idea, mi pare opportuno affrontare il punto lasciato in sospeso nel precedente rimando, all’inizio del pezzo. La domanda era: volendo investire nella pallacanestro, di quali informazioni potrei aver bisogno? A tal uopo avevo anticipato che, per una scelta ponderata, è essenziale possedere un quadro demografico ed economico-finanziario del territorio, tanto per le imprese quanto per il ‘pubblico indistinto’. Ma chi conosce davvero i numeri di “Terra di lavoro”? Be’, per chi li ignorasse (del tutto o in parte) non vi scomodate, l’ho fatto io per voi grazie anche a due autorevoli fonti: Camera di commercio e BankItalia. Orbene, l’analisi da me svolta si è incentrata sia sul monitoraggio delle imprese, stigmatizzandone tipologie, dimensioni e anzianità. Saldo imprese attive, di genere (sesso), istituzioni Non profit e qualificazione e quantificazione della forza lavoro, che ovviamente si traduce in potenziali clienti consumatori.
Naturalmente, sono andato anche a ricavare il volume dei depositi e dei c/c presso banche e CDP (Cassa depositi e prestiti-Poste italiane), un dato fondamentale se si vuol capire su quali flussi di cassa poter fare affidamento. Quindi, a conclusione del mio articolo, al seguente documento allego anche il risultato delle mie ricerche, corredate da infografiche accreditate.
Il mio più intimo auspicio – senza falsa modestia e senza palesare un personale edonismo – è che, dall’attenta lettura di questa mia proposta, possa nascere un concreto progetto che convinca, l’opinione generale, sulla necessità ed opportunità di sostenere un tale salto di qualità, che vi ricordo: non si è mai visto in Italia, e Caserta, potrebbe essere un autentico modello vincente.
Crediti e licenza diritti

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Saldo netto e classific. imprese del casertano
Saldo netto e classific. imprese del casertano

Numero imprese registrateal 30 settembre 2013: 89.650. Tasso di crescita per il periodo Genn.-Sett.’130,27%, in diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (1,09%)Tasso di crescita prov. CE inferiore al dato regionale (+0,44%) e superiore a quello nazionale (+0,13%)Nel periodo Genn.-Sett.’13, numero tot. iscrizioni è 4.741unità, con variaz. percent. del 12,1% rispetto a primi 9 mesi 2012; le cessazioni sono 4.502con un incremento del’1,9% rispetto a stesso periodo 2012. Al 30 sett.’13, imprese giovanili sono 14.294unità, con incidenza del 15,9% su totale imprese registrate (Campania 13,9% ; Italia 10,5%). Numero totale iscrizioni per 9 mesi del 2013 è di 2.075 unità. Nella scelta della forma giuridica d’impresa, i giovani fanno meno uso delle forme di capitali (preferite nel 19,6% dei casi, a fronte di una media complessiva del 21,6%), preferendo la forma di impresa individuale adottata dal 72,8% delle nuove imprese under 35

Forme giuridiche imprese 2Imprese femminili registrate presso CCIAA: sono 24.419, il 27,2% sul totale. Da Sett.’12 a Sett.’13 si osserva decremento del -0,8%, in controtendenza rispetto alla crescita media del totale delle imprese nel periodo (0,1%). Osservando l’economia al femminile dal punto di vista dei settori, le contrazioni più significative hanno riguardato l’agricoltura (-200 unità, in linea con l’assestamento strutturale del settore in corso da più anni) e il commercio (-108 imprese).

A controbilanciare il saldo negativo di -207 unità, i settori che sono cresciuti di più, in termini assoluti, sono: servizi di alloggio e ristorazione (+33 unità), il settore manifatturiero (+21) e costruzioni (+18). Si conferma la spiccata vocazione femminile per il terziario; nello specifico, si rilevano quote % elevate nel settore della sanità e assistenza sociale (46,3%), istruzione (43,7%). Le imprese femminili a titolarità “under 35“ sono 4.220, il 17,9% del totale del settore rosa.

Al 31 dicembre 2011, (il 9° Censim. gener. dell’industria e servizi), ha registrato 47.941 imprese attive(e con sede legale in prov. di CE), con un incremento del 19,6% rispetto al 2011. Gli addetti sono aumentati di circa 16.000 unità, con un forte incremento nel Commercio e altri Servizi (+15.539 e +8.313) e una forte diminuzione nell’Industria (-7.644). Il 44,7% delle imprese attive opera nel settore commercio, con 21.438 unità e il contributo lavorativo di 52.268 addetti.

Dati su occup. e disoccupaz. in prov.
Dati su occup. e disoccupaz. in prov.

Posizioni lavorative attive:
costituite da 77.659dipendenti, 47.125 indipendenti, 2.316lavoratori esterni, 791lavoratori temporanei. Quota maggiore di indipendenti attiva nel Commercio(22.796) e negli altri servizi(15.722), mentre i dipendenti presenti nel commercio sono 29.472 e nell’industria18.954. Il 70,2%dei dipendenti ha qualifica di operaio, il 26%di impiegato, lo0,7%di dirigenti-quadrie il 3,1%di apprendisti.

31dicembre 2011, istituzioninon profit attivein provincia di Caserta sono 2.343, con incremento del 18,9% rispetto a 2001, anno dell’ultima rilevazione censuaria del settore. La forma giuridica preferita dal settore è l’associazione, che pesa per l’81,8%. In particolare, si tratta di 1.398associazioni non riconosciute(ossia prive di personalità giuridica e costituite tramite scrittura privata, pari al 59,7 per cento del totale) e di 518associazioni riconosciute (nate con atto pubblico riconosciuto dallo Stato e dotate di autonomia patrimoniale 22,1% del totale)Seguono 242 cooperative sociali (10,3%), 34fondazioni (1,5%) e 151restanti istituzioni non profit con altra forma giuridica (6,4%), rappresentate principalmente da enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, comitati, società di mutuo soccorso. Il settore della Cultura e sport e ricreazione si conferma come la naturale vocazione del non profit casertano, con 1394 istituzioni, pari al 59,5% del totale provinciale.

Disponibilità "liquide" prov. CE
Disponibilità “liquide” prov. CE

30 sett. ’13: depositi presso banche e Cassa Depositi e Prestiti nella prov. sono pari a 11,1 miliardi€, con un tasso di crescita pari al 3,8% rispetto allo stesso periodo del 2012 (4,8% Campania; 2,8% Italia). Su fronte impieghi, emerge un tasso di riduzione pari a 1,8%, variazione più contenuta rispetto a quello regionale (-3,4%) e nazionale (-3,6%). In particolare, l’erogazione crediti per settore imprese, evidenzia una flessione tendenziale di -2,1%. Meno accentuata la riduzione dei prestiti alle famiglie, con decremento del 1,4%. La “crisi” morde anche consumi di famiglie, che si indebitano sempre meno. Infatti, l’erogazione del credito al consumo totale (banche + società finanziarie), a Sett. ’13 rispetto a stesso periodo del 2012, è diminuita sul territorio del 4,2%; la prov. di CE è in una situazione intermedia tra la variazione regionale (-4,8%) e quella nazionale (-2,6%): importo medio credito al consumo bancario, chiesto da famiglie casertane è circa 887€.

Tot. Italia attività ‘liquide‘ famiglie, 2011

Biglietti e monete: 113,60 mld€

Depositi bancari: 650,60 mld€
Risparmio postale: 327,00 mld€

di cui conti correnti: 24,50 mld€

 

«Non è un paese per ‘cesti?’» Crisi e declino della pallacanestro tricolore

                                                                      Gli sponsor se ne vanno: ci sarà un futuro?

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Calcio o basket? Palazzetto o Stadio? Erbetta o legno? Goal o canestro? Due filosofie distinte, universi distanti, troppo diversi, estremi, paralleli; due mondi che non si incontreranno mai e con un solo comune denominatore: la rete, ma con 7 sportivi su 10 che optano per quella fra i due bianchi pali legnosi.
L’Italia è un paese per calciofili, inutile nascondercelo. La quasi totalità delle trasmissioni e dei quotidiani sportivi, parlano di calcio; per gli altri sport, ad eccezione del periodo olimpico, si prospetta sistematicamente un piccolo trafiletto nelle ultime due pagine: tra motociclismo e pallavolo. Quest’ultima, sembra aver addirittura surclassato la pallacanestro. Complice, forse, i numerosi successi degli ultimi quindici anni. Ma come si presentano queste due discipline sportive? Quali solo le peculiarità di calcio e basket?
Il primo ci appare assai prodigo: nella raccolta di risorse, nel volume d’affari e per l’enorme risalto mediatico; ma anche assai più ricco di sprechi per gli ingaggi. Un vero fiume di denaro che scorre inarrestabile.
Il secondo, decisamente più povero di spettatori, più carente nelle strutture, poco sostenuto dalle economie locali. La nostra pallacanestro è senza dubbio un movimento che appare parco: tanto nella visibilità che nel suo giro d’affari, con gli industriali che tendono a defilarsi. E, come se non bastasse, ci si mette anche la crisi a penalizzarne l’intero movimento. Una crisi che però, paradossalmente, non coinvolge il calcio. Detto ciò, sorge le­gittima una domanda: ma qual è il loro giro d’affari? Quali numeri muovono questi due sport? Ebbene, diamo un po’ di cifre…
Basket 21) il giro d’affari del calcio (dati ufficiali al 2006) otto anni fa, superava il miliardo e 300mln ma, contemporaneamente, conta­bilizzava perdite complessive pari a circa un miliardo e 600 mln. In pratica, come si può notare, un’impresa a perdere. Ma questa è tutta un’altra storia, con sempre più banche costrette a riempire i loro por­tafogli di partecipazioni nei club, pur di garantirne un’agognante sopravvivenza;
2) complessivamente, il nostro campio­nato, movimenta un giro d’affari di circa 88-90 milioni di €uro (dati al 2011, di cui 2 milioni e 800mila, da Sky). Restando ai dati 2011, una piazza come Cantù, aveva un budget di circa 5 milioni, 4,5 per Varese e 4 per Sassari (senza sponsor nel 2011). A metà strada c’è Bologna (ma con un significativo taglio per le stagioni a venire, a detta di patron Sabatini); in cima ecco Milano e Siena, che disponevano di un budget pari a circa tre volte quello di Cantù. E oltre che cosa c’è? Be’, oltre queste ‘elette’, vi è tutto il residuo di club che annaspa: almeno altre undici società che, con grande sacrificio e dedizione, tentano di salvare le loro posizioni nella massima serie nazionale: la ‘Lega A’. Fra questi soda­lizi c’è anche la Juvecaserta che, dal 31/12/213, ha messo i suoi conti a posto, ricavando anche un inatteso avanzo di bilancio. In termini finanziari, e di masse di danaro, il rapporto fra calcio e basket è di 1:14, ossia: il calcio muove 14 volte il business del basket, in Italia.
Per la pallacanestro, le cose vanno un po’ meglio in Europa e, grazie anche alla ‘Euroleague basketball’ (la kermesse che assegna la coppa alla squadra più forte del con­tinente), il business è il seguente: 375 milioni. A tanto ammonta il volume d’affari totale, di cui:
– il 61% dell’intera “torta” deriva dai diritti televisivi. Grecia, Spagna, Israele, Turchia e Russia, a garantire il grosso dei contributi;
– il 22% delle entrate proviene da sponsorizzazioni;
– il rimanente 17% sono ricavi da merchandising, botteghino, ecc.
Ogni squadra ha un budget variabile: da un max di quasi 46 mln €, ad un min. di circa 3 milioni e, in media, un budget di oltre 14mln € a stagione.
Lo scarso seguito per la ‘palla a spicchi’, probabilmente è da attribuire anche ai mancati successi internazionali: sia a livello di club che di Naziona­le. L’ultimo risultato utile, targato Italia, risale all’argento del 2004, ma non è stato sempre così. Per molti anni, infatti, il basket italiano, a livello di club, ha dominato in Europa. Basti pensare che, alcune nostre squadre, hanno vinto di gran lunga il maggior numero di trofei europei, ben 38 per l’esattez­za: 13 Eurolega, 10 Coppe Korac (ora Eurocup) e 15 Coppa delle coppe. La Spagna invece, che è attualmente la più forte, ci segue a quota 28 trofei. Inoltre, è doveroso ricordare che, la ‘serie A’ italiana, era il crocevia di tutti i migliori giocatori non statunitensi. Tanto che, tra la seconda metà degli anni sessanta fino alla fine degli anni ottanta, le formazioni italiane vinsero ben 11 coppe campioni, 10 coppe delle coppe e 6 coppe Korac, raggiungendo in altre 22 occasioni una finale. Ma gli anni d’oro proseguirono: ottimi risultati si raggiunsero anche negli anni novanta, grazie all’emergere di sodalizi come Virtus e Fortitudo Bologna o la Benetton Treviso. Va detto che, in questo periodo, l’A1 italiana era riconosciuta come il miglior campionato europeo: in quel decennio i club italiani vinsero 7 coppe ed altre 11 forma­zioni conquistarono la finale. E tutto questo, naturalmente, si traduceva in visibilità, appeal e presenza di grandi firme dell’industria.
E poi? Cosa accadde poi? Poi ci fu solo un lento declino. Analizziamolo: dopo anni di successi, il nuovo millennio porta un radicale ridimensionamento della palla a spicchi nel bel paese. I dati che rivelano la débâcle emergono sì dai numeri e infatti, dal 2000 ad oggi, i club italiani hanno vinto solo due trofei: l’Eurolega, nella contestata annata del 2001, e la Coppa delle coppe nel 2002 con Siena. Ma il ridimensionamento lo si è avuto anche dal punto di vista dell’appeal mediatico ed economico; le cause sono diverse e sono senz’altro correlate anche alle ben più grosse difficoltà che sta attraversando il nostro paese. Tanto per cominciare, la crisi economica mondiale – che da noi ancora morde – negli ultimi anni ha creato molti problemi a tutti gli sport minori; la pallacanestro italiana, poi, ha sempre basato la sua sopravvivenza sulle sponsorizzazioni e, la società sponsorizzatrice, lega da sempre il proprio marchio al nome della squadra.
Molte squadre, anche della massima serie, hanno difficoltà nel trovare aziende disposte a sponsorizzarle, senza tralasciare che, la pallacanestro italiana, ha sempre trovato terreno fertile più in provincia piuttosto che nelle grandi metropoli, notoriamente di fede calcistica. Nell’attuale serie A, le uniche due grandi città rappresentate sono Roma e Milano; se escludiamo Bologna e Venezia, nessuna delle altre città rappre­sentate arriva a 150.000 abitanti. Ad esempio, in Campania (al netto dei continui problemi di Napoli) la squadra più blasonata è Caserta (campione d’Italia nel 1991), in serie A con Avellino e, sommando gli abitanti delle due città, il totale arriva a circa un decimo della città partenopea. Inoltre, la squadra dominatrice degli ultimi campionati è stata Siena, mattatrice in Italia ma con mediocri ri­sultati in Europa: città che, tuttavia, supera di poco i 50.000 abitanti.
In Eurolega, invece, le cose hanno un meccanismo diverso: vengono concesse delle licenze pluriennali che danno diritto a partecipare alla competizione in­dipendentemente dal semplice risultato sportivo e, le città rappresentate, superano almeno i 250.000 abitanti. Ora vi chiederete: che nesso c’è fra il numero di abitanti e l’insuccesso del basket? Direte… ma questo che c’entra? C’entra eccome, e ve lo spiego: è tutta una questione di numeri, di più o meno grandi numeri che noi non abbiamo. Ciò implica che, la mancanza di grande visibilità, scoraggia i grandi sponsor mentre, le aziende locali, che spesso in passato hanno portato avanti con successo una sinergia con le società cestistiche locali, non hanno più la possibilità di contribuire concre­tamente, complice la pesante contingenza economica nazionale. E questo spiega in parte perché, storici marchi industriali (soprattutto PMI artigiane e manifattu­riere), oggi sono spariti dal panorama cestistico e, talvolta, assieme a loro, anche gloriosi club. E non solo: a queste problematiche macroeconomiche domestiche, si deve aggiungere anche un’errata politica della federazione, che negli ultimi anni non è riuscita ad evitare il declino della visibilità me­diatica del basket; ma c’è dell’altro: guardiamo un po’ i ‘panni sporchi’ di casa nostra, in Campania.
Sarebbe intellettualmente disonesto se – per spiegare la carenza di imprese locali impegnate nel basket – noi non considerassimo i numeri di un vero dissesto socio-economico. Diciamoci la verità: quante imprese, da noi, esercitano in ‘nero’? Quanto lavoro ‘irregolare’ – diciamo così – si produce in Campania? Quanto si evade in provincia di Caserta? Ebbene, i ‘numeri’ sono questi:
– Campania, incidenza lavoro nero su PIL: 10,8% (tot. 299.500 lavoratori irregolari 2013);
– Caserta, circa 50.000 irregol. – IRPEF a nero: 726mln circa. v.a. stimato in nero: 1mld e 370mln circa.
– Incid. su PIL prov.CE: 11,6% (fonte dati CGIA Mestre-anno 2004, quindi ben lungi dalla crisi).
Appare quindi evidente, come: con quasi 50.000 unità non in regola, un presunto volume d’affari in nero di quasi 1.400mln e con oltre 720mln di IRPEF evasa, nessuna fra queste aziende possa partecipare in modo traspa­rente al ‘circo della palla a spicchi’. Solo nel 2011 (ben tre anni fa), su 3.105 aziende ispezionate, 1.655 sono risul­tate irregolari. Quindi è evidente che, da queste oltre 1.600 imprese locali, difficilmente potrà arrivare mai una qualche sponsorizzazione. Inutile guardare i dati ad oggi: sappiamo benissimo che la situazione, rispetto al 2004, 2008 e 2011, è peggiorata. E, probabilmente, nessuno si è mai preoccupato di accostare queste gravi anomalie economiche, al declino del basket: sia locale che nazionale.
Be’, io modestamente l’ho fatto; a questo punto si potrebbe giungere ad un’amara conclusione: ma allora il basket tricolore è finito? Immagino si tratti di un’errata considerazione, per cui la domanda giusta è: cosa bisogna fare? Da dove ripartire? Dal pubblico e dal marketing. E’ da lì bisogna ripartire: dalle tribune e dalle persone e dalle imprese. Dalle ricerche, infatti, è emerso che il massimo campionato italiano di pallacanestro si rivela essere l’evento preferenziale per gli investi­menti sponsorizzativi. In tal senso, la serie A di basket, è il canale che attrae la maggior quota di imprenditori e dirigenti di azienda: il 10,4% del totale. Un target particolarmente idoneo per sviluppare, ad esempio, attività “business to business”.

I numeri della Pallacanestro italiana nel 2013
I numeri della Pallacanestro italiana nel 2013

Chi può, e vuole investire nel suo brand, deve tenere conto della potenziale platea: nei numeri, nella sua identità e nelle sue tendenze. Vediamo, allora, i valori utili che, un investitore, deve considerare se vuole puntare sulla visibilità nella pallacanestro;
da una recente ricerca è emerso che:
-la Serie A di basket, risulta il campionato indoor più seguito dagli italiani, con una quota che supera gli 8,9 milioni di affezionati, il risultato più alto dal 2002. Rispetto al confronto con lo stesso periodo della scorsa stagione, il progresso è nell’ordine del 15%. Quindi il fenomeno, seppure gradualmente, è in netta crescita;

Diffusione 'generazionale' di questo sport.
Diffusione ‘generazionale’ di questo sport.

-si tratta di un pubblico di estrazione media-medio/alta e con un buon livello di istruzione. Si riscontra una concentrazione di classi socio e­conomiche superiori, così come dei giovani;
-il pubblico è tec­nologicamente evoluto e si caratterizza per l’elevata predisposi­zione all’investimento in prodotti finanziari e assicurativi, una delle più alte in ambito sportivo;

La Pallacanestro italiana nei Media
La Pallacanestro italiana nei Media

-il campionato di Serie A, è seguito at­traverso una pluralità di mezzi. RaiSport risulta l’emittente più seguita per le te­lecronache delle gare. Seguono: Sportitalia e La7d che quest’anno trasmettono le gare in simulcast. Il ruolo della stampa resta non strategico, ma il pubblico dimostra una particolare attenzione anche per Internet, una delle più alte in ambito sportivo.
Insomma, in tutta franchezza, il mio modesto parere, è che si debba partire da questi punti fermi.
Ma soprattutto, dai quasi 9 milioni di consumatori: occorre elaborare piani economici ed industriali che tengano conto anche di questa demografia/demoscopia, senza dimenticare la crisi che ancora ci penalizza. Il succo è tutto qui: pubblico e marketing; magari, trovando delle innovative e moderne soluzioni in stile ‘public company’. E’ fondamentale comprendere che, la ‘Lega A’, può essere un volano per gli sponsor; moltiplicare e accresce più velocemente la propria notorietà, nel senso che, il ricordo degli sponsor principali, nel basket, è superiore del 33% rispetto al campionato di calcio di serie A. Inoltre, il campionato di basket, è anche il primo torneo a squadre in Italia dopo il football, nel quale, leader per seguito, si attesta la nazionale di calcio con 30,4 milioni di ‘follower’, affezionati.
Ripetiamolo, ad oggi, tolti 4-5 club, restano oltre una decina di società che soffrono o debbono fare i conti con budget ridotti all’osso. Ma forse qualcosa si sta muovendo e qualche debole segno di ripresa si intravede, forse. La risoluzione di questi problemi è ancora lungi dall’essere scoperta ma, un primo passo avanti, lo si può riscontrare nel ritorno, al mondo del basket, di una competente per­sonalità: l’ex presidente del Coni Gianni Petrucci. Ma lui, da solo, non può bastare; occorre riconsiderare e riconfigurare l’intero apparato cestistico nazionale, magari tenendo conto, modestamente, anche delle osservazioni da me espresse poc’anzi.
Aggiungo un’ultima considerazione: sia chiaro, la ripresa del basket passa anche per le mani delle istituzioni locali (come sostegno e non come condizione), magari ‘stimolando’ le imprese, che da fuori investono sul territorio, a pro­muovere i più profittevoli progetti agonistici.  Ed il basket è senz’altro fra essi. In cambio, potrebbero ricevere una qualche forma di sostenibile benefit. Sarebbe il vero aiuto concreto che (regione o provincia che sia) si può riconoscere all’intero movimento. Un valore concretamente misurabile!

Protagonista & Soci”. A collection by Piemmerre Blog  22 marzo 2014
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«Le stelle come non ve le potreste mai immaginare» Affascinante rivelazione su una diffusa credenza

Stelle a 5 punte già presso gli antichi Egizi.
Stelle a 5 punte già presso gli antichi Egizi.

Per tutti noi, l’idea della stella, è quella a cinque punte. Così ce la figuriamo ed è così che la vediamo, spesso, anche nei disegni che rappresentano il cielo di notte. Andando indietro nel tempo, scopriamo che anche gli antichi egizi rappresentavano la stella allo stesso modo. Eppure, se osserviamo le stelle a occhio nudo, appaiono più semplicemente come punti luminosi. Allora viene da chiedersi: perché le stelle vengono continuamente rappresentate proprio con cinque punte?
Ebbene, la risposta esatta potrebbe giungere proprio da una lettura simbolica, ossia: la stella è in realtà il simbolo esoterico dell’Uomo. Le cinque estremità indicano: le gambe, le braccia e il capo.
Questa credenza viene mantenuta viva anche dalla letteratura ‘simbolica’, che fra l’altro, su questo punto, scrive: “La stella che ci appare è la stella del Genio Umano; la Stella del Microcosmo che, in magia, impersonifica il segno della Volontà Sovrana. Per raggiungere una tale valenza, essa deve essere tracciata in guisa da potervisi inscrivere una figura umana. Deve, cioè avere la punta rivolta verso l’alto!”
Il pentacolo è quindi simbolo dell’Uomo. Come detto poc’anzi, l’idea della stella a cinque punte viene spesso accostata al cielo notturno. La ragione di questo abbinamento va cercata nella tradizione ermetica, un elaborato e profondo pensiero che, sconosciuto ai più, tra le altre cose, recita così: “Tutto ciò che è in alto è come ciò che è in basso; tutto ciò che è in basso è come ciò che è in alto. E questo per realizzare il miracolo di una cosa sola, da cui derivano tutte le cose, grazie ad un’operazione sempre uguale a se stessa!”  Spieghiamone bene il senso, utilizzando un linguaggio più accessibile: l’Uomo (il microcosmo, ciò che è in basso) e l’Universo (il macrocosmo, ciò che è in alto) si riflettono a vicenda, essendo l’uomo parte del Creato, e sua più alta espressione. Sicché non potrebbe essere altrimenti.
In conclusione, l’uomo nasce dall’universo e così, il pentacolo (microcosmo) viene collocato nel Cielo (macrocosmo), in quanto da esso è stato generato. In tal modo un cerchio si chiude: ciò che per molti è una credenza scontata, ovvia e se volete pure banale… per pochi altri rappresenta un’affascinante rivelazione cosmica. Siamo tutti parte di tutto!

«L’etica del dolore. Tutte le facce della medaglia»

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Ipotesi contro il ‘male del secolo’ e l’esperienza  di “Second opinion underground

Un modo molto importante per farci amico
il dolore, è farlo uscire dall’isolamento e
condividerlo con qualcuno che può accoglierlo
(H. Nouwen)

Che cos’è il dolore? E’ forse il modo con cui l’organismo segnala un malfunzionamento o un danno del nostro corpo? Può darsi o, almeno, razionalmente è senz’altro così. Ma volendo estendere il pensiero, analizzandolo fuori dagli schemi della scienza, magari strizzando l’occhio alla filosofia, penso lo si possa definire come… un’esperienza sensoriale ed emozionale, per lo più spiacevole, associabile sia a un danno in atto o potenziale e sia al venir meno di un affetto o alla perdita di possesso per qualcosa per noi importante. Più ad una situazione affettiva che a qualcosa di meramente materiale, in verità.
Come si affronta il dolore, poi, dipende da noi: ci anestetizziamo, lo accettiamo, lo elaboriamo, lo ignoriamo; e per alcuni di noi, il miglior modo per affrontarlo, è conviverci. Ma il dolore – quando si presenta sotto forma di dispiacere verso qualcuno – rappresenta anche una possibile ‘via’ che tende ad aggregare, unire, sensibilizzare. In una parola: ‘solidificare’.
Un eloquente esempio di ciò che ho appena scritto, è senz’altro la commovente trama di ‘Braccialetti rossi’ e le storie che ivi si raccontano. Sarà forse per questa ragione che, un vecchio proverbio, recita: “quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potete contenere”. Certo, mi rendo conto che forse, detta così, appare un po’ troppo ecumenica, ma alle volte accade proprio così. Per fortuna!
Normalmente, la condizione umana oscilla spesso tra: dolore e noia, angoscia e disperazione e, l’analisi delle possibili vie di liberazione da tale sofferenza, concentra l’attenzione sul pensiero di due autorevoli filosofi contemporanei: Schopenhauer e Kierkegaard. Essi appaiono come attenti e sensibili interpreti di un’inquietudine profonda che minaccia la società del tempo, dovuta anche alla grande trasformazione economica in atto già da quei tempi, e al crollo dei valori tradizionali messi in crisi dall’attivismo spregiudicato e dallo spirito di sopraffazione dei nuovi ricchi, mercanti, borghesi e capitalisti, protagonisti del mutato scenario storico. Ma andiamo oltre, non voglio star qui a tediarvi con la filosofia romantica del passato.
Ragionavo sul dolore, inteso sia come reazione fisiologica ad un malessere, sia a quel sentimento superiore che può unire la gente. Sì, perché di fronte alla forza della compassione, generata da un dolore, tanti sono i legami che nascono, si ritrovano o si consolidano. Siete d’accordo? Naturalmente, di fronte a parole come: dolore, compassione o affetti, è inevitabile accostare ad essi un altro termine; una parola che mette i brividi solo a pensarla vagamente. Quella parola è morte!
Dunque è lecito anche chiedersi cosa sia la morte o dove essa ci conduca. Be’ questa è la domanda che da sempre ossessiona l’uomo; quel mistero che le religioni – spesso con profonda disonestà intellettuale – tentano di svelare. Fuori dagli schemi di queste ‘credenze’, emerge una naturale ed umana dicotomia: se la razionalità tende a considerare la ‘Morte’ come la fine di tutto, il cuore ci impedisce di accettarlo. Il cuore ci suggerisce che nulla ‘scompare’ completamente. Cosa resta, allora? Senza dubbio i ricordi, i segni, le azioni; certamente restano le tracce di un passaggio terreno, i figli innanzitutto. Di sicuro rimane l’eredità spirituale, gli insegnamenti, i principi trasmessi da chi è trapassato, principi che ancora oggi ci guidano. Sichhé, qualcosa resta sempre. Indelebile! Ora, però, prima di addentrarci in complessi dibattiti, è utile partire da dati concreti, riferimenti certi e riconoscibili: in questo momento, mentre vi sto scrivendo, ci sono 7.215.741.881 di persone al mondo, 300.402 nati oggi e 123.560 appena trapassate chissà dove e in quale condizione. Ciascuna delle persone viventi ha dei sentimenti ed esprime delle emozioni: qualcuno ha paura, altri mentono per superare la giornata. Altri stanno affrontando una verità. Alcuni uomini sono cattivi e fanno la guerra ai buoni. Altri sono buoni e lottano contro il male. Qualcuno sta lottando contro un ‘male’ ma non ce la farà. Qualcuno, invece, è tornato a casa, presumibilmente guarito del tutto. O, almeno, così mi piace pensare.
Sia chiaro: non è mia intenzione, affrontare qui, questi temi esistenziali o esplorare le paure più ataviche. Ho introdotto il mio punto di vista sul dolore, ho accennato alla compassione, ai legami affettivi e alla morte. Ho parlato non a caso di ‘male’ e, fatte queste debite premesse, non resta che andare dritti al punto. Il punto è che, quel ‘male’, oggi viene comunemente definito come ‘il male del secolo’: il cancro!
Stiamo parlando di una vera piaga; un male la cui evoluzione si perde nella notte dei tempi. In effetti, si da il caso che già presso gli antichi egizi e la remota cultura ellenica fosse di dominio pubblico, fra i medici ovviamente. Pensate: la diagnostica dell’epoca era basata sulla sola presenza di tumefazioni o ulcere e su un generale stato di malessere, partendo dall’osservazione che, il cancro, originava dallo squilibrio della bile nera (atrabilis) nel corpo; col passare del tempo, l’uomo, non ha mai cessato di combatterla. L’oncogenetica, da Ippocrate in poi, percorre senza soluzione di continuità tutta la storia della medicina occidentale sino alla fine del Settecento. Lì, con Pott e Sommering, la prospettiva del problema cambia sensibilmente e si inizia ad indagare anche sulle cause esterne (ambiente e stile di vita) di una malattia che non è più considerata “generale” bensì “locale”: una prima grande svolta. Non dimentichiamo anche quanto oggigiorno, da noi soprattutto, il livello di contaminazione esterna, sia strettamente correlato con la nascita ed il crescere dei tumori.
Tornando un po’ alla storia, nel corso dell’Ottocento, diviene la ‘’malattia della cellula” e l’idea ormai dominante, che il cancro fosse una ‘patologia locale’, portava soprattutto alla ferma e diffusa concezione che la chirurgia dovesse essere il mezzo preferenziale di cura per le forme di neoplasie, grazie anche ai progressi in campo chirurgico ottenuti negli anni tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo.
Da qui in poi, è tutto un susseguirsi di scoperte affascinanti: dai raggi X al radio, fino ai più moderni sistemi nucleari e molecolari.
Questa breve storia del cancro che ho presentato, ci dimostra il precederci di un lungo cammino di conoscenze e di piccoli o grandi passi in campo medico: una strada costellata di sperimentazioni, tentativi, successi, fallimenti che ci hanno permesso, oggi, di capitalizzare un’esperienza enorme. A tal uopo balza ai miei occhi una famosa citazione del XII° secolo, per bocca di ‘Bernardo da Chartres’: «Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti». Ebbene, in virtù di queste parole, adesso, ci è possibile ampliare il concetto aggiungendo il pensiero di un illustre studioso contemporaneo, il dott. Umberto Veronesi. Costui, sulla base dei concetti espressi poc’anzi e facendo leva anche su una massiccia campagna di prevenzione ha dichiarato che: «L’anticipo nella diagnosi, anche grazie a sistemi che sembrano fantascientifici, ci permetterà una medicina in grado di curare ciò che è ancora talmente iniziale da essere invisibile, con la certezza che in questo modo si potrà guarire». Ovviamente siamo consapevoli che il cammino da fare non è ancora completo, così come sono certo che le nostre ‘Colonne d’Ercole’, oggi, sono rappresentate dalla ricerca di cure sempre più efficaci, rapide, definitive e che comportino le minori conseguenze al paziente.

Però, adesso, fermiamoci un attimo ed assumiamo un atteggiamento critico, poniamoci qualche domanda scomoda, magari strizzando un po’ l’occhio all’etica stavolta. Come si fa a valutare il successo di un trattamento del cancro? Come meglio affrontare la residua durata di vita? E la qualità della vita? La sensazione di benessere e di dolore; la capacità di autosufficienza normalmente su una base quotidiana? E l’accanimento terapeutico, è eticamente accettabile? La presenza in Italia di ‘Santa romana Chiesa’, influenza la nostra morale etica? E questa ‘etica del dolore’, è giusto estenderla anche quando ad ammalarsi sono dei bambini? Oppure oggi è più etica l’eutanasia, magari estesa a tutte le età?
Io personalmente non sono pronto a dare risposte a tali domande e me ne guardo bene dal pontificare. Però, a mio avviso, sono questi i veri temi da affiancare alla lotta contro il cancro; sono questi i veri interrogativi su cui ciascuno deve elaborare una propria coscienza esistenziale e senza mai permettere, ai più disparati e inquinanti credo religiosi, di offuscare le nostre capacità di giudizio. Penso che le soluzioni siano dentro di noi. Dobbiamo solo aver coraggio a farle emergere, evitando i pregiudizi.
Passando, poi, dalla filosofia alla prammatica, penso sia anche il caso di chiedersi: ma è giusto rischiare con cure alternative? E’ giusto dare credito a chi, scegliendo di rappresentare una ‘medicina non ufficiale’, ha rinunciato a innumerevoli benefici? E’ credibile la possibilità di curarsi in Natura, bypassando le più titolate, ma invasive, cure tradizionali? E qui arriviamo alla domanda più scomoda: nel mondo, c’è davvero interesse a trovare una soluzione definitiva all’insorgere dei tumori? Non ce lo nascondiamo: l’oncologia e la prassi della chemioterapia, rappresentano, per un pool di società farmaceutiche mondiali, un business multimiliardario su scala planetaria. Le cosiddette ‘big Pharma’ (in prevalenza americane), sono davvero disposte a cancellare il problema?
Quanto costerebbe loro ammettere che, forse, il metodo suggerito da “Second opinion underground” sia la giusta strada da percorrere? Badate che ho usato apposta una formula ipotetica.
A tal uopo, però, va ricordato che, proprio negli Stati Uniti, intorno agli anni ‘70, cominciò ad affermarsi un movimento di medici, molto riservato, che prese il nome di “second opinion underground”, denominazione voluta per distinguersi dalla conformità, con la quale l’elite del mondo sanitario affrontava certi dogmi della medicina. Furono proprio loro infatti, grazie ai loro metodi di ricerca ‘innovativi’ (è un eufemismo ovviamente) e rivoluzionari, a scoprire che in Natura erano disponibili risorse miracolose, oltre che infinite e a costo zero. Furono sempre loro che, per un lungo periodo di tempo, e con notevoli successi, scelsero di curare il cancro con un farmaco denominato “laetrile”, ricavato dai semi delle albicocche, ingaggiando una battaglia senza esclusione di colpi contro le grandi aziende farmaceutiche. Provate a immaginarne il perché.
E’ chiaro che qui ci troviamo – sempre col condizionale – quasi ai margini di un ‘sistema Orwelliano’ o alla Nixon o, se preferite, del tipo “I tre giorni del condor”. Ossia, la cospirazione alla sua ennesima potenza: noialtri, membri di un alveare controllato da un manipolo di grosse corporation, sotto scacco della c.d. ‘negazione plausibile’. Un mondo in cui il profitto diventa il veicolo, ma non lo scopo; la disuguaglianza che solo un regime oligarchico può creare.
Lo so, forse sto divagando un po’. Ma dietro le quinte di un dolore, oltre il reparto di un ospedale, davanti alla morte e al di là delle apparenze… cosa ne possiamo sapere di come stiano davvero le cose? Davvero pensate che chi abbia subito una perdita, non pensi per un attimo a tutto questo?
Io non mi sento di escluderlo; oggi come oggi non mi meraviglierei più di nulla. E poi, cosa costa rifletterci su per qualche minuto?
Per conlcudere dico che, a me, piace pensare che non esista nulla di tutto ciò; magari non siamo ancora pronti per quello scarto evolutivo che ci offrirebbe quei traguardi ambiziosi. Forse, ciò che serve davvero, è un atto di coraggio, attraverso una grande inquietudine di fondo. Farci trafiggere da una freccia di Cupido intrisa d’amore per la verità, la sola in grado di renderci liberi.

Piemmerre Blog collection text: “L’etica del dolore. Tutte le facce della medaglia
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