«Default MPS: lo scempio è bipartizan…»

MPS? Banca completamente risanata. Investirci è un vero affare!”
(da un Tweet di Matteo Renzi-22/01/2016)

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Principali vincitori, e vittime, nel fallimento MontePaschi

Si potrebbe dire: “tutto cominciò da lì”. In realtà non è così, perché tutto ebbe inizio molto prima. Ma di sicuro, quella “gufata” istituzionale, sarà ricordata come il preludio del prosieguo di uno scempio.
 Da ‘destra’ a ‘sinistra’, passando per il ‘centro’, non manca proprio nessuno. Seduti a quell’osceno “convivio” senese (chiedo scusa al ‘Sommo Poeta’), c’erano proprio tutti: grandi imprenditori, immobiliaristi, ‘coop rosse’, le ‘partecipate’ locali, etc etc.

Insomma, un banchetto (passatemi la pessima battuta) universale, che ha sfamato proprio tutti. Con un non trascurabile dettaglio, però: il conto finale. Un conto davvero salato:
47 mld€. Esatto, quasi 50 mld di prestiti viziati, mal riposti e gestiti con sin troppa disinvoltura, per usare un eufemismo. Ma attenzione: il fallimento, oltre a danneggiare le finanze degli azionisti principali, ha nuociuto gravemente a correntisti, obbligazioni­sti (leggi creditori) ed un’ampia platea di altri risparmiatori. E, naturalmente, a pagare ‘sto conto salatissimo, ci penseranno gli italiani. Tutti però: 108€ a cranio!
Che poi, non si capisce perché, per quelle
altre quattro là’, si sia scelta una strada meno cruenta. Mah, dice che sennò il danno è troppo sistemico. Intanto, pochi hanno pappato, tanti ci rimettono, e nessuno ne risponde agli occhi della legge. O forse no?

Tra i BIG della passerella senese -recentemente sputtanati sulle pagine dei giornali (non tutti)- ne ricordiamo solo qualcuno:
Sorgenia, gruppo De Benedetti -ve lo ricordate? Quello che incassò l’indennizzo di circa 600 mln€ dal Cavaliere Mascarato per ben 1,8 miliardi. La quota parte MPS è 1/3. Il pool delle altre 14 banche, i 2/3 rimanenti. Ah, poi Sorgenia, ovviamente, è fallita, ma è pure rinata: bravi.
– C’è poi il ‘palazzinaroZunino, ‘Risanamento(un nome, una garanzia): oltre 3 mld€. Risanamento: ti prendono anche per il culo ‘sti farabutti…
– Segue la ‘N.T.V.’ di Gianni Punzo (Interporto Nola), altra piattaforma in sof­ferenza, e che soffre ‘a braccetto’con Cisfi SpA (leggi Verdini).
In tutto questo marasma di banche ed imprese malate, ci va di mezzo anche qualche pezzo pregiato: il famoso hotel di lusso veneziano: il ‘Danieli’.
– Tra tanti grossi debitori (ex imprenditori), abbiamo anche le c.d. ‘partecipate’ pubbliche:
Fidi Toscana; Bonifiche Arezzo; Aeroporto di Siena e, da non credere, le Terme di Chianciano. Diamine, pure loro.

A beneficio di un’informazione più dettagliata, occorre rilevare che, a causa delle insolvenze di tutte le aziende citate -e di tantissime altre ancora- laddove pos­sibile, tutti i crediti sono stati convertiti in azioni in capo a MontePaschi. Quindi, a fronte di quasi 50 mld di debiti, la banca si ritrova in mano un certo patrimo­nio di imprese, sottovalutato e illiquido, che non potrà alienare fino a quando, le stesse, non saranno risanate e, quindi, rese appetibili e ricollocabi­li sul mercato. Chissà perché, poi, pensando a questa situazione, mi viene subito in mente la figura cinica e sempreverde di Gordon Gekko.

In pratica, MPS, oggi si ritrova a ricoprire il ruolo di asset manager (passatemi l’accostamento) di società in crisi, quando avrebbe dovuto solo restare fedele al suo naturale mandato: fare banca. Tra l’altro, scaricando buona parte dell’onere di risanamento (quello reale e non farlocco) sulla collettività. Con l’ag­gravante che, a cose fatte, chi avrà contribuito spintaneamente, non benefi­cerà di nessun provento dalla vendita dei vari pezzi, o dal riassetto del gruppo. A meno che, oggi, tu non diventi socio, acquistando delle azioni della banca. Già, ma tu te le compreresti quelle azioni? Ce le hai le palle? Faresti come l’ex premier Renzi?

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Il tweet scandalo dell’ex Premier Renzi

Per on dimenticare:
Il 22 gennaio 2016, lei diceva che: ‘la banca era risanata e che investire era un affare‘, fa notare all’ex Premier il conduttore Giovanni Minoli.
Lo penso tutt’orareplica senza esitare Renzie credo che, se ci fosse un investitore italiano o straniero che la volesse,, farebbe un affare”.

Riflessione: vi fidereste ancora di una Politica che comunica tramite tweet?

PS: voglio anche la lista coi nomi di quei 5 “Mi piace”. Buio!

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«A.D. 2016: sarà un’altra…‘grande scommessa’?»

Sistema banche oggi
Sintesi grafica del ‘sistema’ banche!

E’ inevitabile, a mio avviso, guardare alla volatilità dei mercati da inizio anno, e non correre con la memoria ai (mis)fatti che scatenarono la crisi sistemica nel 2008. La foto scelta per questo articolo è più eloquente di mille parole e fotografa la ‘singolarità’ del momento: è la perfetta sintesi di un precario equilibrio. E ti viene subito in mente una domanda: ma cosa è cambiato dal 2008? La risposta, purtroppo, è: niente! Ad essere del tutto onesti, sorge spontanea anche un’altra cosa: collegare tutto alla trama de “La grande scommessa”. Ma che cos’è? Di che parla? Chi l’ha scritta? Provo a riassumerlo in poche parole: dunque… Io non ho letto il libro (lo farò), ma il film l’ho visto e m’è piaciuto. Anzi, lo rivedrò, perché la prima volta l’ho seguito con troppa “avidità”. L’ho trovato avvincente, divertente e per nulla banale. Un adattamento provocatorio e brillante: come funzionano certi meccanismi della finanza? Come fa, Wall Street, ad essere dannosa e distorta? Interessante (e necessario) il lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi; la finanza (anche quella ‘sporca’) è un argomento arduo, nell’ottica di intrattenimento della platea. E per renderla più umana o percepibile, si deve lavorare sugli eccessi dei vari personaggi, spettacolarizzandola. Insomma: due abbondanti ore (e qualcosa in più, pure), che io raccomando fortemente. Il film sarà molto apprezzato da quella fetta di pubblico più attenta (che non credo sia marginale), che saprà senza dubbio riconoscere quella ‘asimmetria’ – offerta dalla sceneggiatura – che emerge tra realtà e narrativa. Inoltre, è la prima volta in cui – in una trama adattata a ‘Wall street’ – si racconta di uno ‘short contrarian’. Ossia: un gruppo di investitori, davvero molto ‘smart’, che scommettono contro un apparato artificiosamente asserragliato su posizioni ‘lunghe’, e sin troppo ottimistiche. Sostenuti posticciamente da discutibili rating primari. Forse, nella storia del cinema dedicato a Wall street, abbiamo un solo unico esempio di ‘contrappasso’ (per contrasto) del ‘rischio specifico’: “Forrest Gump”, il più grosso paradosso finanziario. La storia di un ragazzo, niente affatto smart, che diventa miliardario utilizzando i suoi soldi nell’acquisto di una singola azione: quella della “Grande Mela”, quella di Steve Jobs però.
«[…] Finanziariamente parlando, è il risultato superfortunato di una follia. Ma non impossibile nel mondo della finanza dove tutto è possibile…» Così, giusto per citare l’illustre recensione del dott. Marco Liera. Il film prende spunto dall’omonimo libro: “The bigshort’-Il grande scoperto”, scritto da Michael Lewis. La trama ruota intorno ad un giovane medico, il dott. Michael Burry, e all’incerdibile intuizione che ebbe, e che finì per contagiare altri professionisti della finanza: alcuni già affermati, alcuni in ‘erba’, altri decisamente ‘corsari’. Ma chi è Burry? Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, Michael è un giovane medico californiano che passa tra le 13 e le 16 ore a lavorare in ospedale e, tra l’una e le tre della notte, soffrendo di forti disturbi del sonno, legge libri sugli investimenti, sua vera passione. Quelli sono gli anni del boom delle ‘dot-com’ e di Internet: tutti impazzivano ed impazzavano sulle piazze finanziarie, e qualcuno ci si arricchiva pure. Burry, invece, era “contrarian” per inclinazione, e disapprovava quella facilità di guadagno. Quindi, nel poco tempo libero a disposizione, preferiva approfondire le strategie di ‘Value investing’ -ricerca delle cosiddette azioni ‘a sconto’, rispetto al prezzo di mercato- (quell’approccio al mercato del rischio, che prevede una severa selezione di titoli azionari, partendo da solidi fondamentali, con elevata probabilità di creare valore nel medio-lungo periodo), osservando a 360°. Poi, coi primi risultati e con la crescita del consenso, esplose letteralmente anche attraverso il suo blog; proprio quel suo blog, gli fece da trampolino di lancio. E poiché si divideva tra corsie d’ospedale ed investimenti notturni già da un pezzo, un bel giorno abbandonò il camice e fece il suo grande passo, e fondò la sua società di investimenti, la “Scion Asset Management”: una vera garanzia; il bello, però, inizia nel 2003. Quell’anno, Michael inizò a studiare un mercato ai più sconosciuto: il ‘subprime market’. Questo mercato è stato il pilastro di un grande imbroglio, la causa della più grande crisi finanziaria dopo il ’29. In poche parole, le principali banche americane cartolarizzavano i crediti sui mutui ipotecari concessi a “soggetti” non di primario merito creditizio, per poi rifilarli a tutto il mondo con rating di AAA, che è il massimo della scala di valutazione. Tra il 2003 ed il 2007, dal suo piccolo ufficio, si mise ad analizzare migliaia di mutui subprime e di prodotti finanziari collegati, e piazzò una mega scommessa contraria (short) su questi prodotti, impiegando gran parte dei fondi di Scion su questa operazione, trovando la più ampia contrarietà dei suoi investitori. Michael contro il parere della maggior parte dei suoi investitori, tenne la barra dritta e mantenne gli investimenti in portafoglio, noncurante di quello che dicevano i media, gli analisti ed i gestori del settore: “il mercato immobiliare americano non sarebbe mai crollato…” etc etc. Nel 2008, allo scoppio della più grande crisi finanziaria mondiale, Burry chiudeva il suo ‘scoperto’ realizzando un profitto personale di 100 milioni di dollari, e 700 milioni di dollari di profitto per gli investitori, con un ritorno del 489% sull’investimento tra il 2000 ed il 2008. Nello stesso periodo la performance dell’S&P 500 fu del 2%. E, come direbbe il buon Gordon Gekko: “L’avidità è sempre più avida e vince…” Per ora.

In conclusione: tornando al titolo iniziale, con questo articolo non ho voluto né fare un riassunto del film né una sua (ennesima) recensione. Semplicemente, partendo dallo spunto di fatti realmente accaduti, la mia intenzione era mettere a confronto due diversi momenti, due diverse crisi, per capire si ci possano essere analogie e, nel caso, provare a cercare spunti per agire con l’obiettivo di tutelarsi. Il denominatore comune tra le due crisi c’è e sono le banche. Ancora. E, in effetti, riflettendoci, l’unica arma per subire il meno possibile gli effetti di questa crisi, è l’informazione, accompagnata da una solida Consulenza. Qualla con la C maiuscola. Possibilmente Indipendente. A mio modesto parere, non siamo in una fase di ‘sell-off’, ma piuttosto di riduzione degli asset sopravvalutati -detti anche ‘deleveraging’. Quindi, non una fuga dal ‘reddito variabile’ in senso stretto, ma solo un violento repulisti. Certo, in una fase del genere crolla tutto, ma non tutto è fuffa. Chi ha operato scelte ‘value’, o comunque sostenute da oggettive probabilità di crescita, non sarà tradito dal mercato. Purché, però, si rispetti quella scadenza imprescindibile chiamata orizzonte temporale. E chi è stato attento a non partire in ‘quarta’, sedotto da facili profitti, oggi -ma ancora per un po’- ha l’occasione di sfruttare i ribassi, facendo di necessità virtù. E’ un’opzione che paga sempre.
Un piccolo consiglio: momenti come questo, sono perfetti per piani di accumulo!

 

«Agonismo e spettacolo: nessun pericolo in “curva”»

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Comunicazione strumento imprescindibile
Curva
(Fonte: Il Mattino di Caserta)

E’ innegabile rilevare quanto, ‘peso specifico’ e vigore del “tifo organizzato”, contino nell’economia di un risultato sportivo. Non già per l’evidente sostegno morale agli atleti che scendono a lottare sul ‘legno’, piuttosto che sui prati. Quanto per la caratterizzazione di questo o quello specifico ‘movimento’ di supporto. E senza contare le coreografie, studiate volta per volta. Praticamente, ‘l’uomo’ in più nel gioco a squadre; anzi, se ne potrebbe fare addirittura un campionato a parte: uno spin-off del tifo.
Dunque, anche questo è spettacolo; anche questo è parte della battaglia; anche questa è competizione, senza dubbio. Ma, dal mondo della ‘palla a spicchi’, un importante passo avanti è stato fatto; un forte segno distintivo è stato impresso, rispetto al Calcio: dal punto di vista del senso di responsabilità civile, voglio dire. E le recenti, forti contestazioni sollevatesi a Caserta, hanno sì contrapposto la ‘Curva’ al resto degli spettatori – del resto, la differenza tra il tifo in curva e quello in tribuna è notorio. E’ un po’ il gioco dei ruoli – con toni aspri e senza censure;
certamente è stato finalmente superato il Politically Correct, che poco bene fa in ogni ambiente. Ma si è trattato pur sempre di mero dissenso verbale che, “l’Ancillotto” , ha voluto anche argomentare: ‘ius et iniuriam’ che sia.
Certo, non a tutti può piacere l’uso di un linguaggio ‘senza flitri’, per così dire. Ma si resta comunque su un piano di incruenta, e non è cosa da poco, se andiamo a vedere cosa accade in altri sport più titolati. Personalmente, al netto di residuali eccezioni naif, e qualche ‘pecora zoppa’, mi piace immaginare un futuro fatto di evoluzione e crescita anche sociale, per il ruolo della “curva”: magari rendendola ancor più responsabile, istituzionalizzandone la figura. Dite che, forse, sono troppo progressista?

«Sul ‘rosso’, italiani d’accordo a mettere “Nerello” su bianco!»

Fondo lavico, zolle fumigate per le tante eruzioni nei secoli, escussioni termiche imprevedibili, panorami quasi allo stato brado… No, non è la trama di Castaway: sono i vitigni alle pendici di un antico vulcano.
Nerello mescalese
Cresce, dunque, la voglia di Nerello: il mascalese è sugli scudi, come si dice. Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario un viaggio in quelle terre, prendendo come esempio solo tre fra tante aziende di quel distretto. Un percorso che trova il suo massimo traguardo in altezza. Mi spiego…
La location è l’area che parte dalle pendici del vulcano, le circonda, per poi proseguire verso l’alto: è lì che trovi il vero tesoro. In sostanza, accade che…
A mano a mano che sali a quota mille
(limite della Doc), l’immagine che ti si para davanti è proprio quella descritta sopra. La singolarità è tale che, questa area dell’Etna, è considerata un po’ come un’isola nell’isola.

La prima tappa del viaggio’ è il fianco orientale del vulcano, nei pressi del comune di Milo, a circa 700 metri. Ad attendervi, ci sono 25 ettari di vigneti, i quali si sviluppano a guisa di anfiteatro naturale che digrada verso il mare splendente di Taormina. Lì, dal 1727, si produce vino e, mediamente, i giorni di pioggia possono arrivare fino a 40-50 l’anno, fatto insolito rispetto al passato. La capacità produttiva è di circa 100mila bottiglie: per il 60% bianco, l’Etna Doc. Nel Bianco 2014 di Barone di Villagrande si avvertono note di uva matura e sentore floreale, tipico del Carricante, vitigno a bacca bianca molto diffuso in Sicilia. Quanto al rosso 2013 (un blend 80% Mascalese e 20% Cappuccio), color rubino, colpisce per il profumo di frutti di bosco. Si presenta poco strutturato ma è pulito e longevo. Sincero e rappresentativo del territorio.

Proseguiamo il sentiero, mantenendoci sempre intorno ai 700 metri, ma su un fianco diverso. Lì si incrociano i cru dell’azienda agricola Passopisciaro, proprietà della famiglia Franchetti. La location è Castiglione di Sicilia, il cui tesoro risiede tra le ridenti contrade di: Chiappemacine, Porcaria, Rampante, Sciaranuova e Guardiola. Nomi a dir poco evocativi’ eh?
Si tratta di appezzamenti collocati a varie altezze, i cui proprietari furono tra i primi a credere nelle potenzialità dell’Etna. Il valore aggiunto offerto dal terreno delle contrade, in effetti, è dato dal fatto che esse nascono su colate laviche separate, e l’uva che cresce su questi terreni ha un diverso sapore, anche a pochi metri di distanza. Nelle contrade, come dicevo prima, si trovano veri e propri cru: c’è il Passopisciaro 2012, rosso igt (100% Nerello Mascalese), con 18 mesi di affinamento in botti grandi di rovere, un blend di varie contrade molto elegante, morbido e convincente. Più corposo, invece, è il Chiappemacine 2013: Nerello in purezza con vigne di 80 anni. Complessivamente dall’azienda, escono 80mila bottiglie all’anno.

Concludiamo questa breve passeggiata virtuale. Ora, però, sia sale di parecchio: raggiungiamo i 1.300 metri. Qui troviamo Vigna di Bosco, nel cuore del consorzio dei Vigneri, da molti definito «[…] La sintesi di un’esperienza trentennale, finalizzata a una vitivinicoltura di eccellenza». In questa località nasce il Vinudilice: Igt rosato, è il risultato di un blend di vitigni. Il prodotto di punta è, però, un altro blend: il rosso “I Vigneri”, Nerello Mascalese (al 90%) e Cappuccio. Si presenta con la vite ad alberello, e possiede dei tannini non aggressivi; è elegante ma senza risultare complesso. Non fa legno, come si dice, e per 5 mesi viene affinato in anfora sottoterra.

Naturalmente, come spiegato prima, la “vulca-enologia” etnea, non finisce qui: io ho voluto solo esplorare alcune tra le più significative realtà. Ma vi sono tante altre eccellenze locali, altrettanto apprezzabili. Non solo autoctone, basti pensare a: Merlot, Syrah, Cabernet Sauvignon, Cabernet France Mondeuse. Senza dimenticare i vitigni a bacca bianca; tra gli autoctoni ci sono: Inzolia, Carricante e Catarratto. Tutte punte di diamante provenienti dallo stesso distretto: Sicilia est, pendici etnee. Ora, non occorre un genio per capire, in prospettiva, le ulteriori potenzialità che offre un territorio vulcanico come quello analizzato poc’anzi. D’altra parte, se un imprenditore toscano come Franchetti, si è preso il disturbo di scendere dal continente, c’è più di una buona ragione per valutarne il reale valore.
Oltre che dal punto di vista agricolo, questa area geografica meriterebbe di essere considerata alla stessa stregua di un asset finanziario (reale’ però), ancorché industriale, e con le prospettive economiche già viste. Lo so, può sembrare assurdo, ma provate a riflettere su una cosa: oggi, nel Mondo, siamo già oltre sette mld. Quanti ne saremo tra 10/15 anni? Quale ruolo, quale valore assumerà l’economia rurale per come la conosciamo noi? Quanto si potranno apprezzare, nel frattempo, le nostre eccellenze presumendo una considerevole crescita della domanda? Be’, senza fare troppi sforzi, un’indicazione di massima c’è già: dalla metà degli anni ’90, e fino a qualche anno fa, tra Umbria e Toscana, la ‘terra’ è andata letteralmente a ruba, ed il vino era solo una tra le ragioni del crescente interesse. Inglesi, americani, russi e cinesi ne hanno fatto incetta, al punto che oggi, parlando di quelle zone, ci si riferisce indicandole come “Chianti shire”. Provate a chiedervi il perché!

«Sindrome da Bail-in 2^ lezione: il FITD». Il “Fondo” interbancario tutela depositi: tutta la verità!

Cose da sapere assolutamente, prima di affidare i tuoi soldi ad una banca.
Fate ‘prevenzione’ con l’informazione. E forse ve la caverete. Forse.

'Fondo' interbancario tutela depositiE’ un fatto che, l’immagine che più terrorizza i banchieri (e anche i correntisti che di passaggio vedono la “propria” banca assediata, (vedi Cipro), sia la vista di una massa di persone che corrono allo sportello per ritirare denaro contante. I primi sanno benissimo che non potrebbero soddisfare più del 2-3 % dei depositanti, i secondi, di fronte a quella scena, capiscono che c’è qualcosa che non va e danno vita a quella che viene chiamata “corsa agli sportelli”. Proprio per evitare queste crisi di fiducia, nei periodi di crisi e di aggravarsi del rischio, i conti correnti sono garantiti da una garanzia statale di 100.000€. Ed è questo che, grosso modo, pensano quasi tutti. Allora, vediamo in cosa consiste questa garanzia, citando fonti ufficiali e autorevoli, e usando un po’ di logica e di numeri…

Intanto, cominciamo subito a chiarire che, a prestare questa garanzia, non è affatto lo Stato ma un fondo di garanzia cui aderiscono (quasi) tutti gli istituti bancari del paese, che versano una quota in base alla propria dimensione. Anzi: che promettono di versare, in caso di necessità, ossia di fallimento di una banca consorziata. Attenzione: deve trattarsi di una consorziata. Si tratta del “Fondo Interbancario di tutela dei depositi”. Quindi, l’aggettivo statale, è fuorviante; forse è statale la legge che prevede l’istituzione di questo fondo, ma la garanzia non è né statale né riconducibile in qualche modo allo Stato. Sono gli istituti bancari che partecipano ad un fondo, con il quale si coprono a vicenda su eventuali bancarotte di un soggetto bancario partecipante. Detto ciò, passiamo al lato pratico, cioè: cerchiamo di capire la consistenza e la liquidità (eventuale) di cui disporrebbe in caso di bisogno/allarme.

ARTICOLO 21 – Risorse per gli interventi:
«1. L’ammontare delle risorse che le consorziate si impegnano a somministrare complessivamente al Fondo, per gli interventi, è stabilito dall’Assemblea su proposta del Consiglio, in misura compresa fra lo 0,4 e lo 0,8 per cento dei fondi rimborsabili di tutte le consorziate alla data del 30 giugno dell’anno precedente. Qualora, per effetto degli interventi, l’ammontare delle risorse risulti inferiore allo 0,4 per cento, il ripristino della percentuale minima dovrà essere effettuato nel termine di 4 anni.
2. Le risorse richieste per gli interventi costituiscono anticipazioni al mandatario e debbono essere somministrate al Fondo nei modi e nei tempi determinati dal Comitato di Gestione…»

Contributo media: da un articolo apparso su un quoridiano tempo fa:
FITD

Ora, proviamo a tirare le somme.
Tutto sta a vedere quanti siano, a un dato momento, i depositanti che hanno titolo per venire rimborsati, e quale sia quindi il totale da rimborsare. Già, perché il FITD non è un fondo ma un consorzio di mutuo soccorso, a posteriori, tra le circa trecento banche che vi sono associate. Nel caso che una di esse venga dichiarata insolvente e si debbano rimborsare i suoi depositanti, il Fitd chiama a raccolta le altre affinché versino il contributo previsto.

Cooperazione tra istituti aderenti al "Fondo"
Cooperazione tra istituti aderenti al “Fondo”

Tradotto vuol dire che…
a maggio 2010 i depositi eleggibili, ossia rimborsabili a norma dello statuto del Fitd, ammontavano a 550 miliardi di €. Il contributo massimo che esso poteva richiedere alle banche consorziate, per soccorrere qualche consorella, si aggirava quindi sui 2,2-4,4 miliardi. Però, in ciascun esercizio, dice il medesimo statuto, l’ammontare complessivo dei rimborsi non potrà superare un quarto delle risorse conferibili, il che limiterebbe l’intervento annuo del Fitd a una somma compresa tra 550 milioni e 1,1 miliardi. E se si considera che almeno un terzo dei depositi rimborsabili è detenuto dalle prime cinque o sei banche tra le trecento consorziate, è lecito concludere che il Fitd è in condizione di far fronte al default di piccole banche, ma non si vede come potrebbe far fronti ai suoi impegni nominali nel caso che il collasso colpisse solo una o due delle banche maggiori. Ergo: nessuna copertura automatica fino a 100 mila euro in caso di fallimenti bancari importanti e a catena. Di garanzie VERE, comunque, neanche l’ombra, ma solo FIDUCIA (come al solito) che tutto regga. Ma questi fondi non potranno mai garantire tutti i depositi, e rimarrà sempre una sconcertante e cruda verità: quella moneta, emessa sempre a debito su NOSTRE GARANZIE ma di proprietà del sistema bancario, dove deve sempre tornare per poi essere distrutta.

Parafrasando Keynes: «La ‘teatralità’ della moneta: alziamo il sipario!»

Qual è il valore della moneta
Qual è il valore della moneta

Money is the measure of value, but to regard it as having value itself is a relic of the view that the value of money is regulated by the value of the substance of which it is made, and is like confusing a theatre ticket with the performance” (Keynes – ‘The Royal Economic Journal’, vol. XXIV, 1914) – «La moneta non ha valore in sé (come biglietto), ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale!» tradotto nella nostra lingua.

Il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto di beni e servizi, realizzabile in relazione ai prezzi di mercato. Detto questo, va anche aggiunto che: a parità di quantità/valore della moneta, nello stesso momento, può aumentare, ad es. il prezzo dell’olio (perché il raccolto è stato funestato da una malattia delle piante), ma diminuire quello dei lettori Cd (perché l’ascolto della musica è effettuato con altri strumenti). Per converso, un aumento/diminuzione del “valore” della moneta, muta il prezzo di qualsiasi bene. Quindi, parlando di valore della moneta, prezzi e consumi, non si può non arrivare al PIL. In tal senso, mentre il ‘PIL reale’ esprime l’interazione tra privati, sistema finanziario e Stato, la stabilità della moneta dipende dalla fiducia riposta dagli operatori nell’autorità che ne controlla quantità ed espansione. Ne deriva che: scambi commerciali, domanda, offerta e PIL, diventano dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” a quel biglietto per lo spettacolo teatrale. Ed ecco che, appunto, si torna al punto di partenza: arriviamo alla quadratura del cerchio.

Cosa può fare la moneta?
Cosa può fare la moneta?

Anche il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi (come si vedrà in seguito, inoltre, il rimborso di un prestito distrugge la moneta a suo tempo appositamente creata).
Uno dei temi più controversi – e che, seppure indirettamente, condiziona tanta parte del dibattito politico – è il ruolo, nell’economia, della moneta e del relativo ruolo delle banche, della banca centrale e dello Stato. Come aveva brillantemente rappresentato Keynes, nel sopracitato articolo, il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto (di beni e servizi) espressa in funzione ai prezzi esistenti sul mercato. Un aumento/diminuzione del “valore” della moneta (come determinato dalla sua quantità in rapporto ai beni stessi) muta il prezzo di qualsiasi bene (il saldo algebrico, aumento/diminuzione, del suo prezzo è poi determinato dal livello di variazione di domanda/offerta di quel bene. A parità di sua domanda/offerta, una diminuzione del valore della moneta, fa aumentare il prezzo del bene). Nel complesso, quindi, (e ferme le dinamiche di cui sopra con riferimento ai singoli beni), rilevano la quantità (offerta) di beni/servizi prodotti (e il suo tasso di crescita) e la quantità/offerta di moneta (e il suo tasso di crescita rispetto al tasso di crescita dei beni). Non è decisivo che una moneta sia imposta per legge: quando gli operatori si accorgono che la sua capacità di acquisto diminuisce marcatamente, tanto da far pensare che la sua espansione sia incontrollata, tenderanno a sostituirla con altre monete più stabili. Ricordiamo che, l’autorità preposta al controllo della stabilità della moneta, è, in tutte le economie avanzate, un organo indipendente – proprio affinché non corra il rischio di essere costretto, per “legge”, ad alterare la stabilità della moneta – ma nominato dall’amministrazione statale, cui deve periodicamente rispondere, relativamente all’operato e al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’amministrazione stessa (nel caso dell’euro zona è, ovviamente, la BCE). Quindi, il controllo della stabilità della moneta e del sistema finanziario è affidato ad un organo pubblico, la creazione della moneta e la determinazione del PIL reale dipendono e sono originati dalla complessa interazione (tra privati, sistema finanziario e Stato) di cui si è detto. Ne consegue che: la parte pubblica sovraintende e garantisce il sistema dei pagamenti (e, si ripete, vigila su stabilità della moneta e solvibilità del sistema bancario) e la parte privata gestisce il sistema dei pagamenti e origina tanta moneta quanta è necessaria per effettuare le transazioni e rappresentare contabilmente l’incontro tra domanda e offerta di credito.

Gerarchia economica globale delle banche
Gerarchia economica globale delle banche

E, a proposito di credito, occorre dire che: volume di scambi, di domanda e offerta di credito e PIL diventano, a questo punto, dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” sempre a quel biglietto dello spettacolo teatrale. Per meglio illustrare l’interazione tra privati, banche e Stato, con riferimento a PIL e moneta, occorre operare una finzione rappresentativa: la suddivisione della moneta in moneta/lavoro (o moneta/reddito definitivo) e moneta/credito (o moneta/anticipo reddito futuro). Ovviamente, in un’economia in cui è presente il credito in maniera pervasiva – e più è efficiente il sistema finanziario più è rilevante il credito – è difficile distinguere, nelle quotidiani transazioni, quale sia moneta/lavoro e quale sia moneta/credito. In entrambi i casi, infatti, la moneta viene utilizzata, divenendo irrilevante la provenienza, per acquistare beni, servizi e attività finanziarie. E’ vero che il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi. Mentre, infatti, la moneta/lavoro corrisponde ad un reddito attuale, la moneta/credito corrisponde unicamente ad un reddito futuro ed ipotetico. Sarebbe a dire che, quando il reddito futuro sarà effettivamente realizzato e il debitore utilizzerà la moneta/lavoro per estinguere il debito, la moneta/credito è come se non fosse mai esistita. D’altronde, non è detto che il credito alimenti sempre il PIL. Quando si compra una casa non nuova (così come quando si compra un’azione in borsa), il valore relativo all’abitazione è già stato computato all’epoca della costruzione (mentre l’acquisto di un’azione determina unicamente il trasferimento di proprietà di un bene già esistente) e, quindi, il prezzo pagato non migliorerà i conti nazionali, se non per le ulteriori somme pagate a titolo di commissione all’agenzia, al notaio, ecc. A questo punto è inevitabile fare la domanda che tutti, prima o poi, si sono fatti: un’economia, può esistere e funzionare – più o meno efficientemente – anche senza moneta? Ritengo sia possibile, ma non senza l’idea del denaro (che in quanto utilità economica è connaturato all’uomo). In pratica, un’economia senza moneta ma col denaro.
Mi spiego meglio: un’economia fondata sul baratto, infatti, esisterebbero comunque lavoro, domanda e offerta, consumi, risparmio, investimenti, credito e prezzi. Naturalmente, il valore dei beni utilizzati in un’economia fondata sul baratto, ha l’intuibile limite di essere soggetto ad eventi estranei, cioè: se mi pagano in natura, diciamo patate, il “valore” di scambio delle patate che non consumo è condizionato dalla quantità e qualità del raccolto, dagli eventi atmosferici, dalla loro deperibilità nel tempo. Si presenta, quindi, variabile ed aleatorio, con tutti i riflessi negativi sull’attività economica. Infatti, ciò che si chiede alla banca centrale, è preservare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Domanda finale: qual è il volume di flusso monetario di Italia ed Europa?
Qui a casa nostra, il sistema bancario italiano contribuisce alla base monetaria dell’Euro zona per circa 188 miliardi (174 miliardi di circolante più 14 di riserva obbligatoria) a fronte di 1413 miliardi di depositi soggetti a riserva e 774 di depositi non soggetti a riserva. L’intera area €uro, nel suo complesso, ha una base monetaria di 1430 miliardi, di cui 985 miliardi di circolante e 445 di riserve. L’obbligo di riserva al’1% ci spiega che il sistema bancario può concedere prestiti sino a 100 volte (1/0,01) l’importo dei depositi. Riflessione finale che chiosa il mio breve approfondimento: dal 2008, anno in cui è esplosa la crisi (crisi che, di fatto, resta soprattutto italiana ed europea), in Italia, in quale misura quel’1% è stato messo a disposizione del sistema produttivo per creare valore? Cioè, di quei 188 mld di € italiani, moltiplicati per 100, quanto è stato investito nel sistema imprese e quanto per speculare su BTP e debito governativo tricolore?

«‘Amistad’ 2: prove tecniche per un nuovo esodo» Magreb e Medio oriente esplodono, ma l’Europa si traveste da struzzo.

L'Europa sospende Schengen
L’Europa sospende Schengen

Diciamoci la verità: il problema, fondamentalmente, è nostro. Diciamoci la verità, è la geografia che ci fotte: Balcani ad est e Magreb a sud. Giusto? Ok… Ma, altrettanto onestamente, tutti noi – i cosiddetti paesi sviluppati – dovremmo ammettere che, in queste terre, anche nel recente passato, non abbiamo fatto altro che succhiare risorse, sfruttare le loro ricchezze, impoverendoli, impedendo loro un oggettivo e salutare progresso. Dando inizio così ad una catena di eventi che oggi sfocia in una migrazione di massa, forse, fuori controllo. Di sicuro, sotto il controllo delle varie organizzazioni criminali. Ma veniamo a noi, alla situazione nel nostro Belpaese: facciamoci delle domande. Diamo pure un po’ di numeri: chi sono gli stranieri residenti in Italia? Qual è lo stato anagrafico del nostro Paese? Dove va l’immigrato? Quali sono le nazionalità più rappresentate? Si nasce o si muore di più?
Secondo me sono anche queste, per cominciare, le domande vere che bisogna porsi, prima di pensare di affrontare seriamente l’immenso esodo a cui tutta l’Europa è chiamata a rispondere. Ma che però, sino ad ora, solo l’Italia sta affrontando, peraltro nella maniera sbagliata. Il fatto è che, almeno per noi, la ‘questione migratoria’ non è mai stata analizzata concretamente: in tutti questi ultimi 20 anni, i vari governi che si sono avvicendati – da Destra a Sinistra – non hanno saputo fare altro che trovare temporanee ‘pezze a colori’, preferendo uno sterile atteggiamento egoistico; scegliendo, cioè, di concentrarsi solo sulle problematiche interne ai partiti. E mentro loro si preoccupano di restare attaccati col culo sui comodi scranni del Parlamento, ci pensa l’Istat a darci le risposte alle domande di prima.

Bilancio demografico al 31-12-'14
Bilancio demografico al 31-12-’14

Al 31 dicembre 2014, in Italia, si contano 60.795.000 (e rotti) residenti, di cui più di 5 milioni (8,2%) di cittadinanza straniera, con un saldo stabile. Il saldo complessivo vede un incremento minimo (+12.944 unità), che diventa negativo per la popolazione femminile (-4.082). Anche il saldo demografico (nati meno morti) ha registrato un valore negativo di quasi 100 mila unità, un picco mai raggiunto nel nostro Paese dal 1917-1918 (primo conflitto mondiale).
La diminuzione delle nascite non offre spunti rassicuranti: sono stati registrati quasi 12 mila nati in meno rispetto all’anno precedente. Stessa cosa per i nati stranieri (-2.638 rispetto al 2013), che comunque rappresentano il 14,9% del totale dei nati. Cresce anche l’invecchiamento della popolazione italiana: l’età media è 44,4 anni, ma la mortalità, per fortuna, resta stabile e con una lieve diminuzione dei decessi in valore assoluto (-2.380).
Il movimento migratorio con l’estero, nel 2014, presenta un saldo positivo pari a circa 141 mila unità, in diminuzione rispetto agli anni precedenti: tale movimento, sia interno che dall’estero, è indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro. In aumento le acquisizioni di cittadinanza: sono circa 130 mila i nuovi cittadini italiani (+29%) e sono circa 200 le diverse nazionalità presenti nel nostro Paese. Oltre il 50% (più di 2,6 milioni) sono cittadini europei: le nazionalità più rappresentate sono: la rumena (22,6%) e la albanese (9,8%).

Detto questo, però, al momento esiste una criticità a cui viene dato risalto essenzialmente attraverso i media, piuttosto che dai vari esecutivi europei. Ecco qualche eloquente esempio: «LE NAZIONI EUROPEE HANNO CHIUSO LE FRONTIERE!», si limitano a titolare i giornali. Per vendere! Le immagini di Roma, della Stazione di Milano e di Ventimiglia, invece, danno la misura, di quanto sia stata ignorata la gravità di ciò che accadeva appena fuori casa nostra. Ma il festival dei titoloni prosegue, ecco un altro esempio: «Francia, Germania etc etc, hanno sospeso Shengen…» In Spagna, frattanto, hanno votato per respingere i migranti. A Ventimiglia GIORNALMENTE vengono riportati in Italia i migranti che tentano di andare in Francia, coi gendarmi che li riaccompagnano alla frontiera.
Ora come ora, non è più questione di qualche unità o decine: serve un’azione decisa, un progetto concreto che, sinergicamente, ponga fine agli sperpetui, alle speculazioni. Che delegittimi l’influenze delle mafie sui mari. OCCORRE PRENDERE ATTO CHE FORSE, LA SOLIDARIETA’, DA SOLA, NON BASTA. CHE HA UN LIMITE:
e tu che cosa vuoi fare, Renzie?

“In vino veritas”: vinciamo contro tutti… di ‘lusso’!

Crescita, disoccupazione, credit crunch, sofferenze bancarie, crisi, consumi in calo… sono solo alcune delle parole che sentiamo ripetere ogni santo giorno dal 2008, quasi fossero un mantra.

Con alta gamma vinci di 'lusso'!
Con alta gamma vinci di ‘lusso’!

C’è, però, una verità che a tanti sfugge: l’Italia non è solo crisi, e ‘l’alta gamma’ ne è la prova. Soprattutto in un settore trainante, quello dei vini premium: basti pensare che, soltanto nel recente lustro appena trascorso, i vini ‘Supertuscan’ per dire, hanno registrato una crescita complessiva del 70%. Più in generale, invece, negli ultimi 25 anni, il valore dei vini degli altri competitors: Bordeaux, Borgogna, California, hanno registrato una crescita media del 12% annuo. E c’è un ultimo dettaglio ancora da considerare, che gioca a nostro favore: il numero di fornitori di queste pregiate bottiglie, intanto, resta limitato.
Invece di procedere con l’analisi dei numeri, ritengo utile approfondire il tema, rispondendo ad una domanda: che cos’è il lusso oggi, e come lo percepiamo? Ad essere sinceri, la vera domanda dovrebbe essere: nel Bel paese, il lusso, può avere una funzione sociale o è solo una nicchia? Be’, per oltre 50 anni i prodotti di eccellenza hanno avuto la funzione di alimentare il desiderio e l’aspirazione di crescita sociale. Questo processo sembra un po’ rallentato, ora. La crisi ha cambiato la percezione e il modo di consumare: siamo alla fine del ciclo acquisitivo, le persone non vogliono più comprare beni durevoli, mentre sono aumentati gli acquisti dei servizi. C’è stata cioè una smaterializzazione dei consumi: si passa dal possedere e dall’ostentazione, al desiderio di fare esperienze. Quindi, il prodotto di eccellenza, diventa così lo strumento con cui si realizza il desiderio di fare cose nuove. E questa tendenza si manifesta in vari settori: per esempio, nel turismo, gli alberghi a 5 stelle e oltre sono aumentati del 41%. I consumi alimentari degli italiani, in termini di valore reale, sono calati del 3% negli ultimi 2 anni, ma sono cresciuti i prodotti di qualità come quelli ‘tipici’ (+2%) e ‘bio’ (+10%).
Insomma, questo scarto culturale che ha prodotto un avvio di trasformazione nell’approccio al consumo, sta cominciando inizia a dare i suoi primi segni di vita. Chi può sceglie sempre più – con ritrovato buongusto – di orientarsi verso un appagamento che prenda le distanze dalla mera ostentazione. Nello specifico, le persone non rinunciano a un calice di vino d’eccellenza, specie se si tratta di prodotti made in Italy, dimostrando in questo segmento un rinnovato attaccamento.

Asset mondiale del vino
Asset mondiale del vino

A grandi linee, il segmento globale dei vini d’alta gamma, risulta sempre più apprezzato a livello mondiale: secondo Sotheby’s, nel 2014, i vini di pregio battuti nelle aste internazionali sono aumentati, in quantità e valore (+13%); in particolare, quelli italiani (+47%), hanno battuto i francesi (-1%) sui prezzi. Il trend è poi confermato anche da una ricerca presentata di recente dal Censis, secondo cui, non solo nella Penisola è cresciuta la spesa per il vino del 3,5% dall’inizio della crisi ma, nel complesso, il lusso si sta spostando dal possesso di beni di pregio a esperienze di assoluta qualità come, ad esempio: il soggiorno in una struttura esclusiva, una cena in un ristorante stellato, o l’acquisto di specialità enogastronomiche pregiate. E dunque, da questo punto di vista, per tutto il settore lusso o alta gamma- ivi compreso l’intero indotto – le prospettive sono più che rosee.
E’ mia modesta opinione che, in una nazione come l’Italia, caratterizzata dalla ampia diversità agroalimentare mediterranea, sarebbe di assoluta importanza strategica immaginare la creazione di distretti regionali dell’alta gamma e del lusso. Gioverebbe ulteriormente, al nostro PIL, quotare questi ultimi nelle principali borse delle economie emergenti asiatiche, del Pacifico e del segmento ‘Next 11’, futuri ed autorevoli drivers dell’economia mondiale. In effetti, già oggi si comportano come tali.
Un’ultima importante riflessione: la possibilità – attualmente disponibile seppur in maniera limitata – data ad un investitore privato (anche piccolo) di poter partecipare patrimonialmente con una quota del suo risparmio, al futuro sviluppo di questa asset, risulterebbe un’infallibile moltiplicatore di utili derivanti non da “rendite finanziarie parassitarie” (cit. G. Gekko) ma dalla sana crescita di un primario settore dell’economia reale, permettendo così non solo di creare valore, ma anche una disciplinata ed etica redistribuzione della nuova ricchezza prodotta in modo equo e proporzionato alle risorse investite.

«L’era del welfare ero(t)ico: quale scenario ci si presenta?»

Welfare equo-solidale?
Welfare equo-solidale?

L’ipotesi che possa esserci, all’interno del welfare tricolore, una parte di stato sociale a ‘luci rosse’ che generi gettito fiscale, non è un’idea così campata in aria. Di recente, una ricerca finalizzata ad individuare i numeri del mestiere più antico del mondo, ha rivelato che, nel business del sesso mercenario, in Italia ci sono grosso modo circa 70.000 unità operative (tra donne, trans e generi alternativi) impegnate in questo settore. Gli uomini sono esclusi da questo novero e, naturalmente, nella fattispecie, è escluso anche il settore dell’hard-core. Quindi, dicevo, 70.000 persone per una stima di circa 9.000.000 di ‘utenti’. Sì, lo so, suona strano sentire la parola utenti in un tale contesto, ma parliamo pur sempre di un fenomeno in cui si genera e si trasferisce valore; in cui c’è del denaro che ‘passa di mano’ a fronte di una richiesta di ‘servizi‘. Stiamo parlando comunque di un segmento in cui si sviluppa una precisa dinamica di domanda e offerta, quindi si tratta di un ‘mercato’ vero e proprio. E volendo applicare la teoria della ‘media del pollo’, il conto è bello che fatto: 9.000.000 di utenti, spalmati (passatemi il termine, ci sta tutto) su 70.000 ‘operatrici qualificate’, fa grosso modo circa 128 clienti a testa. N.B: 128 ‘clienti’, sono pur sempre 128 consumatori vi pare? Quindi, 128 ‘consumatori’ (a tutti gli effetti) in, diciamo, 25 giorni lavorativi… fanno la media di circa 5 ‘incontri’ quitidiani: be’, un bel logorio insomma. Il tutto, senza poter scioperare o ‘godere’ (anche qui, passatemela l’espressione: ci sta tutta) di ferie. E se questi numeri dovessero risultare definitivi, stiamo ragionando su un volume d’affari teorico di circa 270 mln€: secondo me sono un po’ pochini. Difatti, la mia prima riflessione è: 9.000.000 mi pare stima approssimata di parecchio per difetto. Ne consegue che, probabilmente, anche il numero potenziale di ‘esercenti’ il mestiere sia sottostimato. La seconda riflessione è: se dovesse diventare un’attività legale a tutti gli effetti, e quindi tassabile ed ‘imponibile’, chi fatturerebbe cosa e a chi altri? Inoltre: il contribuente, alla voce spese deducibili nel 730/740, quale prova dovrà produrre per dimostrare di aver ‘consumato’’? E nel dibattito parlamentare sull’eventuale riapertura di ‘case chiuse’, qualcuno ha preso in considerazione l’ipotesi che, le mogli degli ‘utenti’ che abbiano consumato, potrebbero a buon ragione incazzarsi come delle jene? Ma poi i veri dubbi sono: al giorno d’oggi, può esistere un’etica ‘cortigiana’ equo solidale? Può rappresentare una soluzione credibile?

«E’ sindrome da ‘pianto greco’? Poche significative cifre su un ‘fallimento’ urbano»

Il difficile momento, nella stagione 2014-’15 della Pasta Reggia, inutile nasconderselo, passa senza dubbio anche per il dramma socio-economico-occupazionale di Caserta e provincia. Uno stallo che appare irreversibile, se non addirittura destinato ad un ulteriore deterioramento. Mi spiego…

Caserta, 104^ in una classifica di 107 comuni italiani.
Caserta, 104^ in una classifica di 107 comuni italiani.

L’indagine del Sole24Ore – puntuale ogni fine d’anno – conferma che, su 107 comuni ‘verificati’, Caserta si attesta al 104° posto in classifica, in perdita di una posizione. Senza considerare che, oltretutto, Caserta è un comune in dissesto finanziario. Meglio di noi, addirittura Avellino e Benevento. Allora, in un tale quadro deprimente non riesco a spiegarmi una cosa: che senso ha oggi, a Caserta, insistere nel coinvolgimento della politica nelle difficoltà agonistiche. Cosa si spera, concretamente, di ottenere? Quale credibilità? Quali utili proposte da quella sponda?

La ricerca del Sole24Ore, però, non finisce qui, e c’è altro su cui riflettere:
– il tasso di occupazione sfiora il 40%. Vuol dire che c’è un potenziale 60% senza reddito (attenzione, da considerare i percettori di reddito ‘a nero’), quindi un esercito di gente che NON consuma. Consideratene le implicazioni;
– Caserta è ultima per presenza di asili, sostegno all’infanzia e/o servizi equipollenti. Senza tener conto delle famiglie aventi diritto, ad es: le cedole librarie, che non saranno mai incassate per mancanza di fondi. Senza tener conto dei tanti debiti che la ‘municipalità’ ha contratto con il sistema impresa, ad oggi ancora insoluti; a meno che il creditore non accetti l’abietta proposta di scontare del 50% le proprie spettanze;
– Caserta è tra le ultime in classifica, tra le peggiori città italiane per qualità di vita e condizioni economiche generali. Strade piene di buche, mediocre smaltimento dei rifiuti, enormi difficoltà nel riconoscimento dei sinistri in cui è responsabile la Città. Le aliquote IMU, e degli altri tributi locali, ai massimi di sempre anche in ragione del già citato dissesto. E mi fermerei qui: i dati condivisi penso siano già sufficienti per procedere a delle considerazioni sul futuro della città e della nostra provincia. Proviamo a rifletterci facendo un semplice gioco di ruolo;
mettiamoci nei panni di un imprenditore che vorrebbe investire. Secondo voi, quali concreti vantaggi ci sarebbero a scommettere geograficamente su di noi? Quali le garanzie da parte di istituzioni e fiscalità? Insomma, quali potrebbero essere le sue ‘motivazioni d’acquisto’ a bocce ferme? A mio modesto parere, ve ne sono pochissime.
E sfido chiunque a dimostrarmi il contrario; un’economia in pieno stile feudale, quasi oligarchica, che tiene fuori giovani e idee vincenti. La débâcle della pallacanestro è solo la cuspide, la punta estrema di un declino iniziato già molto tempo prima. Impossibile, per un uomo solo, pensare di far fronte ai costi di una stagione professionistica. L’attuale ‘Proprietà’, ed il main sponsor Pasta Reggia, non possono da soli sostenere la competizione nella massima serie, garantendo qualità del gioco. Difatti stavolta si è toppato di brutto, e si è dovuto mettere di nuovo mano al portafoglio per rimediare ad una pessima campagna acquisti.
Francamente, non so fino a che punto la Proprietà sia in grado di tenere banco anzi, ad un certo punto credo si debba fare anche un ragionamento di etica d’impresa. Cioè, a conti fatti, tra risorse destinate al basket e ritorni in termini di risultati, il saldo è positivo? Vale la pena proseguire? Le risposte possono arrivare solo da chi ci mette la grana; io posso solo supporre che, in questi giorni, la Proprietà si interrogherà a dovere.
Ultima cosa e concludo: chi mi conosce sa come la penso; a mio avviso, la soluzione per la ‘continuità’ ed un salto di qualità, passa per la creazione di una piattaforma polisportiva che contenga Basket, Volley e Calcio locale. Un modello che preveda sinergia fra: tifosi/soci, imprese locali e servizi integrati con alto valore aggiunto. Senza questo ‘patto’ economico-agonistico-sociale, non credo possa esserci una nuova alba. Il mio più intimo auspicio? “Volalto JuveCasertana!..”