«Default MPS: lo scempio è bipartizan…»

MPS? Banca completamente risanata. Investirci è un vero affare!”
(da un Tweet di Matteo Renzi-22/01/2016)

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Principali vincitori, e vittime, nel fallimento MontePaschi

Si potrebbe dire: “tutto cominciò da lì”. In realtà non è così, perché tutto ebbe inizio molto prima. Ma di sicuro, quella “gufata” istituzionale, sarà ricordata come il preludio del prosieguo di uno scempio.
 Da ‘destra’ a ‘sinistra’, passando per il ‘centro’, non manca proprio nessuno. Seduti a quell’osceno “convivio” senese (chiedo scusa al ‘Sommo Poeta’), c’erano proprio tutti: grandi imprenditori, immobiliaristi, ‘coop rosse’, le ‘partecipate’ locali, etc etc.

Insomma, un banchetto (passatemi la pessima battuta) universale, che ha sfamato proprio tutti. Con un non trascurabile dettaglio, però: il conto finale. Un conto davvero salato:
47 mld€. Esatto, quasi 50 mld di prestiti viziati, mal riposti e gestiti con sin troppa disinvoltura, per usare un eufemismo. Ma attenzione: il fallimento, oltre a danneggiare le finanze degli azionisti principali, ha nuociuto gravemente a correntisti, obbligazioni­sti (leggi creditori) ed un’ampia platea di altri risparmiatori. E, naturalmente, a pagare ‘sto conto salatissimo, ci penseranno gli italiani. Tutti però: 108€ a cranio!
Che poi, non si capisce perché, per quelle
altre quattro là’, si sia scelta una strada meno cruenta. Mah, dice che sennò il danno è troppo sistemico. Intanto, pochi hanno pappato, tanti ci rimettono, e nessuno ne risponde agli occhi della legge. O forse no?

Tra i BIG della passerella senese -recentemente sputtanati sulle pagine dei giornali (non tutti)- ne ricordiamo solo qualcuno:
Sorgenia, gruppo De Benedetti -ve lo ricordate? Quello che incassò l’indennizzo di circa 600 mln€ dal Cavaliere Mascarato per ben 1,8 miliardi. La quota parte MPS è 1/3. Il pool delle altre 14 banche, i 2/3 rimanenti. Ah, poi Sorgenia, ovviamente, è fallita, ma è pure rinata: bravi.
– C’è poi il ‘palazzinaroZunino, ‘Risanamento(un nome, una garanzia): oltre 3 mld€. Risanamento: ti prendono anche per il culo ‘sti farabutti…
– Segue la ‘N.T.V.’ di Gianni Punzo (Interporto Nola), altra piattaforma in sof­ferenza, e che soffre ‘a braccetto’con Cisfi SpA (leggi Verdini).
In tutto questo marasma di banche ed imprese malate, ci va di mezzo anche qualche pezzo pregiato: il famoso hotel di lusso veneziano: il ‘Danieli’.
– Tra tanti grossi debitori (ex imprenditori), abbiamo anche le c.d. ‘partecipate’ pubbliche:
Fidi Toscana; Bonifiche Arezzo; Aeroporto di Siena e, da non credere, le Terme di Chianciano. Diamine, pure loro.

A beneficio di un’informazione più dettagliata, occorre rilevare che, a causa delle insolvenze di tutte le aziende citate -e di tantissime altre ancora- laddove pos­sibile, tutti i crediti sono stati convertiti in azioni in capo a MontePaschi. Quindi, a fronte di quasi 50 mld di debiti, la banca si ritrova in mano un certo patrimo­nio di imprese, sottovalutato e illiquido, che non potrà alienare fino a quando, le stesse, non saranno risanate e, quindi, rese appetibili e ricollocabi­li sul mercato. Chissà perché, poi, pensando a questa situazione, mi viene subito in mente la figura cinica e sempreverde di Gordon Gekko.

In pratica, MPS, oggi si ritrova a ricoprire il ruolo di asset manager (passatemi l’accostamento) di società in crisi, quando avrebbe dovuto solo restare fedele al suo naturale mandato: fare banca. Tra l’altro, scaricando buona parte dell’onere di risanamento (quello reale e non farlocco) sulla collettività. Con l’ag­gravante che, a cose fatte, chi avrà contribuito spintaneamente, non benefi­cerà di nessun provento dalla vendita dei vari pezzi, o dal riassetto del gruppo. A meno che, oggi, tu non diventi socio, acquistando delle azioni della banca. Già, ma tu te le compreresti quelle azioni? Ce le hai le palle? Faresti come l’ex premier Renzi?

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Il tweet scandalo dell’ex Premier Renzi

Per on dimenticare:
Il 22 gennaio 2016, lei diceva che: ‘la banca era risanata e che investire era un affare‘, fa notare all’ex Premier il conduttore Giovanni Minoli.
Lo penso tutt’orareplica senza esitare Renzie credo che, se ci fosse un investitore italiano o straniero che la volesse,, farebbe un affare”.

Riflessione: vi fidereste ancora di una Politica che comunica tramite tweet?

PS: voglio anche la lista coi nomi di quei 5 “Mi piace”. Buio!

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«“Raggiadi” 2024: occasione perduta o scandalo mancato?»

Perché anche il botta e risposta è una disciplina olimpionica, sia chiaro.

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Un singolar tenzone, tra la sindaca Raggi e Malagò.

Premetto: non sono di Roma, non voto cinque stelle, non mi piace Malagò e la sola idea della candidatura mi fa sorridere. Ma non entro nel merito politico/istituzionale della questione. Mi attengo ai dati oggettivi.

Parlavo di botta e risposta prima. Ebbene, il minuetto Raggi/Malagò ne è prova: ma li avete sentiti? In particolare, avete colto bene il sottinteso, nel tono e nelle parole, del numero uno del Coni? Ma vediamo cos’è stato…
Con appena cinque parole (dico 5), Virginia Raggi dice “no” alla candidatura ufficiale di Roma alle Olimpiadi del 2024. Ecco la frase con cui ha ‘liquidato’, la capitale, dal panorama della kermesse “globale” per eccellenza: “[…] E’ da irresponsabili questa candidatura…“. Attenzione però: di fatto, la decisione, dovrà essere ratificata dalla giunta comunale di Roma la settimana prossima. Dunque, “si può fare di più?” 😉
Pare, però, che a fare più notizia sia stata non già il niet di Virginia, quanto i circa 40 minuti di anticamera del n°1 del Coni. Da qui anche l’ormai titolo ironico: “Coni gelato!”

A dire il vero, la frase completa del sindaco -pardòn, della Sindaca raggi, sennò chi la sente quella pazza della Boldrini- recitava così: “E’ da irresponsabili dire sì a questa candidatura. Lo abbiamo detto in passato e continuiamo a dirlo. Significa assumere altri debiti, non ce la sentiamo…” E mentre pronuncia la frase, dallo schermo posto alle sue terga, vengono proiettati molti degli sprechi di passate grandi manifestazion. Ad es. le “Vele di Calatrava”, l’ennesima cattedrale nel deserto incompiuta voluta per i Mondiali di nuoto del 2009 (quelli proprio sotto egida di Malagò). Per non parlare di quel vecchio debito: quel miliarduccio di €uri e passa, frutto di espropri non ancora pagati, ereditati dalle Olimpiadi romane del 1960. E mentre i romani, lo scorso anno, finivano di pagare quel debito, c’è ancora chi (da oltre 55 anni) aspetta di essere pagato. E’ vero che a “a pagare e morirec’è sempre tempo”, ma in questo caso, forse, lo si è inteso un po’ troppo alla lettera, vi pare?

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Riepilogo costi eventi olimpici nella storia

 

Ora, in tutta coscienza, pur riconoscendo gli evidenti limiti di questa amministrazione -intesi anche come inesperienza o incapacità di relazioni politico/diplomatiche- alla luce di tanti sprechi e risorse -diciamo- impropriamente utilizzate, proprio non me la sento di criticare la posizione del sindaco. Soprattutto per una indiscutibile evidenza: prima ancora di pensare alla kermesse, ci sono già così tanti interventi strutturali da operare sulla Città, che proprio sarebbe insostenibile aggiungervi anche il debito per una nuova olimpiade. Diciamo anche un’altra cosa: di strutture polisportive, già dagli anni ’60, ne sono state costruite a iosa. Tutte, per lo più, inutilizzate e manutenute in modo pessimo. Forse è bene giungere ad un’amara conclusione: certe manifestazioni sportive -leggi anche “globali”- non sono esattamente un affare per l’amministrazione pubblica. Forse, e sottolineo forse, è giunto il momento di consegnare completamente al “mercato” questo spicchio di economia. Tanto per dire: i guai della Grecia, sono cominciati proprio l’indomani di Atene 2004. Quindi, tutto sommato, prima di crocifiggere Virginia, proviamo prima a fare un sontuoso minuto di silenzio; se non altro, per riflettere. Tutto qui.
Concludo con un ultimo grafico: l’ipotesi -e sottolineo ipotesi- costi/benefici in caso di investimento (o investitura) per “Roma 2024”. A voi la parola. L’ultima alla Raggi!
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«A.D. 2016: sarà un’altra…‘grande scommessa’?»

Sistema banche oggi
Sintesi grafica del ‘sistema’ banche!

E’ inevitabile, a mio avviso, guardare alla volatilità dei mercati da inizio anno, e non correre con la memoria ai (mis)fatti che scatenarono la crisi sistemica nel 2008. La foto scelta per questo articolo è più eloquente di mille parole e fotografa la ‘singolarità’ del momento: è la perfetta sintesi di un precario equilibrio. E ti viene subito in mente una domanda: ma cosa è cambiato dal 2008? La risposta, purtroppo, è: niente! Ad essere del tutto onesti, sorge spontanea anche un’altra cosa: collegare tutto alla trama de “La grande scommessa”. Ma che cos’è? Di che parla? Chi l’ha scritta? Provo a riassumerlo in poche parole: dunque… Io non ho letto il libro (lo farò), ma il film l’ho visto e m’è piaciuto. Anzi, lo rivedrò, perché la prima volta l’ho seguito con troppa “avidità”. L’ho trovato avvincente, divertente e per nulla banale. Un adattamento provocatorio e brillante: come funzionano certi meccanismi della finanza? Come fa, Wall Street, ad essere dannosa e distorta? Interessante (e necessario) il lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi; la finanza (anche quella ‘sporca’) è un argomento arduo, nell’ottica di intrattenimento della platea. E per renderla più umana o percepibile, si deve lavorare sugli eccessi dei vari personaggi, spettacolarizzandola. Insomma: due abbondanti ore (e qualcosa in più, pure), che io raccomando fortemente. Il film sarà molto apprezzato da quella fetta di pubblico più attenta (che non credo sia marginale), che saprà senza dubbio riconoscere quella ‘asimmetria’ – offerta dalla sceneggiatura – che emerge tra realtà e narrativa. Inoltre, è la prima volta in cui – in una trama adattata a ‘Wall street’ – si racconta di uno ‘short contrarian’. Ossia: un gruppo di investitori, davvero molto ‘smart’, che scommettono contro un apparato artificiosamente asserragliato su posizioni ‘lunghe’, e sin troppo ottimistiche. Sostenuti posticciamente da discutibili rating primari. Forse, nella storia del cinema dedicato a Wall street, abbiamo un solo unico esempio di ‘contrappasso’ (per contrasto) del ‘rischio specifico’: “Forrest Gump”, il più grosso paradosso finanziario. La storia di un ragazzo, niente affatto smart, che diventa miliardario utilizzando i suoi soldi nell’acquisto di una singola azione: quella della “Grande Mela”, quella di Steve Jobs però.
«[…] Finanziariamente parlando, è il risultato superfortunato di una follia. Ma non impossibile nel mondo della finanza dove tutto è possibile…» Così, giusto per citare l’illustre recensione del dott. Marco Liera. Il film prende spunto dall’omonimo libro: “The bigshort’-Il grande scoperto”, scritto da Michael Lewis. La trama ruota intorno ad un giovane medico, il dott. Michael Burry, e all’incerdibile intuizione che ebbe, e che finì per contagiare altri professionisti della finanza: alcuni già affermati, alcuni in ‘erba’, altri decisamente ‘corsari’. Ma chi è Burry? Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, Michael è un giovane medico californiano che passa tra le 13 e le 16 ore a lavorare in ospedale e, tra l’una e le tre della notte, soffrendo di forti disturbi del sonno, legge libri sugli investimenti, sua vera passione. Quelli sono gli anni del boom delle ‘dot-com’ e di Internet: tutti impazzivano ed impazzavano sulle piazze finanziarie, e qualcuno ci si arricchiva pure. Burry, invece, era “contrarian” per inclinazione, e disapprovava quella facilità di guadagno. Quindi, nel poco tempo libero a disposizione, preferiva approfondire le strategie di ‘Value investing’ -ricerca delle cosiddette azioni ‘a sconto’, rispetto al prezzo di mercato- (quell’approccio al mercato del rischio, che prevede una severa selezione di titoli azionari, partendo da solidi fondamentali, con elevata probabilità di creare valore nel medio-lungo periodo), osservando a 360°. Poi, coi primi risultati e con la crescita del consenso, esplose letteralmente anche attraverso il suo blog; proprio quel suo blog, gli fece da trampolino di lancio. E poiché si divideva tra corsie d’ospedale ed investimenti notturni già da un pezzo, un bel giorno abbandonò il camice e fece il suo grande passo, e fondò la sua società di investimenti, la “Scion Asset Management”: una vera garanzia; il bello, però, inizia nel 2003. Quell’anno, Michael inizò a studiare un mercato ai più sconosciuto: il ‘subprime market’. Questo mercato è stato il pilastro di un grande imbroglio, la causa della più grande crisi finanziaria dopo il ’29. In poche parole, le principali banche americane cartolarizzavano i crediti sui mutui ipotecari concessi a “soggetti” non di primario merito creditizio, per poi rifilarli a tutto il mondo con rating di AAA, che è il massimo della scala di valutazione. Tra il 2003 ed il 2007, dal suo piccolo ufficio, si mise ad analizzare migliaia di mutui subprime e di prodotti finanziari collegati, e piazzò una mega scommessa contraria (short) su questi prodotti, impiegando gran parte dei fondi di Scion su questa operazione, trovando la più ampia contrarietà dei suoi investitori. Michael contro il parere della maggior parte dei suoi investitori, tenne la barra dritta e mantenne gli investimenti in portafoglio, noncurante di quello che dicevano i media, gli analisti ed i gestori del settore: “il mercato immobiliare americano non sarebbe mai crollato…” etc etc. Nel 2008, allo scoppio della più grande crisi finanziaria mondiale, Burry chiudeva il suo ‘scoperto’ realizzando un profitto personale di 100 milioni di dollari, e 700 milioni di dollari di profitto per gli investitori, con un ritorno del 489% sull’investimento tra il 2000 ed il 2008. Nello stesso periodo la performance dell’S&P 500 fu del 2%. E, come direbbe il buon Gordon Gekko: “L’avidità è sempre più avida e vince…” Per ora.

In conclusione: tornando al titolo iniziale, con questo articolo non ho voluto né fare un riassunto del film né una sua (ennesima) recensione. Semplicemente, partendo dallo spunto di fatti realmente accaduti, la mia intenzione era mettere a confronto due diversi momenti, due diverse crisi, per capire si ci possano essere analogie e, nel caso, provare a cercare spunti per agire con l’obiettivo di tutelarsi. Il denominatore comune tra le due crisi c’è e sono le banche. Ancora. E, in effetti, riflettendoci, l’unica arma per subire il meno possibile gli effetti di questa crisi, è l’informazione, accompagnata da una solida Consulenza. Qualla con la C maiuscola. Possibilmente Indipendente. A mio modesto parere, non siamo in una fase di ‘sell-off’, ma piuttosto di riduzione degli asset sopravvalutati -detti anche ‘deleveraging’. Quindi, non una fuga dal ‘reddito variabile’ in senso stretto, ma solo un violento repulisti. Certo, in una fase del genere crolla tutto, ma non tutto è fuffa. Chi ha operato scelte ‘value’, o comunque sostenute da oggettive probabilità di crescita, non sarà tradito dal mercato. Purché, però, si rispetti quella scadenza imprescindibile chiamata orizzonte temporale. E chi è stato attento a non partire in ‘quarta’, sedotto da facili profitti, oggi -ma ancora per un po’- ha l’occasione di sfruttare i ribassi, facendo di necessità virtù. E’ un’opzione che paga sempre.
Un piccolo consiglio: momenti come questo, sono perfetti per piani di accumulo!

 

«‘TeRenz-ill’, l’Italia e la crisi italiana… (sistemica)»

Tanto per esser chiari, tanto per mettere i puntini sulle i: un conto è la grave crisi internazionale, che il crollo di Lehman Brothers – simbolo ma non causa – incarna. Altro conto è la crisi in Europa e, ancor di più, quella ‘tricolore’.

TeRenz-ill - lo chiamavano Nullità!
TeRenz-ill – lo chiamavano Nullità!

A casa nostra, i numeri dal 2008, ci mostrano un quadro tetro, e parlare di crisi è pura accademia o eufemismo. Il fatto è questo, seguitemi: meno centoventidue mld €uro (dico -122 mld €). Oltre 7/8 manovre finanziarie; risultato classificabile come misura per la perdita del potere d’acquisto.  Nel dettaglio: oltre 75 mld € di minori consumi realizzati negli ultimi sette anni; 47 mld €, l’erosione sul risparmio degli italiani – nelle fasce di reddito medio – operata nel periodo in esame, a fronte di un costo della vita più alto e di un rapporto imposte-tasse locali/servizi sempre meno generoso per l’onesto contribuente. Uno scenario che non cesserà affatto di cambiare, ahimé.
Di fronte ad un panorama dalle tante ‘sfumature di grigio’, pesano parecchio le ignobili menzogne espresse dal capo dell’esecutivo, circa un fantomatico ‘funerale delle tasse’ (cit. premier Renzie); in primis sulla prima casa.
Il tempo per i cazzeggi è finito da un pezzo, ma chi dovrebbe operare nell’interesse della Nazione prosegue la sterile rincorsa per preservare lo status quo, simulando bieche riforme che, altro non sono, se non oblique manovre per sottrarre benefici e legittimi privilegi a quelle classi notoriamente più aggredibili, e dal reddito sistematicamente vessabile. Un modo come un altro per avere uno strumento di pressione (elettorale, per lo più) da barattare con i più elementari diritti naturali e/o servizi/prestazioni varie. Il miglior risultato ottenibile, come conseguenza di questa ignavia, è che l’intera Nazione, da quasi un decennio, è in ‘svendita’, con buona pace dei contribuenti italioti, ma anche dei lavoratori e di parte del nostro know-how. Nel frattempo però, dal Mondo intero, giunge una minaccia ben più grave: la resa dei conti con quei popoli che, storicamente, hanno subito la sferza e il piglio speculativo delle economie ‘avanzate’: ma poi avanzate rispetto a cosa? E di fronte alla prospettiva di ciò che il futuro breve ci riserverà, risuona con tutta la sua potenza la frase che ‘Gandalf il Grigio’ pronunciò ai suoi compagni di ventura, mentre sprofondava nell’abisso delle caverne di Moria: “Fuggite, sciocchi!Scappate da €urolandia, il più veloce ed il più lontano possibile. Chi può deve farlo, nell’interesse dei figli se non altro: una parte del resto del Mondo, benché non priva affatto di problemi, offre se non altro un bene prezioso ed ancora percepibile: la speranza!

«La calda esate italiana: 2015 come il ’92?»

No, non è il titolo di un film ‘bollente’ stile anni ’70, magari. E’ più lo spettro di uno sgradevole incubo. Il ricordo di quella calda, lunga notte mai dimenticata. La notte in cui il, governo Amato, prelevò (tra l’altro) il 6 per1.000 da tutti i depositi e titoli diversi da quelli emessi dallo Stato. Tutti!

Giuliano Amato, la notte del prelievo
Giuliano Amato, la notte del prelievo

Per chi difetti di memoria, all’epoca, accadde che… durante il suo primo mandato da presidente del Con(s)iglio (in effetti un po’ ci somiglia), Giuliano Amato (da chi?), a fronte dell’insolita situazione finanziaria di allora, col suo Governo approvò, l’11 luglio ’92 appunto, una manovra di complessivi 100.000, ed oltre, miliardi di vecchie £it. Peraltro, deliberato con effetto retroattivo: dal 9 luglio ’92.  Fu così che, il peggiore incubo degli italiani, si realizzò: nottetempo, senza nessun preavviso, ci fu un prelievo forzoso del 6 per1.000 da conti correnti e depositi bancari, postali, buoni fruttiferi e certificati di deposito, con cedola e zero coupon, per (testuali parole): “un interesse di straordinario rilievo”, in relazione ad “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica” (era già un momento di crisi, però non c’era Berlusconi). Un vero ed effettivo “esproprio” sui risparmi che, vale la pena ricordare, giunse con la sinistra al governo. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, il governo di allora, attuò un prelievo improvviso, autorizzazione giunta tramite un decreto legge di emergenza, emanato addirittura il giorno dopo: l’11 luglio. Quando lo Stato vuole, sa essere eccezionalmente rapido e preciso, siete d’accordo?
Tuttavia, tre mesi dopo quella manovra di luglio, Giuliano Amato si dimise lasciando lo scranno a Carlo Azeglio Ciampi. In totale, questa “manovra di emergenza”, più la finanziaria del ’92 già varata, furono un salasso che però non servì a nulla. Ma di questo ne parlerò più avanti.
Certo, va ricordato anche che ci furono settimane difficili anche sui mercati finanziari: la £ira era fortemente sotto pressione, aggredita dalla speculazione anche di uno spregiudicato Soros; i mercati si accanivano contro la povera Italia e bisognava fare qualcosa. Qualunque cosa!.. Ma quel qualcosa si è poi tradotto in un provvedimento intriso di misure tra le più disparate: tanto inutili quanto inique, come sempre del resto. Mai utili riforme organiche, ma le solite “pezze a colori”: aumento dell’età pensionabile, patrimoniale sulle imprese, (dicasi “minimum tax”), ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, imposta straordinaria sugli immobili pari (ISI) al 3 per1.000 della rendita catastale ecc. Ad oggi siamo punto e da capo, forse. Il solo ‘prelievo’ dai conti correnti – in assoluto la più impopolare tra le manovre contenute nel decreto – portò alle casse dello Stato ben 11.500 miliardi di £ire.
E l’imposta “straordinaria” sugli immobili, si è rivelata tutt’altro che straordinaria e/o occasionale, diventando poi quell’Ici abolita solo nel 2008 dal governo Berlusconi, ben 16 anni dopo: ecco come è nata la tassa più odiata, e considerata iniqua dagli italiani. Poi, come se non bastasse, oltre ai danni di un’onerosa e punitiva manovra ‘correttiva’, in un’economia italiana già sull’orlo della recessione, giunse anche la beffa della £ira costretta ad uscire dal Sistema Monetario Europeo. A settembre di quello stesso anno, la £ira, non solo uscì dallo SME, ma svalutò anche del 25% rispetto alle altre valute del ‘serpentone’. Un atto di smisurata cortesia verso una divisa in particolare: quel marco tedesco della scassata Germania che, con grandi difficoltà, si stava riunificando dopo la caduta del muro, accelerando anche il crollo dell’URSS e, di fatto, dando vita a quel fenomeno economico che prenderà il nome di globalizzazione. C’è da dire che, la risposta al favore fatto alla Germania, fu l’ingresso ‘di Diritto’ nell’€uro, in qualità di paese fondatore della moneta unica. Wow! In effetti, visto col senno di poi, si trattò di una vera trappola ben orchestrata. Fu il primo atto di un progetto di lungo periodo, volto a tenere sotto controllo la trasformazione e l’espansione di quelle economie periferiche, notoriamente più fragili, per poi renderle appetibili e scalabili.
Ok, questa è una mia considerazione lo ammetto, ma non si può certo negare che, fino ad oggi, le cose stiano proprio così. Pensate a quanto “made in Italy” è passato di mano negli ultimi 15/16 anni. In mani non italiane, ovviamente. Un progetto molto ben dissimulato dal seducente richiamo del vantaggio di una moneta unica, di tassi bassi, di prosperità, di un miglior rapporto lavoro/qualità di vita (Romano Prodi docet). E invece? Qual è il bilancio ad oggi? Chi comanda e decide su chi? La sovranità nazionale? E il diritto di stampare carta moneta?
Beh, forse sto uscendo un po’ fuori traccia, forse. Ma non credo di esagerare si dico che, probabilmente, il 1992 fu il nostro “punto zero”: il momento in cui tutto poteva essere rimesso a posto, per bene. Proprio dopo il triste epilogo della “prima repubblica” e degli scandali emersi da “Tangentopoli”.

La "manovra" dopo il "prelievo"
La “manovra” dopo il “prelievo”

Insomma: al termine di manovre, contromanovre, correzioni, svalutazioni, ‘sottrazioni’… è rimasto solo un grosso sperpero di risorse, del tutto inutile. Infatti, a distanza di 23 anni, non solo in più occasioni si paventa di nuovo la possibilità di un ‘revival’ di quella manovra, ma l’intera struttura economica nazionale, da allora, non ha fatto che deteriorarsi. Basti solo vedere il debito pubblico di allora rispetto a quello di oggi. Per non parlare di altri indicatori fondamentali: tutti sensibilmente peggiorati rispetto a 23 anni fa. Uno su tutti? Beh, provate a misurare un po’ il rapporto tra contribuenti/pensionati di allora con quello di oggi. L’incremento della spesa pubblica? Il welfare sempre meno disponibile? Pressione fiscale su impresa e famiglia? E sul risparmio?
Concludendo, non mancano i temi da sviluppare intorno al confronto con l’Italia pre €uro con quella attuale; mi viene spontaneo fare una sinistra riflessione: ma se 23 anni fa, con quel debito, fu assolutamente necessario ‘prelevare’ in modo coatto quel 6 per1.000… oggi, con tutti i casini dell€uro, della Grecia, dei debiti sovrani e compagna bella, pensate possa bastare un modesto 6%?
Oppure si può ritenere, a ragione, di essere immuni da questo rischio? Dite che il “sistema €uro” reggerà? Che l’Italia ne uscirà col minimo danno? Chissà… io però sento che, l’ombra lunga di Russia e Cina, avanza oscurando l’intero orizzonte. Che dite: starò esagerando?

Parafrasando Keynes: «La ‘teatralità’ della moneta: alziamo il sipario!»

Qual è il valore della moneta
Qual è il valore della moneta

Money is the measure of value, but to regard it as having value itself is a relic of the view that the value of money is regulated by the value of the substance of which it is made, and is like confusing a theatre ticket with the performance” (Keynes – ‘The Royal Economic Journal’, vol. XXIV, 1914) – «La moneta non ha valore in sé (come biglietto), ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale!» tradotto nella nostra lingua.

Il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto di beni e servizi, realizzabile in relazione ai prezzi di mercato. Detto questo, va anche aggiunto che: a parità di quantità/valore della moneta, nello stesso momento, può aumentare, ad es. il prezzo dell’olio (perché il raccolto è stato funestato da una malattia delle piante), ma diminuire quello dei lettori Cd (perché l’ascolto della musica è effettuato con altri strumenti). Per converso, un aumento/diminuzione del “valore” della moneta, muta il prezzo di qualsiasi bene. Quindi, parlando di valore della moneta, prezzi e consumi, non si può non arrivare al PIL. In tal senso, mentre il ‘PIL reale’ esprime l’interazione tra privati, sistema finanziario e Stato, la stabilità della moneta dipende dalla fiducia riposta dagli operatori nell’autorità che ne controlla quantità ed espansione. Ne deriva che: scambi commerciali, domanda, offerta e PIL, diventano dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” a quel biglietto per lo spettacolo teatrale. Ed ecco che, appunto, si torna al punto di partenza: arriviamo alla quadratura del cerchio.

Cosa può fare la moneta?
Cosa può fare la moneta?

Anche il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi (come si vedrà in seguito, inoltre, il rimborso di un prestito distrugge la moneta a suo tempo appositamente creata).
Uno dei temi più controversi – e che, seppure indirettamente, condiziona tanta parte del dibattito politico – è il ruolo, nell’economia, della moneta e del relativo ruolo delle banche, della banca centrale e dello Stato. Come aveva brillantemente rappresentato Keynes, nel sopracitato articolo, il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto (di beni e servizi) espressa in funzione ai prezzi esistenti sul mercato. Un aumento/diminuzione del “valore” della moneta (come determinato dalla sua quantità in rapporto ai beni stessi) muta il prezzo di qualsiasi bene (il saldo algebrico, aumento/diminuzione, del suo prezzo è poi determinato dal livello di variazione di domanda/offerta di quel bene. A parità di sua domanda/offerta, una diminuzione del valore della moneta, fa aumentare il prezzo del bene). Nel complesso, quindi, (e ferme le dinamiche di cui sopra con riferimento ai singoli beni), rilevano la quantità (offerta) di beni/servizi prodotti (e il suo tasso di crescita) e la quantità/offerta di moneta (e il suo tasso di crescita rispetto al tasso di crescita dei beni). Non è decisivo che una moneta sia imposta per legge: quando gli operatori si accorgono che la sua capacità di acquisto diminuisce marcatamente, tanto da far pensare che la sua espansione sia incontrollata, tenderanno a sostituirla con altre monete più stabili. Ricordiamo che, l’autorità preposta al controllo della stabilità della moneta, è, in tutte le economie avanzate, un organo indipendente – proprio affinché non corra il rischio di essere costretto, per “legge”, ad alterare la stabilità della moneta – ma nominato dall’amministrazione statale, cui deve periodicamente rispondere, relativamente all’operato e al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’amministrazione stessa (nel caso dell’euro zona è, ovviamente, la BCE). Quindi, il controllo della stabilità della moneta e del sistema finanziario è affidato ad un organo pubblico, la creazione della moneta e la determinazione del PIL reale dipendono e sono originati dalla complessa interazione (tra privati, sistema finanziario e Stato) di cui si è detto. Ne consegue che: la parte pubblica sovraintende e garantisce il sistema dei pagamenti (e, si ripete, vigila su stabilità della moneta e solvibilità del sistema bancario) e la parte privata gestisce il sistema dei pagamenti e origina tanta moneta quanta è necessaria per effettuare le transazioni e rappresentare contabilmente l’incontro tra domanda e offerta di credito.

Gerarchia economica globale delle banche
Gerarchia economica globale delle banche

E, a proposito di credito, occorre dire che: volume di scambi, di domanda e offerta di credito e PIL diventano, a questo punto, dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” sempre a quel biglietto dello spettacolo teatrale. Per meglio illustrare l’interazione tra privati, banche e Stato, con riferimento a PIL e moneta, occorre operare una finzione rappresentativa: la suddivisione della moneta in moneta/lavoro (o moneta/reddito definitivo) e moneta/credito (o moneta/anticipo reddito futuro). Ovviamente, in un’economia in cui è presente il credito in maniera pervasiva – e più è efficiente il sistema finanziario più è rilevante il credito – è difficile distinguere, nelle quotidiani transazioni, quale sia moneta/lavoro e quale sia moneta/credito. In entrambi i casi, infatti, la moneta viene utilizzata, divenendo irrilevante la provenienza, per acquistare beni, servizi e attività finanziarie. E’ vero che il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi. Mentre, infatti, la moneta/lavoro corrisponde ad un reddito attuale, la moneta/credito corrisponde unicamente ad un reddito futuro ed ipotetico. Sarebbe a dire che, quando il reddito futuro sarà effettivamente realizzato e il debitore utilizzerà la moneta/lavoro per estinguere il debito, la moneta/credito è come se non fosse mai esistita. D’altronde, non è detto che il credito alimenti sempre il PIL. Quando si compra una casa non nuova (così come quando si compra un’azione in borsa), il valore relativo all’abitazione è già stato computato all’epoca della costruzione (mentre l’acquisto di un’azione determina unicamente il trasferimento di proprietà di un bene già esistente) e, quindi, il prezzo pagato non migliorerà i conti nazionali, se non per le ulteriori somme pagate a titolo di commissione all’agenzia, al notaio, ecc. A questo punto è inevitabile fare la domanda che tutti, prima o poi, si sono fatti: un’economia, può esistere e funzionare – più o meno efficientemente – anche senza moneta? Ritengo sia possibile, ma non senza l’idea del denaro (che in quanto utilità economica è connaturato all’uomo). In pratica, un’economia senza moneta ma col denaro.
Mi spiego meglio: un’economia fondata sul baratto, infatti, esisterebbero comunque lavoro, domanda e offerta, consumi, risparmio, investimenti, credito e prezzi. Naturalmente, il valore dei beni utilizzati in un’economia fondata sul baratto, ha l’intuibile limite di essere soggetto ad eventi estranei, cioè: se mi pagano in natura, diciamo patate, il “valore” di scambio delle patate che non consumo è condizionato dalla quantità e qualità del raccolto, dagli eventi atmosferici, dalla loro deperibilità nel tempo. Si presenta, quindi, variabile ed aleatorio, con tutti i riflessi negativi sull’attività economica. Infatti, ciò che si chiede alla banca centrale, è preservare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Domanda finale: qual è il volume di flusso monetario di Italia ed Europa?
Qui a casa nostra, il sistema bancario italiano contribuisce alla base monetaria dell’Euro zona per circa 188 miliardi (174 miliardi di circolante più 14 di riserva obbligatoria) a fronte di 1413 miliardi di depositi soggetti a riserva e 774 di depositi non soggetti a riserva. L’intera area €uro, nel suo complesso, ha una base monetaria di 1430 miliardi, di cui 985 miliardi di circolante e 445 di riserve. L’obbligo di riserva al’1% ci spiega che il sistema bancario può concedere prestiti sino a 100 volte (1/0,01) l’importo dei depositi. Riflessione finale che chiosa il mio breve approfondimento: dal 2008, anno in cui è esplosa la crisi (crisi che, di fatto, resta soprattutto italiana ed europea), in Italia, in quale misura quel’1% è stato messo a disposizione del sistema produttivo per creare valore? Cioè, di quei 188 mld di € italiani, moltiplicati per 100, quanto è stato investito nel sistema imprese e quanto per speculare su BTP e debito governativo tricolore?

Il Cilento a Vinitaly

Vino e Italia: ecco in sintesi i numeri di un successo.
Oltre 1.200.000 unità lavorative impegnate nel settore; almeno 18 diversi indotti industriali coinvolti; un volume d’affari di circa 9,4mld di € (di cui oltre 5.000mld solo per export). L’Italia (assieme ad Australia) è l’unica realtà produttiva a crescere nel 2014. Di fronte a questi numeri lo possiamo dire: la crisi è ubriaca e il vino la gabba!

Cilentoroots

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Verona 22 marzo… 7:30 del mattino, siamo in grande anticipo rispetto all’apertura del Vinitaly 2015, nel parcheggio antistante la fiera c’è un’arietta frizzantina mentre cominciano ad arrivare i primi furgoni con a bordo casse di vino provenienti dagli angoli più disparati della penisola… In breve il fermento cresce e il piazzale diventa lo scenario di un teatrino all’aperto dove gli addetti ai parcheggi si dannano l’anima per far rispettare divieti e sensi obbligati. E’ domenica ma l’importanza di questa kermesse porta le vie di ingresso ad essere affollate molto prima dell’orario di apertura, fissato per le nove. Senza lesinare qualche spintone ci facciamo largo ed approdiamo finalmente all’interno dell’area espositiva, il padiglione della Campania è poco lontano dall’ingresso per fortuna (le casse pesano…) ed entriamo, finalmente, all’interno dello spazio destinato alle aziende campane. Molto luminoso, ci sono le aziende casertane appena all’ingresso, a destra il beneventano un po’ penalizzato, forse…

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«E’ sindrome da ‘pianto greco’? Poche significative cifre su un ‘fallimento’ urbano»

Il difficile momento, nella stagione 2014-’15 della Pasta Reggia, inutile nasconderselo, passa senza dubbio anche per il dramma socio-economico-occupazionale di Caserta e provincia. Uno stallo che appare irreversibile, se non addirittura destinato ad un ulteriore deterioramento. Mi spiego…

Caserta, 104^ in una classifica di 107 comuni italiani.
Caserta, 104^ in una classifica di 107 comuni italiani.

L’indagine del Sole24Ore – puntuale ogni fine d’anno – conferma che, su 107 comuni ‘verificati’, Caserta si attesta al 104° posto in classifica, in perdita di una posizione. Senza considerare che, oltretutto, Caserta è un comune in dissesto finanziario. Meglio di noi, addirittura Avellino e Benevento. Allora, in un tale quadro deprimente non riesco a spiegarmi una cosa: che senso ha oggi, a Caserta, insistere nel coinvolgimento della politica nelle difficoltà agonistiche. Cosa si spera, concretamente, di ottenere? Quale credibilità? Quali utili proposte da quella sponda?

La ricerca del Sole24Ore, però, non finisce qui, e c’è altro su cui riflettere:
– il tasso di occupazione sfiora il 40%. Vuol dire che c’è un potenziale 60% senza reddito (attenzione, da considerare i percettori di reddito ‘a nero’), quindi un esercito di gente che NON consuma. Consideratene le implicazioni;
– Caserta è ultima per presenza di asili, sostegno all’infanzia e/o servizi equipollenti. Senza tener conto delle famiglie aventi diritto, ad es: le cedole librarie, che non saranno mai incassate per mancanza di fondi. Senza tener conto dei tanti debiti che la ‘municipalità’ ha contratto con il sistema impresa, ad oggi ancora insoluti; a meno che il creditore non accetti l’abietta proposta di scontare del 50% le proprie spettanze;
– Caserta è tra le ultime in classifica, tra le peggiori città italiane per qualità di vita e condizioni economiche generali. Strade piene di buche, mediocre smaltimento dei rifiuti, enormi difficoltà nel riconoscimento dei sinistri in cui è responsabile la Città. Le aliquote IMU, e degli altri tributi locali, ai massimi di sempre anche in ragione del già citato dissesto. E mi fermerei qui: i dati condivisi penso siano già sufficienti per procedere a delle considerazioni sul futuro della città e della nostra provincia. Proviamo a rifletterci facendo un semplice gioco di ruolo;
mettiamoci nei panni di un imprenditore che vorrebbe investire. Secondo voi, quali concreti vantaggi ci sarebbero a scommettere geograficamente su di noi? Quali le garanzie da parte di istituzioni e fiscalità? Insomma, quali potrebbero essere le sue ‘motivazioni d’acquisto’ a bocce ferme? A mio modesto parere, ve ne sono pochissime.
E sfido chiunque a dimostrarmi il contrario; un’economia in pieno stile feudale, quasi oligarchica, che tiene fuori giovani e idee vincenti. La débâcle della pallacanestro è solo la cuspide, la punta estrema di un declino iniziato già molto tempo prima. Impossibile, per un uomo solo, pensare di far fronte ai costi di una stagione professionistica. L’attuale ‘Proprietà’, ed il main sponsor Pasta Reggia, non possono da soli sostenere la competizione nella massima serie, garantendo qualità del gioco. Difatti stavolta si è toppato di brutto, e si è dovuto mettere di nuovo mano al portafoglio per rimediare ad una pessima campagna acquisti.
Francamente, non so fino a che punto la Proprietà sia in grado di tenere banco anzi, ad un certo punto credo si debba fare anche un ragionamento di etica d’impresa. Cioè, a conti fatti, tra risorse destinate al basket e ritorni in termini di risultati, il saldo è positivo? Vale la pena proseguire? Le risposte possono arrivare solo da chi ci mette la grana; io posso solo supporre che, in questi giorni, la Proprietà si interrogherà a dovere.
Ultima cosa e concludo: chi mi conosce sa come la penso; a mio avviso, la soluzione per la ‘continuità’ ed un salto di qualità, passa per la creazione di una piattaforma polisportiva che contenga Basket, Volley e Calcio locale. Un modello che preveda sinergia fra: tifosi/soci, imprese locali e servizi integrati con alto valore aggiunto. Senza questo ‘patto’ economico-agonistico-sociale, non credo possa esserci una nuova alba. Il mio più intimo auspicio? “Volalto JuveCasertana!..”

«Eternamente… ‘immobile’» La mia personale, nuova ottica sul ‘mattone’

Piramine e sequoia: eternamente "immobili!"
Piramine e sequoia: eternamente “immobili!”

Ragionando sul mercato immobiliare domestico, sulla sua ‘solidità’, sulla crisi e sul suo rilancio, verrebbe da citare la frase di Anthony Zuicker – quello di ‘ CSI’ per intenderci – presa da un suo romanzo. La frase dice:
«[…] Esistono solo due strutture al mondo in grado di resistere a qualunque terremoto: le piramidi e le sequoie»; le prime ultramillenarie e le ultime ultracentenarie, ma questo lo aggiungo io.
Orbene, partendo da questo assioma, mi chiedo: qual è lo stato dell’arte sul mattone? Cioè, se l’archetipo di ‘resistenza’ estrema è rappresentato da una sequoia o da una piramide, quali garanzie possono offrire i nostri immobili? Il loro valore, terrà conto anche del rapporto durata/resistenza? Ma il cemento, dopo un ‘n’ periodo (qualche lustro, in effetti), non ha bisogno di manutenzioni radicali, straordinarie, per usare un eufemismo?
Se tanto mi da tanto, allora, la mia personale conclusione è che: tutto ciò che differisce da una piramide o una sequoia, di fatto, non sarà mai incrollabile ed immune ai terremoti, salvo che non la si edifichi secondo tecniche antisismiche avanzatissime. Ma quanti dei nostri cespiti sono stati costruiti con tali criteri?
Pochi, molto pochi: e tutti gli altri allora? Non sarà che in Italia (ma anche in alcune nazioni europee), il costo medio a mq. risulta irragionevolmente ed irrazionalmente superiore di un buon 30-40% rispetto ad altri mercati?
Non è che negli ultimi 15/20 anni si sia speso troppo e male, investendo in maniera approssimativa ed incauta?
Non è che parte dei 5 trilioni di € in beni ‘reali’ (ricchezza media fam. in attività immobil. 2012) è finita in immobili mediocri, inalienabili o strapagati?
Ultima considerazione, la classe energetica di appartenenza: quasi tutti i cespiti si collocano in ‘classe G’, cioè l’ultima. Il che vuol dire: dispersione di calore e pessimo impatto ecologico; sicuri di aver fatto un buon affare? Scommettiamo che i costi e gli oneri di ‘adeguamento’ ed impatto ambientale saranno scaricati tutti sulle spalle dei propietari? E con i dissesti comunali e le continue tasse locali in aumento, come la mettiamo?

Alla fine dei conti, questo investimento, quanto vi sarà costato? Siete certi che, a queste condizioni, il mercato immobiliare torni dov’era prima del 2008? E se la soluzione per il futuro fosse il legno?
Chiudo con una provocazione: ma voi, avete fatto bene i vostri conti?