“Sono pazzo di te!” Quando l’orgoglio ‘JC’ diventa acronimo di ‘Join the Company’

Compro la Juvecaserta!

"Sono pazzo di te!"
“Sono pazzo di te!”

«Caserta città del basket!»;
«Juvecaserta, patrimonio dei casertani…»;
«Juvecaserta: orgoglio di essere meridionali
Sono solo alcuni degli slogan, degli ‘adagi’, dei paradigmi che da anni continuiamo a ripeterci, forse senza comprenderne effettivamente il senso. Ce li si ripete a pappagallo senza mai dare corpo al concetto. Eppure, potrebbe essere una realtà su cui varrebbe davvero la pena scommetterci; un ‘patrimonio’ sportivo e culturale su cui poterci addirittura investire. Già, investire… ma che vuol dire questa parola?

Investire, in parole semplici, vuol dire: utilizzare il proprio risparmio, attraverso uno o più ‘soluzioni finanziarie’, per raggiungere un risultato economico che crei un valore da aggiungere alla somma iniziale. In definiva, ottenere un profitto anche in relazione della variabile tempo; un dettaglio fondamentale nell’ottica di un obiettivo coerente. Portare a termine un investimento presuppone la definizione di un preciso piano: una strategia; ma restare fedeli al piano d’investimento o al periodo individuato può non essere facile anzi, talvolta può rivelarsi una vera e propria sfida perché, le fluttuazioni dei mercati che influiscono sul valore del capitale, possono indurre nella tentazione di rivedere le proprie scelte. In questi casi occorre tenere presente che investire (efficacemente) significa andare al di là dell’oggi e avere uno sguardo di più ampio respiro. Perché non dev’essere il mercato o l’emotività a guidarci, ma una lucida e razionale strategia.
Fatta questa opportuna premessa, vado dritto al punto: se la mia scelta finanziaria non riguardasse il mercato mobiliare bensì un altro settore? Se io volessi investire nello sport, per la precisione nella pallacanestro, di quali informazioni potrei aver bisogno? Ma soprattutto: attraverso quali strumenti ed operazioni si potrebbe veicolare il mio investimento?
Ebbene, riguardo al secondo punto, va detto subito che non esiste un’unica risposta: le alternative sono parecchie. Diciamo che, la più efficace, potrebbe essere una ‘Offerta pubblica di sottoscrizione’ (OPS).

L’OPS è l’operazione attraverso cui quote di proprietà di una società vengono create ex-novo (o sostituendo le vecchie, magari concentrate nelle disponibilità di un unico soggetto) e fatte sottoscrivere ai nuovi soci. La conseguenza di una OPS è un aumento di capitale per la SPA neonata. Nel caso di specie, trattandosi di una società di pallacanestro, l’operazione non deve necessariamente passare per la borsa valori, e quindi per la quotazione sui listini ufficiali. Di fatto si tratterebbe di una transazione fra privati, quindi è possibile stabilire regole precise – a garanzia di tutte le parti – come ad esempio: indicare tempi e modalità di ingresso ed uscita dei soci, eventuale partecipazione ad utili o perdite, benefici e vantaggi per soci, privilegi per i soci fondatori ecc. ecc. Attraverso questa innovativa formula, che ad oggi resta ancora inedita, il concetto tifoso cambia, si evolve: il tal caso egli diviene tecnicamente un socio/supporter.
Passando al primo punto di domanda (ossia di quali informazioni potrei aver bisogno) direi che senza dubbio occorre avere un quadro demografico ed economico-finanziario del territorio. Sia per il mondo imprenditoriale che per le persone fisiche, tecnicamente definite ‘pubblico indistinto’. Insomma, regola numero uno: conosci il tuo territorio! Ma voi lo conoscete davvero il territorio di “Terra di lavoro”? Siamo sicuri di conoscerne tutti i numeri utili per operare scelte ponderate? A tal uopo, quindi, si dovrebbero ricercare informazioni sul territorio provinciale Per ora eccovene una breve sintesi:

"Terra di lavoro" in cifre
“Terra di lavoro” in cifre

Poi su questo ci torneremo più tardi, prima c’è da individuare altri dettagli importanti, cioè: chi prepara una OPS? Chi fa da garante per le parti in gioco? Dove si collocano le quote oggetto di sottoscrizione? Quali sono i soggetti più indicati a fare da intermediari? Chi può accedere ad una OPS? Che profilo deve avere chi sottoscrive quote? Cominciamo con ordine, domanda numero uno: chi la prepara? Ebbene…
Punto uno c’è sempre un valido Advisor (Società di consulenza e/o studio legale specializzato) a fare da regista in un’operazione del genere. Di solito si tratta di rinomatissime società di rating e/o grosse ‘case di investimento’, ma in questo caso – trattandosi di una circostanza meno complessa – uno stimato e competente studio professionale o un’azienda di consulenza finanziario/aziendale possono andare più che bene;
Punto due: i garanti delle parti: come in ogni SPA (quotata o meno) esistono organi più o meno indipendenti (esterni ed interni) preposti alla vigilanza sui conti, sulla politica di gestione (collegio sindacale e dei probiviri), a tutela del pubblico indistinto (assemblea piccoli azionisti) e dei grandi azionisti (Consiglio di amministrazione).
In alcuni casi – non per una operazione come questa – vi è anche un pool di esperti esterni, totalmente indipendente dalla proprietà aziendale: i cosiddetti revisori dei conti;
Punto tre: nella fattispecie, tali quote possono essere collocate a mezzo offerta pubblica, sottoscrivibile solo attraverso canali ufficiali autorizzati e qualificati. Si tratta di banche, SIM, advisor esenti da conflitto, società cooperative e associazioni che non rientrano nella struttura aziendale della proponente;
Punto quarto: a mio modesto parere, i soggetti più indicati a fare da intermediari (considerata la fattispecie di operazione) potrebbero essere due. Direi senz’altro: 1 – le BCC (le banche di credito cooperativo locali) in qualità di soggetto creditizio, la cui peculiarità è appunto il loro presidio territoriale, la loro capacità di penetrazione nel tessuto socio-economico locale; 2 – le società cooperative che, in qualità di associazioni No Profit, lavorando anche su progetti legati allo sport ed attività di interesse generale, potrebbero farsi promotrici e raccogliere risorse in affiancamento alle banche, implementando i rispettivi sforzi nel sollecitare l’operazione;
Punto quinto e sesto: minorenni a parte, praticamente tutti possono accedere a questo genere di offerta. Basta avere una minima disponibilità da destinarvi ed un orizzonte temporale (durata operazione) compatibile col tifoso/socio.
Sarebbe superfluo stilare un presunto profilo ideale; in realtà occorre possedere un sano interesse per lo sport – per la pallacanestro in questo caso – e viverlo con passione. Essere disponibili, nei limiti delle proprie possibilità finanziarie, a supportare economicamente le attività nella massima serie professionistica, ricevendo in cambio la partecipazione ad un grande spettacolo di agonismo. Ma non solo; è chiaro che al tifoso/socio spetteranno anche una serie di benefici e vantaggi, derivanti da beni e servizi prodotti dal sodalizio di aziende/sponsor che ruotano attorno all’impresa oggetto di OPS. Avete presente un po’ il modello Barcellona/Real Madrid? Be’, più o meno l’intenzione è quella, ed è un’idea che potrebbe funzionare. Anzi, per aumentare la probabilità di riuscita del progetto, così come l’appeal del tifoso/socio, si potrebbe addirittura pensare di puntare sul binomio “basket-calcio” (erbetta e parquet) per stimolare il maggiore interesse fra le potenziali nuove imprese sponsor e la gente.
A questo punto, dopo aver snocciolato i precedenti punti, viene spontaneo chiedersi: ma perché investire su di un progetto cestistico? Perché diventare soci/supporter nel mondo della “palla a spicchi”? Perché ragionare sulla possibilità di una offerta pubblica di sottoscrizione? Anche in questo caso, provo a rispondere con ordine: in primo luogo, il basket, la nostra pallacanestro, negli anni ha assunto un vero e proprio “marchio di fabbrica”, un brand insomma. Quindi, come tale, può senza dubbio essere utilizzato come illustre vetrina per gli affari delle aziende pronte ad abbinarvi la propria riconoscibilità.
L’esperienza del marchio “Pasta Reggia” ne è un eloquente esempio, che si rinnoverà anche nella prossima stagione. Ma c’è dell’altro: a Caserta si vive davvero a “pane e basket”; qui, la pallacanestro, l’agonismo cestistico, sono diventati un valore, quasi un pilastro portante. Da qui sono passati grandi campioni – nazionali e stranieri – si sono combattute epiche sfide.
Insomma, è stato sdoganato uno stile, un modus vivendi tutto nostro. E allora, se si tratta di un valore (per ora solo immateriale), perché non farlo diventare concreto, tangibile? Perché non trasformare questo lifestyle in un vero e proprio asset patrimoniale? Non si è sempre detto… “il basket, qui da noi, è un patrimonio collettivo…”. Bene, forse ora è tempo di passare dalle mere parole ai fatti: il 90% della JC (che potrebbe essere largamente condivisa) appartiene un unico soggetto che, tra le altre cose, si è detto più che disponibile a collocare sul mercato un 35-40% del suo pacchetto. Poi diciamoci la verità: non è realistico, e nemmeno salutare, che la quasi totalità delle quote di un sodalizio sportivo resti nelle mani di un solo soggetto. Considerate il rischio che ne deriverebbe: un imprenditore che, prima di tutto, deve render conto ai propri soci ed ai suoi operai ed impiegati. Solo in terza battuta premurarsi dei suoi impegni cestistici, nonostante la sua forte passione. Mentre sarebbe molto opportuno e profittevole spalmare un 35-40% fra uno ‘zoccolo duro’ costituito, per lo più, da tifosi (neo soci) ed aziende medio/piccole. Significherebbe auto patrimonializzare un asset che sarebbe quasi di tutti, e questa… sarebbe una ghiotta occasione per motivare sponsor e marchi prestigiosi (locali e nazionali) ad investire nel nostro brand; costoro sarebbero rassicurati non poco, nel saggiare l’ampiezza e la solidità di una ‘base’ robusta. Dunque, possono bastare queste motivazioni? Nooo? Ok…
Diciamo che, oltre al mondo della palla a spicchi, nella OPS, vi rientri pure il panorama calcistico locale, con la squadra neopromossa in serie C. Questo può senza dubbio attirare le attenzioni dei più eterogenei soggetti: sia privati che imprese. A tutto ciò va abbinato un importante passaggio: una forte e roboante campagna di informazione e sensibilizzazione, nonché un qualificato e vincente sforzo di marketing e pubblicità. Non credo che in tal senso manchino strumenti e mezzi. E tutto ciò, senza trascurare un altro importante dettaglio: la “politica” locale verrebbe totalmente tagliata fuori, ma non per polemica e per una qualche ripicca. Semplicemente perché ad essa compete un ruolo differente: un ruolo di garante e di mediazione, senza dimenticare che c’è da smaltire un dissesto con cui, questa amministrazione, suo malgrado, ha dovuto prendere atto e provvedere di conseguenza.
Infine, terminata l’illustrazione a grandi linee della mia idea, mi pare opportuno affrontare il punto lasciato in sospeso nel precedente rimando, all’inizio del pezzo. La domanda era: volendo investire nella pallacanestro, di quali informazioni potrei aver bisogno? A tal uopo avevo anticipato che, per una scelta ponderata, è essenziale possedere un quadro demografico ed economico-finanziario del territorio, tanto per le imprese quanto per il ‘pubblico indistinto’. Ma chi conosce davvero i numeri di “Terra di lavoro”? Be’, per chi li ignorasse (del tutto o in parte) non vi scomodate, l’ho fatto io per voi grazie anche a due autorevoli fonti: Camera di commercio e BankItalia. Orbene, l’analisi da me svolta si è incentrata sia sul monitoraggio delle imprese, stigmatizzandone tipologie, dimensioni e anzianità. Saldo imprese attive, di genere (sesso), istituzioni Non profit e qualificazione e quantificazione della forza lavoro, che ovviamente si traduce in potenziali clienti consumatori.
Naturalmente, sono andato anche a ricavare il volume dei depositi e dei c/c presso banche e CDP (Cassa depositi e prestiti-Poste italiane), un dato fondamentale se si vuol capire su quali flussi di cassa poter fare affidamento. Quindi, a conclusione del mio articolo, al seguente documento allego anche il risultato delle mie ricerche, corredate da infografiche accreditate.
Il mio più intimo auspicio – senza falsa modestia e senza palesare un personale edonismo – è che, dall’attenta lettura di questa mia proposta, possa nascere un concreto progetto che convinca, l’opinione generale, sulla necessità ed opportunità di sostenere un tale salto di qualità, che vi ricordo: non si è mai visto in Italia, e Caserta, potrebbe essere un autentico modello vincente.
Crediti e licenza diritti

                      Crediti e licenza diritti

Saldo netto e classific. imprese del casertano
Saldo netto e classific. imprese del casertano

Numero imprese registrateal 30 settembre 2013: 89.650. Tasso di crescita per il periodo Genn.-Sett.’130,27%, in diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (1,09%)Tasso di crescita prov. CE inferiore al dato regionale (+0,44%) e superiore a quello nazionale (+0,13%)Nel periodo Genn.-Sett.’13, numero tot. iscrizioni è 4.741unità, con variaz. percent. del 12,1% rispetto a primi 9 mesi 2012; le cessazioni sono 4.502con un incremento del’1,9% rispetto a stesso periodo 2012. Al 30 sett.’13, imprese giovanili sono 14.294unità, con incidenza del 15,9% su totale imprese registrate (Campania 13,9% ; Italia 10,5%). Numero totale iscrizioni per 9 mesi del 2013 è di 2.075 unità. Nella scelta della forma giuridica d’impresa, i giovani fanno meno uso delle forme di capitali (preferite nel 19,6% dei casi, a fronte di una media complessiva del 21,6%), preferendo la forma di impresa individuale adottata dal 72,8% delle nuove imprese under 35

Forme giuridiche imprese 2Imprese femminili registrate presso CCIAA: sono 24.419, il 27,2% sul totale. Da Sett.’12 a Sett.’13 si osserva decremento del -0,8%, in controtendenza rispetto alla crescita media del totale delle imprese nel periodo (0,1%). Osservando l’economia al femminile dal punto di vista dei settori, le contrazioni più significative hanno riguardato l’agricoltura (-200 unità, in linea con l’assestamento strutturale del settore in corso da più anni) e il commercio (-108 imprese).

A controbilanciare il saldo negativo di -207 unità, i settori che sono cresciuti di più, in termini assoluti, sono: servizi di alloggio e ristorazione (+33 unità), il settore manifatturiero (+21) e costruzioni (+18). Si conferma la spiccata vocazione femminile per il terziario; nello specifico, si rilevano quote % elevate nel settore della sanità e assistenza sociale (46,3%), istruzione (43,7%). Le imprese femminili a titolarità “under 35“ sono 4.220, il 17,9% del totale del settore rosa.

Al 31 dicembre 2011, (il 9° Censim. gener. dell’industria e servizi), ha registrato 47.941 imprese attive(e con sede legale in prov. di CE), con un incremento del 19,6% rispetto al 2011. Gli addetti sono aumentati di circa 16.000 unità, con un forte incremento nel Commercio e altri Servizi (+15.539 e +8.313) e una forte diminuzione nell’Industria (-7.644). Il 44,7% delle imprese attive opera nel settore commercio, con 21.438 unità e il contributo lavorativo di 52.268 addetti.

Dati su occup. e disoccupaz. in prov.
Dati su occup. e disoccupaz. in prov.

Posizioni lavorative attive:
costituite da 77.659dipendenti, 47.125 indipendenti, 2.316lavoratori esterni, 791lavoratori temporanei. Quota maggiore di indipendenti attiva nel Commercio(22.796) e negli altri servizi(15.722), mentre i dipendenti presenti nel commercio sono 29.472 e nell’industria18.954. Il 70,2%dei dipendenti ha qualifica di operaio, il 26%di impiegato, lo0,7%di dirigenti-quadrie il 3,1%di apprendisti.

31dicembre 2011, istituzioninon profit attivein provincia di Caserta sono 2.343, con incremento del 18,9% rispetto a 2001, anno dell’ultima rilevazione censuaria del settore. La forma giuridica preferita dal settore è l’associazione, che pesa per l’81,8%. In particolare, si tratta di 1.398associazioni non riconosciute(ossia prive di personalità giuridica e costituite tramite scrittura privata, pari al 59,7 per cento del totale) e di 518associazioni riconosciute (nate con atto pubblico riconosciuto dallo Stato e dotate di autonomia patrimoniale 22,1% del totale)Seguono 242 cooperative sociali (10,3%), 34fondazioni (1,5%) e 151restanti istituzioni non profit con altra forma giuridica (6,4%), rappresentate principalmente da enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, comitati, società di mutuo soccorso. Il settore della Cultura e sport e ricreazione si conferma come la naturale vocazione del non profit casertano, con 1394 istituzioni, pari al 59,5% del totale provinciale.

Disponibilità "liquide" prov. CE
Disponibilità “liquide” prov. CE

30 sett. ’13: depositi presso banche e Cassa Depositi e Prestiti nella prov. sono pari a 11,1 miliardi€, con un tasso di crescita pari al 3,8% rispetto allo stesso periodo del 2012 (4,8% Campania; 2,8% Italia). Su fronte impieghi, emerge un tasso di riduzione pari a 1,8%, variazione più contenuta rispetto a quello regionale (-3,4%) e nazionale (-3,6%). In particolare, l’erogazione crediti per settore imprese, evidenzia una flessione tendenziale di -2,1%. Meno accentuata la riduzione dei prestiti alle famiglie, con decremento del 1,4%. La “crisi” morde anche consumi di famiglie, che si indebitano sempre meno. Infatti, l’erogazione del credito al consumo totale (banche + società finanziarie), a Sett. ’13 rispetto a stesso periodo del 2012, è diminuita sul territorio del 4,2%; la prov. di CE è in una situazione intermedia tra la variazione regionale (-4,8%) e quella nazionale (-2,6%): importo medio credito al consumo bancario, chiesto da famiglie casertane è circa 887€.

Tot. Italia attività ‘liquide‘ famiglie, 2011

Biglietti e monete: 113,60 mld€

Depositi bancari: 650,60 mld€
Risparmio postale: 327,00 mld€

di cui conti correnti: 24,50 mld€

 

«Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco?» Chi di noi ha davvero contezza di come stiano davvero le cose?

Vi siete davvero mai chiesti dove vadano a finire i nostri soldi versati in imposte e tasse? Dal momento che la morsa del nostro fisco si fa sempre più stretta, credo sia bene, oltre che responsabile, avere idee ben chiare sull’argomento. Tanto per dire, cominciamo col chiederci: quanto incide il costo del debito pubblico? Che ruolo giocano – a nostro sfavore – gli accordi comunitari? quanto incide la scarsa coesione nazionale e intracomunitaria? Tutte domande (scomode) a cui noi dobbiamo assolutamente dare risposta, giacché nessun giornalista sarebbe così pazzo da porle a chi di dovere. Anche in conside­ razione del prossimo rinnovo del ‘gabinetto europeo’.

Ripartizione imposte e tasse
Ripartizione imposte e tasse

Dunque, chiedevo della destinazione del nostro gettito: dove se ne va?
In servizi alla comunità ed in sussidi ai meno abbienti, verrebbe da rispondere. Sì certo, se vivessimo in un Paese normale, civile. Ma noi viviamo in Italia e qui, si sa, niente è scontato, nemmeno i diritti naturali. Sicché, potrebbe essere utile fermarsi a rifletterci un po’ su…
Per farlo occorre partire da un dato imprescindibile: l’interesse sul debito. Ebbene, se l’Italia potesse finanziarsi alla BCE, allo stesso costo con cui si finan­ziano le banche commerciali (cioè 0,25%), si spenderebbero solo 5 miliardi all’anno di interessi anziché 85. Domanda: perché non è così? Quali meccanismi si innescano all’atto della raccolta del gettito?
1) Diciamo subito che, questi interessi, vengono pagati anche con le tasse che i singoli cittadini versano.
Frattanto, la banca centrale, finanzia le banche private che, con i soldi ricevuti, comprano i BTP lucrando sulla differenza fra 85 e 5 miliardi, quindi a nostre spese. Negli USA, in Inghilterra e in Giappone non hanno permesso questo.
Lì, le banche centrali, hanno provveduto ad immettere liquidità nel sistema, tenendo i tassi d’interesse sul debito quasi a zero. Quindi, le banche, non hanno avuto modo di speculare sui cittadini del loro paese (al massimo speculano sui cittadini di altri paesi come l’Italia);
2) una parte del gettito italiano va a Bruxelles (una parte consistente). Bruxelles, dopo averle ‘assimilate’ ed anche un po’ sprecate (quasi quanto Roma) ma nell’indifferenza dei nostri ‘tabloid’… ridistribuisce parte di quelle tasse che arrivano da noi ad altri paesi come la Bulgaria. (la Bulgaria ad es. ha 7,5 miliardi di euro che l’Europa mette a disposizione per l’imprenditoria).

Quanto "contribuiamo" alle casse europee?
Quanto “contribuiamo” alle casse europee?

La diretta conseguenza è che, la Bulgaria, viene in Italia (e non solo) ad attirare gli im­ prenditori offrendo:
a) costo del lavoro bassissimo;
b) tasse sul reddito di impresa insi­ gnificanti;
c) costo per energia ridottissimo;
d) contributi europei per finanziare l’impresa.
Morale della favola? L’IMPRESA ITALIANA SPOSTA TUTTA L’ATTIVITA’ (o una parte) AD EST, LICENZIANDO IN ITALIA OPERAI E IMPIEGATI… la stessa forza lavoro che ha pagato le tasse ‘volate’ a Bruxelles per poi finire in Bulgaria. In pratica, l’operaio italiano, pagando le tasse ha decretato il suo licenziamento. O L’ABBASSAMENTO DEI SALARI; d’accordo, è un po’ forzato come ragionamen­to ma il senso è quello, giacché tutti conosciamo che reddito offra quel paese: roba da quarto mondo o quasi! Attenzione: non sto qui a fare una polemica contro i bulgari, sia chiaro. Loro sono senza dubbio delle povere vittime, ma è inaccettabile una tale politica spere­ quatrice, oltre che economicamente scorretta e criminosa. Questo meccanismo è sotto gli occhi di tutti i nostri politici, i quali accettano da ignavi queste regole immonde, andando chiaramente contro l’interesse del popolo italiano. Ricordiamocelo quando andremo a votare la prossima volta. Cos’hanno fatto di utile, per noi, i nostri rappresentanti eletti nel consesso europeo? Nulla, una beneamata fava; esempio lampante è la perdita di denominazione ‘Tocai’ oggi divenuto ‘Friulano’.
In tal modo non si favorisce nemmeno la crescita di un’economia come quella bulgara, ma solo l’irrobustimento della leadership di multinazionali che sfruttano le leve di salari bassi o condizioni favorevoli per produrre, e poi vendono in tutto il mondo complici le inefficienze fiscali. E’ vero anche che oggi, il debito, sembra essere l’unico ‘verbo’, mentre la finanza (spesso quella sporca) impera, tenendo sotto scacco l’economia reale. Stati sovrani, banchieri centrali, non esitano nei salvataggi di ‘banche canaglia’ anzi, lesinano sul welfare e sul sostegno sociale in generale.
La nostra unica salvezza risiederebbe in una continua crescita; fra il 2-4% per almeno 7/10 anni. Ma non è mai successo, nemmeno negli anni di “vacche grasse”, diciamo così (1998-2006). Solo nel dopoguerra, in occasione del famoso “Boom” economico, e sappiamo bene il perché. Non occorre una laurea ad Harward per capirlo: c’è forte crescita solo nei periodi post-bellici. Vi pare logico, dunque, auspicare una prosperità che malceli l’altra faccia di un conflitto su scala globale? Ovviamente no!
Circa, poi, il nostro senso di appartenenza, nazionale o comunitario, mi viene in mente un’antica citazione: “[…] ahi serva Italia, di dolore ostello. Nave senza nocchiero in gran tempesta. Non donna di provincie, ma bordello…” Purtroppo, la saggezza di messer Durante, già 714 anni fa, aveva individuato il male endemico (uno dei tanti, a dire il vero) italico.
Sull’ipotesi di fallimento dell’€uro, poi, dove peraltro nutro forte scetticismo, vi dirò: esso è per definizione e costituzione “too big to fail”, sicché… mi pare un po’ sterile come soluzione, ma tutto può essere. Invece condivido l’analisi critica sulla geo-politica post Yalta, così come condivido l’idea sulla concreta minaccia dello strapotere espresso dai banchieri ebrei; questione che nessuno ha il fegato di tirare fuori; argomento troppo scomodo me ne rendo conto.
Vero è che qualcuno, tanti anni fa, aveva subodorato la puzza di questa minaccia, ma era un pazzo ed imbecille, ed aveva scelto la “soluzione” sbagliata. Una via che ha portato sul baratro non solo la sua nazione, giustamente; la finanza, che piaccia o no, impera e tiene sotto scacco tutte le economie, è sin troppo lampante.
Riepilogando, un italiano che paghi onorevolmente imposte e tasse deve sapere che: una parte finisce col finanziare i profitti delle banche;
-una parte finisce col finanziare imprese nazionali all’estero, con la complicità della Comunità Europea;
-una parte finisce con l’agevolare ed alimentare sprechi fra gli innumerevoli enti locali: regioni, province, comuni e le loro porcate sugli appalti ed altre menate varie;
-una parte finisce anche per finanziare acquisti di aerei militari che non si useranno mai, o per ‘sostenere’ altre nazioni europee in difficoltà. Infatti, parte del nostro gettito, è finito dritto nelle casse di ‘San Patrizio’. Va bene Grecia o Portogallo, ma finanziare un Paese dove le multinazionali pagano una fiscalità prossima allo zero (parlo dell’Irlanda, of course), francamente, mi fa rodere parecchio le mie parti basse. E a voi sta bene? Suppongo di no; allora io dico… impariamo a pretendere concerti risultati dalla nostra pseudo politica: combattere evasori, ‘mazzette’ e crimine organizzato va benissimo, ma occorre fare guerra anche ai paradisi fiscali. Ma prima di attaccare questi luoghi, ‘l’attacco’, va fatto innanzitutto contro il ‘sistema Italia’ e contro chi cerca di lasciarlo immutato. E’ tempo di svegliarsi, gente!

Piemmerre Blog collection text: “Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco
by Piemmerre Protagonista & Soci edizioni indipendenti
Work licensed under a Creative Commons License: CC BY-ND 3.0
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«Non è un paese per ‘cesti?’» Crisi e declino della pallacanestro tricolore

                                                                      Gli sponsor se ne vanno: ci sarà un futuro?

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Calcio o basket? Palazzetto o Stadio? Erbetta o legno? Goal o canestro? Due filosofie distinte, universi distanti, troppo diversi, estremi, paralleli; due mondi che non si incontreranno mai e con un solo comune denominatore: la rete, ma con 7 sportivi su 10 che optano per quella fra i due bianchi pali legnosi.
L’Italia è un paese per calciofili, inutile nascondercelo. La quasi totalità delle trasmissioni e dei quotidiani sportivi, parlano di calcio; per gli altri sport, ad eccezione del periodo olimpico, si prospetta sistematicamente un piccolo trafiletto nelle ultime due pagine: tra motociclismo e pallavolo. Quest’ultima, sembra aver addirittura surclassato la pallacanestro. Complice, forse, i numerosi successi degli ultimi quindici anni. Ma come si presentano queste due discipline sportive? Quali solo le peculiarità di calcio e basket?
Il primo ci appare assai prodigo: nella raccolta di risorse, nel volume d’affari e per l’enorme risalto mediatico; ma anche assai più ricco di sprechi per gli ingaggi. Un vero fiume di denaro che scorre inarrestabile.
Il secondo, decisamente più povero di spettatori, più carente nelle strutture, poco sostenuto dalle economie locali. La nostra pallacanestro è senza dubbio un movimento che appare parco: tanto nella visibilità che nel suo giro d’affari, con gli industriali che tendono a defilarsi. E, come se non bastasse, ci si mette anche la crisi a penalizzarne l’intero movimento. Una crisi che però, paradossalmente, non coinvolge il calcio. Detto ciò, sorge le­gittima una domanda: ma qual è il loro giro d’affari? Quali numeri muovono questi due sport? Ebbene, diamo un po’ di cifre…
Basket 21) il giro d’affari del calcio (dati ufficiali al 2006) otto anni fa, superava il miliardo e 300mln ma, contemporaneamente, conta­bilizzava perdite complessive pari a circa un miliardo e 600 mln. In pratica, come si può notare, un’impresa a perdere. Ma questa è tutta un’altra storia, con sempre più banche costrette a riempire i loro por­tafogli di partecipazioni nei club, pur di garantirne un’agognante sopravvivenza;
2) complessivamente, il nostro campio­nato, movimenta un giro d’affari di circa 88-90 milioni di €uro (dati al 2011, di cui 2 milioni e 800mila, da Sky). Restando ai dati 2011, una piazza come Cantù, aveva un budget di circa 5 milioni, 4,5 per Varese e 4 per Sassari (senza sponsor nel 2011). A metà strada c’è Bologna (ma con un significativo taglio per le stagioni a venire, a detta di patron Sabatini); in cima ecco Milano e Siena, che disponevano di un budget pari a circa tre volte quello di Cantù. E oltre che cosa c’è? Be’, oltre queste ‘elette’, vi è tutto il residuo di club che annaspa: almeno altre undici società che, con grande sacrificio e dedizione, tentano di salvare le loro posizioni nella massima serie nazionale: la ‘Lega A’. Fra questi soda­lizi c’è anche la Juvecaserta che, dal 31/12/213, ha messo i suoi conti a posto, ricavando anche un inatteso avanzo di bilancio. In termini finanziari, e di masse di danaro, il rapporto fra calcio e basket è di 1:14, ossia: il calcio muove 14 volte il business del basket, in Italia.
Per la pallacanestro, le cose vanno un po’ meglio in Europa e, grazie anche alla ‘Euroleague basketball’ (la kermesse che assegna la coppa alla squadra più forte del con­tinente), il business è il seguente: 375 milioni. A tanto ammonta il volume d’affari totale, di cui:
– il 61% dell’intera “torta” deriva dai diritti televisivi. Grecia, Spagna, Israele, Turchia e Russia, a garantire il grosso dei contributi;
– il 22% delle entrate proviene da sponsorizzazioni;
– il rimanente 17% sono ricavi da merchandising, botteghino, ecc.
Ogni squadra ha un budget variabile: da un max di quasi 46 mln €, ad un min. di circa 3 milioni e, in media, un budget di oltre 14mln € a stagione.
Lo scarso seguito per la ‘palla a spicchi’, probabilmente è da attribuire anche ai mancati successi internazionali: sia a livello di club che di Naziona­le. L’ultimo risultato utile, targato Italia, risale all’argento del 2004, ma non è stato sempre così. Per molti anni, infatti, il basket italiano, a livello di club, ha dominato in Europa. Basti pensare che, alcune nostre squadre, hanno vinto di gran lunga il maggior numero di trofei europei, ben 38 per l’esattez­za: 13 Eurolega, 10 Coppe Korac (ora Eurocup) e 15 Coppa delle coppe. La Spagna invece, che è attualmente la più forte, ci segue a quota 28 trofei. Inoltre, è doveroso ricordare che, la ‘serie A’ italiana, era il crocevia di tutti i migliori giocatori non statunitensi. Tanto che, tra la seconda metà degli anni sessanta fino alla fine degli anni ottanta, le formazioni italiane vinsero ben 11 coppe campioni, 10 coppe delle coppe e 6 coppe Korac, raggiungendo in altre 22 occasioni una finale. Ma gli anni d’oro proseguirono: ottimi risultati si raggiunsero anche negli anni novanta, grazie all’emergere di sodalizi come Virtus e Fortitudo Bologna o la Benetton Treviso. Va detto che, in questo periodo, l’A1 italiana era riconosciuta come il miglior campionato europeo: in quel decennio i club italiani vinsero 7 coppe ed altre 11 forma­zioni conquistarono la finale. E tutto questo, naturalmente, si traduceva in visibilità, appeal e presenza di grandi firme dell’industria.
E poi? Cosa accadde poi? Poi ci fu solo un lento declino. Analizziamolo: dopo anni di successi, il nuovo millennio porta un radicale ridimensionamento della palla a spicchi nel bel paese. I dati che rivelano la débâcle emergono sì dai numeri e infatti, dal 2000 ad oggi, i club italiani hanno vinto solo due trofei: l’Eurolega, nella contestata annata del 2001, e la Coppa delle coppe nel 2002 con Siena. Ma il ridimensionamento lo si è avuto anche dal punto di vista dell’appeal mediatico ed economico; le cause sono diverse e sono senz’altro correlate anche alle ben più grosse difficoltà che sta attraversando il nostro paese. Tanto per cominciare, la crisi economica mondiale – che da noi ancora morde – negli ultimi anni ha creato molti problemi a tutti gli sport minori; la pallacanestro italiana, poi, ha sempre basato la sua sopravvivenza sulle sponsorizzazioni e, la società sponsorizzatrice, lega da sempre il proprio marchio al nome della squadra.
Molte squadre, anche della massima serie, hanno difficoltà nel trovare aziende disposte a sponsorizzarle, senza tralasciare che, la pallacanestro italiana, ha sempre trovato terreno fertile più in provincia piuttosto che nelle grandi metropoli, notoriamente di fede calcistica. Nell’attuale serie A, le uniche due grandi città rappresentate sono Roma e Milano; se escludiamo Bologna e Venezia, nessuna delle altre città rappre­sentate arriva a 150.000 abitanti. Ad esempio, in Campania (al netto dei continui problemi di Napoli) la squadra più blasonata è Caserta (campione d’Italia nel 1991), in serie A con Avellino e, sommando gli abitanti delle due città, il totale arriva a circa un decimo della città partenopea. Inoltre, la squadra dominatrice degli ultimi campionati è stata Siena, mattatrice in Italia ma con mediocri ri­sultati in Europa: città che, tuttavia, supera di poco i 50.000 abitanti.
In Eurolega, invece, le cose hanno un meccanismo diverso: vengono concesse delle licenze pluriennali che danno diritto a partecipare alla competizione in­dipendentemente dal semplice risultato sportivo e, le città rappresentate, superano almeno i 250.000 abitanti. Ora vi chiederete: che nesso c’è fra il numero di abitanti e l’insuccesso del basket? Direte… ma questo che c’entra? C’entra eccome, e ve lo spiego: è tutta una questione di numeri, di più o meno grandi numeri che noi non abbiamo. Ciò implica che, la mancanza di grande visibilità, scoraggia i grandi sponsor mentre, le aziende locali, che spesso in passato hanno portato avanti con successo una sinergia con le società cestistiche locali, non hanno più la possibilità di contribuire concre­tamente, complice la pesante contingenza economica nazionale. E questo spiega in parte perché, storici marchi industriali (soprattutto PMI artigiane e manifattu­riere), oggi sono spariti dal panorama cestistico e, talvolta, assieme a loro, anche gloriosi club. E non solo: a queste problematiche macroeconomiche domestiche, si deve aggiungere anche un’errata politica della federazione, che negli ultimi anni non è riuscita ad evitare il declino della visibilità me­diatica del basket; ma c’è dell’altro: guardiamo un po’ i ‘panni sporchi’ di casa nostra, in Campania.
Sarebbe intellettualmente disonesto se – per spiegare la carenza di imprese locali impegnate nel basket – noi non considerassimo i numeri di un vero dissesto socio-economico. Diciamoci la verità: quante imprese, da noi, esercitano in ‘nero’? Quanto lavoro ‘irregolare’ – diciamo così – si produce in Campania? Quanto si evade in provincia di Caserta? Ebbene, i ‘numeri’ sono questi:
– Campania, incidenza lavoro nero su PIL: 10,8% (tot. 299.500 lavoratori irregolari 2013);
– Caserta, circa 50.000 irregol. – IRPEF a nero: 726mln circa. v.a. stimato in nero: 1mld e 370mln circa.
– Incid. su PIL prov.CE: 11,6% (fonte dati CGIA Mestre-anno 2004, quindi ben lungi dalla crisi).
Appare quindi evidente, come: con quasi 50.000 unità non in regola, un presunto volume d’affari in nero di quasi 1.400mln e con oltre 720mln di IRPEF evasa, nessuna fra queste aziende possa partecipare in modo traspa­rente al ‘circo della palla a spicchi’. Solo nel 2011 (ben tre anni fa), su 3.105 aziende ispezionate, 1.655 sono risul­tate irregolari. Quindi è evidente che, da queste oltre 1.600 imprese locali, difficilmente potrà arrivare mai una qualche sponsorizzazione. Inutile guardare i dati ad oggi: sappiamo benissimo che la situazione, rispetto al 2004, 2008 e 2011, è peggiorata. E, probabilmente, nessuno si è mai preoccupato di accostare queste gravi anomalie economiche, al declino del basket: sia locale che nazionale.
Be’, io modestamente l’ho fatto; a questo punto si potrebbe giungere ad un’amara conclusione: ma allora il basket tricolore è finito? Immagino si tratti di un’errata considerazione, per cui la domanda giusta è: cosa bisogna fare? Da dove ripartire? Dal pubblico e dal marketing. E’ da lì bisogna ripartire: dalle tribune e dalle persone e dalle imprese. Dalle ricerche, infatti, è emerso che il massimo campionato italiano di pallacanestro si rivela essere l’evento preferenziale per gli investi­menti sponsorizzativi. In tal senso, la serie A di basket, è il canale che attrae la maggior quota di imprenditori e dirigenti di azienda: il 10,4% del totale. Un target particolarmente idoneo per sviluppare, ad esempio, attività “business to business”.

I numeri della Pallacanestro italiana nel 2013
I numeri della Pallacanestro italiana nel 2013

Chi può, e vuole investire nel suo brand, deve tenere conto della potenziale platea: nei numeri, nella sua identità e nelle sue tendenze. Vediamo, allora, i valori utili che, un investitore, deve considerare se vuole puntare sulla visibilità nella pallacanestro;
da una recente ricerca è emerso che:
-la Serie A di basket, risulta il campionato indoor più seguito dagli italiani, con una quota che supera gli 8,9 milioni di affezionati, il risultato più alto dal 2002. Rispetto al confronto con lo stesso periodo della scorsa stagione, il progresso è nell’ordine del 15%. Quindi il fenomeno, seppure gradualmente, è in netta crescita;

Diffusione 'generazionale' di questo sport.
Diffusione ‘generazionale’ di questo sport.

-si tratta di un pubblico di estrazione media-medio/alta e con un buon livello di istruzione. Si riscontra una concentrazione di classi socio e­conomiche superiori, così come dei giovani;
-il pubblico è tec­nologicamente evoluto e si caratterizza per l’elevata predisposi­zione all’investimento in prodotti finanziari e assicurativi, una delle più alte in ambito sportivo;

La Pallacanestro italiana nei Media
La Pallacanestro italiana nei Media

-il campionato di Serie A, è seguito at­traverso una pluralità di mezzi. RaiSport risulta l’emittente più seguita per le te­lecronache delle gare. Seguono: Sportitalia e La7d che quest’anno trasmettono le gare in simulcast. Il ruolo della stampa resta non strategico, ma il pubblico dimostra una particolare attenzione anche per Internet, una delle più alte in ambito sportivo.
Insomma, in tutta franchezza, il mio modesto parere, è che si debba partire da questi punti fermi.
Ma soprattutto, dai quasi 9 milioni di consumatori: occorre elaborare piani economici ed industriali che tengano conto anche di questa demografia/demoscopia, senza dimenticare la crisi che ancora ci penalizza. Il succo è tutto qui: pubblico e marketing; magari, trovando delle innovative e moderne soluzioni in stile ‘public company’. E’ fondamentale comprendere che, la ‘Lega A’, può essere un volano per gli sponsor; moltiplicare e accresce più velocemente la propria notorietà, nel senso che, il ricordo degli sponsor principali, nel basket, è superiore del 33% rispetto al campionato di calcio di serie A. Inoltre, il campionato di basket, è anche il primo torneo a squadre in Italia dopo il football, nel quale, leader per seguito, si attesta la nazionale di calcio con 30,4 milioni di ‘follower’, affezionati.
Ripetiamolo, ad oggi, tolti 4-5 club, restano oltre una decina di società che soffrono o debbono fare i conti con budget ridotti all’osso. Ma forse qualcosa si sta muovendo e qualche debole segno di ripresa si intravede, forse. La risoluzione di questi problemi è ancora lungi dall’essere scoperta ma, un primo passo avanti, lo si può riscontrare nel ritorno, al mondo del basket, di una competente per­sonalità: l’ex presidente del Coni Gianni Petrucci. Ma lui, da solo, non può bastare; occorre riconsiderare e riconfigurare l’intero apparato cestistico nazionale, magari tenendo conto, modestamente, anche delle osservazioni da me espresse poc’anzi.
Aggiungo un’ultima considerazione: sia chiaro, la ripresa del basket passa anche per le mani delle istituzioni locali (come sostegno e non come condizione), magari ‘stimolando’ le imprese, che da fuori investono sul territorio, a pro­muovere i più profittevoli progetti agonistici.  Ed il basket è senz’altro fra essi. In cambio, potrebbero ricevere una qualche forma di sostenibile benefit. Sarebbe il vero aiuto concreto che (regione o provincia che sia) si può riconoscere all’intero movimento. Un valore concretamente misurabile!

Protagonista & Soci”. A collection by Piemmerre Blog  22 marzo 2014
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«‘Materasso’ 2.0 – sarà forse il caso di rispolverarlo?»

Ritornano i soldi nel materasso?
Ritornano i soldi nel materasso?

Un’antica formula in economia recita: risparmio= reddito meno consu­mi. Io, invece, la rielaborerei in: r = R(al netto di imposte e tasse) meno Consumi. Ecco, vista in tal guisa, appare molto più attuale. Ma il problema qui non è la contemporaneità della formula bensì un altro, ossia: quanto sono al sicuro, da ‘aggressioni’, i risparmi degli europei? (giacché il problema non è solo il nostro). Quanto è ‘aggredibile’ il risparmio accumulato? Ebbene, per un’idea precisa stavolta facciamo a meno di congetture sogget­tive: leggiamo direttamente le dichiarazioni di banche e banchieri.
MaterassoSecondo le parole di Jens Weidmann: “una ‘tassa sui capitali’ corrispon­derebbe al principio di ‘responsabilità nazionale’. Ossia: i contribuenti saranno re­sponsabili delle obbligazioni del proprio Paese, prima che venga richiesta la solidarietà inter­nazionale”. E voi? Siete d’accordo, oppure pensate sia il preludio di una mossa che metterà ‘un’ipoteca’ sui risparmi? Analizziamo un po’ la questione: nel mese di gennaio, la Bundesbank, propone un quadro molto dettagliato (e inquietante) sulla proposta di una patrimoniale da applicarsi nei paesi periferi­ci per ridurre il debito pubblico, dato il loro elevato livello di ricchezza privata. Nel report non mancano i suggerimenti su come far passare al meglio questa pericolosa misura, presentandola come una redistribuzione di ricchezza interna. Personalmente trovo questa idea paradossale, soprattutto se si considera che l’appello è rivolto ad un paese sovrano, l’Italia, che, nonostante la crisi, si è dissanguato per finanziare i salvataggi di altri paesi (banche comprese), ma non è tutto.

Imponibile patrimoniale mobiliare
Imponibile patrimoniale mobiliare

Tempo fa toccò al ‘Fondo Monetario Internazio­nale’ che, in un suo report, lanciò l’ipotesi di… «un prelievo straordinario del 10% sul patrimonio delle famiglie». Ma, per dovizia di particolari ripor­tiamo le esatte parole dell’FMI: «[…] Il netto deterioramento delle finanze pubbliche in molti Paesi, ha riacceso l’interesse verso unprelievo di capitale”, tassando una tantum, la ricchezza privata, come misura eccezionale per ripristinare la sostenibilità del debito».  Ovviamente, dopo qualche giorno, l’FMI, resosi conto dell’eresia espressa, aggiustò il tiro, ma il senso angosciante di quella indecente proposta resterà comunque scolpito sulla pietra. E poi c’è da consi­derare tutta la vicenda cipriota dello scorso aprile, con tutti gli strascichi e implicazioni che nel tempo potranno esserci. Secondo voi, finisce qui?
Nemmeno per sogno: la scorsa settimana, ‘Reuters’, pubblica la notizia che l’Unione Europea starebbe studiando i criteri e i veicoli giuridici idonei a “mobilitare” i risparmi di 500 milioni di cittadini europei per finanziare investimenti a lungo termine e rilanciare l’economia dal vuoto lasciato dal sistema bancario dopo la crisi. Naturalmente, di proclami del genere ce ne sono ancora a iosa, ma non starò qui a farne l’elenco completo, anche perché non ho alcuna voglia di regalare visibilità a tali vaccate.

(Giusto per capire di cosa parliamo, ecco anche l'infografica coi numeri, che mette in relazione l'Italia e le altre economie mondiali)
(Giusto per capire di cosa parliamo, ecco anche l’infografica
coi numeri, che mette in relazione l’Italia e le altre economie mondiali)

Ora, però, se pensate che il ‘nemico’ venga solo da lontano, sbagliate di grosso. Il nemico ce lo abbiamo anche in casa e ve lo dimostro: leggete un po’ le proposte (vabbé, si fa per dire) di Corrado Passera e di Ghizzoni (A.D. Unicredit). Il primo, ancor prima che diventasse ministro, dal retrobottega della banca di cui era numero uno, elaborò un piano di rilancio per l’Italia che, tra le altre cose, prevedeva un’imposta patrimoniale del 2% sulla ricchezza finanziaria e immobiliare degli italiani (escluse le prime case). Gettito stimato: 85 miliardi di €, da pagare in 3 anni. Peccato che nel frattempo (dal 2011), il debito, sia aumentato di oltre 200 miliardi di €uro. Per dirla più prosaicamente, una misura del genere, sarebbe equivalsa a buttare i soldi nel cesso. Ma l’altro, Ghizzoni, se possibile, è riuscito a dire di peggio: «[…] Guardando allasoluzione cipriota”, mi esprimo favorevolmente alla confisca dei risparmi per salvare le banche!» Be’, questo si commenta da solo.

Lo scorso dicembre, Nomisma ipotizzò l’introduzione di una imposta patri­moniale del 10% sulla ricchezza finanziaria del 10% delle famiglie più ricche che, secondo l’istituto, deterrebbero una ricchezza finanziaria di circa 1130 miliardi di €uro. Gettito stimato: 113 miliardi da corrispondere allo stato in quattro rate, dal 2014 al 2017. Altra utopia. Poi arriviamo a un vero e proprio esercito di personaggi che, a vario titolo, nelle forme e nei modi più fantasiosi, si dicono favorevoli all’introduzione di una simile imposta: Bersani, Fassina, Vendola, Renzi, Cuperlo, il ‘trio Camusso-Bonanni-Angeletti’ (be’ a loro tre glielo si può concedere vi pare?), D’Alema, Saccomanni, Bindi, Scaroni, e tanti altri ancora. Insomma, tra cialtroni, incompetenti, delinquenti, buffoni, falchi e qualche colomba… la vera domanda è: questa patrimoniale sui risparmi, si farà oppure no? Complicato rispondere ma, francamente, non mi sento affatto di escluderlo. Suppongo che gli elementi ci siano tutti, o quasi. Volendo fare una valutazione sulla sostenibilità delle finanze pubbliche, essa, oggi, è parecchio più fragile di quanto lo fosse nel 2011.
In conclusione, se qualcosa dovesse continuare ad andare per il verso sbagliato nel prossimo futuro (mancata crescita economica, fallimento di qualche banca medio grande ecc.ecc.), la possibilità che si giunga ad una soluzione di questo genere appare inevitabile, con tutto ciò che ne conseguirebbe. Ma a quel punto, sarebbe una soluzione etica? E in tal caso, che genere di reazione ci sarà da aspettarsi della gente? Molto vigliaccamente, vi dico che non ho il coraggio di cercare le risposte. Buio!

PSC Blog. collection texts: “Materasso 2.0-sarà forse il caso di rispolverarlo”
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«Parliamoci chiaro! La mia opinione sull’anomalia Italia»

Disoccupati inoccupati
Ogni giorno veniamo letteralmente bombardati da termini come: ripresa, crescita, lavoro, Pil, equità, redistribuzione delle risorse, welfare; parole su cui, oggi, si sta gradualmente svilendone il senso originario.

Il bello è che, per lo più, queste parole escono proprio dalla bocca di chi ha fatto sì che la nazione venisse a trovarsi esattamente all’opposto di ciò che quelle parole vorrebbero intendere.

Soggetti come Letta, ‘Saccodanni’, con tutto il caravanserraglio di dicasteri socio economici, da mesi non fanno che ripetere la solita solfa, senza mai prendere provvedimenti utili a rilanciare davvero la produttività e l’occupazione. Un’ignavia ed un’impotenza che raggiunge uno dei culmini attraverso ‘l’esodo’ di FIAT verso le piazze olandesi e inglesi, che per inciso: sono anche due monarchie!
Ma allora, mentre la politica italiana resta molle rispetto a quei problemi atavici mai risolti (vi ricordo che nel 2014, ancora si parla di “questione meridionale”, roba che io studiavo alle elementari e medie), intorno a noi cosa succede? Quali scenari alternativi si sono sviluppati in conseguenza di tutto ciò?
Facciamo due conti: nel 2013, circa 9000 laureati hanno lasciato l’Italia. Quanti, invece, si sono trasferiti in Italia? Le università degli Stati Uniti sono piene di ricercatori italiani (le stime parlano di circa 15.000).
Lo stesso vale anche per l’Inghilterra, e perfino per la Spagna, nonostante abbia criticità simili alle nostre.
E poi, quanti stranieri ci sono nelle nostre università per… “ricercare”? Nessuno?
Stesso discorso vale anche per i manager: sei delle dieci più grandi imprese, non finanziarie inglesi, hanno un amministratore delegato straniero, in Italia nessuna. Di contro, invece, (e non è una buona notizia) l’unico settore dove sembriamo capaci di attirare stranieri di talento è il calcio, e se ne può ben capire il perché, vi pare?
Rimanendo in tema di #immigrazione, se il nostro Paese attira solo chi è disperato, e non chi ha la fortuna di poter scegliere; se i nostri connazionali di talento scappano a migliaia, ci sarà pure un motivo.
L’indignazione – qualora vi fosse – non deve essere circoscritta alla Fiat che ‘se ne va’, ma sulle ragioni che generano tali scelte, e anche contro noi stessi, per aver tollerato (se non favorito) un sistema economico che premia i peggiori ed esclude i migliori. Inutile negarcelo: è tutta nostra l’invenzione della ‘Peggiocrazia’; un virus che fornisce rendite a chi è al potere, ma che in tutti gli altri distrugge perfino la speranza.
Nel ‘600 in Europa, per motivi anche economici, mercanti e artigiani cominciarono a emigrare verso quei Paesi più tolleranti (come l’Olanda ad es.) favorendone lo sviluppo economico e anche la potenza militare. Lentamente, gli altri Paesi, furono costretti a seguirne l’esempio; la Peggiocrazia italiana, di contro, rappresenta l’equivalente moderno di quella Inquisizione che oggi mette in fuga i ‘migliori’ dei nostri. E la politica che fa? Be’, essa sale al ‘Colle’, troppo presa dal blindare le “larghe intese” fino al 2015. Per cui, sino ad allora…
perdete ogni speranza!

«Valore case: il “prezzo” per un’etica generazionale?»

(Fonte dati: UBS A.M. – focus immobiliare)

La crisi americana del 2008, il fallimento di grandi istituzioni finanziarie, la bolla immobiliare spagnola, la follia dei mutui sub-prime, l’impennata del debito privato, l’esplosione incontrollata e la minaccia dei derivati e lo smisu­rato aumento dei debiti sovrani, hanno messo in discussione molte certezze dei “massimi sistemi”. Da allora, niente è più come prima; molte economie non si sono ancora riprese: l’Italia è una di queste.
Ma mentre alcune nazioni possono rimanere “a galla” grazie ad un’econo­mia interna solida, e altre si fanno forti in ragione delle loro risorse naturali, tante altre – come i vari paesi periferici fra cui noi – arrancano pericolosamente. Nel caso Italia, complici: le mancate riforme, enormi sprechi di spesa pubblica, una programmazione economica di fatto mai attuata, ed una classe dirigente sin troppo molle da tempo immemore.
Oggi si paga il conto di un PIL negativo per troppo tempo; in una fase in cui: sale la disoccupazione, nasce la categoria degli “scoraggiati”, muoiono troppe aziende, si assottiglia paurosamente il welfare, crollano verticalmente i redditi medi (ma non solo) e, una considerevole fetta di “know-how” made in Italy, passa di mano e diventa sempre one sociale, reddituale ed economica: un nuovo punto di partenza voglio sperare!

Andamento prezzi 2012
Andamento prezzi 2012

Fatta questa debita premessa, avendo questo quadro generale a riferimento, viene da chiedersi: ma le economie domestiche che fine fanno? Quali garanzie (ometto volutamente la parola certezza perché anacronistica, oggi) si legano al patrimo­nio degli italiani? Ebbene, intanto diciamo che, per patrimonio, voglio intendere – in particolare – quello immo­biliare. Ma c’è anche il risparmio mobiliare, fatto di azioni, libretti, buoni fruttiferi e Btp. Ed un’infinita varietà di illusioni ed ADM: “armi di distruzione di massa!”
Questa volta mi concentrerò sui valori immobiliari, un asset a cui gli italiani sembrano tanto affezionati. O forse non è più così? Be’, questo si vedrà!..
Intanto va detto chiaramente che, l’attuale momento congiunturale, ci mostra un mercato asfittico, in cui l’offerta appare paurosamente disallineata alla domanda; questo come minimo… Ma l’ampiezza della “forbice dei prezzi”, è solo l’effetto di una ricorrenza ciclica (e scusate l’eufemismo) oppure il segnale che si è rotto qualcosa? Che forse l’Italia è fin troppo… “immobile?”
Anche questo si vedrà in seguito. Adesso mi ripropongo di analizzare i fatti. Anzi, di fare delle riflessioni sul sentiment generale, ovvero: paure ed inquietudini che scaturiscono dal crollo dei prezzi delle case.
Sicché, a tal uopo, bisogna mettere un po’ in discussione certi nostri retaggi; ridefinire cause, scelte e priorità. Per farlo, è ne­cessario porsi delle domande. Allora, tanto per cominciare: perché la gente è così ansiosa di veder salire i prezzi delle case, senza contare che l’alloggio è una delle loro più grandi voci di spesa? Pensate sia una battuta? No, non lo è, ma intanto… provate a rifletterci su.

Andamento prezzi nel tempo
Andamento prezzi nel tempo

Debbo dire che, ad una prima impressione, questa domanda è apparsa tanto ovvia quanto originale e, nella ricerca di una credibile e condivisibile risposta, non ho esitato a confrontarmi con chi ben conosce questo mercato. Ed ecco le conclusioni finale: i proprietari delle case sono sì felici di vedere il valore del loro “mattone” crescere. Ma siamo sicuri che sia un’aspettativa credibile ed auspicabile? Cioè, al di là delle mere valutazioni e speranze indi­viduali, gli occhi dell’economia dei mercati, come giudicano questa variabile “reale”? In effetti, dal punto di vista dell’economia globale, il valore degli immobili, può crescere solo se ogni generazione è disposta ed è in grado di pagare più di quella precedente. Es: una casa di 100 mq. acquistata nei primi anni ’70, costava meno di 20 milioni di vecchie £ire. Oggi decisamente troppo di più; le nuove generazioni sembrano un po’ soffrire del momento e… “non sono in grado di pagarla più della generazione precedente”. Forse, la casa di proprietà, non è più una priorità. (scusate il bisticcio cacofonico)
A complicare le cose ci si mette pure la politica che, con le sue scelte “inter­ventiste”, tenta di scongiurare un ulteriore crollo dei prezzi, palesando un’ansia che si taglia col coltello. Ma costoro commettono un errore: rischia­no di confondere il sintomo con la causa. Nel senso che, “un’economia più forte genera sì prezzi delle case elevati, ma i prezzi delle case più alti non ge­nerano necessariamente un’economia più forte!” (citaz.)
Le altre domande insidiose – quelle che potrebbero incrinare le nostre certezze – potrebbero essere: a qualcuno farebbe piacere se il prezzo delle au­tomobili aumentasse? (tranne i costruttori di automobili ovviamente) Chi vorrebbe il prezzo del cibo più alto? (a parte gli agricoltori); chi vuole vedere salire il prezzo del petrolio? (tranne i produttori di petrolio): praticamente nessuno!
Quindi, per conseguenza: chi vuole il prezzo delle case più alto? Be’, per qualche ragione più o meno comprensibile, quasi tutti.  Ma la gente che ragiona così, è consapevole che vedersi aumentare il valore dell’immobile, implica l’aumento contestuale anche della loro più grande voce di spesa? Questo comportamento non collima con l’ottica dell’economia globale, nel senso: chi non possiede una casa, ma vorrebbe acquistarne una, si sente decisamente frustrato ogni volta che i prezzi delle case salgono. Lo stesso vale per chi ne ha una, ma perché ne vorrebbe un’altra più grande o migliore, però si rende conto che, essendo più cara, è sempre di più fuori portata. Mi spiego meglio: dal punto di vista di chi detta le regole sul mercato, occorre considerare se, il positivo “effetto ricchezza” sui proprietari di casa, superi l’effetto ricchezza negativo sui potenziali acquirenti. Cioè, i prezzi delle case sono determinati dalle operazioni eseguite sul momento: le case si vendono, in media, circa ogni sette anni negli Stati Uniti. Così, i prezzi vengono determinati dal 15% delle case compravendute, mentre l’effetto ricchezza ricade sul restante 85%. Il risultato è “l’illusione del denaro”, ossia: se tutti i proprietari di casa im­provvisamente cercassero di incassare l’aumento dei prezzi delle case, si può essere abbastanza sicuri che gli stessi crollerebbero. E potete giurarci che, chi sta progettando di usare la sua casa per finanziarsi la pensione, deve tenere a mente che può esserci un sacco di altre persone con lo stesso piano: vendere le proprie case allo stesso tempo. Questa falsa promessa, su un futuro guadagno, accompagna l’effetto ricchezza negativo di oggi. Vale a dire che, l’aumento dei prezzi delle case in­fluenza anche l’economia attraverso un effetto collaterale: i proprietari di casa possono chiedere un prestito garantito dalla loro casa, a tassi di interesse più bassi rispetto a prestiti non garantiti come carte di credito. C’è però uno spia­cevole altro lato della medaglia: la riduzione del tasso di risparmio più veloce di quanto sarebbe accaduto diversamente. Questo significa più debito, che aggrava l’insostenibilità del sempre crescente prezzo delle case. Ma se l’aumento dei prezzi non è più sostenibile, perché i prezzi delle case sembrano sempre salire rispetto al reddito? A metà degli anni ’90, il prezzo di una casa media è stato di circa 4 volte il reddito mediano negli Stati Uniti e circa 4,5 volte nel Regno Unito. Tali rapporti sono saliti fino a 5 e 8 volte il reddito, rispettivamente, al culmine del boom immobiliare di ciascun paese. Gli stessi rapporti, da allora, sono diminuiti ma restano ben al di sopra i livelli pre-boom. La maggior parte delle persone accende un mutuo, sicché: l’interesse è il vero “prezzo” di acquisto di una casa, mentre il capitale è sem­plicemente lo scambio di un bene, sul vostro conto in banca (i contanti) per un altro bene (patrimonio netto: casa vostra). I rischi che ci si assume cambiano, perché si possiede un’abitazione invece di denaro contante.
Un mutuo al tasso del 10%, con il pagamento di 1.000$ mensili (interessi e capitale) a 25 anni, può consentire l’acquisto di una casa del valore di 110.000$. Con un mutuo al 5%, lo stesso pagamento mensile, può offrire una casa del valore di 169.000$. Morale: per lo stesso pagamento si ottiene una casa più costosa quando i tassi ipotecari diminuiscono. (sai che scoperta!)
Perché, allora, la politica appare così ansiosa di evitare che i prezzi delle case crollino? Forse perché quando i prezzi delle case scendono, le persone possono ritrovarsi un’ipoteca che può valere più delle loro stesse case? Forse perché questa sarebbe la dimostrazione che, l’etica ed il rischio morale delle banche, hanno fallito? Possedere un “patrimonio netto negativo”, significa che, al momento, non si è in grado di vendere la casa, perché non ce ne sarebbe abbastanza per estinguere il mutuo e, non vendendo, si corre il rischio di restare intrappolati pagando un mutuo che non ci si può permettere.
Come si diceva prima, la politica, con le sue azioni mirate, tentando di so­stenere i prezzi, rischia di commettere un errore e fare confusione: scambiare un sintomo di crescita con una causa di crescita.
Quando l’economia va bene o l’ottimismo vola, le persone si sentiranno più sicure circa il loro reddito futuro, quindi saranno disposti a spendere di più. Questo può giustificare l’aumento del prezzo, ma questo genere di interventi possono anche incoraggiare le persone ad assumere più debito di quanto giu­stifichi il loro reddito. Tale politica è un’illusione perché, come si diceva poc’anzi: “una forte economia genera prezzi delle case elevati, ma i prezzi delle case più alti non generano un’economia più forte!”
Concludendo, alla luce delle varie mie rflessioni qui condivise, qual è la vostra opinione: la crescita del valore immobiliare, è o non è un plusvalore? Come avrete intuito dalla lettura, la mia opinione, è fra queste righe.

«Real-Estate Italia: casa tua in che “classe” è?»

Il mercato immobiliare domestico sta vivendo, probabilmente, la sua più drammatica stagione. E, sempre parlando in termini di ragionevoli ipotesi, il difficile momento non è ancora destinato ad esaurirsi. Forse proseguirà anche per tutto il 2014. E, come se non bastasse, già da tempo incombe su tutto il settore una pericolosa spada di Damocle: la certificazione della classe energetica sugli immobili!
Da gennaio 2012 è legge! Tuttavia… il cammino per mettersi in regola sembra ancora lungo. Analizzando i dati ufficiali, attualmente disponibili, emerge che poco più del 13% degli immobili in affitto o vendita possiede il certificato di prestazione energetica, nonostante sia obbligatorio. Un tendenza che cresce, ma troppo lentamente, visto che, nei primi giorni di gennaio 2012, solamente il 4,7% delle offerte era in regola, ma possiamo sicuramente parlare di un miglioramento. Sono le differenze tra regioni a mostrare come ci siano reazioni distinte nell’applicare normativa. Se nel Nord Est, la percentuale di proposte dotati di certificazione energetica è del 18,9%, e nel Nord Ovest è del 15,6%, le cose peggiorano nell’Italia centrale, in cui si arriva all’8,8% e in quella meridionale, in cui non si arriva nemmeno al 4%. Le province, poi, con la percentuale maggiore di trattative “certificate” sono Bolzano (con il 25,6%) e Trento (con il 22%). La provincia di Milano arriva all’11,3%, quella di Torino al 10,2% e quella di Roma al 5,2%; fanalino di coda della classifica è la provincia di Palermo, che non arriva nemmeno all’1%. Eppure, senza una carta d’identità energetica, vista anche la tremenda congiuntura, perché ci si ostina ad eludere questa normativa? La paura, forse, di generare un plafond di immobili invendibili e/o destinati ad una pesante svalutazione? Come mai queste differenze?Forse il periodo di “vacche magre” impedisce, a parecchi proprietari, di mettersi in regola? Quegli stessi titolari già pesantemente tartassati sulle loro case? Be’, intanto cominciamo dalle differenze: ad oggi l’unica regione che sanziona il mancato inserimento che, lo ricordiamo è obbligatorio è la Lombardia (sono previste multe da 3.000 a 5.000 euro). Le altre regioni non si sono ancora pronunciate in merito. Ma è ragionevole supporre che questo gap sanzionatorio sarà colmato a breve, date le circostanze economiche o il vuoto delle casse comunali.
In questa fase di incertezza i problemi maggiori li hanno i privati: solo l’1,5% delle loro proposte reca l’indicazione energetica dell’immobile, contro il 12,9% degli annunci delle agenzie. Va detto, però, che sono valide solo quelle inserzioni che, oltre alla classe energetica, riportano anche l’indice di prestazione energetica dell’immobile; questo valore si estrapola dall’attestato di certificazione e rende di conseguenza irregolari tutti quegli immobili che, attraverso una procedura di autocertificazione, erano stati collocati in maniera automatica nella classe G, la peggiore in assoluto. Da qui, dunque, una netta discriminante sul valore dei cespiti che in futuro governerà le scelte degli acquirenti.
Obiettivo dichiarato della normativa, è conoscere lo stato degli immobili in Italia e, di conseguenza, fornire delle risposte alla crisi energetica attuale, percepita come un problema serio per la nazione. L’Italia non ha ancora una sua politica energetica, né in passato se n’è mai premurata di prenderla in considerazione, ma non sapere nemmeno quanto consumano gli immobili è una lacuna che oggi non è più accettabile.
Difatti, le verifiche su un primo campione di certificazioni, ci dicono che il 24% degli immobili censiti, appartiene alla classe C, mentre una percentuale identica si trova nella classe G, la peggiore in assoluto: in questa categoria ci sono gli immobili più vecchi, quelli che non potrebbero arrivare in classe A nemmeno con radicali ristrutturazioni.
In ogni caso, ritengo opportuno chiarire una cosa: la classificazione energetica di un immobile non determina, da sola, sensibili variazioni di prezzo, anche perché è piuttosto complesso separare il singolo fattore dalle condizioni generali dell’immobile. E’ altresì anche vero che, immobili simili ma appartenenti a classi energetiche differenti, possono avere un prezzo di vendita che può variare fino al 30%, a seconda che siano in prima o in ultima classe. Un ragionamento analogo vale per gli immobili in locazione: se due appartamenti sono simili per dimensioni, stato e zona, occorre considerare che, una diversa classe energetica di appartenenza, dovrà generare per forza distinti canoni di fitto giacché, la stessa, avrà ripercussioni più o meno dirette sulle bollette e le altre utenze, ad oggi, sempre più care. Anche in funzione dell’elevato costo energetico che si ripercuote sui paesi importatori.
Dunque, in conclusione… quale scenario si aprirà in Italia nei prossimi 18/24 mesi? Supereremo questa difficile prova di maturità? Il mercato immobiliare domestico, nell’immediato futuro, sarà più coerente con il cotesto socio-patrimoniale? Il concetto di proprietà, subirà una trasformazione?
Difficile, oggi, trovare plausibili risposte: troppe le nebbie e le incertezze addensate all’orizzonte. Occorre prima una minima schiarita!