«Default MPS: lo scempio è bipartizan…»

MPS? Banca completamente risanata. Investirci è un vero affare!”
(da un Tweet di Matteo Renzi-22/01/2016)

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Principali vincitori, e vittime, nel fallimento MontePaschi

Si potrebbe dire: “tutto cominciò da lì”. In realtà non è così, perché tutto ebbe inizio molto prima. Ma di sicuro, quella “gufata” istituzionale, sarà ricordata come il preludio del prosieguo di uno scempio.
 Da ‘destra’ a ‘sinistra’, passando per il ‘centro’, non manca proprio nessuno. Seduti a quell’osceno “convivio” senese (chiedo scusa al ‘Sommo Poeta’), c’erano proprio tutti: grandi imprenditori, immobiliaristi, ‘coop rosse’, le ‘partecipate’ locali, etc etc.

Insomma, un banchetto (passatemi la pessima battuta) universale, che ha sfamato proprio tutti. Con un non trascurabile dettaglio, però: il conto finale. Un conto davvero salato:
47 mld€. Esatto, quasi 50 mld di prestiti viziati, mal riposti e gestiti con sin troppa disinvoltura, per usare un eufemismo. Ma attenzione: il fallimento, oltre a danneggiare le finanze degli azionisti principali, ha nuociuto gravemente a correntisti, obbligazioni­sti (leggi creditori) ed un’ampia platea di altri risparmiatori. E, naturalmente, a pagare ‘sto conto salatissimo, ci penseranno gli italiani. Tutti però: 108€ a cranio!
Che poi, non si capisce perché, per quelle
altre quattro là’, si sia scelta una strada meno cruenta. Mah, dice che sennò il danno è troppo sistemico. Intanto, pochi hanno pappato, tanti ci rimettono, e nessuno ne risponde agli occhi della legge. O forse no?

Tra i BIG della passerella senese -recentemente sputtanati sulle pagine dei giornali (non tutti)- ne ricordiamo solo qualcuno:
Sorgenia, gruppo De Benedetti -ve lo ricordate? Quello che incassò l’indennizzo di circa 600 mln€ dal Cavaliere Mascarato per ben 1,8 miliardi. La quota parte MPS è 1/3. Il pool delle altre 14 banche, i 2/3 rimanenti. Ah, poi Sorgenia, ovviamente, è fallita, ma è pure rinata: bravi.
– C’è poi il ‘palazzinaroZunino, ‘Risanamento(un nome, una garanzia): oltre 3 mld€. Risanamento: ti prendono anche per il culo ‘sti farabutti…
– Segue la ‘N.T.V.’ di Gianni Punzo (Interporto Nola), altra piattaforma in sof­ferenza, e che soffre ‘a braccetto’con Cisfi SpA (leggi Verdini).
In tutto questo marasma di banche ed imprese malate, ci va di mezzo anche qualche pezzo pregiato: il famoso hotel di lusso veneziano: il ‘Danieli’.
– Tra tanti grossi debitori (ex imprenditori), abbiamo anche le c.d. ‘partecipate’ pubbliche:
Fidi Toscana; Bonifiche Arezzo; Aeroporto di Siena e, da non credere, le Terme di Chianciano. Diamine, pure loro.

A beneficio di un’informazione più dettagliata, occorre rilevare che, a causa delle insolvenze di tutte le aziende citate -e di tantissime altre ancora- laddove pos­sibile, tutti i crediti sono stati convertiti in azioni in capo a MontePaschi. Quindi, a fronte di quasi 50 mld di debiti, la banca si ritrova in mano un certo patrimo­nio di imprese, sottovalutato e illiquido, che non potrà alienare fino a quando, le stesse, non saranno risanate e, quindi, rese appetibili e ricollocabi­li sul mercato. Chissà perché, poi, pensando a questa situazione, mi viene subito in mente la figura cinica e sempreverde di Gordon Gekko.

In pratica, MPS, oggi si ritrova a ricoprire il ruolo di asset manager (passatemi l’accostamento) di società in crisi, quando avrebbe dovuto solo restare fedele al suo naturale mandato: fare banca. Tra l’altro, scaricando buona parte dell’onere di risanamento (quello reale e non farlocco) sulla collettività. Con l’ag­gravante che, a cose fatte, chi avrà contribuito spintaneamente, non benefi­cerà di nessun provento dalla vendita dei vari pezzi, o dal riassetto del gruppo. A meno che, oggi, tu non diventi socio, acquistando delle azioni della banca. Già, ma tu te le compreresti quelle azioni? Ce le hai le palle? Faresti come l’ex premier Renzi?

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Il tweet scandalo dell’ex Premier Renzi

Per on dimenticare:
Il 22 gennaio 2016, lei diceva che: ‘la banca era risanata e che investire era un affare‘, fa notare all’ex Premier il conduttore Giovanni Minoli.
Lo penso tutt’orareplica senza esitare Renzie credo che, se ci fosse un investitore italiano o straniero che la volesse,, farebbe un affare”.

Riflessione: vi fidereste ancora di una Politica che comunica tramite tweet?

PS: voglio anche la lista coi nomi di quei 5 “Mi piace”. Buio!

«A.D. 2016: sarà un’altra…‘grande scommessa’?»

Sistema banche oggi
Sintesi grafica del ‘sistema’ banche!

E’ inevitabile, a mio avviso, guardare alla volatilità dei mercati da inizio anno, e non correre con la memoria ai (mis)fatti che scatenarono la crisi sistemica nel 2008. La foto scelta per questo articolo è più eloquente di mille parole e fotografa la ‘singolarità’ del momento: è la perfetta sintesi di un precario equilibrio. E ti viene subito in mente una domanda: ma cosa è cambiato dal 2008? La risposta, purtroppo, è: niente! Ad essere del tutto onesti, sorge spontanea anche un’altra cosa: collegare tutto alla trama de “La grande scommessa”. Ma che cos’è? Di che parla? Chi l’ha scritta? Provo a riassumerlo in poche parole: dunque… Io non ho letto il libro (lo farò), ma il film l’ho visto e m’è piaciuto. Anzi, lo rivedrò, perché la prima volta l’ho seguito con troppa “avidità”. L’ho trovato avvincente, divertente e per nulla banale. Un adattamento provocatorio e brillante: come funzionano certi meccanismi della finanza? Come fa, Wall Street, ad essere dannosa e distorta? Interessante (e necessario) il lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi; la finanza (anche quella ‘sporca’) è un argomento arduo, nell’ottica di intrattenimento della platea. E per renderla più umana o percepibile, si deve lavorare sugli eccessi dei vari personaggi, spettacolarizzandola. Insomma: due abbondanti ore (e qualcosa in più, pure), che io raccomando fortemente. Il film sarà molto apprezzato da quella fetta di pubblico più attenta (che non credo sia marginale), che saprà senza dubbio riconoscere quella ‘asimmetria’ – offerta dalla sceneggiatura – che emerge tra realtà e narrativa. Inoltre, è la prima volta in cui – in una trama adattata a ‘Wall street’ – si racconta di uno ‘short contrarian’. Ossia: un gruppo di investitori, davvero molto ‘smart’, che scommettono contro un apparato artificiosamente asserragliato su posizioni ‘lunghe’, e sin troppo ottimistiche. Sostenuti posticciamente da discutibili rating primari. Forse, nella storia del cinema dedicato a Wall street, abbiamo un solo unico esempio di ‘contrappasso’ (per contrasto) del ‘rischio specifico’: “Forrest Gump”, il più grosso paradosso finanziario. La storia di un ragazzo, niente affatto smart, che diventa miliardario utilizzando i suoi soldi nell’acquisto di una singola azione: quella della “Grande Mela”, quella di Steve Jobs però.
«[…] Finanziariamente parlando, è il risultato superfortunato di una follia. Ma non impossibile nel mondo della finanza dove tutto è possibile…» Così, giusto per citare l’illustre recensione del dott. Marco Liera. Il film prende spunto dall’omonimo libro: “The bigshort’-Il grande scoperto”, scritto da Michael Lewis. La trama ruota intorno ad un giovane medico, il dott. Michael Burry, e all’incerdibile intuizione che ebbe, e che finì per contagiare altri professionisti della finanza: alcuni già affermati, alcuni in ‘erba’, altri decisamente ‘corsari’. Ma chi è Burry? Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, Michael è un giovane medico californiano che passa tra le 13 e le 16 ore a lavorare in ospedale e, tra l’una e le tre della notte, soffrendo di forti disturbi del sonno, legge libri sugli investimenti, sua vera passione. Quelli sono gli anni del boom delle ‘dot-com’ e di Internet: tutti impazzivano ed impazzavano sulle piazze finanziarie, e qualcuno ci si arricchiva pure. Burry, invece, era “contrarian” per inclinazione, e disapprovava quella facilità di guadagno. Quindi, nel poco tempo libero a disposizione, preferiva approfondire le strategie di ‘Value investing’ -ricerca delle cosiddette azioni ‘a sconto’, rispetto al prezzo di mercato- (quell’approccio al mercato del rischio, che prevede una severa selezione di titoli azionari, partendo da solidi fondamentali, con elevata probabilità di creare valore nel medio-lungo periodo), osservando a 360°. Poi, coi primi risultati e con la crescita del consenso, esplose letteralmente anche attraverso il suo blog; proprio quel suo blog, gli fece da trampolino di lancio. E poiché si divideva tra corsie d’ospedale ed investimenti notturni già da un pezzo, un bel giorno abbandonò il camice e fece il suo grande passo, e fondò la sua società di investimenti, la “Scion Asset Management”: una vera garanzia; il bello, però, inizia nel 2003. Quell’anno, Michael inizò a studiare un mercato ai più sconosciuto: il ‘subprime market’. Questo mercato è stato il pilastro di un grande imbroglio, la causa della più grande crisi finanziaria dopo il ’29. In poche parole, le principali banche americane cartolarizzavano i crediti sui mutui ipotecari concessi a “soggetti” non di primario merito creditizio, per poi rifilarli a tutto il mondo con rating di AAA, che è il massimo della scala di valutazione. Tra il 2003 ed il 2007, dal suo piccolo ufficio, si mise ad analizzare migliaia di mutui subprime e di prodotti finanziari collegati, e piazzò una mega scommessa contraria (short) su questi prodotti, impiegando gran parte dei fondi di Scion su questa operazione, trovando la più ampia contrarietà dei suoi investitori. Michael contro il parere della maggior parte dei suoi investitori, tenne la barra dritta e mantenne gli investimenti in portafoglio, noncurante di quello che dicevano i media, gli analisti ed i gestori del settore: “il mercato immobiliare americano non sarebbe mai crollato…” etc etc. Nel 2008, allo scoppio della più grande crisi finanziaria mondiale, Burry chiudeva il suo ‘scoperto’ realizzando un profitto personale di 100 milioni di dollari, e 700 milioni di dollari di profitto per gli investitori, con un ritorno del 489% sull’investimento tra il 2000 ed il 2008. Nello stesso periodo la performance dell’S&P 500 fu del 2%. E, come direbbe il buon Gordon Gekko: “L’avidità è sempre più avida e vince…” Per ora.

In conclusione: tornando al titolo iniziale, con questo articolo non ho voluto né fare un riassunto del film né una sua (ennesima) recensione. Semplicemente, partendo dallo spunto di fatti realmente accaduti, la mia intenzione era mettere a confronto due diversi momenti, due diverse crisi, per capire si ci possano essere analogie e, nel caso, provare a cercare spunti per agire con l’obiettivo di tutelarsi. Il denominatore comune tra le due crisi c’è e sono le banche. Ancora. E, in effetti, riflettendoci, l’unica arma per subire il meno possibile gli effetti di questa crisi, è l’informazione, accompagnata da una solida Consulenza. Qualla con la C maiuscola. Possibilmente Indipendente. A mio modesto parere, non siamo in una fase di ‘sell-off’, ma piuttosto di riduzione degli asset sopravvalutati -detti anche ‘deleveraging’. Quindi, non una fuga dal ‘reddito variabile’ in senso stretto, ma solo un violento repulisti. Certo, in una fase del genere crolla tutto, ma non tutto è fuffa. Chi ha operato scelte ‘value’, o comunque sostenute da oggettive probabilità di crescita, non sarà tradito dal mercato. Purché, però, si rispetti quella scadenza imprescindibile chiamata orizzonte temporale. E chi è stato attento a non partire in ‘quarta’, sedotto da facili profitti, oggi -ma ancora per un po’- ha l’occasione di sfruttare i ribassi, facendo di necessità virtù. E’ un’opzione che paga sempre.
Un piccolo consiglio: momenti come questo, sono perfetti per piani di accumulo!

 

«Sindrome da Bail-in 2^ lezione: il FITD». Il “Fondo” interbancario tutela depositi: tutta la verità!

Cose da sapere assolutamente, prima di affidare i tuoi soldi ad una banca.
Fate ‘prevenzione’ con l’informazione. E forse ve la caverete. Forse.

'Fondo' interbancario tutela depositiE’ un fatto che, l’immagine che più terrorizza i banchieri (e anche i correntisti che di passaggio vedono la “propria” banca assediata, (vedi Cipro), sia la vista di una massa di persone che corrono allo sportello per ritirare denaro contante. I primi sanno benissimo che non potrebbero soddisfare più del 2-3 % dei depositanti, i secondi, di fronte a quella scena, capiscono che c’è qualcosa che non va e danno vita a quella che viene chiamata “corsa agli sportelli”. Proprio per evitare queste crisi di fiducia, nei periodi di crisi e di aggravarsi del rischio, i conti correnti sono garantiti da una garanzia statale di 100.000€. Ed è questo che, grosso modo, pensano quasi tutti. Allora, vediamo in cosa consiste questa garanzia, citando fonti ufficiali e autorevoli, e usando un po’ di logica e di numeri…

Intanto, cominciamo subito a chiarire che, a prestare questa garanzia, non è affatto lo Stato ma un fondo di garanzia cui aderiscono (quasi) tutti gli istituti bancari del paese, che versano una quota in base alla propria dimensione. Anzi: che promettono di versare, in caso di necessità, ossia di fallimento di una banca consorziata. Attenzione: deve trattarsi di una consorziata. Si tratta del “Fondo Interbancario di tutela dei depositi”. Quindi, l’aggettivo statale, è fuorviante; forse è statale la legge che prevede l’istituzione di questo fondo, ma la garanzia non è né statale né riconducibile in qualche modo allo Stato. Sono gli istituti bancari che partecipano ad un fondo, con il quale si coprono a vicenda su eventuali bancarotte di un soggetto bancario partecipante. Detto ciò, passiamo al lato pratico, cioè: cerchiamo di capire la consistenza e la liquidità (eventuale) di cui disporrebbe in caso di bisogno/allarme.

ARTICOLO 21 – Risorse per gli interventi:
«1. L’ammontare delle risorse che le consorziate si impegnano a somministrare complessivamente al Fondo, per gli interventi, è stabilito dall’Assemblea su proposta del Consiglio, in misura compresa fra lo 0,4 e lo 0,8 per cento dei fondi rimborsabili di tutte le consorziate alla data del 30 giugno dell’anno precedente. Qualora, per effetto degli interventi, l’ammontare delle risorse risulti inferiore allo 0,4 per cento, il ripristino della percentuale minima dovrà essere effettuato nel termine di 4 anni.
2. Le risorse richieste per gli interventi costituiscono anticipazioni al mandatario e debbono essere somministrate al Fondo nei modi e nei tempi determinati dal Comitato di Gestione…»

Contributo media: da un articolo apparso su un quoridiano tempo fa:
FITD

Ora, proviamo a tirare le somme.
Tutto sta a vedere quanti siano, a un dato momento, i depositanti che hanno titolo per venire rimborsati, e quale sia quindi il totale da rimborsare. Già, perché il FITD non è un fondo ma un consorzio di mutuo soccorso, a posteriori, tra le circa trecento banche che vi sono associate. Nel caso che una di esse venga dichiarata insolvente e si debbano rimborsare i suoi depositanti, il Fitd chiama a raccolta le altre affinché versino il contributo previsto.

Cooperazione tra istituti aderenti al "Fondo"
Cooperazione tra istituti aderenti al “Fondo”

Tradotto vuol dire che…
a maggio 2010 i depositi eleggibili, ossia rimborsabili a norma dello statuto del Fitd, ammontavano a 550 miliardi di €. Il contributo massimo che esso poteva richiedere alle banche consorziate, per soccorrere qualche consorella, si aggirava quindi sui 2,2-4,4 miliardi. Però, in ciascun esercizio, dice il medesimo statuto, l’ammontare complessivo dei rimborsi non potrà superare un quarto delle risorse conferibili, il che limiterebbe l’intervento annuo del Fitd a una somma compresa tra 550 milioni e 1,1 miliardi. E se si considera che almeno un terzo dei depositi rimborsabili è detenuto dalle prime cinque o sei banche tra le trecento consorziate, è lecito concludere che il Fitd è in condizione di far fronte al default di piccole banche, ma non si vede come potrebbe far fronti ai suoi impegni nominali nel caso che il collasso colpisse solo una o due delle banche maggiori. Ergo: nessuna copertura automatica fino a 100 mila euro in caso di fallimenti bancari importanti e a catena. Di garanzie VERE, comunque, neanche l’ombra, ma solo FIDUCIA (come al solito) che tutto regga. Ma questi fondi non potranno mai garantire tutti i depositi, e rimarrà sempre una sconcertante e cruda verità: quella moneta, emessa sempre a debito su NOSTRE GARANZIE ma di proprietà del sistema bancario, dove deve sempre tornare per poi essere distrutta.

«La calda esate italiana: 2015 come il ’92?»

No, non è il titolo di un film ‘bollente’ stile anni ’70, magari. E’ più lo spettro di uno sgradevole incubo. Il ricordo di quella calda, lunga notte mai dimenticata. La notte in cui il, governo Amato, prelevò (tra l’altro) il 6 per1.000 da tutti i depositi e titoli diversi da quelli emessi dallo Stato. Tutti!

Giuliano Amato, la notte del prelievo
Giuliano Amato, la notte del prelievo

Per chi difetti di memoria, all’epoca, accadde che… durante il suo primo mandato da presidente del Con(s)iglio (in effetti un po’ ci somiglia), Giuliano Amato (da chi?), a fronte dell’insolita situazione finanziaria di allora, col suo Governo approvò, l’11 luglio ’92 appunto, una manovra di complessivi 100.000, ed oltre, miliardi di vecchie £it. Peraltro, deliberato con effetto retroattivo: dal 9 luglio ’92.  Fu così che, il peggiore incubo degli italiani, si realizzò: nottetempo, senza nessun preavviso, ci fu un prelievo forzoso del 6 per1.000 da conti correnti e depositi bancari, postali, buoni fruttiferi e certificati di deposito, con cedola e zero coupon, per (testuali parole): “un interesse di straordinario rilievo”, in relazione ad “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica” (era già un momento di crisi, però non c’era Berlusconi). Un vero ed effettivo “esproprio” sui risparmi che, vale la pena ricordare, giunse con la sinistra al governo. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, il governo di allora, attuò un prelievo improvviso, autorizzazione giunta tramite un decreto legge di emergenza, emanato addirittura il giorno dopo: l’11 luglio. Quando lo Stato vuole, sa essere eccezionalmente rapido e preciso, siete d’accordo?
Tuttavia, tre mesi dopo quella manovra di luglio, Giuliano Amato si dimise lasciando lo scranno a Carlo Azeglio Ciampi. In totale, questa “manovra di emergenza”, più la finanziaria del ’92 già varata, furono un salasso che però non servì a nulla. Ma di questo ne parlerò più avanti.
Certo, va ricordato anche che ci furono settimane difficili anche sui mercati finanziari: la £ira era fortemente sotto pressione, aggredita dalla speculazione anche di uno spregiudicato Soros; i mercati si accanivano contro la povera Italia e bisognava fare qualcosa. Qualunque cosa!.. Ma quel qualcosa si è poi tradotto in un provvedimento intriso di misure tra le più disparate: tanto inutili quanto inique, come sempre del resto. Mai utili riforme organiche, ma le solite “pezze a colori”: aumento dell’età pensionabile, patrimoniale sulle imprese, (dicasi “minimum tax”), ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, imposta straordinaria sugli immobili pari (ISI) al 3 per1.000 della rendita catastale ecc. Ad oggi siamo punto e da capo, forse. Il solo ‘prelievo’ dai conti correnti – in assoluto la più impopolare tra le manovre contenute nel decreto – portò alle casse dello Stato ben 11.500 miliardi di £ire.
E l’imposta “straordinaria” sugli immobili, si è rivelata tutt’altro che straordinaria e/o occasionale, diventando poi quell’Ici abolita solo nel 2008 dal governo Berlusconi, ben 16 anni dopo: ecco come è nata la tassa più odiata, e considerata iniqua dagli italiani. Poi, come se non bastasse, oltre ai danni di un’onerosa e punitiva manovra ‘correttiva’, in un’economia italiana già sull’orlo della recessione, giunse anche la beffa della £ira costretta ad uscire dal Sistema Monetario Europeo. A settembre di quello stesso anno, la £ira, non solo uscì dallo SME, ma svalutò anche del 25% rispetto alle altre valute del ‘serpentone’. Un atto di smisurata cortesia verso una divisa in particolare: quel marco tedesco della scassata Germania che, con grandi difficoltà, si stava riunificando dopo la caduta del muro, accelerando anche il crollo dell’URSS e, di fatto, dando vita a quel fenomeno economico che prenderà il nome di globalizzazione. C’è da dire che, la risposta al favore fatto alla Germania, fu l’ingresso ‘di Diritto’ nell’€uro, in qualità di paese fondatore della moneta unica. Wow! In effetti, visto col senno di poi, si trattò di una vera trappola ben orchestrata. Fu il primo atto di un progetto di lungo periodo, volto a tenere sotto controllo la trasformazione e l’espansione di quelle economie periferiche, notoriamente più fragili, per poi renderle appetibili e scalabili.
Ok, questa è una mia considerazione lo ammetto, ma non si può certo negare che, fino ad oggi, le cose stiano proprio così. Pensate a quanto “made in Italy” è passato di mano negli ultimi 15/16 anni. In mani non italiane, ovviamente. Un progetto molto ben dissimulato dal seducente richiamo del vantaggio di una moneta unica, di tassi bassi, di prosperità, di un miglior rapporto lavoro/qualità di vita (Romano Prodi docet). E invece? Qual è il bilancio ad oggi? Chi comanda e decide su chi? La sovranità nazionale? E il diritto di stampare carta moneta?
Beh, forse sto uscendo un po’ fuori traccia, forse. Ma non credo di esagerare si dico che, probabilmente, il 1992 fu il nostro “punto zero”: il momento in cui tutto poteva essere rimesso a posto, per bene. Proprio dopo il triste epilogo della “prima repubblica” e degli scandali emersi da “Tangentopoli”.

La "manovra" dopo il "prelievo"
La “manovra” dopo il “prelievo”

Insomma: al termine di manovre, contromanovre, correzioni, svalutazioni, ‘sottrazioni’… è rimasto solo un grosso sperpero di risorse, del tutto inutile. Infatti, a distanza di 23 anni, non solo in più occasioni si paventa di nuovo la possibilità di un ‘revival’ di quella manovra, ma l’intera struttura economica nazionale, da allora, non ha fatto che deteriorarsi. Basti solo vedere il debito pubblico di allora rispetto a quello di oggi. Per non parlare di altri indicatori fondamentali: tutti sensibilmente peggiorati rispetto a 23 anni fa. Uno su tutti? Beh, provate a misurare un po’ il rapporto tra contribuenti/pensionati di allora con quello di oggi. L’incremento della spesa pubblica? Il welfare sempre meno disponibile? Pressione fiscale su impresa e famiglia? E sul risparmio?
Concludendo, non mancano i temi da sviluppare intorno al confronto con l’Italia pre €uro con quella attuale; mi viene spontaneo fare una sinistra riflessione: ma se 23 anni fa, con quel debito, fu assolutamente necessario ‘prelevare’ in modo coatto quel 6 per1.000… oggi, con tutti i casini dell€uro, della Grecia, dei debiti sovrani e compagna bella, pensate possa bastare un modesto 6%?
Oppure si può ritenere, a ragione, di essere immuni da questo rischio? Dite che il “sistema €uro” reggerà? Che l’Italia ne uscirà col minimo danno? Chissà… io però sento che, l’ombra lunga di Russia e Cina, avanza oscurando l’intero orizzonte. Che dite: starò esagerando?

Parafrasando Keynes: «La ‘teatralità’ della moneta: alziamo il sipario!»

Qual è il valore della moneta
Qual è il valore della moneta

Money is the measure of value, but to regard it as having value itself is a relic of the view that the value of money is regulated by the value of the substance of which it is made, and is like confusing a theatre ticket with the performance” (Keynes – ‘The Royal Economic Journal’, vol. XXIV, 1914) – «La moneta non ha valore in sé (come biglietto), ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale!» tradotto nella nostra lingua.

Il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto di beni e servizi, realizzabile in relazione ai prezzi di mercato. Detto questo, va anche aggiunto che: a parità di quantità/valore della moneta, nello stesso momento, può aumentare, ad es. il prezzo dell’olio (perché il raccolto è stato funestato da una malattia delle piante), ma diminuire quello dei lettori Cd (perché l’ascolto della musica è effettuato con altri strumenti). Per converso, un aumento/diminuzione del “valore” della moneta, muta il prezzo di qualsiasi bene. Quindi, parlando di valore della moneta, prezzi e consumi, non si può non arrivare al PIL. In tal senso, mentre il ‘PIL reale’ esprime l’interazione tra privati, sistema finanziario e Stato, la stabilità della moneta dipende dalla fiducia riposta dagli operatori nell’autorità che ne controlla quantità ed espansione. Ne deriva che: scambi commerciali, domanda, offerta e PIL, diventano dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” a quel biglietto per lo spettacolo teatrale. Ed ecco che, appunto, si torna al punto di partenza: arriviamo alla quadratura del cerchio.

Cosa può fare la moneta?
Cosa può fare la moneta?

Anche il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi (come si vedrà in seguito, inoltre, il rimborso di un prestito distrugge la moneta a suo tempo appositamente creata).
Uno dei temi più controversi – e che, seppure indirettamente, condiziona tanta parte del dibattito politico – è il ruolo, nell’economia, della moneta e del relativo ruolo delle banche, della banca centrale e dello Stato. Come aveva brillantemente rappresentato Keynes, nel sopracitato articolo, il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto (di beni e servizi) espressa in funzione ai prezzi esistenti sul mercato. Un aumento/diminuzione del “valore” della moneta (come determinato dalla sua quantità in rapporto ai beni stessi) muta il prezzo di qualsiasi bene (il saldo algebrico, aumento/diminuzione, del suo prezzo è poi determinato dal livello di variazione di domanda/offerta di quel bene. A parità di sua domanda/offerta, una diminuzione del valore della moneta, fa aumentare il prezzo del bene). Nel complesso, quindi, (e ferme le dinamiche di cui sopra con riferimento ai singoli beni), rilevano la quantità (offerta) di beni/servizi prodotti (e il suo tasso di crescita) e la quantità/offerta di moneta (e il suo tasso di crescita rispetto al tasso di crescita dei beni). Non è decisivo che una moneta sia imposta per legge: quando gli operatori si accorgono che la sua capacità di acquisto diminuisce marcatamente, tanto da far pensare che la sua espansione sia incontrollata, tenderanno a sostituirla con altre monete più stabili. Ricordiamo che, l’autorità preposta al controllo della stabilità della moneta, è, in tutte le economie avanzate, un organo indipendente – proprio affinché non corra il rischio di essere costretto, per “legge”, ad alterare la stabilità della moneta – ma nominato dall’amministrazione statale, cui deve periodicamente rispondere, relativamente all’operato e al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’amministrazione stessa (nel caso dell’euro zona è, ovviamente, la BCE). Quindi, il controllo della stabilità della moneta e del sistema finanziario è affidato ad un organo pubblico, la creazione della moneta e la determinazione del PIL reale dipendono e sono originati dalla complessa interazione (tra privati, sistema finanziario e Stato) di cui si è detto. Ne consegue che: la parte pubblica sovraintende e garantisce il sistema dei pagamenti (e, si ripete, vigila su stabilità della moneta e solvibilità del sistema bancario) e la parte privata gestisce il sistema dei pagamenti e origina tanta moneta quanta è necessaria per effettuare le transazioni e rappresentare contabilmente l’incontro tra domanda e offerta di credito.

Gerarchia economica globale delle banche
Gerarchia economica globale delle banche

E, a proposito di credito, occorre dire che: volume di scambi, di domanda e offerta di credito e PIL diventano, a questo punto, dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” sempre a quel biglietto dello spettacolo teatrale. Per meglio illustrare l’interazione tra privati, banche e Stato, con riferimento a PIL e moneta, occorre operare una finzione rappresentativa: la suddivisione della moneta in moneta/lavoro (o moneta/reddito definitivo) e moneta/credito (o moneta/anticipo reddito futuro). Ovviamente, in un’economia in cui è presente il credito in maniera pervasiva – e più è efficiente il sistema finanziario più è rilevante il credito – è difficile distinguere, nelle quotidiani transazioni, quale sia moneta/lavoro e quale sia moneta/credito. In entrambi i casi, infatti, la moneta viene utilizzata, divenendo irrilevante la provenienza, per acquistare beni, servizi e attività finanziarie. E’ vero che il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi. Mentre, infatti, la moneta/lavoro corrisponde ad un reddito attuale, la moneta/credito corrisponde unicamente ad un reddito futuro ed ipotetico. Sarebbe a dire che, quando il reddito futuro sarà effettivamente realizzato e il debitore utilizzerà la moneta/lavoro per estinguere il debito, la moneta/credito è come se non fosse mai esistita. D’altronde, non è detto che il credito alimenti sempre il PIL. Quando si compra una casa non nuova (così come quando si compra un’azione in borsa), il valore relativo all’abitazione è già stato computato all’epoca della costruzione (mentre l’acquisto di un’azione determina unicamente il trasferimento di proprietà di un bene già esistente) e, quindi, il prezzo pagato non migliorerà i conti nazionali, se non per le ulteriori somme pagate a titolo di commissione all’agenzia, al notaio, ecc. A questo punto è inevitabile fare la domanda che tutti, prima o poi, si sono fatti: un’economia, può esistere e funzionare – più o meno efficientemente – anche senza moneta? Ritengo sia possibile, ma non senza l’idea del denaro (che in quanto utilità economica è connaturato all’uomo). In pratica, un’economia senza moneta ma col denaro.
Mi spiego meglio: un’economia fondata sul baratto, infatti, esisterebbero comunque lavoro, domanda e offerta, consumi, risparmio, investimenti, credito e prezzi. Naturalmente, il valore dei beni utilizzati in un’economia fondata sul baratto, ha l’intuibile limite di essere soggetto ad eventi estranei, cioè: se mi pagano in natura, diciamo patate, il “valore” di scambio delle patate che non consumo è condizionato dalla quantità e qualità del raccolto, dagli eventi atmosferici, dalla loro deperibilità nel tempo. Si presenta, quindi, variabile ed aleatorio, con tutti i riflessi negativi sull’attività economica. Infatti, ciò che si chiede alla banca centrale, è preservare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Domanda finale: qual è il volume di flusso monetario di Italia ed Europa?
Qui a casa nostra, il sistema bancario italiano contribuisce alla base monetaria dell’Euro zona per circa 188 miliardi (174 miliardi di circolante più 14 di riserva obbligatoria) a fronte di 1413 miliardi di depositi soggetti a riserva e 774 di depositi non soggetti a riserva. L’intera area €uro, nel suo complesso, ha una base monetaria di 1430 miliardi, di cui 985 miliardi di circolante e 445 di riserve. L’obbligo di riserva al’1% ci spiega che il sistema bancario può concedere prestiti sino a 100 volte (1/0,01) l’importo dei depositi. Riflessione finale che chiosa il mio breve approfondimento: dal 2008, anno in cui è esplosa la crisi (crisi che, di fatto, resta soprattutto italiana ed europea), in Italia, in quale misura quel’1% è stato messo a disposizione del sistema produttivo per creare valore? Cioè, di quei 188 mld di € italiani, moltiplicati per 100, quanto è stato investito nel sistema imprese e quanto per speculare su BTP e debito governativo tricolore?

«Eternamente… ‘immobile’» La mia personale, nuova ottica sul ‘mattone’

Piramine e sequoia: eternamente "immobili!"
Piramine e sequoia: eternamente “immobili!”

Ragionando sul mercato immobiliare domestico, sulla sua ‘solidità’, sulla crisi e sul suo rilancio, verrebbe da citare la frase di Anthony Zuicker – quello di ‘ CSI’ per intenderci – presa da un suo romanzo. La frase dice:
«[…] Esistono solo due strutture al mondo in grado di resistere a qualunque terremoto: le piramidi e le sequoie»; le prime ultramillenarie e le ultime ultracentenarie, ma questo lo aggiungo io.
Orbene, partendo da questo assioma, mi chiedo: qual è lo stato dell’arte sul mattone? Cioè, se l’archetipo di ‘resistenza’ estrema è rappresentato da una sequoia o da una piramide, quali garanzie possono offrire i nostri immobili? Il loro valore, terrà conto anche del rapporto durata/resistenza? Ma il cemento, dopo un ‘n’ periodo (qualche lustro, in effetti), non ha bisogno di manutenzioni radicali, straordinarie, per usare un eufemismo?
Se tanto mi da tanto, allora, la mia personale conclusione è che: tutto ciò che differisce da una piramide o una sequoia, di fatto, non sarà mai incrollabile ed immune ai terremoti, salvo che non la si edifichi secondo tecniche antisismiche avanzatissime. Ma quanti dei nostri cespiti sono stati costruiti con tali criteri?
Pochi, molto pochi: e tutti gli altri allora? Non sarà che in Italia (ma anche in alcune nazioni europee), il costo medio a mq. risulta irragionevolmente ed irrazionalmente superiore di un buon 30-40% rispetto ad altri mercati?
Non è che negli ultimi 15/20 anni si sia speso troppo e male, investendo in maniera approssimativa ed incauta?
Non è che parte dei 5 trilioni di € in beni ‘reali’ (ricchezza media fam. in attività immobil. 2012) è finita in immobili mediocri, inalienabili o strapagati?
Ultima considerazione, la classe energetica di appartenenza: quasi tutti i cespiti si collocano in ‘classe G’, cioè l’ultima. Il che vuol dire: dispersione di calore e pessimo impatto ecologico; sicuri di aver fatto un buon affare? Scommettiamo che i costi e gli oneri di ‘adeguamento’ ed impatto ambientale saranno scaricati tutti sulle spalle dei propietari? E con i dissesti comunali e le continue tasse locali in aumento, come la mettiamo?

Alla fine dei conti, questo investimento, quanto vi sarà costato? Siete certi che, a queste condizioni, il mercato immobiliare torni dov’era prima del 2008? E se la soluzione per il futuro fosse il legno?
Chiudo con una provocazione: ma voi, avete fatto bene i vostri conti?

«Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco?» Chi di noi ha davvero contezza di come stiano davvero le cose?

Vi siete davvero mai chiesti dove vadano a finire i nostri soldi versati in imposte e tasse? Dal momento che la morsa del nostro fisco si fa sempre più stretta, credo sia bene, oltre che responsabile, avere idee ben chiare sull’argomento. Tanto per dire, cominciamo col chiederci: quanto incide il costo del debito pubblico? Che ruolo giocano – a nostro sfavore – gli accordi comunitari? quanto incide la scarsa coesione nazionale e intracomunitaria? Tutte domande (scomode) a cui noi dobbiamo assolutamente dare risposta, giacché nessun giornalista sarebbe così pazzo da porle a chi di dovere. Anche in conside­ razione del prossimo rinnovo del ‘gabinetto europeo’.

Ripartizione imposte e tasse
Ripartizione imposte e tasse

Dunque, chiedevo della destinazione del nostro gettito: dove se ne va?
In servizi alla comunità ed in sussidi ai meno abbienti, verrebbe da rispondere. Sì certo, se vivessimo in un Paese normale, civile. Ma noi viviamo in Italia e qui, si sa, niente è scontato, nemmeno i diritti naturali. Sicché, potrebbe essere utile fermarsi a rifletterci un po’ su…
Per farlo occorre partire da un dato imprescindibile: l’interesse sul debito. Ebbene, se l’Italia potesse finanziarsi alla BCE, allo stesso costo con cui si finan­ziano le banche commerciali (cioè 0,25%), si spenderebbero solo 5 miliardi all’anno di interessi anziché 85. Domanda: perché non è così? Quali meccanismi si innescano all’atto della raccolta del gettito?
1) Diciamo subito che, questi interessi, vengono pagati anche con le tasse che i singoli cittadini versano.
Frattanto, la banca centrale, finanzia le banche private che, con i soldi ricevuti, comprano i BTP lucrando sulla differenza fra 85 e 5 miliardi, quindi a nostre spese. Negli USA, in Inghilterra e in Giappone non hanno permesso questo.
Lì, le banche centrali, hanno provveduto ad immettere liquidità nel sistema, tenendo i tassi d’interesse sul debito quasi a zero. Quindi, le banche, non hanno avuto modo di speculare sui cittadini del loro paese (al massimo speculano sui cittadini di altri paesi come l’Italia);
2) una parte del gettito italiano va a Bruxelles (una parte consistente). Bruxelles, dopo averle ‘assimilate’ ed anche un po’ sprecate (quasi quanto Roma) ma nell’indifferenza dei nostri ‘tabloid’… ridistribuisce parte di quelle tasse che arrivano da noi ad altri paesi come la Bulgaria. (la Bulgaria ad es. ha 7,5 miliardi di euro che l’Europa mette a disposizione per l’imprenditoria).

Quanto "contribuiamo" alle casse europee?
Quanto “contribuiamo” alle casse europee?

La diretta conseguenza è che, la Bulgaria, viene in Italia (e non solo) ad attirare gli im­ prenditori offrendo:
a) costo del lavoro bassissimo;
b) tasse sul reddito di impresa insi­ gnificanti;
c) costo per energia ridottissimo;
d) contributi europei per finanziare l’impresa.
Morale della favola? L’IMPRESA ITALIANA SPOSTA TUTTA L’ATTIVITA’ (o una parte) AD EST, LICENZIANDO IN ITALIA OPERAI E IMPIEGATI… la stessa forza lavoro che ha pagato le tasse ‘volate’ a Bruxelles per poi finire in Bulgaria. In pratica, l’operaio italiano, pagando le tasse ha decretato il suo licenziamento. O L’ABBASSAMENTO DEI SALARI; d’accordo, è un po’ forzato come ragionamen­to ma il senso è quello, giacché tutti conosciamo che reddito offra quel paese: roba da quarto mondo o quasi! Attenzione: non sto qui a fare una polemica contro i bulgari, sia chiaro. Loro sono senza dubbio delle povere vittime, ma è inaccettabile una tale politica spere­ quatrice, oltre che economicamente scorretta e criminosa. Questo meccanismo è sotto gli occhi di tutti i nostri politici, i quali accettano da ignavi queste regole immonde, andando chiaramente contro l’interesse del popolo italiano. Ricordiamocelo quando andremo a votare la prossima volta. Cos’hanno fatto di utile, per noi, i nostri rappresentanti eletti nel consesso europeo? Nulla, una beneamata fava; esempio lampante è la perdita di denominazione ‘Tocai’ oggi divenuto ‘Friulano’.
In tal modo non si favorisce nemmeno la crescita di un’economia come quella bulgara, ma solo l’irrobustimento della leadership di multinazionali che sfruttano le leve di salari bassi o condizioni favorevoli per produrre, e poi vendono in tutto il mondo complici le inefficienze fiscali. E’ vero anche che oggi, il debito, sembra essere l’unico ‘verbo’, mentre la finanza (spesso quella sporca) impera, tenendo sotto scacco l’economia reale. Stati sovrani, banchieri centrali, non esitano nei salvataggi di ‘banche canaglia’ anzi, lesinano sul welfare e sul sostegno sociale in generale.
La nostra unica salvezza risiederebbe in una continua crescita; fra il 2-4% per almeno 7/10 anni. Ma non è mai successo, nemmeno negli anni di “vacche grasse”, diciamo così (1998-2006). Solo nel dopoguerra, in occasione del famoso “Boom” economico, e sappiamo bene il perché. Non occorre una laurea ad Harward per capirlo: c’è forte crescita solo nei periodi post-bellici. Vi pare logico, dunque, auspicare una prosperità che malceli l’altra faccia di un conflitto su scala globale? Ovviamente no!
Circa, poi, il nostro senso di appartenenza, nazionale o comunitario, mi viene in mente un’antica citazione: “[…] ahi serva Italia, di dolore ostello. Nave senza nocchiero in gran tempesta. Non donna di provincie, ma bordello…” Purtroppo, la saggezza di messer Durante, già 714 anni fa, aveva individuato il male endemico (uno dei tanti, a dire il vero) italico.
Sull’ipotesi di fallimento dell’€uro, poi, dove peraltro nutro forte scetticismo, vi dirò: esso è per definizione e costituzione “too big to fail”, sicché… mi pare un po’ sterile come soluzione, ma tutto può essere. Invece condivido l’analisi critica sulla geo-politica post Yalta, così come condivido l’idea sulla concreta minaccia dello strapotere espresso dai banchieri ebrei; questione che nessuno ha il fegato di tirare fuori; argomento troppo scomodo me ne rendo conto.
Vero è che qualcuno, tanti anni fa, aveva subodorato la puzza di questa minaccia, ma era un pazzo ed imbecille, ed aveva scelto la “soluzione” sbagliata. Una via che ha portato sul baratro non solo la sua nazione, giustamente; la finanza, che piaccia o no, impera e tiene sotto scacco tutte le economie, è sin troppo lampante.
Riepilogando, un italiano che paghi onorevolmente imposte e tasse deve sapere che: una parte finisce col finanziare i profitti delle banche;
-una parte finisce col finanziare imprese nazionali all’estero, con la complicità della Comunità Europea;
-una parte finisce con l’agevolare ed alimentare sprechi fra gli innumerevoli enti locali: regioni, province, comuni e le loro porcate sugli appalti ed altre menate varie;
-una parte finisce anche per finanziare acquisti di aerei militari che non si useranno mai, o per ‘sostenere’ altre nazioni europee in difficoltà. Infatti, parte del nostro gettito, è finito dritto nelle casse di ‘San Patrizio’. Va bene Grecia o Portogallo, ma finanziare un Paese dove le multinazionali pagano una fiscalità prossima allo zero (parlo dell’Irlanda, of course), francamente, mi fa rodere parecchio le mie parti basse. E a voi sta bene? Suppongo di no; allora io dico… impariamo a pretendere concerti risultati dalla nostra pseudo politica: combattere evasori, ‘mazzette’ e crimine organizzato va benissimo, ma occorre fare guerra anche ai paradisi fiscali. Ma prima di attaccare questi luoghi, ‘l’attacco’, va fatto innanzitutto contro il ‘sistema Italia’ e contro chi cerca di lasciarlo immutato. E’ tempo di svegliarsi, gente!

Piemmerre Blog collection text: “Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco
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«‘Materasso’ 2.0 – sarà forse il caso di rispolverarlo?»

Ritornano i soldi nel materasso?
Ritornano i soldi nel materasso?

Un’antica formula in economia recita: risparmio= reddito meno consu­mi. Io, invece, la rielaborerei in: r = R(al netto di imposte e tasse) meno Consumi. Ecco, vista in tal guisa, appare molto più attuale. Ma il problema qui non è la contemporaneità della formula bensì un altro, ossia: quanto sono al sicuro, da ‘aggressioni’, i risparmi degli europei? (giacché il problema non è solo il nostro). Quanto è ‘aggredibile’ il risparmio accumulato? Ebbene, per un’idea precisa stavolta facciamo a meno di congetture sogget­tive: leggiamo direttamente le dichiarazioni di banche e banchieri.
MaterassoSecondo le parole di Jens Weidmann: “una ‘tassa sui capitali’ corrispon­derebbe al principio di ‘responsabilità nazionale’. Ossia: i contribuenti saranno re­sponsabili delle obbligazioni del proprio Paese, prima che venga richiesta la solidarietà inter­nazionale”. E voi? Siete d’accordo, oppure pensate sia il preludio di una mossa che metterà ‘un’ipoteca’ sui risparmi? Analizziamo un po’ la questione: nel mese di gennaio, la Bundesbank, propone un quadro molto dettagliato (e inquietante) sulla proposta di una patrimoniale da applicarsi nei paesi periferi­ci per ridurre il debito pubblico, dato il loro elevato livello di ricchezza privata. Nel report non mancano i suggerimenti su come far passare al meglio questa pericolosa misura, presentandola come una redistribuzione di ricchezza interna. Personalmente trovo questa idea paradossale, soprattutto se si considera che l’appello è rivolto ad un paese sovrano, l’Italia, che, nonostante la crisi, si è dissanguato per finanziare i salvataggi di altri paesi (banche comprese), ma non è tutto.

Imponibile patrimoniale mobiliare
Imponibile patrimoniale mobiliare

Tempo fa toccò al ‘Fondo Monetario Internazio­nale’ che, in un suo report, lanciò l’ipotesi di… «un prelievo straordinario del 10% sul patrimonio delle famiglie». Ma, per dovizia di particolari ripor­tiamo le esatte parole dell’FMI: «[…] Il netto deterioramento delle finanze pubbliche in molti Paesi, ha riacceso l’interesse verso unprelievo di capitale”, tassando una tantum, la ricchezza privata, come misura eccezionale per ripristinare la sostenibilità del debito».  Ovviamente, dopo qualche giorno, l’FMI, resosi conto dell’eresia espressa, aggiustò il tiro, ma il senso angosciante di quella indecente proposta resterà comunque scolpito sulla pietra. E poi c’è da consi­derare tutta la vicenda cipriota dello scorso aprile, con tutti gli strascichi e implicazioni che nel tempo potranno esserci. Secondo voi, finisce qui?
Nemmeno per sogno: la scorsa settimana, ‘Reuters’, pubblica la notizia che l’Unione Europea starebbe studiando i criteri e i veicoli giuridici idonei a “mobilitare” i risparmi di 500 milioni di cittadini europei per finanziare investimenti a lungo termine e rilanciare l’economia dal vuoto lasciato dal sistema bancario dopo la crisi. Naturalmente, di proclami del genere ce ne sono ancora a iosa, ma non starò qui a farne l’elenco completo, anche perché non ho alcuna voglia di regalare visibilità a tali vaccate.

(Giusto per capire di cosa parliamo, ecco anche l'infografica coi numeri, che mette in relazione l'Italia e le altre economie mondiali)
(Giusto per capire di cosa parliamo, ecco anche l’infografica
coi numeri, che mette in relazione l’Italia e le altre economie mondiali)

Ora, però, se pensate che il ‘nemico’ venga solo da lontano, sbagliate di grosso. Il nemico ce lo abbiamo anche in casa e ve lo dimostro: leggete un po’ le proposte (vabbé, si fa per dire) di Corrado Passera e di Ghizzoni (A.D. Unicredit). Il primo, ancor prima che diventasse ministro, dal retrobottega della banca di cui era numero uno, elaborò un piano di rilancio per l’Italia che, tra le altre cose, prevedeva un’imposta patrimoniale del 2% sulla ricchezza finanziaria e immobiliare degli italiani (escluse le prime case). Gettito stimato: 85 miliardi di €, da pagare in 3 anni. Peccato che nel frattempo (dal 2011), il debito, sia aumentato di oltre 200 miliardi di €uro. Per dirla più prosaicamente, una misura del genere, sarebbe equivalsa a buttare i soldi nel cesso. Ma l’altro, Ghizzoni, se possibile, è riuscito a dire di peggio: «[…] Guardando allasoluzione cipriota”, mi esprimo favorevolmente alla confisca dei risparmi per salvare le banche!» Be’, questo si commenta da solo.

Lo scorso dicembre, Nomisma ipotizzò l’introduzione di una imposta patri­moniale del 10% sulla ricchezza finanziaria del 10% delle famiglie più ricche che, secondo l’istituto, deterrebbero una ricchezza finanziaria di circa 1130 miliardi di €uro. Gettito stimato: 113 miliardi da corrispondere allo stato in quattro rate, dal 2014 al 2017. Altra utopia. Poi arriviamo a un vero e proprio esercito di personaggi che, a vario titolo, nelle forme e nei modi più fantasiosi, si dicono favorevoli all’introduzione di una simile imposta: Bersani, Fassina, Vendola, Renzi, Cuperlo, il ‘trio Camusso-Bonanni-Angeletti’ (be’ a loro tre glielo si può concedere vi pare?), D’Alema, Saccomanni, Bindi, Scaroni, e tanti altri ancora. Insomma, tra cialtroni, incompetenti, delinquenti, buffoni, falchi e qualche colomba… la vera domanda è: questa patrimoniale sui risparmi, si farà oppure no? Complicato rispondere ma, francamente, non mi sento affatto di escluderlo. Suppongo che gli elementi ci siano tutti, o quasi. Volendo fare una valutazione sulla sostenibilità delle finanze pubbliche, essa, oggi, è parecchio più fragile di quanto lo fosse nel 2011.
In conclusione, se qualcosa dovesse continuare ad andare per il verso sbagliato nel prossimo futuro (mancata crescita economica, fallimento di qualche banca medio grande ecc.ecc.), la possibilità che si giunga ad una soluzione di questo genere appare inevitabile, con tutto ciò che ne conseguirebbe. Ma a quel punto, sarebbe una soluzione etica? E in tal caso, che genere di reazione ci sarà da aspettarsi della gente? Molto vigliaccamente, vi dico che non ho il coraggio di cercare le risposte. Buio!

PSC Blog. collection texts: “Materasso 2.0-sarà forse il caso di rispolverarlo”
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«Te la do io la “crisi”: la finanza sporca nelle fredde parole di Gekko»

(Grazie infinite ai potenti mezzi della rete ed a quei Bloggers che con grande abnegazione,
scelgono di condividere le loro illuminanti idee)

Il denro non dorme mai
Il denro non dorme mai

Parte prima: introduzione:

Faccio una debita premessa, prima di affrontare l’origine della crisi. Tutto ebbe iniziò così, attraverso il “sermone” di un’icona hollywoodiana che rispondeva al nome di Gordon Gekko: «L’avidità, non trovo una parola migliore, è valida! L’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità, in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. E l’avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la vostra compagnia, ma anche l’altra disfunzionante società che ha nome America
Un monologo passato alla storia, recitato nel bel mezzo di un’assemblea degli azionisti in cui, un giovane ed implacabile miliardario, sferzava un comatoso CDA umiliandolo, facendo presente che – tutti assieme, quei vice presidenti – possedevano meno del 3% del capitale della compagnia. Avidità, dunque… lo speciale ingrediente da mescolare al propellente che avrebbe alimentato quell’eccezionale meccanismo conosciuto come economia americana. 
Nelle parole del sempre lucido e spietato miliardario, nato da un’intuizione di Oliver Stone nel 1985, la condizione essenziale per un’economia che prometteva prosperità e benessere diffuso. Ma che rivelava, per contrappasso, anche le basi di un’incontrollata deregulation del sistema bancario e finanziario, benché – quelle stesse basi – fossero ben dissimulate da un ciclo di crescita generale e mercati finanziari in continua espansione. Le stesse basi, che ci hanno condotto sino al tragico epilogo della crisi attuale. 
Terminata questa breve premessa, arriviamo al nocciolo della questione: vi siete mai chiesti come sia stato possibile arrivare a tanto? Come è stato possibile arrivare a mettere in discussione le più elementari certezze ed i fondamenti stessi dell’economia, nonché taluni diritti naturali acquisiti?
Ok, se non lo avete mai fatto non sentitevi colpevoli, ci proverò io fornendo una serie di tracce concrete; proverò a coinvolgervi nella riflessione, anche perché non è più possibile ignorare la situazione. Tenterò di ripercorrere, cronologicamente, tutte le tappe che hanno dato vita all’attuale dramma socio-economico, vera piaga di inizio terzo millennio. Una successione di azioni e reazioni che hanno avuto, come unico risultato, la creazione di un imprevedibile abominio: “la generazione dei tre niente”. Ossia: niente lavoro, niente reddito, niente risorse e forse… nessun futuro!
Questo mio sforzo, però, sarà condiviso dall’autorevole voce di uno specialista in cinismo ed avidità nei profitti: Gordon Gekko. Egli, grazie al suo freddo e pragmatico approccio, nonché alla sua lucida analisi, ci aiuterà a comprendere, anche con un linguaggio abbastanza semplice, il perché e la gravità di tutte le scelte che hanno dato vita alla più tragica crisi dalla “grande depressione.” Il bisogno scoprire le ragioni più nascoste, unitamente alla volontà di condividere le mie più tetre inquietudini, mi hanno spinto ad immaginare questo improbabile colloquio virtuale con un moderno mito di celluloide. Dunque, raccogliamo con piacere la versione di Gekko. Lasciamoci rapire dal fascino delle sue parole che, c’è da scommetterci, saranno anche al vetriolo!

Parte seconda: l’intervista:

«Signor Gekko, grazie per il suo intervento. Ci vuole regalare una delle sue celebri citazioni per introdurre l’argomento?»
«Sono io che vi ringrazio per questa originale intervista, perchè mi date l’opportunità di prendermi una rivincita su chi, in passato, non ha esitato a mettermi “alla sbarra”. Lei mi consente di denunciare tutte le nefandezze perpetuate negli anni da banche, assicurazioni e affini. E sì, in effetti ho una frase proprio adatta all’uopo: “Il più ricco 1% del paese possiede metà della ricchezza del paese: 5 trilioni di dollari. Un terzo di questi viene dal duro lavoro, 2/3 dai beni ereditati: interessi sugli interessi accumulati da vedove, figli idioti, e dal mio lavoro: la speculazione mobiliare-immobiliare”. E questa, era la situazione dell’America nel 1986!»
«Con questo, lei vuol farci capire che niente o poco è cambiato?»
«Esatto amico, è tutta una stronzata! Lì fuori c’è quasi l’80% degli americani che è nullatenente o quasi. Tutti quei trilioni di dollari in mano a pochi ricchi, sono come parassiti e non generano valore per nessuno, tranne che per noialtri ricchi. Già, perché fra costoro… ci sono anch’io. Come dire: io non creo nulla, perchè non produco. Io, semplicemente, posseggo!»
«Chiarissimo! Ma tutto questo come impatta con la crisi che stiamo vivendo ora? Quali le implicazioni nella quotidianità?»
«C’entra eccome! E’ sempre tutto in funzione dell’avidità. Ora, però, non voglio ripetere quel monologo, anche perché sono sicuro che lo farai tu stesso. Tuttavia, è innegabile come l’avidità – ancora oggi – condizioni scelte e mercati.»
«Potrebbe essere più chiaro, signor Gekko?»
«Certo! E mi fa piacere che usi Signore e non Mr; è molto più gradevole all’orecchio. Dunque, dicevo dell’avidità oggi. Ebbene… qui ci vuole un’altra mia eloquente citazione: signori e signore che leggerete queste pagine, dovete sapere che il 40% di tutti i profitti societari americani, un po’ prima della crisi, era costituito da proventi finanziari, non dalla produzione o da qualcosa che avesse a che fare con le necessità delle persone. La verità è che ci siamo tutti dentro: banche, consumatori. Tutti muoviamo la giostra dei soldi. Prendiamo un dollaro, lo pompiamo di steroidi e lo chiamiamo “leva finanziaria”. Io, che invece sono più diretto ed ho imparato ad essere molto più sincero, preferisco definirlo Finanza dopata!»
«Quindi lei sostiene che, la leva finanziaria, come espressione più moderna dell’avidità, sia alla base del disastro mondiale?»
«Proprio così! Una sgradevole alchimia, ma è solo un punto di partenza. Dobbiamo considerare le responsabilità indirette, anche dal punto di vista del consumatore/contribuente.»
«Cioè, lei dice che anche le persone sono colpevoli?»
«Certo, che sì! Ci sono responsabilità estese; anche le famiglie, i liberi professionisti, la politica: tutti hanno recitato una parte in questo mega imbroglio, più o meno indirettamente. Mi spiego meglio: è l’avidità che spinge i genitori, gli avvocati, le famiglie con due buoni redditi, a chiedere un mutuo di 250.000 dollari sulla casa che ne vale 200.000 e, con quei 50.000 extra, correre al centro commerciale a comprare la tv al plasma, l’ultimo cellulare o il computer. E, già che ci sono, anche un suv. E perchè no: anche la seconda casa? In effetti, conviene. Insomma, lo sappiamo tutti che il prezzo delle case, in America, sale sempre. Giusto? Ed è l’avidità che ha spinto la FED a ridurre il tasso di interesse all’1% dopo l’11 settembre, perchè tornassimo tutti a fare shopping. Ora è chiaro il ruolo che tutti noi abbiamo avuto, mio caro? A proposito, ti secca se ti chiamo così?»
«Niente affatto, ma preferirei essere chiamato col mio nome; comunque il suo concetto è chiarissimo. Però mi chiedo: con tutti questi bravi economisti sparsi in giro per il mondo, possibile che nessuno abbia presagito alcunché? Nessuno che avesse percepito oppure cercato un segnale di preallarme?»
«Caro Carmine – un po’ complicato il tuo nome da pronunciare – come già dissi più di cinque lustri fa, in occasione della mia prima apparizione sul grande schermo, in tutta franchezza… i più di questi laureati ad Harvard non vale un cazzo! Oggi serve gente povera, sveglia ed affamata. Senza sentimenti. Una volta vinci e una volta perdi; ma continui a combattere. E se vuoi un amico, prendi un cane!»
«Be’, ricordo questo suo adagio. E sì: riconosco che il mio nome risulta poco pratico per voi anglosassoni. Adesso, tornando alla crisi attuale, potrebbe riassumerne le varie fasi in modo che a tutti risulti chiaro? Potrebbe rispondere a quest’ultima domanda?»
«Con vero piacere, Carmine. Dunque, dal mio punto di vista le cose stanno più o meno così… te le sintetizzo. In parole povere, quella che in origine si considerava una crisi puramente finanziaria, in realtà, si è rivelata essere una crisi sistemica, con radici ben più profonde. Le sue motivazioni, fra le altre cose, sono più strutturalmente connesse alla difficoltà progressivamente aumentata, nell’ultimo trentennio per le economie sviluppate, di equilibrare le crescenti capacità produttive con una domanda effettiva adeguata (cioè corredata di mezzi di pagamento).
Tutto ciò non ha fatto altro che mettere in evidenza luci ed ombre dell’economia reale (la varietà delle attività economica direttamente collegata alla produzione e alla distribuzione di beni e servizi) e dell’economia finanziaria (i soggetti e prodotti della finanza), nonchè delle correlazioni fra queste variabili. Infatti, l’economia finanziaria (il cui ruolo si è andato rafforzando a partire dagli anni ’80), pur non producendo nulla di tangibile, sembra essere diventata essenziale per il reperimento dei capitali destinati al funzionamento di un’attività economica reale. In buona sostanza, il settore finanziario, dovrebbe essere funzionale all’economia, non viceversa. Alla fine, abbiamo confuso i fini con i mezzi. E la suddetta confusione, ha portato ad un uso sempre meno appropriato della finanza. E così, la crisi, si accende e si propaga attraverso sentieri che sono al di fuori degli organi di controllo e vigilanza. Si assiste ad un eccessivo ricorso all’indebitamento, un’evidente sottocapitalizzazione di alcune istituzioni finanziarie, una crescita spropositata del valore di mercato dei cespiti patrimoniali, con conseguente erogazione dei mutui sulla casa (in particolare di mutui sub-prime concessi senza una verifica attenta delle garanzie dell’acquirente e garantito da enti esterni), nonchè ad errori nella conduzione della politica monetaria e finanziaria americana.
Poi, le banche americane, sull’onda del trend crescente dei prezzi delle case, iniziano ad erogare con molta leggerezza i mutui, sovrastimando il valore delle stesse. Erano convinte che, così facendo, in breve tempo sarebbero riuscite a rientrare dei prestiti concessi. Le persone, indotte anche dalla politica monetaria della Fed (che aveva appunto ridotto i tassi d’interesse), approfittano della situazione chiedendo mutui forti e, più in generale, accedono con troppa disinvoltura al debito.
Tuttavia, a seguito della decisione della Fed di aumentare i tassi per far fronte alle previsioni di crescita dell’inflazione, le famiglie americane che avevano sottoscritto un mutuo subprime, non sono più in grado di pagare le rispettive rate (con l’aumento dei tassi d’interesse, il costo del denaro sale e i mutui a tasso variabile schizzano verso l’alto). Ed a causa di ciò, gli istituti di credito furono costretti a confiscare le case e a metterle all’asta, al fine di ripagare, senza successo, il debito. Ed ecco, allora, che – all’esplosione dello scandalo sub-prime – spuntano fuori anche delle siglette inquietanti: CNO, CDO, SIV, ABS. Acronimi che hanno solo un comune denominatore: ADM armi di distruzione di massa. E non è una provocazione definire i prodotti della moderna ingegneria finanziaria, “armi di distruzione di massa”.»
«Certo, perché allo svilimento di quegli strumenti speculativi ne è derivato l’indebolimento patrimoniale delle persone. Ad esempio: perdita della casa.»
«Giusto, e qualche volta perdi anche la moglie. Ma questa è un’altra storia, procediamo con ordine. La scintilla, da cui poi si è innescata una reazione a catena tale da scatenare la madre di tutte le crisi, è stata la mancanza di controllo dei derivati (che si celano dietro alle suddette siglette) che, senza le opportune limitazioni, si sono diffusi nel mondo. In maniera virale ed irreversibile, ma sarò più chiaro su questo aspetto tecnico. Per cercare di rendere più compresibile quanto accaduto è necessario aprire una breve parentesi. In sostanza, nel loro ruolo di intermediari, le banche, sono solite farsi “prestare” i soldi dai depositanti, per poi prestarli, a loro volta, a chi si rivolge ad esse per un finanziamento (lucrando, tra le altre cose, sulla differenza fra gli interessi pagati ai depositanti e quelli pagati dai prenditori di fondi). Poi, per effetto del cosiddetto moltiplicatore del credito, anche i soldi che le banche danno in prestito, ritornano in tutto o in parte nei depositi delle stesse. Tuttavia, gli istituti di credito, non soddisfatti di ciò, per moltiplicare ancora di più le loro possibilità di erogare prestiti (visto che nel caso dei mutui sulle case, si tratta di prestiti di lunghissima durata, che tengono bloccate le risorse delle banche anche per decenni) si sono inventati nuovi strumenti finanziari. Nello specifico, i più produttivi nella creazione di questi strumenti della “economia di carta”, sono gli USA e la City londinese. Così, nel perseguimento di tale obiettivo, in assenza di un’adeguata vigilanza, i mutui vengono cartolarizzati (cioè trasformati da debito o attività illiquida, in uno strumento vendibile sul mercato) dalle banche in obbligazioni con diversi gradi di rischio. Poi, quei titoli atipici, vengono incorporati in altri ‘pacchetti’ finanziari (le cosiddette salsicce finanziarie), a loro volta convertiti: in obbligazioni strutturate denominate CDO (Collaterized Debt Obligations), che rappresentano una particolare tipologia di ABS (Asset Backed Securities, titoli garantiti da altri titoli); oppure in “obbligazioni garantite da attività”, vendute poi a fondi o a privati, con l’obiettivo di rientrare subito del capitale prestato.
In pratica, i mutui sono stati impacchettati con diversi altri debiti. Questi “pacchetti” di debito tossico, sono poi stati spezzettati in blocchi di diverso rischio (generando una stratificazione multi-livello dei rischi) e nuovamente impacchettati in altri prodotti finanziari (tutto questo ha il retrogusto amaro di un bel pacco, doppio pacco e contropaccotto) e poi rivenduti sui mercati finanziari, causando il contagio all’intera finanza mondiale.
Nell’ambito di questo sistema bancario ombra, “parallelo” a quello più tradizionale, vengono create le SIV (Special Investment Veihicles, nate nel 1988 ad opera di due banchieri usciti da citigroup), delle società veicolo che, essenzialmente, servono alle banche per portare fuori dal bilancio, i CDO e strumenti affini, riducendo così il fabbisogno di mezzi propri (patrimonio netto), imposto dalle regolamentazioni vigenti. Le SIV, autentiche regine di una finanza ombra, in sintesi, raccolgono dalle banche gli investimenti illiquidi e li portano fuori emettendo a loro volta altre obbligazioni (in pratica un altro pacco).
Ora, mentre nel sistema bancario tradizionale, la provvista a breve termine, si realizza attraverso strumenti come: commercial paper o cambiali brevi, su cui viene corrisposto un interesse un po’ più alto rispetto a quello interbancario, per poi rinnovare tutto a scadenza, nel “sistema ombra”, le SIV, operano con una leva di 12-15 volte superiore ai mezzi propri, lucrando sulla differenza tra il tasso d’interesse a breve che paga sulle sue commercial paper, ed il tasso d’interesse a lungo termine percepito sui prestiti che la banca ha girato. Ma, come se non bastasse, in questa “zona d’ombra” della finanza, ormai fenomeno di portata mondiale per effetto del processo della globalizzazione, oltre alle società veicolo, troviamo anche i fondi comuni d’investimento di tipo speculativo, in gergo tecnico “hedge funds” (la cui caratteristica è quella di usare sregolatamente l’effetto leva: piccola quantità di capitale proprio e grande ricorso all’indebitamento bancario), ed una serie di altri prodotti artificiosi dell’ingegneria finanziaria.
Quindi, per farci credere che ci si trova di fronte ad un buon affare e per renderli credibili o veicolabili (accattivanti al punto tale da farli ritenere un buon investimento da inserire nel proprio portafoglio), i derivati vengono accompagnati da polizze d’assicurazione contro i rischi d’insolvenza: le cosiddette CDS (credit default swaps, valutati in base al rischio, dalle agenzie di rating, pagate, a loro volta, dalle stesse banche con criteri spesso discutibili), forniti da compagnie d’assicurazione o dalle stesse banche. Così, le banche e gli altri attori finanziari, mediante i CDS, si sono passati di mano i rischi legati alla possibilità che cittadini amercani non potessero ripagare la propria rata del mutuo. E poichè, come ben sintetizza un vecchio detto del XIX secolo: “Quando gli Stati Uniti starnutiscono il mondo prende il raffreddore”, il virus della crisi si è propagato arrivando anche nel vecchio continente e fino a noi, anche se modificato rispetto al ceppo originario. A causa di ciò, nostro malgrado, siamo stati mediaticamente bombardati con nuove espressioni, ulteriori siglette che evidenziano altrettanti nuovi rischi per i nostri paesi: debito Sovrano, default, spread Btp-Bond, agenzie di rating ed altro. Abbiamo cominciato a seguire con apprensione l’andamento della borsa, soprattutto quello del famigerato spread, senza che, all’inizio, qualcuno si premurasse di farci capire meglio quanto stava accadendo (quasi fossimo dei mocciosetti troppo impressionabili per apprendere verità tremende!) Ma alla fine, NOI, abbiamo capito; abbiamo capito che questo apre uno scenario drammatico: quello del fallimento di una nazione, il cosiddetto default.
Poi abbiamo capito anche che, il rischio d’insolvenza, è strettamente collegato allo spread, ossia al differenziale tra i titoli pubblici di uno Stato e i Bund tedeschi (metro di paragone, dato che la Germania è l’economia più stabile dell’Eurozona).
Inoltre, pur non essendo degli economisti, la gente ha capito che c’è qualcosa che non torna nel meccanismo che collega il giudizio (rating) sulla solvibilità di uno Stato (e che ci riporta allo spread) e chi elabora tale giudizio, cioè i signori controllori delle agenzie di rating. E così, in breve tempo, i titoli di Stato assumono i connotati di titoli tossici, innescando un meccanismo simile a quelli a cui si era assistito con i subprime. Infatti, a causa del volume dei titoli di Stato posseduti dalle banche, queste sono esposte, a loro volta, al rischio di fallimento. Quindi, nel caso specifico dell’Italia – data la forte incidenza dei titoli di Stato nei bilanci delle banche – il default del primo si estenderebbe alle seconde e sarebbero colpiti anche i singoli correntisti, azzerando anche questa componente dei risparmio finanziario.
«Nel senso che sono congelati i soldi sui c/c? Un po’ come a Cipro?»
«Esatto, proprio così. Ma in alcuni casi si può anche rischiare di perdere tutto, se la giacenza supera i 100.000€. E proprio la triste vicenda di Cipro ci ha dimostrato che anche l’ultimo tabù è stato violato»
«Ossia? Quale sarebbe quest’ultima vessazione a cui lei si riferisce? E, soprattutto: quali nuovi scenari anche per €urolandia?»
«Mi riferisco al fatto che, il principio supremo in base al quale: il risparmio è un patrimonio inviolabile, che va tutelato e non coinvolto in attività speculative, è stato ignorato. Le recenti tragiche misure, adottate sia a Cipro che in Olanda, a proposito delle obbligazioni Jr. annullate per salvare quegli istituti di credito, ci fanno capire che in futuro, in caso di fallimenti di banche e/o assicurazioni, sarà utilizzato anche lo stock di risparmio in asset per compensare le perdite patrimoniali. Cioè: la responsabilità ricadrà anche sui risparmiatori i quali, però, non beneficieranno di nessun premio in caso di utile. E, a proposito di €uro e crisi delle economie nei paesi periferici… il bersaglio più facile saranno sempre le persone più ricche, coloro che lavorano ed i risparmiatori, che si sono comportati bene nel corso della loro vita. Nel momento in cui gli stati del welfare inizieranno a crollare, a causa delle loro promesse irresponsabili, del loro sistema di valori fatiscente e di demografie insostenibili, sarà semplice convincere più del 50% dei votanti che confiscare e rubare soldi di altri sia la soluzione migliore. Il Boston Consulting Group ha calcolato che sarebbe necessario il 28% di tutta la ricchezza privata per coprire solo il debito esistente – e non le obbligazioni future – e i soldi possono arrivare da un solo posto… le vostre tasche. State attenti!
Sono stati commessi molti errori nel tempo, ma i semi sono stati piantati molti anni fa. Sotto forma di pressione per coloro che hanno il “diritto” di possedere le loro proprietà, anche se non soddisfano i criteri tradizionali di mutuo – quindi subprime. Sotto forma di enormi “diritti” non solo per i poveri, ma anche per le classi medie – gonfiando quindi il deficit e aumentando i debiti. Sotto forma di un Euro, un grande progetto politico senza alcun fondamento – e quindi crisi e crisi, con un effetto domino anche a lunga distanza»
«Che mi venga un colpo, ma questa nuova governance è già operativa?»
«No, non ancora, ma qualcosa mi dice che sarà la nuova moda. Tempi duri aspettano i risparmiatori di €urolandia.»
«Be’, sono sicuro che i bravi consulenti ed intermediari – quelli senza conflitto d’interesse – sapranno come bypassare questa nuova minaccia di incostituzionalità. Piuttosto, come concluderebbe la sintesi sulla crisi?»
«Già, infatti: stavo accennando al propagarsi del “virus” default bancario. Dunque, il contagio del default pubblico alle banche, priverebbe il sistema produttivo non solo del risparmio nazionale, ma anche del suo sistema bancario, togliendogli uno strumento indispensabile con l’effetto di estendere la crisi all’economia reale (occupazione, consumi, prestazioni sociali, ecc). Soltando correggendo gli errori del passato, cambiando rotta ed individuando i veri obiettivi da perseguire, si potrà evitare il verificarsi di un così inquietante scenario. E’ chiaro come il sole che la madre di ogni male, oggi, è la speculazione. Il debito è l’altro nemico. E’ ora di riconoscere che è un biglietto sicuro per la bancarotta. E’ sistemico, maligno ed è globale come un cancro in metastasi. E’ una malattia e dobbiamo combatterla!»
«Una perfetta conclusione con frase ad effetto, tipica del suo stile. Grazie infinite del suo tempo e della sua esperienza, signor Gekko. Ci ha fornito un quadro generale sulla crisi davvero molto chiaro. Le saremo molto grati.»
«Naturalmente è stato un onore per me. Da quando non sono più lo stesso spietato miliardario di una volta, mi piace rendere giustizia contribuendo a svelare i trucchi dei furbetti della finanza. Ed in questo ho avuto un eloquente predecessore: il grande Soros. Arrivederci a tutti»

E qui, si conclude questo curioso esperimento comunicativo. Con la speranza che intercetti il più esteso consenso, attenderò con curiosità i vostri feedback. Grazie e buona lettura.

PSC Blog. A collection of texts: “Te la do io la crisi-la finanza sporca nelle fredde parole di Gekko
by Carmine Covino PS Consulting Consulenze in Rete.
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