«‘TeRenz-ill’, l’Italia e la crisi italiana… (sistemica)»

Tanto per esser chiari, tanto per mettere i puntini sulle i: un conto è la grave crisi internazionale, che il crollo di Lehman Brothers – simbolo ma non causa – incarna. Altro conto è la crisi in Europa e, ancor di più, quella ‘tricolore’.

TeRenz-ill - lo chiamavano Nullità!
TeRenz-ill – lo chiamavano Nullità!

A casa nostra, i numeri dal 2008, ci mostrano un quadro tetro, e parlare di crisi è pura accademia o eufemismo. Il fatto è questo, seguitemi: meno centoventidue mld €uro (dico -122 mld €). Oltre 7/8 manovre finanziarie; risultato classificabile come misura per la perdita del potere d’acquisto.  Nel dettaglio: oltre 75 mld € di minori consumi realizzati negli ultimi sette anni; 47 mld €, l’erosione sul risparmio degli italiani – nelle fasce di reddito medio – operata nel periodo in esame, a fronte di un costo della vita più alto e di un rapporto imposte-tasse locali/servizi sempre meno generoso per l’onesto contribuente. Uno scenario che non cesserà affatto di cambiare, ahimé.
Di fronte ad un panorama dalle tante ‘sfumature di grigio’, pesano parecchio le ignobili menzogne espresse dal capo dell’esecutivo, circa un fantomatico ‘funerale delle tasse’ (cit. premier Renzie); in primis sulla prima casa.
Il tempo per i cazzeggi è finito da un pezzo, ma chi dovrebbe operare nell’interesse della Nazione prosegue la sterile rincorsa per preservare lo status quo, simulando bieche riforme che, altro non sono, se non oblique manovre per sottrarre benefici e legittimi privilegi a quelle classi notoriamente più aggredibili, e dal reddito sistematicamente vessabile. Un modo come un altro per avere uno strumento di pressione (elettorale, per lo più) da barattare con i più elementari diritti naturali e/o servizi/prestazioni varie. Il miglior risultato ottenibile, come conseguenza di questa ignavia, è che l’intera Nazione, da quasi un decennio, è in ‘svendita’, con buona pace dei contribuenti italioti, ma anche dei lavoratori e di parte del nostro know-how. Nel frattempo però, dal Mondo intero, giunge una minaccia ben più grave: la resa dei conti con quei popoli che, storicamente, hanno subito la sferza e il piglio speculativo delle economie ‘avanzate’: ma poi avanzate rispetto a cosa? E di fronte alla prospettiva di ciò che il futuro breve ci riserverà, risuona con tutta la sua potenza la frase che ‘Gandalf il Grigio’ pronunciò ai suoi compagni di ventura, mentre sprofondava nell’abisso delle caverne di Moria: “Fuggite, sciocchi!Scappate da €urolandia, il più veloce ed il più lontano possibile. Chi può deve farlo, nell’interesse dei figli se non altro: una parte del resto del Mondo, benché non priva affatto di problemi, offre se non altro un bene prezioso ed ancora percepibile: la speranza!

«La calda esate italiana: 2015 come il ’92?»

No, non è il titolo di un film ‘bollente’ stile anni ’70, magari. E’ più lo spettro di uno sgradevole incubo. Il ricordo di quella calda, lunga notte mai dimenticata. La notte in cui il, governo Amato, prelevò (tra l’altro) il 6 per1.000 da tutti i depositi e titoli diversi da quelli emessi dallo Stato. Tutti!

Giuliano Amato, la notte del prelievo
Giuliano Amato, la notte del prelievo

Per chi difetti di memoria, all’epoca, accadde che… durante il suo primo mandato da presidente del Con(s)iglio (in effetti un po’ ci somiglia), Giuliano Amato (da chi?), a fronte dell’insolita situazione finanziaria di allora, col suo Governo approvò, l’11 luglio ’92 appunto, una manovra di complessivi 100.000, ed oltre, miliardi di vecchie £it. Peraltro, deliberato con effetto retroattivo: dal 9 luglio ’92.  Fu così che, il peggiore incubo degli italiani, si realizzò: nottetempo, senza nessun preavviso, ci fu un prelievo forzoso del 6 per1.000 da conti correnti e depositi bancari, postali, buoni fruttiferi e certificati di deposito, con cedola e zero coupon, per (testuali parole): “un interesse di straordinario rilievo”, in relazione ad “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica” (era già un momento di crisi, però non c’era Berlusconi). Un vero ed effettivo “esproprio” sui risparmi che, vale la pena ricordare, giunse con la sinistra al governo. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, il governo di allora, attuò un prelievo improvviso, autorizzazione giunta tramite un decreto legge di emergenza, emanato addirittura il giorno dopo: l’11 luglio. Quando lo Stato vuole, sa essere eccezionalmente rapido e preciso, siete d’accordo?
Tuttavia, tre mesi dopo quella manovra di luglio, Giuliano Amato si dimise lasciando lo scranno a Carlo Azeglio Ciampi. In totale, questa “manovra di emergenza”, più la finanziaria del ’92 già varata, furono un salasso che però non servì a nulla. Ma di questo ne parlerò più avanti.
Certo, va ricordato anche che ci furono settimane difficili anche sui mercati finanziari: la £ira era fortemente sotto pressione, aggredita dalla speculazione anche di uno spregiudicato Soros; i mercati si accanivano contro la povera Italia e bisognava fare qualcosa. Qualunque cosa!.. Ma quel qualcosa si è poi tradotto in un provvedimento intriso di misure tra le più disparate: tanto inutili quanto inique, come sempre del resto. Mai utili riforme organiche, ma le solite “pezze a colori”: aumento dell’età pensionabile, patrimoniale sulle imprese, (dicasi “minimum tax”), ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, imposta straordinaria sugli immobili pari (ISI) al 3 per1.000 della rendita catastale ecc. Ad oggi siamo punto e da capo, forse. Il solo ‘prelievo’ dai conti correnti – in assoluto la più impopolare tra le manovre contenute nel decreto – portò alle casse dello Stato ben 11.500 miliardi di £ire.
E l’imposta “straordinaria” sugli immobili, si è rivelata tutt’altro che straordinaria e/o occasionale, diventando poi quell’Ici abolita solo nel 2008 dal governo Berlusconi, ben 16 anni dopo: ecco come è nata la tassa più odiata, e considerata iniqua dagli italiani. Poi, come se non bastasse, oltre ai danni di un’onerosa e punitiva manovra ‘correttiva’, in un’economia italiana già sull’orlo della recessione, giunse anche la beffa della £ira costretta ad uscire dal Sistema Monetario Europeo. A settembre di quello stesso anno, la £ira, non solo uscì dallo SME, ma svalutò anche del 25% rispetto alle altre valute del ‘serpentone’. Un atto di smisurata cortesia verso una divisa in particolare: quel marco tedesco della scassata Germania che, con grandi difficoltà, si stava riunificando dopo la caduta del muro, accelerando anche il crollo dell’URSS e, di fatto, dando vita a quel fenomeno economico che prenderà il nome di globalizzazione. C’è da dire che, la risposta al favore fatto alla Germania, fu l’ingresso ‘di Diritto’ nell’€uro, in qualità di paese fondatore della moneta unica. Wow! In effetti, visto col senno di poi, si trattò di una vera trappola ben orchestrata. Fu il primo atto di un progetto di lungo periodo, volto a tenere sotto controllo la trasformazione e l’espansione di quelle economie periferiche, notoriamente più fragili, per poi renderle appetibili e scalabili.
Ok, questa è una mia considerazione lo ammetto, ma non si può certo negare che, fino ad oggi, le cose stiano proprio così. Pensate a quanto “made in Italy” è passato di mano negli ultimi 15/16 anni. In mani non italiane, ovviamente. Un progetto molto ben dissimulato dal seducente richiamo del vantaggio di una moneta unica, di tassi bassi, di prosperità, di un miglior rapporto lavoro/qualità di vita (Romano Prodi docet). E invece? Qual è il bilancio ad oggi? Chi comanda e decide su chi? La sovranità nazionale? E il diritto di stampare carta moneta?
Beh, forse sto uscendo un po’ fuori traccia, forse. Ma non credo di esagerare si dico che, probabilmente, il 1992 fu il nostro “punto zero”: il momento in cui tutto poteva essere rimesso a posto, per bene. Proprio dopo il triste epilogo della “prima repubblica” e degli scandali emersi da “Tangentopoli”.

La "manovra" dopo il "prelievo"
La “manovra” dopo il “prelievo”

Insomma: al termine di manovre, contromanovre, correzioni, svalutazioni, ‘sottrazioni’… è rimasto solo un grosso sperpero di risorse, del tutto inutile. Infatti, a distanza di 23 anni, non solo in più occasioni si paventa di nuovo la possibilità di un ‘revival’ di quella manovra, ma l’intera struttura economica nazionale, da allora, non ha fatto che deteriorarsi. Basti solo vedere il debito pubblico di allora rispetto a quello di oggi. Per non parlare di altri indicatori fondamentali: tutti sensibilmente peggiorati rispetto a 23 anni fa. Uno su tutti? Beh, provate a misurare un po’ il rapporto tra contribuenti/pensionati di allora con quello di oggi. L’incremento della spesa pubblica? Il welfare sempre meno disponibile? Pressione fiscale su impresa e famiglia? E sul risparmio?
Concludendo, non mancano i temi da sviluppare intorno al confronto con l’Italia pre €uro con quella attuale; mi viene spontaneo fare una sinistra riflessione: ma se 23 anni fa, con quel debito, fu assolutamente necessario ‘prelevare’ in modo coatto quel 6 per1.000… oggi, con tutti i casini dell€uro, della Grecia, dei debiti sovrani e compagna bella, pensate possa bastare un modesto 6%?
Oppure si può ritenere, a ragione, di essere immuni da questo rischio? Dite che il “sistema €uro” reggerà? Che l’Italia ne uscirà col minimo danno? Chissà… io però sento che, l’ombra lunga di Russia e Cina, avanza oscurando l’intero orizzonte. Che dite: starò esagerando?

Parafrasando Keynes: «La ‘teatralità’ della moneta: alziamo il sipario!»

Qual è il valore della moneta
Qual è il valore della moneta

Money is the measure of value, but to regard it as having value itself is a relic of the view that the value of money is regulated by the value of the substance of which it is made, and is like confusing a theatre ticket with the performance” (Keynes – ‘The Royal Economic Journal’, vol. XXIV, 1914) – «La moneta non ha valore in sé (come biglietto), ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale!» tradotto nella nostra lingua.

Il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto di beni e servizi, realizzabile in relazione ai prezzi di mercato. Detto questo, va anche aggiunto che: a parità di quantità/valore della moneta, nello stesso momento, può aumentare, ad es. il prezzo dell’olio (perché il raccolto è stato funestato da una malattia delle piante), ma diminuire quello dei lettori Cd (perché l’ascolto della musica è effettuato con altri strumenti). Per converso, un aumento/diminuzione del “valore” della moneta, muta il prezzo di qualsiasi bene. Quindi, parlando di valore della moneta, prezzi e consumi, non si può non arrivare al PIL. In tal senso, mentre il ‘PIL reale’ esprime l’interazione tra privati, sistema finanziario e Stato, la stabilità della moneta dipende dalla fiducia riposta dagli operatori nell’autorità che ne controlla quantità ed espansione. Ne deriva che: scambi commerciali, domanda, offerta e PIL, diventano dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” a quel biglietto per lo spettacolo teatrale. Ed ecco che, appunto, si torna al punto di partenza: arriviamo alla quadratura del cerchio.

Cosa può fare la moneta?
Cosa può fare la moneta?

Anche il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi (come si vedrà in seguito, inoltre, il rimborso di un prestito distrugge la moneta a suo tempo appositamente creata).
Uno dei temi più controversi – e che, seppure indirettamente, condiziona tanta parte del dibattito politico – è il ruolo, nell’economia, della moneta e del relativo ruolo delle banche, della banca centrale e dello Stato. Come aveva brillantemente rappresentato Keynes, nel sopracitato articolo, il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto (di beni e servizi) espressa in funzione ai prezzi esistenti sul mercato. Un aumento/diminuzione del “valore” della moneta (come determinato dalla sua quantità in rapporto ai beni stessi) muta il prezzo di qualsiasi bene (il saldo algebrico, aumento/diminuzione, del suo prezzo è poi determinato dal livello di variazione di domanda/offerta di quel bene. A parità di sua domanda/offerta, una diminuzione del valore della moneta, fa aumentare il prezzo del bene). Nel complesso, quindi, (e ferme le dinamiche di cui sopra con riferimento ai singoli beni), rilevano la quantità (offerta) di beni/servizi prodotti (e il suo tasso di crescita) e la quantità/offerta di moneta (e il suo tasso di crescita rispetto al tasso di crescita dei beni). Non è decisivo che una moneta sia imposta per legge: quando gli operatori si accorgono che la sua capacità di acquisto diminuisce marcatamente, tanto da far pensare che la sua espansione sia incontrollata, tenderanno a sostituirla con altre monete più stabili. Ricordiamo che, l’autorità preposta al controllo della stabilità della moneta, è, in tutte le economie avanzate, un organo indipendente – proprio affinché non corra il rischio di essere costretto, per “legge”, ad alterare la stabilità della moneta – ma nominato dall’amministrazione statale, cui deve periodicamente rispondere, relativamente all’operato e al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’amministrazione stessa (nel caso dell’euro zona è, ovviamente, la BCE). Quindi, il controllo della stabilità della moneta e del sistema finanziario è affidato ad un organo pubblico, la creazione della moneta e la determinazione del PIL reale dipendono e sono originati dalla complessa interazione (tra privati, sistema finanziario e Stato) di cui si è detto. Ne consegue che: la parte pubblica sovraintende e garantisce il sistema dei pagamenti (e, si ripete, vigila su stabilità della moneta e solvibilità del sistema bancario) e la parte privata gestisce il sistema dei pagamenti e origina tanta moneta quanta è necessaria per effettuare le transazioni e rappresentare contabilmente l’incontro tra domanda e offerta di credito.

Gerarchia economica globale delle banche
Gerarchia economica globale delle banche

E, a proposito di credito, occorre dire che: volume di scambi, di domanda e offerta di credito e PIL diventano, a questo punto, dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” sempre a quel biglietto dello spettacolo teatrale. Per meglio illustrare l’interazione tra privati, banche e Stato, con riferimento a PIL e moneta, occorre operare una finzione rappresentativa: la suddivisione della moneta in moneta/lavoro (o moneta/reddito definitivo) e moneta/credito (o moneta/anticipo reddito futuro). Ovviamente, in un’economia in cui è presente il credito in maniera pervasiva – e più è efficiente il sistema finanziario più è rilevante il credito – è difficile distinguere, nelle quotidiani transazioni, quale sia moneta/lavoro e quale sia moneta/credito. In entrambi i casi, infatti, la moneta viene utilizzata, divenendo irrilevante la provenienza, per acquistare beni, servizi e attività finanziarie. E’ vero che il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi. Mentre, infatti, la moneta/lavoro corrisponde ad un reddito attuale, la moneta/credito corrisponde unicamente ad un reddito futuro ed ipotetico. Sarebbe a dire che, quando il reddito futuro sarà effettivamente realizzato e il debitore utilizzerà la moneta/lavoro per estinguere il debito, la moneta/credito è come se non fosse mai esistita. D’altronde, non è detto che il credito alimenti sempre il PIL. Quando si compra una casa non nuova (così come quando si compra un’azione in borsa), il valore relativo all’abitazione è già stato computato all’epoca della costruzione (mentre l’acquisto di un’azione determina unicamente il trasferimento di proprietà di un bene già esistente) e, quindi, il prezzo pagato non migliorerà i conti nazionali, se non per le ulteriori somme pagate a titolo di commissione all’agenzia, al notaio, ecc. A questo punto è inevitabile fare la domanda che tutti, prima o poi, si sono fatti: un’economia, può esistere e funzionare – più o meno efficientemente – anche senza moneta? Ritengo sia possibile, ma non senza l’idea del denaro (che in quanto utilità economica è connaturato all’uomo). In pratica, un’economia senza moneta ma col denaro.
Mi spiego meglio: un’economia fondata sul baratto, infatti, esisterebbero comunque lavoro, domanda e offerta, consumi, risparmio, investimenti, credito e prezzi. Naturalmente, il valore dei beni utilizzati in un’economia fondata sul baratto, ha l’intuibile limite di essere soggetto ad eventi estranei, cioè: se mi pagano in natura, diciamo patate, il “valore” di scambio delle patate che non consumo è condizionato dalla quantità e qualità del raccolto, dagli eventi atmosferici, dalla loro deperibilità nel tempo. Si presenta, quindi, variabile ed aleatorio, con tutti i riflessi negativi sull’attività economica. Infatti, ciò che si chiede alla banca centrale, è preservare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Domanda finale: qual è il volume di flusso monetario di Italia ed Europa?
Qui a casa nostra, il sistema bancario italiano contribuisce alla base monetaria dell’Euro zona per circa 188 miliardi (174 miliardi di circolante più 14 di riserva obbligatoria) a fronte di 1413 miliardi di depositi soggetti a riserva e 774 di depositi non soggetti a riserva. L’intera area €uro, nel suo complesso, ha una base monetaria di 1430 miliardi, di cui 985 miliardi di circolante e 445 di riserve. L’obbligo di riserva al’1% ci spiega che il sistema bancario può concedere prestiti sino a 100 volte (1/0,01) l’importo dei depositi. Riflessione finale che chiosa il mio breve approfondimento: dal 2008, anno in cui è esplosa la crisi (crisi che, di fatto, resta soprattutto italiana ed europea), in Italia, in quale misura quel’1% è stato messo a disposizione del sistema produttivo per creare valore? Cioè, di quei 188 mld di € italiani, moltiplicati per 100, quanto è stato investito nel sistema imprese e quanto per speculare su BTP e debito governativo tricolore?

Il Cilento a Vinitaly

Vino e Italia: ecco in sintesi i numeri di un successo.
Oltre 1.200.000 unità lavorative impegnate nel settore; almeno 18 diversi indotti industriali coinvolti; un volume d’affari di circa 9,4mld di € (di cui oltre 5.000mld solo per export). L’Italia (assieme ad Australia) è l’unica realtà produttiva a crescere nel 2014. Di fronte a questi numeri lo possiamo dire: la crisi è ubriaca e il vino la gabba!

Cilentoroots

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Verona 22 marzo… 7:30 del mattino, siamo in grande anticipo rispetto all’apertura del Vinitaly 2015, nel parcheggio antistante la fiera c’è un’arietta frizzantina mentre cominciano ad arrivare i primi furgoni con a bordo casse di vino provenienti dagli angoli più disparati della penisola… In breve il fermento cresce e il piazzale diventa lo scenario di un teatrino all’aperto dove gli addetti ai parcheggi si dannano l’anima per far rispettare divieti e sensi obbligati. E’ domenica ma l’importanza di questa kermesse porta le vie di ingresso ad essere affollate molto prima dell’orario di apertura, fissato per le nove. Senza lesinare qualche spintone ci facciamo largo ed approdiamo finalmente all’interno dell’area espositiva, il padiglione della Campania è poco lontano dall’ingresso per fortuna (le casse pesano…) ed entriamo, finalmente, all’interno dello spazio destinato alle aziende campane. Molto luminoso, ci sono le aziende casertane appena all’ingresso, a destra il beneventano un po’ penalizzato, forse…

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«Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco?» Chi di noi ha davvero contezza di come stiano davvero le cose?

Vi siete davvero mai chiesti dove vadano a finire i nostri soldi versati in imposte e tasse? Dal momento che la morsa del nostro fisco si fa sempre più stretta, credo sia bene, oltre che responsabile, avere idee ben chiare sull’argomento. Tanto per dire, cominciamo col chiederci: quanto incide il costo del debito pubblico? Che ruolo giocano – a nostro sfavore – gli accordi comunitari? quanto incide la scarsa coesione nazionale e intracomunitaria? Tutte domande (scomode) a cui noi dobbiamo assolutamente dare risposta, giacché nessun giornalista sarebbe così pazzo da porle a chi di dovere. Anche in conside­ razione del prossimo rinnovo del ‘gabinetto europeo’.

Ripartizione imposte e tasse
Ripartizione imposte e tasse

Dunque, chiedevo della destinazione del nostro gettito: dove se ne va?
In servizi alla comunità ed in sussidi ai meno abbienti, verrebbe da rispondere. Sì certo, se vivessimo in un Paese normale, civile. Ma noi viviamo in Italia e qui, si sa, niente è scontato, nemmeno i diritti naturali. Sicché, potrebbe essere utile fermarsi a rifletterci un po’ su…
Per farlo occorre partire da un dato imprescindibile: l’interesse sul debito. Ebbene, se l’Italia potesse finanziarsi alla BCE, allo stesso costo con cui si finan­ziano le banche commerciali (cioè 0,25%), si spenderebbero solo 5 miliardi all’anno di interessi anziché 85. Domanda: perché non è così? Quali meccanismi si innescano all’atto della raccolta del gettito?
1) Diciamo subito che, questi interessi, vengono pagati anche con le tasse che i singoli cittadini versano.
Frattanto, la banca centrale, finanzia le banche private che, con i soldi ricevuti, comprano i BTP lucrando sulla differenza fra 85 e 5 miliardi, quindi a nostre spese. Negli USA, in Inghilterra e in Giappone non hanno permesso questo.
Lì, le banche centrali, hanno provveduto ad immettere liquidità nel sistema, tenendo i tassi d’interesse sul debito quasi a zero. Quindi, le banche, non hanno avuto modo di speculare sui cittadini del loro paese (al massimo speculano sui cittadini di altri paesi come l’Italia);
2) una parte del gettito italiano va a Bruxelles (una parte consistente). Bruxelles, dopo averle ‘assimilate’ ed anche un po’ sprecate (quasi quanto Roma) ma nell’indifferenza dei nostri ‘tabloid’… ridistribuisce parte di quelle tasse che arrivano da noi ad altri paesi come la Bulgaria. (la Bulgaria ad es. ha 7,5 miliardi di euro che l’Europa mette a disposizione per l’imprenditoria).

Quanto "contribuiamo" alle casse europee?
Quanto “contribuiamo” alle casse europee?

La diretta conseguenza è che, la Bulgaria, viene in Italia (e non solo) ad attirare gli im­ prenditori offrendo:
a) costo del lavoro bassissimo;
b) tasse sul reddito di impresa insi­ gnificanti;
c) costo per energia ridottissimo;
d) contributi europei per finanziare l’impresa.
Morale della favola? L’IMPRESA ITALIANA SPOSTA TUTTA L’ATTIVITA’ (o una parte) AD EST, LICENZIANDO IN ITALIA OPERAI E IMPIEGATI… la stessa forza lavoro che ha pagato le tasse ‘volate’ a Bruxelles per poi finire in Bulgaria. In pratica, l’operaio italiano, pagando le tasse ha decretato il suo licenziamento. O L’ABBASSAMENTO DEI SALARI; d’accordo, è un po’ forzato come ragionamen­to ma il senso è quello, giacché tutti conosciamo che reddito offra quel paese: roba da quarto mondo o quasi! Attenzione: non sto qui a fare una polemica contro i bulgari, sia chiaro. Loro sono senza dubbio delle povere vittime, ma è inaccettabile una tale politica spere­ quatrice, oltre che economicamente scorretta e criminosa. Questo meccanismo è sotto gli occhi di tutti i nostri politici, i quali accettano da ignavi queste regole immonde, andando chiaramente contro l’interesse del popolo italiano. Ricordiamocelo quando andremo a votare la prossima volta. Cos’hanno fatto di utile, per noi, i nostri rappresentanti eletti nel consesso europeo? Nulla, una beneamata fava; esempio lampante è la perdita di denominazione ‘Tocai’ oggi divenuto ‘Friulano’.
In tal modo non si favorisce nemmeno la crescita di un’economia come quella bulgara, ma solo l’irrobustimento della leadership di multinazionali che sfruttano le leve di salari bassi o condizioni favorevoli per produrre, e poi vendono in tutto il mondo complici le inefficienze fiscali. E’ vero anche che oggi, il debito, sembra essere l’unico ‘verbo’, mentre la finanza (spesso quella sporca) impera, tenendo sotto scacco l’economia reale. Stati sovrani, banchieri centrali, non esitano nei salvataggi di ‘banche canaglia’ anzi, lesinano sul welfare e sul sostegno sociale in generale.
La nostra unica salvezza risiederebbe in una continua crescita; fra il 2-4% per almeno 7/10 anni. Ma non è mai successo, nemmeno negli anni di “vacche grasse”, diciamo così (1998-2006). Solo nel dopoguerra, in occasione del famoso “Boom” economico, e sappiamo bene il perché. Non occorre una laurea ad Harward per capirlo: c’è forte crescita solo nei periodi post-bellici. Vi pare logico, dunque, auspicare una prosperità che malceli l’altra faccia di un conflitto su scala globale? Ovviamente no!
Circa, poi, il nostro senso di appartenenza, nazionale o comunitario, mi viene in mente un’antica citazione: “[…] ahi serva Italia, di dolore ostello. Nave senza nocchiero in gran tempesta. Non donna di provincie, ma bordello…” Purtroppo, la saggezza di messer Durante, già 714 anni fa, aveva individuato il male endemico (uno dei tanti, a dire il vero) italico.
Sull’ipotesi di fallimento dell’€uro, poi, dove peraltro nutro forte scetticismo, vi dirò: esso è per definizione e costituzione “too big to fail”, sicché… mi pare un po’ sterile come soluzione, ma tutto può essere. Invece condivido l’analisi critica sulla geo-politica post Yalta, così come condivido l’idea sulla concreta minaccia dello strapotere espresso dai banchieri ebrei; questione che nessuno ha il fegato di tirare fuori; argomento troppo scomodo me ne rendo conto.
Vero è che qualcuno, tanti anni fa, aveva subodorato la puzza di questa minaccia, ma era un pazzo ed imbecille, ed aveva scelto la “soluzione” sbagliata. Una via che ha portato sul baratro non solo la sua nazione, giustamente; la finanza, che piaccia o no, impera e tiene sotto scacco tutte le economie, è sin troppo lampante.
Riepilogando, un italiano che paghi onorevolmente imposte e tasse deve sapere che: una parte finisce col finanziare i profitti delle banche;
-una parte finisce col finanziare imprese nazionali all’estero, con la complicità della Comunità Europea;
-una parte finisce con l’agevolare ed alimentare sprechi fra gli innumerevoli enti locali: regioni, province, comuni e le loro porcate sugli appalti ed altre menate varie;
-una parte finisce anche per finanziare acquisti di aerei militari che non si useranno mai, o per ‘sostenere’ altre nazioni europee in difficoltà. Infatti, parte del nostro gettito, è finito dritto nelle casse di ‘San Patrizio’. Va bene Grecia o Portogallo, ma finanziare un Paese dove le multinazionali pagano una fiscalità prossima allo zero (parlo dell’Irlanda, of course), francamente, mi fa rodere parecchio le mie parti basse. E a voi sta bene? Suppongo di no; allora io dico… impariamo a pretendere concerti risultati dalla nostra pseudo politica: combattere evasori, ‘mazzette’ e crimine organizzato va benissimo, ma occorre fare guerra anche ai paradisi fiscali. Ma prima di attaccare questi luoghi, ‘l’attacco’, va fatto innanzitutto contro il ‘sistema Italia’ e contro chi cerca di lasciarlo immutato. E’ tempo di svegliarsi, gente!

Piemmerre Blog collection text: “Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco
by Piemmerre Protagonista & Soci edizioni indipendenti
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