«Default MPS: lo scempio è bipartizan…»

MPS? Banca completamente risanata. Investirci è un vero affare!”
(da un Tweet di Matteo Renzi-22/01/2016)

buoni-e-cattivi
Principali vincitori, e vittime, nel fallimento MontePaschi

Si potrebbe dire: “tutto cominciò da lì”. In realtà non è così, perché tutto ebbe inizio molto prima. Ma di sicuro, quella “gufata” istituzionale, sarà ricordata come il preludio del prosieguo di uno scempio.
 Da ‘destra’ a ‘sinistra’, passando per il ‘centro’, non manca proprio nessuno. Seduti a quell’osceno “convivio” senese (chiedo scusa al ‘Sommo Poeta’), c’erano proprio tutti: grandi imprenditori, immobiliaristi, ‘coop rosse’, le ‘partecipate’ locali, etc etc.

Insomma, un banchetto (passatemi la pessima battuta) universale, che ha sfamato proprio tutti. Con un non trascurabile dettaglio, però: il conto finale. Un conto davvero salato:
47 mld€. Esatto, quasi 50 mld di prestiti viziati, mal riposti e gestiti con sin troppa disinvoltura, per usare un eufemismo. Ma attenzione: il fallimento, oltre a danneggiare le finanze degli azionisti principali, ha nuociuto gravemente a correntisti, obbligazioni­sti (leggi creditori) ed un’ampia platea di altri risparmiatori. E, naturalmente, a pagare ‘sto conto salatissimo, ci penseranno gli italiani. Tutti però: 108€ a cranio!
Che poi, non si capisce perché, per quelle
altre quattro là’, si sia scelta una strada meno cruenta. Mah, dice che sennò il danno è troppo sistemico. Intanto, pochi hanno pappato, tanti ci rimettono, e nessuno ne risponde agli occhi della legge. O forse no?

Tra i BIG della passerella senese -recentemente sputtanati sulle pagine dei giornali (non tutti)- ne ricordiamo solo qualcuno:
Sorgenia, gruppo De Benedetti -ve lo ricordate? Quello che incassò l’indennizzo di circa 600 mln€ dal Cavaliere Mascarato per ben 1,8 miliardi. La quota parte MPS è 1/3. Il pool delle altre 14 banche, i 2/3 rimanenti. Ah, poi Sorgenia, ovviamente, è fallita, ma è pure rinata: bravi.
– C’è poi il ‘palazzinaroZunino, ‘Risanamento(un nome, una garanzia): oltre 3 mld€. Risanamento: ti prendono anche per il culo ‘sti farabutti…
– Segue la ‘N.T.V.’ di Gianni Punzo (Interporto Nola), altra piattaforma in sof­ferenza, e che soffre ‘a braccetto’con Cisfi SpA (leggi Verdini).
In tutto questo marasma di banche ed imprese malate, ci va di mezzo anche qualche pezzo pregiato: il famoso hotel di lusso veneziano: il ‘Danieli’.
– Tra tanti grossi debitori (ex imprenditori), abbiamo anche le c.d. ‘partecipate’ pubbliche:
Fidi Toscana; Bonifiche Arezzo; Aeroporto di Siena e, da non credere, le Terme di Chianciano. Diamine, pure loro.

A beneficio di un’informazione più dettagliata, occorre rilevare che, a causa delle insolvenze di tutte le aziende citate -e di tantissime altre ancora- laddove pos­sibile, tutti i crediti sono stati convertiti in azioni in capo a MontePaschi. Quindi, a fronte di quasi 50 mld di debiti, la banca si ritrova in mano un certo patrimo­nio di imprese, sottovalutato e illiquido, che non potrà alienare fino a quando, le stesse, non saranno risanate e, quindi, rese appetibili e ricollocabi­li sul mercato. Chissà perché, poi, pensando a questa situazione, mi viene subito in mente la figura cinica e sempreverde di Gordon Gekko.

In pratica, MPS, oggi si ritrova a ricoprire il ruolo di asset manager (passatemi l’accostamento) di società in crisi, quando avrebbe dovuto solo restare fedele al suo naturale mandato: fare banca. Tra l’altro, scaricando buona parte dell’onere di risanamento (quello reale e non farlocco) sulla collettività. Con l’ag­gravante che, a cose fatte, chi avrà contribuito spintaneamente, non benefi­cerà di nessun provento dalla vendita dei vari pezzi, o dal riassetto del gruppo. A meno che, oggi, tu non diventi socio, acquistando delle azioni della banca. Già, ma tu te le compreresti quelle azioni? Ce le hai le palle? Faresti come l’ex premier Renzi?

laffidabilita-di-un-cinguettio
Il tweet scandalo dell’ex Premier Renzi

Per on dimenticare:
Il 22 gennaio 2016, lei diceva che: ‘la banca era risanata e che investire era un affare‘, fa notare all’ex Premier il conduttore Giovanni Minoli.
Lo penso tutt’orareplica senza esitare Renzie credo che, se ci fosse un investitore italiano o straniero che la volesse,, farebbe un affare”.

Riflessione: vi fidereste ancora di una Politica che comunica tramite tweet?

PS: voglio anche la lista coi nomi di quei 5 “Mi piace”. Buio!

Annunci

«A.D. 2016: sarà un’altra…‘grande scommessa’?»

Sistema banche oggi
Sintesi grafica del ‘sistema’ banche!

E’ inevitabile, a mio avviso, guardare alla volatilità dei mercati da inizio anno, e non correre con la memoria ai (mis)fatti che scatenarono la crisi sistemica nel 2008. La foto scelta per questo articolo è più eloquente di mille parole e fotografa la ‘singolarità’ del momento: è la perfetta sintesi di un precario equilibrio. E ti viene subito in mente una domanda: ma cosa è cambiato dal 2008? La risposta, purtroppo, è: niente! Ad essere del tutto onesti, sorge spontanea anche un’altra cosa: collegare tutto alla trama de “La grande scommessa”. Ma che cos’è? Di che parla? Chi l’ha scritta? Provo a riassumerlo in poche parole: dunque… Io non ho letto il libro (lo farò), ma il film l’ho visto e m’è piaciuto. Anzi, lo rivedrò, perché la prima volta l’ho seguito con troppa “avidità”. L’ho trovato avvincente, divertente e per nulla banale. Un adattamento provocatorio e brillante: come funzionano certi meccanismi della finanza? Come fa, Wall Street, ad essere dannosa e distorta? Interessante (e necessario) il lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi; la finanza (anche quella ‘sporca’) è un argomento arduo, nell’ottica di intrattenimento della platea. E per renderla più umana o percepibile, si deve lavorare sugli eccessi dei vari personaggi, spettacolarizzandola. Insomma: due abbondanti ore (e qualcosa in più, pure), che io raccomando fortemente. Il film sarà molto apprezzato da quella fetta di pubblico più attenta (che non credo sia marginale), che saprà senza dubbio riconoscere quella ‘asimmetria’ – offerta dalla sceneggiatura – che emerge tra realtà e narrativa. Inoltre, è la prima volta in cui – in una trama adattata a ‘Wall street’ – si racconta di uno ‘short contrarian’. Ossia: un gruppo di investitori, davvero molto ‘smart’, che scommettono contro un apparato artificiosamente asserragliato su posizioni ‘lunghe’, e sin troppo ottimistiche. Sostenuti posticciamente da discutibili rating primari. Forse, nella storia del cinema dedicato a Wall street, abbiamo un solo unico esempio di ‘contrappasso’ (per contrasto) del ‘rischio specifico’: “Forrest Gump”, il più grosso paradosso finanziario. La storia di un ragazzo, niente affatto smart, che diventa miliardario utilizzando i suoi soldi nell’acquisto di una singola azione: quella della “Grande Mela”, quella di Steve Jobs però.
«[…] Finanziariamente parlando, è il risultato superfortunato di una follia. Ma non impossibile nel mondo della finanza dove tutto è possibile…» Così, giusto per citare l’illustre recensione del dott. Marco Liera. Il film prende spunto dall’omonimo libro: “The bigshort’-Il grande scoperto”, scritto da Michael Lewis. La trama ruota intorno ad un giovane medico, il dott. Michael Burry, e all’incerdibile intuizione che ebbe, e che finì per contagiare altri professionisti della finanza: alcuni già affermati, alcuni in ‘erba’, altri decisamente ‘corsari’. Ma chi è Burry? Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, Michael è un giovane medico californiano che passa tra le 13 e le 16 ore a lavorare in ospedale e, tra l’una e le tre della notte, soffrendo di forti disturbi del sonno, legge libri sugli investimenti, sua vera passione. Quelli sono gli anni del boom delle ‘dot-com’ e di Internet: tutti impazzivano ed impazzavano sulle piazze finanziarie, e qualcuno ci si arricchiva pure. Burry, invece, era “contrarian” per inclinazione, e disapprovava quella facilità di guadagno. Quindi, nel poco tempo libero a disposizione, preferiva approfondire le strategie di ‘Value investing’ -ricerca delle cosiddette azioni ‘a sconto’, rispetto al prezzo di mercato- (quell’approccio al mercato del rischio, che prevede una severa selezione di titoli azionari, partendo da solidi fondamentali, con elevata probabilità di creare valore nel medio-lungo periodo), osservando a 360°. Poi, coi primi risultati e con la crescita del consenso, esplose letteralmente anche attraverso il suo blog; proprio quel suo blog, gli fece da trampolino di lancio. E poiché si divideva tra corsie d’ospedale ed investimenti notturni già da un pezzo, un bel giorno abbandonò il camice e fece il suo grande passo, e fondò la sua società di investimenti, la “Scion Asset Management”: una vera garanzia; il bello, però, inizia nel 2003. Quell’anno, Michael inizò a studiare un mercato ai più sconosciuto: il ‘subprime market’. Questo mercato è stato il pilastro di un grande imbroglio, la causa della più grande crisi finanziaria dopo il ’29. In poche parole, le principali banche americane cartolarizzavano i crediti sui mutui ipotecari concessi a “soggetti” non di primario merito creditizio, per poi rifilarli a tutto il mondo con rating di AAA, che è il massimo della scala di valutazione. Tra il 2003 ed il 2007, dal suo piccolo ufficio, si mise ad analizzare migliaia di mutui subprime e di prodotti finanziari collegati, e piazzò una mega scommessa contraria (short) su questi prodotti, impiegando gran parte dei fondi di Scion su questa operazione, trovando la più ampia contrarietà dei suoi investitori. Michael contro il parere della maggior parte dei suoi investitori, tenne la barra dritta e mantenne gli investimenti in portafoglio, noncurante di quello che dicevano i media, gli analisti ed i gestori del settore: “il mercato immobiliare americano non sarebbe mai crollato…” etc etc. Nel 2008, allo scoppio della più grande crisi finanziaria mondiale, Burry chiudeva il suo ‘scoperto’ realizzando un profitto personale di 100 milioni di dollari, e 700 milioni di dollari di profitto per gli investitori, con un ritorno del 489% sull’investimento tra il 2000 ed il 2008. Nello stesso periodo la performance dell’S&P 500 fu del 2%. E, come direbbe il buon Gordon Gekko: “L’avidità è sempre più avida e vince…” Per ora.

In conclusione: tornando al titolo iniziale, con questo articolo non ho voluto né fare un riassunto del film né una sua (ennesima) recensione. Semplicemente, partendo dallo spunto di fatti realmente accaduti, la mia intenzione era mettere a confronto due diversi momenti, due diverse crisi, per capire si ci possano essere analogie e, nel caso, provare a cercare spunti per agire con l’obiettivo di tutelarsi. Il denominatore comune tra le due crisi c’è e sono le banche. Ancora. E, in effetti, riflettendoci, l’unica arma per subire il meno possibile gli effetti di questa crisi, è l’informazione, accompagnata da una solida Consulenza. Qualla con la C maiuscola. Possibilmente Indipendente. A mio modesto parere, non siamo in una fase di ‘sell-off’, ma piuttosto di riduzione degli asset sopravvalutati -detti anche ‘deleveraging’. Quindi, non una fuga dal ‘reddito variabile’ in senso stretto, ma solo un violento repulisti. Certo, in una fase del genere crolla tutto, ma non tutto è fuffa. Chi ha operato scelte ‘value’, o comunque sostenute da oggettive probabilità di crescita, non sarà tradito dal mercato. Purché, però, si rispetti quella scadenza imprescindibile chiamata orizzonte temporale. E chi è stato attento a non partire in ‘quarta’, sedotto da facili profitti, oggi -ma ancora per un po’- ha l’occasione di sfruttare i ribassi, facendo di necessità virtù. E’ un’opzione che paga sempre.
Un piccolo consiglio: momenti come questo, sono perfetti per piani di accumulo!

 

«Sindrome da Bail-in 2^ lezione: il FITD». Il “Fondo” interbancario tutela depositi: tutta la verità!

Cose da sapere assolutamente, prima di affidare i tuoi soldi ad una banca.
Fate ‘prevenzione’ con l’informazione. E forse ve la caverete. Forse.

'Fondo' interbancario tutela depositiE’ un fatto che, l’immagine che più terrorizza i banchieri (e anche i correntisti che di passaggio vedono la “propria” banca assediata, (vedi Cipro), sia la vista di una massa di persone che corrono allo sportello per ritirare denaro contante. I primi sanno benissimo che non potrebbero soddisfare più del 2-3 % dei depositanti, i secondi, di fronte a quella scena, capiscono che c’è qualcosa che non va e danno vita a quella che viene chiamata “corsa agli sportelli”. Proprio per evitare queste crisi di fiducia, nei periodi di crisi e di aggravarsi del rischio, i conti correnti sono garantiti da una garanzia statale di 100.000€. Ed è questo che, grosso modo, pensano quasi tutti. Allora, vediamo in cosa consiste questa garanzia, citando fonti ufficiali e autorevoli, e usando un po’ di logica e di numeri…

Intanto, cominciamo subito a chiarire che, a prestare questa garanzia, non è affatto lo Stato ma un fondo di garanzia cui aderiscono (quasi) tutti gli istituti bancari del paese, che versano una quota in base alla propria dimensione. Anzi: che promettono di versare, in caso di necessità, ossia di fallimento di una banca consorziata. Attenzione: deve trattarsi di una consorziata. Si tratta del “Fondo Interbancario di tutela dei depositi”. Quindi, l’aggettivo statale, è fuorviante; forse è statale la legge che prevede l’istituzione di questo fondo, ma la garanzia non è né statale né riconducibile in qualche modo allo Stato. Sono gli istituti bancari che partecipano ad un fondo, con il quale si coprono a vicenda su eventuali bancarotte di un soggetto bancario partecipante. Detto ciò, passiamo al lato pratico, cioè: cerchiamo di capire la consistenza e la liquidità (eventuale) di cui disporrebbe in caso di bisogno/allarme.

ARTICOLO 21 – Risorse per gli interventi:
«1. L’ammontare delle risorse che le consorziate si impegnano a somministrare complessivamente al Fondo, per gli interventi, è stabilito dall’Assemblea su proposta del Consiglio, in misura compresa fra lo 0,4 e lo 0,8 per cento dei fondi rimborsabili di tutte le consorziate alla data del 30 giugno dell’anno precedente. Qualora, per effetto degli interventi, l’ammontare delle risorse risulti inferiore allo 0,4 per cento, il ripristino della percentuale minima dovrà essere effettuato nel termine di 4 anni.
2. Le risorse richieste per gli interventi costituiscono anticipazioni al mandatario e debbono essere somministrate al Fondo nei modi e nei tempi determinati dal Comitato di Gestione…»

Contributo media: da un articolo apparso su un quoridiano tempo fa:
FITD

Ora, proviamo a tirare le somme.
Tutto sta a vedere quanti siano, a un dato momento, i depositanti che hanno titolo per venire rimborsati, e quale sia quindi il totale da rimborsare. Già, perché il FITD non è un fondo ma un consorzio di mutuo soccorso, a posteriori, tra le circa trecento banche che vi sono associate. Nel caso che una di esse venga dichiarata insolvente e si debbano rimborsare i suoi depositanti, il Fitd chiama a raccolta le altre affinché versino il contributo previsto.

Cooperazione tra istituti aderenti al "Fondo"
Cooperazione tra istituti aderenti al “Fondo”

Tradotto vuol dire che…
a maggio 2010 i depositi eleggibili, ossia rimborsabili a norma dello statuto del Fitd, ammontavano a 550 miliardi di €. Il contributo massimo che esso poteva richiedere alle banche consorziate, per soccorrere qualche consorella, si aggirava quindi sui 2,2-4,4 miliardi. Però, in ciascun esercizio, dice il medesimo statuto, l’ammontare complessivo dei rimborsi non potrà superare un quarto delle risorse conferibili, il che limiterebbe l’intervento annuo del Fitd a una somma compresa tra 550 milioni e 1,1 miliardi. E se si considera che almeno un terzo dei depositi rimborsabili è detenuto dalle prime cinque o sei banche tra le trecento consorziate, è lecito concludere che il Fitd è in condizione di far fronte al default di piccole banche, ma non si vede come potrebbe far fronti ai suoi impegni nominali nel caso che il collasso colpisse solo una o due delle banche maggiori. Ergo: nessuna copertura automatica fino a 100 mila euro in caso di fallimenti bancari importanti e a catena. Di garanzie VERE, comunque, neanche l’ombra, ma solo FIDUCIA (come al solito) che tutto regga. Ma questi fondi non potranno mai garantire tutti i depositi, e rimarrà sempre una sconcertante e cruda verità: quella moneta, emessa sempre a debito su NOSTRE GARANZIE ma di proprietà del sistema bancario, dove deve sempre tornare per poi essere distrutta.

«La calda esate italiana: 2015 come il ’92?»

No, non è il titolo di un film ‘bollente’ stile anni ’70, magari. E’ più lo spettro di uno sgradevole incubo. Il ricordo di quella calda, lunga notte mai dimenticata. La notte in cui il, governo Amato, prelevò (tra l’altro) il 6 per1.000 da tutti i depositi e titoli diversi da quelli emessi dallo Stato. Tutti!

Giuliano Amato, la notte del prelievo
Giuliano Amato, la notte del prelievo

Per chi difetti di memoria, all’epoca, accadde che… durante il suo primo mandato da presidente del Con(s)iglio (in effetti un po’ ci somiglia), Giuliano Amato (da chi?), a fronte dell’insolita situazione finanziaria di allora, col suo Governo approvò, l’11 luglio ’92 appunto, una manovra di complessivi 100.000, ed oltre, miliardi di vecchie £it. Peraltro, deliberato con effetto retroattivo: dal 9 luglio ’92.  Fu così che, il peggiore incubo degli italiani, si realizzò: nottetempo, senza nessun preavviso, ci fu un prelievo forzoso del 6 per1.000 da conti correnti e depositi bancari, postali, buoni fruttiferi e certificati di deposito, con cedola e zero coupon, per (testuali parole): “un interesse di straordinario rilievo”, in relazione ad “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica” (era già un momento di crisi, però non c’era Berlusconi). Un vero ed effettivo “esproprio” sui risparmi che, vale la pena ricordare, giunse con la sinistra al governo. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, il governo di allora, attuò un prelievo improvviso, autorizzazione giunta tramite un decreto legge di emergenza, emanato addirittura il giorno dopo: l’11 luglio. Quando lo Stato vuole, sa essere eccezionalmente rapido e preciso, siete d’accordo?
Tuttavia, tre mesi dopo quella manovra di luglio, Giuliano Amato si dimise lasciando lo scranno a Carlo Azeglio Ciampi. In totale, questa “manovra di emergenza”, più la finanziaria del ’92 già varata, furono un salasso che però non servì a nulla. Ma di questo ne parlerò più avanti.
Certo, va ricordato anche che ci furono settimane difficili anche sui mercati finanziari: la £ira era fortemente sotto pressione, aggredita dalla speculazione anche di uno spregiudicato Soros; i mercati si accanivano contro la povera Italia e bisognava fare qualcosa. Qualunque cosa!.. Ma quel qualcosa si è poi tradotto in un provvedimento intriso di misure tra le più disparate: tanto inutili quanto inique, come sempre del resto. Mai utili riforme organiche, ma le solite “pezze a colori”: aumento dell’età pensionabile, patrimoniale sulle imprese, (dicasi “minimum tax”), ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, imposta straordinaria sugli immobili pari (ISI) al 3 per1.000 della rendita catastale ecc. Ad oggi siamo punto e da capo, forse. Il solo ‘prelievo’ dai conti correnti – in assoluto la più impopolare tra le manovre contenute nel decreto – portò alle casse dello Stato ben 11.500 miliardi di £ire.
E l’imposta “straordinaria” sugli immobili, si è rivelata tutt’altro che straordinaria e/o occasionale, diventando poi quell’Ici abolita solo nel 2008 dal governo Berlusconi, ben 16 anni dopo: ecco come è nata la tassa più odiata, e considerata iniqua dagli italiani. Poi, come se non bastasse, oltre ai danni di un’onerosa e punitiva manovra ‘correttiva’, in un’economia italiana già sull’orlo della recessione, giunse anche la beffa della £ira costretta ad uscire dal Sistema Monetario Europeo. A settembre di quello stesso anno, la £ira, non solo uscì dallo SME, ma svalutò anche del 25% rispetto alle altre valute del ‘serpentone’. Un atto di smisurata cortesia verso una divisa in particolare: quel marco tedesco della scassata Germania che, con grandi difficoltà, si stava riunificando dopo la caduta del muro, accelerando anche il crollo dell’URSS e, di fatto, dando vita a quel fenomeno economico che prenderà il nome di globalizzazione. C’è da dire che, la risposta al favore fatto alla Germania, fu l’ingresso ‘di Diritto’ nell’€uro, in qualità di paese fondatore della moneta unica. Wow! In effetti, visto col senno di poi, si trattò di una vera trappola ben orchestrata. Fu il primo atto di un progetto di lungo periodo, volto a tenere sotto controllo la trasformazione e l’espansione di quelle economie periferiche, notoriamente più fragili, per poi renderle appetibili e scalabili.
Ok, questa è una mia considerazione lo ammetto, ma non si può certo negare che, fino ad oggi, le cose stiano proprio così. Pensate a quanto “made in Italy” è passato di mano negli ultimi 15/16 anni. In mani non italiane, ovviamente. Un progetto molto ben dissimulato dal seducente richiamo del vantaggio di una moneta unica, di tassi bassi, di prosperità, di un miglior rapporto lavoro/qualità di vita (Romano Prodi docet). E invece? Qual è il bilancio ad oggi? Chi comanda e decide su chi? La sovranità nazionale? E il diritto di stampare carta moneta?
Beh, forse sto uscendo un po’ fuori traccia, forse. Ma non credo di esagerare si dico che, probabilmente, il 1992 fu il nostro “punto zero”: il momento in cui tutto poteva essere rimesso a posto, per bene. Proprio dopo il triste epilogo della “prima repubblica” e degli scandali emersi da “Tangentopoli”.

La "manovra" dopo il "prelievo"
La “manovra” dopo il “prelievo”

Insomma: al termine di manovre, contromanovre, correzioni, svalutazioni, ‘sottrazioni’… è rimasto solo un grosso sperpero di risorse, del tutto inutile. Infatti, a distanza di 23 anni, non solo in più occasioni si paventa di nuovo la possibilità di un ‘revival’ di quella manovra, ma l’intera struttura economica nazionale, da allora, non ha fatto che deteriorarsi. Basti solo vedere il debito pubblico di allora rispetto a quello di oggi. Per non parlare di altri indicatori fondamentali: tutti sensibilmente peggiorati rispetto a 23 anni fa. Uno su tutti? Beh, provate a misurare un po’ il rapporto tra contribuenti/pensionati di allora con quello di oggi. L’incremento della spesa pubblica? Il welfare sempre meno disponibile? Pressione fiscale su impresa e famiglia? E sul risparmio?
Concludendo, non mancano i temi da sviluppare intorno al confronto con l’Italia pre €uro con quella attuale; mi viene spontaneo fare una sinistra riflessione: ma se 23 anni fa, con quel debito, fu assolutamente necessario ‘prelevare’ in modo coatto quel 6 per1.000… oggi, con tutti i casini dell€uro, della Grecia, dei debiti sovrani e compagna bella, pensate possa bastare un modesto 6%?
Oppure si può ritenere, a ragione, di essere immuni da questo rischio? Dite che il “sistema €uro” reggerà? Che l’Italia ne uscirà col minimo danno? Chissà… io però sento che, l’ombra lunga di Russia e Cina, avanza oscurando l’intero orizzonte. Che dite: starò esagerando?

Parafrasando Keynes: «La ‘teatralità’ della moneta: alziamo il sipario!»

Qual è il valore della moneta
Qual è il valore della moneta

Money is the measure of value, but to regard it as having value itself is a relic of the view that the value of money is regulated by the value of the substance of which it is made, and is like confusing a theatre ticket with the performance” (Keynes – ‘The Royal Economic Journal’, vol. XXIV, 1914) – «La moneta non ha valore in sé (come biglietto), ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale!» tradotto nella nostra lingua.

Il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto di beni e servizi, realizzabile in relazione ai prezzi di mercato. Detto questo, va anche aggiunto che: a parità di quantità/valore della moneta, nello stesso momento, può aumentare, ad es. il prezzo dell’olio (perché il raccolto è stato funestato da una malattia delle piante), ma diminuire quello dei lettori Cd (perché l’ascolto della musica è effettuato con altri strumenti). Per converso, un aumento/diminuzione del “valore” della moneta, muta il prezzo di qualsiasi bene. Quindi, parlando di valore della moneta, prezzi e consumi, non si può non arrivare al PIL. In tal senso, mentre il ‘PIL reale’ esprime l’interazione tra privati, sistema finanziario e Stato, la stabilità della moneta dipende dalla fiducia riposta dagli operatori nell’autorità che ne controlla quantità ed espansione. Ne deriva che: scambi commerciali, domanda, offerta e PIL, diventano dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” a quel biglietto per lo spettacolo teatrale. Ed ecco che, appunto, si torna al punto di partenza: arriviamo alla quadratura del cerchio.

Cosa può fare la moneta?
Cosa può fare la moneta?

Anche il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi (come si vedrà in seguito, inoltre, il rimborso di un prestito distrugge la moneta a suo tempo appositamente creata).
Uno dei temi più controversi – e che, seppure indirettamente, condiziona tanta parte del dibattito politico – è il ruolo, nell’economia, della moneta e del relativo ruolo delle banche, della banca centrale e dello Stato. Come aveva brillantemente rappresentato Keynes, nel sopracitato articolo, il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto (di beni e servizi) espressa in funzione ai prezzi esistenti sul mercato. Un aumento/diminuzione del “valore” della moneta (come determinato dalla sua quantità in rapporto ai beni stessi) muta il prezzo di qualsiasi bene (il saldo algebrico, aumento/diminuzione, del suo prezzo è poi determinato dal livello di variazione di domanda/offerta di quel bene. A parità di sua domanda/offerta, una diminuzione del valore della moneta, fa aumentare il prezzo del bene). Nel complesso, quindi, (e ferme le dinamiche di cui sopra con riferimento ai singoli beni), rilevano la quantità (offerta) di beni/servizi prodotti (e il suo tasso di crescita) e la quantità/offerta di moneta (e il suo tasso di crescita rispetto al tasso di crescita dei beni). Non è decisivo che una moneta sia imposta per legge: quando gli operatori si accorgono che la sua capacità di acquisto diminuisce marcatamente, tanto da far pensare che la sua espansione sia incontrollata, tenderanno a sostituirla con altre monete più stabili. Ricordiamo che, l’autorità preposta al controllo della stabilità della moneta, è, in tutte le economie avanzate, un organo indipendente – proprio affinché non corra il rischio di essere costretto, per “legge”, ad alterare la stabilità della moneta – ma nominato dall’amministrazione statale, cui deve periodicamente rispondere, relativamente all’operato e al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’amministrazione stessa (nel caso dell’euro zona è, ovviamente, la BCE). Quindi, il controllo della stabilità della moneta e del sistema finanziario è affidato ad un organo pubblico, la creazione della moneta e la determinazione del PIL reale dipendono e sono originati dalla complessa interazione (tra privati, sistema finanziario e Stato) di cui si è detto. Ne consegue che: la parte pubblica sovraintende e garantisce il sistema dei pagamenti (e, si ripete, vigila su stabilità della moneta e solvibilità del sistema bancario) e la parte privata gestisce il sistema dei pagamenti e origina tanta moneta quanta è necessaria per effettuare le transazioni e rappresentare contabilmente l’incontro tra domanda e offerta di credito.

Gerarchia economica globale delle banche
Gerarchia economica globale delle banche

E, a proposito di credito, occorre dire che: volume di scambi, di domanda e offerta di credito e PIL diventano, a questo punto, dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” sempre a quel biglietto dello spettacolo teatrale. Per meglio illustrare l’interazione tra privati, banche e Stato, con riferimento a PIL e moneta, occorre operare una finzione rappresentativa: la suddivisione della moneta in moneta/lavoro (o moneta/reddito definitivo) e moneta/credito (o moneta/anticipo reddito futuro). Ovviamente, in un’economia in cui è presente il credito in maniera pervasiva – e più è efficiente il sistema finanziario più è rilevante il credito – è difficile distinguere, nelle quotidiani transazioni, quale sia moneta/lavoro e quale sia moneta/credito. In entrambi i casi, infatti, la moneta viene utilizzata, divenendo irrilevante la provenienza, per acquistare beni, servizi e attività finanziarie. E’ vero che il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi. Mentre, infatti, la moneta/lavoro corrisponde ad un reddito attuale, la moneta/credito corrisponde unicamente ad un reddito futuro ed ipotetico. Sarebbe a dire che, quando il reddito futuro sarà effettivamente realizzato e il debitore utilizzerà la moneta/lavoro per estinguere il debito, la moneta/credito è come se non fosse mai esistita. D’altronde, non è detto che il credito alimenti sempre il PIL. Quando si compra una casa non nuova (così come quando si compra un’azione in borsa), il valore relativo all’abitazione è già stato computato all’epoca della costruzione (mentre l’acquisto di un’azione determina unicamente il trasferimento di proprietà di un bene già esistente) e, quindi, il prezzo pagato non migliorerà i conti nazionali, se non per le ulteriori somme pagate a titolo di commissione all’agenzia, al notaio, ecc. A questo punto è inevitabile fare la domanda che tutti, prima o poi, si sono fatti: un’economia, può esistere e funzionare – più o meno efficientemente – anche senza moneta? Ritengo sia possibile, ma non senza l’idea del denaro (che in quanto utilità economica è connaturato all’uomo). In pratica, un’economia senza moneta ma col denaro.
Mi spiego meglio: un’economia fondata sul baratto, infatti, esisterebbero comunque lavoro, domanda e offerta, consumi, risparmio, investimenti, credito e prezzi. Naturalmente, il valore dei beni utilizzati in un’economia fondata sul baratto, ha l’intuibile limite di essere soggetto ad eventi estranei, cioè: se mi pagano in natura, diciamo patate, il “valore” di scambio delle patate che non consumo è condizionato dalla quantità e qualità del raccolto, dagli eventi atmosferici, dalla loro deperibilità nel tempo. Si presenta, quindi, variabile ed aleatorio, con tutti i riflessi negativi sull’attività economica. Infatti, ciò che si chiede alla banca centrale, è preservare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Domanda finale: qual è il volume di flusso monetario di Italia ed Europa?
Qui a casa nostra, il sistema bancario italiano contribuisce alla base monetaria dell’Euro zona per circa 188 miliardi (174 miliardi di circolante più 14 di riserva obbligatoria) a fronte di 1413 miliardi di depositi soggetti a riserva e 774 di depositi non soggetti a riserva. L’intera area €uro, nel suo complesso, ha una base monetaria di 1430 miliardi, di cui 985 miliardi di circolante e 445 di riserve. L’obbligo di riserva al’1% ci spiega che il sistema bancario può concedere prestiti sino a 100 volte (1/0,01) l’importo dei depositi. Riflessione finale che chiosa il mio breve approfondimento: dal 2008, anno in cui è esplosa la crisi (crisi che, di fatto, resta soprattutto italiana ed europea), in Italia, in quale misura quel’1% è stato messo a disposizione del sistema produttivo per creare valore? Cioè, di quei 188 mld di € italiani, moltiplicati per 100, quanto è stato investito nel sistema imprese e quanto per speculare su BTP e debito governativo tricolore?

“In vino veritas”: vinciamo contro tutti… di ‘lusso’!

Crescita, disoccupazione, credit crunch, sofferenze bancarie, crisi, consumi in calo… sono solo alcune delle parole che sentiamo ripetere ogni santo giorno dal 2008, quasi fossero un mantra.

Con alta gamma vinci di 'lusso'!
Con alta gamma vinci di ‘lusso’!

C’è, però, una verità che a tanti sfugge: l’Italia non è solo crisi, e ‘l’alta gamma’ ne è la prova. Soprattutto in un settore trainante, quello dei vini premium: basti pensare che, soltanto nel recente lustro appena trascorso, i vini ‘Supertuscan’ per dire, hanno registrato una crescita complessiva del 70%. Più in generale, invece, negli ultimi 25 anni, il valore dei vini degli altri competitors: Bordeaux, Borgogna, California, hanno registrato una crescita media del 12% annuo. E c’è un ultimo dettaglio ancora da considerare, che gioca a nostro favore: il numero di fornitori di queste pregiate bottiglie, intanto, resta limitato.
Invece di procedere con l’analisi dei numeri, ritengo utile approfondire il tema, rispondendo ad una domanda: che cos’è il lusso oggi, e come lo percepiamo? Ad essere sinceri, la vera domanda dovrebbe essere: nel Bel paese, il lusso, può avere una funzione sociale o è solo una nicchia? Be’, per oltre 50 anni i prodotti di eccellenza hanno avuto la funzione di alimentare il desiderio e l’aspirazione di crescita sociale. Questo processo sembra un po’ rallentato, ora. La crisi ha cambiato la percezione e il modo di consumare: siamo alla fine del ciclo acquisitivo, le persone non vogliono più comprare beni durevoli, mentre sono aumentati gli acquisti dei servizi. C’è stata cioè una smaterializzazione dei consumi: si passa dal possedere e dall’ostentazione, al desiderio di fare esperienze. Quindi, il prodotto di eccellenza, diventa così lo strumento con cui si realizza il desiderio di fare cose nuove. E questa tendenza si manifesta in vari settori: per esempio, nel turismo, gli alberghi a 5 stelle e oltre sono aumentati del 41%. I consumi alimentari degli italiani, in termini di valore reale, sono calati del 3% negli ultimi 2 anni, ma sono cresciuti i prodotti di qualità come quelli ‘tipici’ (+2%) e ‘bio’ (+10%).
Insomma, questo scarto culturale che ha prodotto un avvio di trasformazione nell’approccio al consumo, sta cominciando inizia a dare i suoi primi segni di vita. Chi può sceglie sempre più – con ritrovato buongusto – di orientarsi verso un appagamento che prenda le distanze dalla mera ostentazione. Nello specifico, le persone non rinunciano a un calice di vino d’eccellenza, specie se si tratta di prodotti made in Italy, dimostrando in questo segmento un rinnovato attaccamento.

Asset mondiale del vino
Asset mondiale del vino

A grandi linee, il segmento globale dei vini d’alta gamma, risulta sempre più apprezzato a livello mondiale: secondo Sotheby’s, nel 2014, i vini di pregio battuti nelle aste internazionali sono aumentati, in quantità e valore (+13%); in particolare, quelli italiani (+47%), hanno battuto i francesi (-1%) sui prezzi. Il trend è poi confermato anche da una ricerca presentata di recente dal Censis, secondo cui, non solo nella Penisola è cresciuta la spesa per il vino del 3,5% dall’inizio della crisi ma, nel complesso, il lusso si sta spostando dal possesso di beni di pregio a esperienze di assoluta qualità come, ad esempio: il soggiorno in una struttura esclusiva, una cena in un ristorante stellato, o l’acquisto di specialità enogastronomiche pregiate. E dunque, da questo punto di vista, per tutto il settore lusso o alta gamma- ivi compreso l’intero indotto – le prospettive sono più che rosee.
E’ mia modesta opinione che, in una nazione come l’Italia, caratterizzata dalla ampia diversità agroalimentare mediterranea, sarebbe di assoluta importanza strategica immaginare la creazione di distretti regionali dell’alta gamma e del lusso. Gioverebbe ulteriormente, al nostro PIL, quotare questi ultimi nelle principali borse delle economie emergenti asiatiche, del Pacifico e del segmento ‘Next 11’, futuri ed autorevoli drivers dell’economia mondiale. In effetti, già oggi si comportano come tali.
Un’ultima importante riflessione: la possibilità – attualmente disponibile seppur in maniera limitata – data ad un investitore privato (anche piccolo) di poter partecipare patrimonialmente con una quota del suo risparmio, al futuro sviluppo di questa asset, risulterebbe un’infallibile moltiplicatore di utili derivanti non da “rendite finanziarie parassitarie” (cit. G. Gekko) ma dalla sana crescita di un primario settore dell’economia reale, permettendo così non solo di creare valore, ma anche una disciplinata ed etica redistribuzione della nuova ricchezza prodotta in modo equo e proporzionato alle risorse investite.

«Eternamente… ‘immobile’» La mia personale, nuova ottica sul ‘mattone’

Piramine e sequoia: eternamente "immobili!"
Piramine e sequoia: eternamente “immobili!”

Ragionando sul mercato immobiliare domestico, sulla sua ‘solidità’, sulla crisi e sul suo rilancio, verrebbe da citare la frase di Anthony Zuicker – quello di ‘ CSI’ per intenderci – presa da un suo romanzo. La frase dice:
«[…] Esistono solo due strutture al mondo in grado di resistere a qualunque terremoto: le piramidi e le sequoie»; le prime ultramillenarie e le ultime ultracentenarie, ma questo lo aggiungo io.
Orbene, partendo da questo assioma, mi chiedo: qual è lo stato dell’arte sul mattone? Cioè, se l’archetipo di ‘resistenza’ estrema è rappresentato da una sequoia o da una piramide, quali garanzie possono offrire i nostri immobili? Il loro valore, terrà conto anche del rapporto durata/resistenza? Ma il cemento, dopo un ‘n’ periodo (qualche lustro, in effetti), non ha bisogno di manutenzioni radicali, straordinarie, per usare un eufemismo?
Se tanto mi da tanto, allora, la mia personale conclusione è che: tutto ciò che differisce da una piramide o una sequoia, di fatto, non sarà mai incrollabile ed immune ai terremoti, salvo che non la si edifichi secondo tecniche antisismiche avanzatissime. Ma quanti dei nostri cespiti sono stati costruiti con tali criteri?
Pochi, molto pochi: e tutti gli altri allora? Non sarà che in Italia (ma anche in alcune nazioni europee), il costo medio a mq. risulta irragionevolmente ed irrazionalmente superiore di un buon 30-40% rispetto ad altri mercati?
Non è che negli ultimi 15/20 anni si sia speso troppo e male, investendo in maniera approssimativa ed incauta?
Non è che parte dei 5 trilioni di € in beni ‘reali’ (ricchezza media fam. in attività immobil. 2012) è finita in immobili mediocri, inalienabili o strapagati?
Ultima considerazione, la classe energetica di appartenenza: quasi tutti i cespiti si collocano in ‘classe G’, cioè l’ultima. Il che vuol dire: dispersione di calore e pessimo impatto ecologico; sicuri di aver fatto un buon affare? Scommettiamo che i costi e gli oneri di ‘adeguamento’ ed impatto ambientale saranno scaricati tutti sulle spalle dei propietari? E con i dissesti comunali e le continue tasse locali in aumento, come la mettiamo?

Alla fine dei conti, questo investimento, quanto vi sarà costato? Siete certi che, a queste condizioni, il mercato immobiliare torni dov’era prima del 2008? E se la soluzione per il futuro fosse il legno?
Chiudo con una provocazione: ma voi, avete fatto bene i vostri conti?

“Sono pazzo di te!” Quando l’orgoglio ‘JC’ diventa acronimo di ‘Join the Company’

Compro la Juvecaserta!

"Sono pazzo di te!"
“Sono pazzo di te!”

«Caserta città del basket!»;
«Juvecaserta, patrimonio dei casertani…»;
«Juvecaserta: orgoglio di essere meridionali
Sono solo alcuni degli slogan, degli ‘adagi’, dei paradigmi che da anni continuiamo a ripeterci, forse senza comprenderne effettivamente il senso. Ce li si ripete a pappagallo senza mai dare corpo al concetto. Eppure, potrebbe essere una realtà su cui varrebbe davvero la pena scommetterci; un ‘patrimonio’ sportivo e culturale su cui poterci addirittura investire. Già, investire… ma che vuol dire questa parola?

Investire, in parole semplici, vuol dire: utilizzare il proprio risparmio, attraverso uno o più ‘soluzioni finanziarie’, per raggiungere un risultato economico che crei un valore da aggiungere alla somma iniziale. In definiva, ottenere un profitto anche in relazione della variabile tempo; un dettaglio fondamentale nell’ottica di un obiettivo coerente. Portare a termine un investimento presuppone la definizione di un preciso piano: una strategia; ma restare fedeli al piano d’investimento o al periodo individuato può non essere facile anzi, talvolta può rivelarsi una vera e propria sfida perché, le fluttuazioni dei mercati che influiscono sul valore del capitale, possono indurre nella tentazione di rivedere le proprie scelte. In questi casi occorre tenere presente che investire (efficacemente) significa andare al di là dell’oggi e avere uno sguardo di più ampio respiro. Perché non dev’essere il mercato o l’emotività a guidarci, ma una lucida e razionale strategia.
Fatta questa opportuna premessa, vado dritto al punto: se la mia scelta finanziaria non riguardasse il mercato mobiliare bensì un altro settore? Se io volessi investire nello sport, per la precisione nella pallacanestro, di quali informazioni potrei aver bisogno? Ma soprattutto: attraverso quali strumenti ed operazioni si potrebbe veicolare il mio investimento?
Ebbene, riguardo al secondo punto, va detto subito che non esiste un’unica risposta: le alternative sono parecchie. Diciamo che, la più efficace, potrebbe essere una ‘Offerta pubblica di sottoscrizione’ (OPS).

L’OPS è l’operazione attraverso cui quote di proprietà di una società vengono create ex-novo (o sostituendo le vecchie, magari concentrate nelle disponibilità di un unico soggetto) e fatte sottoscrivere ai nuovi soci. La conseguenza di una OPS è un aumento di capitale per la SPA neonata. Nel caso di specie, trattandosi di una società di pallacanestro, l’operazione non deve necessariamente passare per la borsa valori, e quindi per la quotazione sui listini ufficiali. Di fatto si tratterebbe di una transazione fra privati, quindi è possibile stabilire regole precise – a garanzia di tutte le parti – come ad esempio: indicare tempi e modalità di ingresso ed uscita dei soci, eventuale partecipazione ad utili o perdite, benefici e vantaggi per soci, privilegi per i soci fondatori ecc. ecc. Attraverso questa innovativa formula, che ad oggi resta ancora inedita, il concetto tifoso cambia, si evolve: il tal caso egli diviene tecnicamente un socio/supporter.
Passando al primo punto di domanda (ossia di quali informazioni potrei aver bisogno) direi che senza dubbio occorre avere un quadro demografico ed economico-finanziario del territorio. Sia per il mondo imprenditoriale che per le persone fisiche, tecnicamente definite ‘pubblico indistinto’. Insomma, regola numero uno: conosci il tuo territorio! Ma voi lo conoscete davvero il territorio di “Terra di lavoro”? Siamo sicuri di conoscerne tutti i numeri utili per operare scelte ponderate? A tal uopo, quindi, si dovrebbero ricercare informazioni sul territorio provinciale Per ora eccovene una breve sintesi:

"Terra di lavoro" in cifre
“Terra di lavoro” in cifre

Poi su questo ci torneremo più tardi, prima c’è da individuare altri dettagli importanti, cioè: chi prepara una OPS? Chi fa da garante per le parti in gioco? Dove si collocano le quote oggetto di sottoscrizione? Quali sono i soggetti più indicati a fare da intermediari? Chi può accedere ad una OPS? Che profilo deve avere chi sottoscrive quote? Cominciamo con ordine, domanda numero uno: chi la prepara? Ebbene…
Punto uno c’è sempre un valido Advisor (Società di consulenza e/o studio legale specializzato) a fare da regista in un’operazione del genere. Di solito si tratta di rinomatissime società di rating e/o grosse ‘case di investimento’, ma in questo caso – trattandosi di una circostanza meno complessa – uno stimato e competente studio professionale o un’azienda di consulenza finanziario/aziendale possono andare più che bene;
Punto due: i garanti delle parti: come in ogni SPA (quotata o meno) esistono organi più o meno indipendenti (esterni ed interni) preposti alla vigilanza sui conti, sulla politica di gestione (collegio sindacale e dei probiviri), a tutela del pubblico indistinto (assemblea piccoli azionisti) e dei grandi azionisti (Consiglio di amministrazione).
In alcuni casi – non per una operazione come questa – vi è anche un pool di esperti esterni, totalmente indipendente dalla proprietà aziendale: i cosiddetti revisori dei conti;
Punto tre: nella fattispecie, tali quote possono essere collocate a mezzo offerta pubblica, sottoscrivibile solo attraverso canali ufficiali autorizzati e qualificati. Si tratta di banche, SIM, advisor esenti da conflitto, società cooperative e associazioni che non rientrano nella struttura aziendale della proponente;
Punto quarto: a mio modesto parere, i soggetti più indicati a fare da intermediari (considerata la fattispecie di operazione) potrebbero essere due. Direi senz’altro: 1 – le BCC (le banche di credito cooperativo locali) in qualità di soggetto creditizio, la cui peculiarità è appunto il loro presidio territoriale, la loro capacità di penetrazione nel tessuto socio-economico locale; 2 – le società cooperative che, in qualità di associazioni No Profit, lavorando anche su progetti legati allo sport ed attività di interesse generale, potrebbero farsi promotrici e raccogliere risorse in affiancamento alle banche, implementando i rispettivi sforzi nel sollecitare l’operazione;
Punto quinto e sesto: minorenni a parte, praticamente tutti possono accedere a questo genere di offerta. Basta avere una minima disponibilità da destinarvi ed un orizzonte temporale (durata operazione) compatibile col tifoso/socio.
Sarebbe superfluo stilare un presunto profilo ideale; in realtà occorre possedere un sano interesse per lo sport – per la pallacanestro in questo caso – e viverlo con passione. Essere disponibili, nei limiti delle proprie possibilità finanziarie, a supportare economicamente le attività nella massima serie professionistica, ricevendo in cambio la partecipazione ad un grande spettacolo di agonismo. Ma non solo; è chiaro che al tifoso/socio spetteranno anche una serie di benefici e vantaggi, derivanti da beni e servizi prodotti dal sodalizio di aziende/sponsor che ruotano attorno all’impresa oggetto di OPS. Avete presente un po’ il modello Barcellona/Real Madrid? Be’, più o meno l’intenzione è quella, ed è un’idea che potrebbe funzionare. Anzi, per aumentare la probabilità di riuscita del progetto, così come l’appeal del tifoso/socio, si potrebbe addirittura pensare di puntare sul binomio “basket-calcio” (erbetta e parquet) per stimolare il maggiore interesse fra le potenziali nuove imprese sponsor e la gente.
A questo punto, dopo aver snocciolato i precedenti punti, viene spontaneo chiedersi: ma perché investire su di un progetto cestistico? Perché diventare soci/supporter nel mondo della “palla a spicchi”? Perché ragionare sulla possibilità di una offerta pubblica di sottoscrizione? Anche in questo caso, provo a rispondere con ordine: in primo luogo, il basket, la nostra pallacanestro, negli anni ha assunto un vero e proprio “marchio di fabbrica”, un brand insomma. Quindi, come tale, può senza dubbio essere utilizzato come illustre vetrina per gli affari delle aziende pronte ad abbinarvi la propria riconoscibilità.
L’esperienza del marchio “Pasta Reggia” ne è un eloquente esempio, che si rinnoverà anche nella prossima stagione. Ma c’è dell’altro: a Caserta si vive davvero a “pane e basket”; qui, la pallacanestro, l’agonismo cestistico, sono diventati un valore, quasi un pilastro portante. Da qui sono passati grandi campioni – nazionali e stranieri – si sono combattute epiche sfide.
Insomma, è stato sdoganato uno stile, un modus vivendi tutto nostro. E allora, se si tratta di un valore (per ora solo immateriale), perché non farlo diventare concreto, tangibile? Perché non trasformare questo lifestyle in un vero e proprio asset patrimoniale? Non si è sempre detto… “il basket, qui da noi, è un patrimonio collettivo…”. Bene, forse ora è tempo di passare dalle mere parole ai fatti: il 90% della JC (che potrebbe essere largamente condivisa) appartiene un unico soggetto che, tra le altre cose, si è detto più che disponibile a collocare sul mercato un 35-40% del suo pacchetto. Poi diciamoci la verità: non è realistico, e nemmeno salutare, che la quasi totalità delle quote di un sodalizio sportivo resti nelle mani di un solo soggetto. Considerate il rischio che ne deriverebbe: un imprenditore che, prima di tutto, deve render conto ai propri soci ed ai suoi operai ed impiegati. Solo in terza battuta premurarsi dei suoi impegni cestistici, nonostante la sua forte passione. Mentre sarebbe molto opportuno e profittevole spalmare un 35-40% fra uno ‘zoccolo duro’ costituito, per lo più, da tifosi (neo soci) ed aziende medio/piccole. Significherebbe auto patrimonializzare un asset che sarebbe quasi di tutti, e questa… sarebbe una ghiotta occasione per motivare sponsor e marchi prestigiosi (locali e nazionali) ad investire nel nostro brand; costoro sarebbero rassicurati non poco, nel saggiare l’ampiezza e la solidità di una ‘base’ robusta. Dunque, possono bastare queste motivazioni? Nooo? Ok…
Diciamo che, oltre al mondo della palla a spicchi, nella OPS, vi rientri pure il panorama calcistico locale, con la squadra neopromossa in serie C. Questo può senza dubbio attirare le attenzioni dei più eterogenei soggetti: sia privati che imprese. A tutto ciò va abbinato un importante passaggio: una forte e roboante campagna di informazione e sensibilizzazione, nonché un qualificato e vincente sforzo di marketing e pubblicità. Non credo che in tal senso manchino strumenti e mezzi. E tutto ciò, senza trascurare un altro importante dettaglio: la “politica” locale verrebbe totalmente tagliata fuori, ma non per polemica e per una qualche ripicca. Semplicemente perché ad essa compete un ruolo differente: un ruolo di garante e di mediazione, senza dimenticare che c’è da smaltire un dissesto con cui, questa amministrazione, suo malgrado, ha dovuto prendere atto e provvedere di conseguenza.
Infine, terminata l’illustrazione a grandi linee della mia idea, mi pare opportuno affrontare il punto lasciato in sospeso nel precedente rimando, all’inizio del pezzo. La domanda era: volendo investire nella pallacanestro, di quali informazioni potrei aver bisogno? A tal uopo avevo anticipato che, per una scelta ponderata, è essenziale possedere un quadro demografico ed economico-finanziario del territorio, tanto per le imprese quanto per il ‘pubblico indistinto’. Ma chi conosce davvero i numeri di “Terra di lavoro”? Be’, per chi li ignorasse (del tutto o in parte) non vi scomodate, l’ho fatto io per voi grazie anche a due autorevoli fonti: Camera di commercio e BankItalia. Orbene, l’analisi da me svolta si è incentrata sia sul monitoraggio delle imprese, stigmatizzandone tipologie, dimensioni e anzianità. Saldo imprese attive, di genere (sesso), istituzioni Non profit e qualificazione e quantificazione della forza lavoro, che ovviamente si traduce in potenziali clienti consumatori.
Naturalmente, sono andato anche a ricavare il volume dei depositi e dei c/c presso banche e CDP (Cassa depositi e prestiti-Poste italiane), un dato fondamentale se si vuol capire su quali flussi di cassa poter fare affidamento. Quindi, a conclusione del mio articolo, al seguente documento allego anche il risultato delle mie ricerche, corredate da infografiche accreditate.
Il mio più intimo auspicio – senza falsa modestia e senza palesare un personale edonismo – è che, dall’attenta lettura di questa mia proposta, possa nascere un concreto progetto che convinca, l’opinione generale, sulla necessità ed opportunità di sostenere un tale salto di qualità, che vi ricordo: non si è mai visto in Italia, e Caserta, potrebbe essere un autentico modello vincente.
Crediti e licenza diritti

                      Crediti e licenza diritti

Saldo netto e classific. imprese del casertano
Saldo netto e classific. imprese del casertano

Numero imprese registrateal 30 settembre 2013: 89.650. Tasso di crescita per il periodo Genn.-Sett.’130,27%, in diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (1,09%)Tasso di crescita prov. CE inferiore al dato regionale (+0,44%) e superiore a quello nazionale (+0,13%)Nel periodo Genn.-Sett.’13, numero tot. iscrizioni è 4.741unità, con variaz. percent. del 12,1% rispetto a primi 9 mesi 2012; le cessazioni sono 4.502con un incremento del’1,9% rispetto a stesso periodo 2012. Al 30 sett.’13, imprese giovanili sono 14.294unità, con incidenza del 15,9% su totale imprese registrate (Campania 13,9% ; Italia 10,5%). Numero totale iscrizioni per 9 mesi del 2013 è di 2.075 unità. Nella scelta della forma giuridica d’impresa, i giovani fanno meno uso delle forme di capitali (preferite nel 19,6% dei casi, a fronte di una media complessiva del 21,6%), preferendo la forma di impresa individuale adottata dal 72,8% delle nuove imprese under 35

Forme giuridiche imprese 2Imprese femminili registrate presso CCIAA: sono 24.419, il 27,2% sul totale. Da Sett.’12 a Sett.’13 si osserva decremento del -0,8%, in controtendenza rispetto alla crescita media del totale delle imprese nel periodo (0,1%). Osservando l’economia al femminile dal punto di vista dei settori, le contrazioni più significative hanno riguardato l’agricoltura (-200 unità, in linea con l’assestamento strutturale del settore in corso da più anni) e il commercio (-108 imprese).

A controbilanciare il saldo negativo di -207 unità, i settori che sono cresciuti di più, in termini assoluti, sono: servizi di alloggio e ristorazione (+33 unità), il settore manifatturiero (+21) e costruzioni (+18). Si conferma la spiccata vocazione femminile per il terziario; nello specifico, si rilevano quote % elevate nel settore della sanità e assistenza sociale (46,3%), istruzione (43,7%). Le imprese femminili a titolarità “under 35“ sono 4.220, il 17,9% del totale del settore rosa.

Al 31 dicembre 2011, (il 9° Censim. gener. dell’industria e servizi), ha registrato 47.941 imprese attive(e con sede legale in prov. di CE), con un incremento del 19,6% rispetto al 2011. Gli addetti sono aumentati di circa 16.000 unità, con un forte incremento nel Commercio e altri Servizi (+15.539 e +8.313) e una forte diminuzione nell’Industria (-7.644). Il 44,7% delle imprese attive opera nel settore commercio, con 21.438 unità e il contributo lavorativo di 52.268 addetti.

Dati su occup. e disoccupaz. in prov.
Dati su occup. e disoccupaz. in prov.

Posizioni lavorative attive:
costituite da 77.659dipendenti, 47.125 indipendenti, 2.316lavoratori esterni, 791lavoratori temporanei. Quota maggiore di indipendenti attiva nel Commercio(22.796) e negli altri servizi(15.722), mentre i dipendenti presenti nel commercio sono 29.472 e nell’industria18.954. Il 70,2%dei dipendenti ha qualifica di operaio, il 26%di impiegato, lo0,7%di dirigenti-quadrie il 3,1%di apprendisti.

31dicembre 2011, istituzioninon profit attivein provincia di Caserta sono 2.343, con incremento del 18,9% rispetto a 2001, anno dell’ultima rilevazione censuaria del settore. La forma giuridica preferita dal settore è l’associazione, che pesa per l’81,8%. In particolare, si tratta di 1.398associazioni non riconosciute(ossia prive di personalità giuridica e costituite tramite scrittura privata, pari al 59,7 per cento del totale) e di 518associazioni riconosciute (nate con atto pubblico riconosciuto dallo Stato e dotate di autonomia patrimoniale 22,1% del totale)Seguono 242 cooperative sociali (10,3%), 34fondazioni (1,5%) e 151restanti istituzioni non profit con altra forma giuridica (6,4%), rappresentate principalmente da enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, comitati, società di mutuo soccorso. Il settore della Cultura e sport e ricreazione si conferma come la naturale vocazione del non profit casertano, con 1394 istituzioni, pari al 59,5% del totale provinciale.

Disponibilità "liquide" prov. CE
Disponibilità “liquide” prov. CE

30 sett. ’13: depositi presso banche e Cassa Depositi e Prestiti nella prov. sono pari a 11,1 miliardi€, con un tasso di crescita pari al 3,8% rispetto allo stesso periodo del 2012 (4,8% Campania; 2,8% Italia). Su fronte impieghi, emerge un tasso di riduzione pari a 1,8%, variazione più contenuta rispetto a quello regionale (-3,4%) e nazionale (-3,6%). In particolare, l’erogazione crediti per settore imprese, evidenzia una flessione tendenziale di -2,1%. Meno accentuata la riduzione dei prestiti alle famiglie, con decremento del 1,4%. La “crisi” morde anche consumi di famiglie, che si indebitano sempre meno. Infatti, l’erogazione del credito al consumo totale (banche + società finanziarie), a Sett. ’13 rispetto a stesso periodo del 2012, è diminuita sul territorio del 4,2%; la prov. di CE è in una situazione intermedia tra la variazione regionale (-4,8%) e quella nazionale (-2,6%): importo medio credito al consumo bancario, chiesto da famiglie casertane è circa 887€.

Tot. Italia attività ‘liquide‘ famiglie, 2011

Biglietti e monete: 113,60 mld€

Depositi bancari: 650,60 mld€
Risparmio postale: 327,00 mld€

di cui conti correnti: 24,50 mld€

 

«Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco?» Chi di noi ha davvero contezza di come stiano davvero le cose?

Vi siete davvero mai chiesti dove vadano a finire i nostri soldi versati in imposte e tasse? Dal momento che la morsa del nostro fisco si fa sempre più stretta, credo sia bene, oltre che responsabile, avere idee ben chiare sull’argomento. Tanto per dire, cominciamo col chiederci: quanto incide il costo del debito pubblico? Che ruolo giocano – a nostro sfavore – gli accordi comunitari? quanto incide la scarsa coesione nazionale e intracomunitaria? Tutte domande (scomode) a cui noi dobbiamo assolutamente dare risposta, giacché nessun giornalista sarebbe così pazzo da porle a chi di dovere. Anche in conside­ razione del prossimo rinnovo del ‘gabinetto europeo’.

Ripartizione imposte e tasse
Ripartizione imposte e tasse

Dunque, chiedevo della destinazione del nostro gettito: dove se ne va?
In servizi alla comunità ed in sussidi ai meno abbienti, verrebbe da rispondere. Sì certo, se vivessimo in un Paese normale, civile. Ma noi viviamo in Italia e qui, si sa, niente è scontato, nemmeno i diritti naturali. Sicché, potrebbe essere utile fermarsi a rifletterci un po’ su…
Per farlo occorre partire da un dato imprescindibile: l’interesse sul debito. Ebbene, se l’Italia potesse finanziarsi alla BCE, allo stesso costo con cui si finan­ziano le banche commerciali (cioè 0,25%), si spenderebbero solo 5 miliardi all’anno di interessi anziché 85. Domanda: perché non è così? Quali meccanismi si innescano all’atto della raccolta del gettito?
1) Diciamo subito che, questi interessi, vengono pagati anche con le tasse che i singoli cittadini versano.
Frattanto, la banca centrale, finanzia le banche private che, con i soldi ricevuti, comprano i BTP lucrando sulla differenza fra 85 e 5 miliardi, quindi a nostre spese. Negli USA, in Inghilterra e in Giappone non hanno permesso questo.
Lì, le banche centrali, hanno provveduto ad immettere liquidità nel sistema, tenendo i tassi d’interesse sul debito quasi a zero. Quindi, le banche, non hanno avuto modo di speculare sui cittadini del loro paese (al massimo speculano sui cittadini di altri paesi come l’Italia);
2) una parte del gettito italiano va a Bruxelles (una parte consistente). Bruxelles, dopo averle ‘assimilate’ ed anche un po’ sprecate (quasi quanto Roma) ma nell’indifferenza dei nostri ‘tabloid’… ridistribuisce parte di quelle tasse che arrivano da noi ad altri paesi come la Bulgaria. (la Bulgaria ad es. ha 7,5 miliardi di euro che l’Europa mette a disposizione per l’imprenditoria).

Quanto "contribuiamo" alle casse europee?
Quanto “contribuiamo” alle casse europee?

La diretta conseguenza è che, la Bulgaria, viene in Italia (e non solo) ad attirare gli im­ prenditori offrendo:
a) costo del lavoro bassissimo;
b) tasse sul reddito di impresa insi­ gnificanti;
c) costo per energia ridottissimo;
d) contributi europei per finanziare l’impresa.
Morale della favola? L’IMPRESA ITALIANA SPOSTA TUTTA L’ATTIVITA’ (o una parte) AD EST, LICENZIANDO IN ITALIA OPERAI E IMPIEGATI… la stessa forza lavoro che ha pagato le tasse ‘volate’ a Bruxelles per poi finire in Bulgaria. In pratica, l’operaio italiano, pagando le tasse ha decretato il suo licenziamento. O L’ABBASSAMENTO DEI SALARI; d’accordo, è un po’ forzato come ragionamen­to ma il senso è quello, giacché tutti conosciamo che reddito offra quel paese: roba da quarto mondo o quasi! Attenzione: non sto qui a fare una polemica contro i bulgari, sia chiaro. Loro sono senza dubbio delle povere vittime, ma è inaccettabile una tale politica spere­ quatrice, oltre che economicamente scorretta e criminosa. Questo meccanismo è sotto gli occhi di tutti i nostri politici, i quali accettano da ignavi queste regole immonde, andando chiaramente contro l’interesse del popolo italiano. Ricordiamocelo quando andremo a votare la prossima volta. Cos’hanno fatto di utile, per noi, i nostri rappresentanti eletti nel consesso europeo? Nulla, una beneamata fava; esempio lampante è la perdita di denominazione ‘Tocai’ oggi divenuto ‘Friulano’.
In tal modo non si favorisce nemmeno la crescita di un’economia come quella bulgara, ma solo l’irrobustimento della leadership di multinazionali che sfruttano le leve di salari bassi o condizioni favorevoli per produrre, e poi vendono in tutto il mondo complici le inefficienze fiscali. E’ vero anche che oggi, il debito, sembra essere l’unico ‘verbo’, mentre la finanza (spesso quella sporca) impera, tenendo sotto scacco l’economia reale. Stati sovrani, banchieri centrali, non esitano nei salvataggi di ‘banche canaglia’ anzi, lesinano sul welfare e sul sostegno sociale in generale.
La nostra unica salvezza risiederebbe in una continua crescita; fra il 2-4% per almeno 7/10 anni. Ma non è mai successo, nemmeno negli anni di “vacche grasse”, diciamo così (1998-2006). Solo nel dopoguerra, in occasione del famoso “Boom” economico, e sappiamo bene il perché. Non occorre una laurea ad Harward per capirlo: c’è forte crescita solo nei periodi post-bellici. Vi pare logico, dunque, auspicare una prosperità che malceli l’altra faccia di un conflitto su scala globale? Ovviamente no!
Circa, poi, il nostro senso di appartenenza, nazionale o comunitario, mi viene in mente un’antica citazione: “[…] ahi serva Italia, di dolore ostello. Nave senza nocchiero in gran tempesta. Non donna di provincie, ma bordello…” Purtroppo, la saggezza di messer Durante, già 714 anni fa, aveva individuato il male endemico (uno dei tanti, a dire il vero) italico.
Sull’ipotesi di fallimento dell’€uro, poi, dove peraltro nutro forte scetticismo, vi dirò: esso è per definizione e costituzione “too big to fail”, sicché… mi pare un po’ sterile come soluzione, ma tutto può essere. Invece condivido l’analisi critica sulla geo-politica post Yalta, così come condivido l’idea sulla concreta minaccia dello strapotere espresso dai banchieri ebrei; questione che nessuno ha il fegato di tirare fuori; argomento troppo scomodo me ne rendo conto.
Vero è che qualcuno, tanti anni fa, aveva subodorato la puzza di questa minaccia, ma era un pazzo ed imbecille, ed aveva scelto la “soluzione” sbagliata. Una via che ha portato sul baratro non solo la sua nazione, giustamente; la finanza, che piaccia o no, impera e tiene sotto scacco tutte le economie, è sin troppo lampante.
Riepilogando, un italiano che paghi onorevolmente imposte e tasse deve sapere che: una parte finisce col finanziare i profitti delle banche;
-una parte finisce col finanziare imprese nazionali all’estero, con la complicità della Comunità Europea;
-una parte finisce con l’agevolare ed alimentare sprechi fra gli innumerevoli enti locali: regioni, province, comuni e le loro porcate sugli appalti ed altre menate varie;
-una parte finisce anche per finanziare acquisti di aerei militari che non si useranno mai, o per ‘sostenere’ altre nazioni europee in difficoltà. Infatti, parte del nostro gettito, è finito dritto nelle casse di ‘San Patrizio’. Va bene Grecia o Portogallo, ma finanziare un Paese dove le multinazionali pagano una fiscalità prossima allo zero (parlo dell’Irlanda, of course), francamente, mi fa rodere parecchio le mie parti basse. E a voi sta bene? Suppongo di no; allora io dico… impariamo a pretendere concerti risultati dalla nostra pseudo politica: combattere evasori, ‘mazzette’ e crimine organizzato va benissimo, ma occorre fare guerra anche ai paradisi fiscali. Ma prima di attaccare questi luoghi, ‘l’attacco’, va fatto innanzitutto contro il ‘sistema Italia’ e contro chi cerca di lasciarlo immutato. E’ tempo di svegliarsi, gente!

Piemmerre Blog collection text: “Tassi, tasse e balzelli: dove va il fisco
by Piemmerre Protagonista & Soci edizioni indipendenti
Work licensed under a Creative Commons License: CC BY-ND 3.0
Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0-Unported License