«La ‘flessibilità’ di una menzogna!..»

In Europa, a Bruxelles, è in pieno svolgimento il dibattito volto al riconoscimento, all’Italia, di quella % di flessibilità (sul debito) da destinare alla ‘gestione ottimale’ dei flussi migratori. Ebbene, sono solo cazzate: un’ipocrisia di dimensioni abnormi, ecco ciò che penso.

Geografia degli sbarchi
Geografia degli sbarchi

Sono anni che in tanti reclamano – a buon diritto – flessibilità: per sostenere il lavoro, per le pensioni più basse. Ma soprattutto, per affrontare i disastri climatici, i tanti dissesti idrogeologici che affliggono l’Italia e tutti quegli investimenti per infrastrutture e servizi che renderebbero il nostro Paese più moderno, competitivo ed efficiente: a cominciare dal Mezzogiorno. Invece… Da Brussell ci hanno sempre risposto NO! Forse non le converrebbe, forse spaventiamo. Ne percepisco, quindi, l’idea di un mondo un po’ alla rovescia, dove c’è un’Europa che, in tema di immigrazione, è molto attenta e spende tanto. Mentre, quando si tratta di allargare i cordoni della borsa, realizzando opere e progetti che diano slancio a quei paesi, e a quei cittadini che pagano per essere parte di un consesso europeo, invece se ne frega e si finge distratta o severa. Il tutto, però, non più mascherabile da quell’austerità killer imposta da frau Merkel.
D’altronde, parlando di flussi migratori, indovinate un po’ dove si concentrano la massa di sbarchi clandestini? Germania? Olanda? Belgio? Francia? Dai che la sapete, è facile. Però vi voglio dare l’aiutino: osservate bene le due infografiche. Fatto? Bene, così sappiamo di cosa si parla…

I 'numeri' migranti
I ‘numeri’ migranti

Esimi politicanti, ma a chi la volete raccontare; non siete più credibili: troppo infimo è il livello in cui siete scivolati. Vergogna! Lo capirebbero pure i sassi qual è il reale obiettivo di questa ‘flessibilità’: il bieco (ma anche patetico) tentativo di tenere in piedi un ‘sistema’ marcio e speculativo: quello sul business degli immigrati. Solo che stavolta non si può più rischiare un’altra Mafia Capitale. Non si può correre il rischio di sputtanare, di nuovo, un ‘affare’ così redditizio. Non ci si può più consegnare nelle mani dei vari Salvatore Buzzi o Massimo Carminati: questi ora sono ‘bruciati’. E poi, quei due, hanno già tracciato il percorso, hanno già scritto le regole ed insegnato tutti i trucchi. No, adesso è l’ora dei ‘colletti bianchi’: quelli insospettabili, credibili e, soprattutto, ‘controllabili’. Adesso, tutto deve essere sbiancato. Ora, tutto deve apparire… ‘a norma di legge’!

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«‘TeRenz-ill’, l’Italia e la crisi italiana… (sistemica)»

Tanto per esser chiari, tanto per mettere i puntini sulle i: un conto è la grave crisi internazionale, che il crollo di Lehman Brothers – simbolo ma non causa – incarna. Altro conto è la crisi in Europa e, ancor di più, quella ‘tricolore’.

TeRenz-ill - lo chiamavano Nullità!
TeRenz-ill – lo chiamavano Nullità!

A casa nostra, i numeri dal 2008, ci mostrano un quadro tetro, e parlare di crisi è pura accademia o eufemismo. Il fatto è questo, seguitemi: meno centoventidue mld €uro (dico -122 mld €). Oltre 7/8 manovre finanziarie; risultato classificabile come misura per la perdita del potere d’acquisto.  Nel dettaglio: oltre 75 mld € di minori consumi realizzati negli ultimi sette anni; 47 mld €, l’erosione sul risparmio degli italiani – nelle fasce di reddito medio – operata nel periodo in esame, a fronte di un costo della vita più alto e di un rapporto imposte-tasse locali/servizi sempre meno generoso per l’onesto contribuente. Uno scenario che non cesserà affatto di cambiare, ahimé.
Di fronte ad un panorama dalle tante ‘sfumature di grigio’, pesano parecchio le ignobili menzogne espresse dal capo dell’esecutivo, circa un fantomatico ‘funerale delle tasse’ (cit. premier Renzie); in primis sulla prima casa.
Il tempo per i cazzeggi è finito da un pezzo, ma chi dovrebbe operare nell’interesse della Nazione prosegue la sterile rincorsa per preservare lo status quo, simulando bieche riforme che, altro non sono, se non oblique manovre per sottrarre benefici e legittimi privilegi a quelle classi notoriamente più aggredibili, e dal reddito sistematicamente vessabile. Un modo come un altro per avere uno strumento di pressione (elettorale, per lo più) da barattare con i più elementari diritti naturali e/o servizi/prestazioni varie. Il miglior risultato ottenibile, come conseguenza di questa ignavia, è che l’intera Nazione, da quasi un decennio, è in ‘svendita’, con buona pace dei contribuenti italioti, ma anche dei lavoratori e di parte del nostro know-how. Nel frattempo però, dal Mondo intero, giunge una minaccia ben più grave: la resa dei conti con quei popoli che, storicamente, hanno subito la sferza e il piglio speculativo delle economie ‘avanzate’: ma poi avanzate rispetto a cosa? E di fronte alla prospettiva di ciò che il futuro breve ci riserverà, risuona con tutta la sua potenza la frase che ‘Gandalf il Grigio’ pronunciò ai suoi compagni di ventura, mentre sprofondava nell’abisso delle caverne di Moria: “Fuggite, sciocchi!Scappate da €urolandia, il più veloce ed il più lontano possibile. Chi può deve farlo, nell’interesse dei figli se non altro: una parte del resto del Mondo, benché non priva affatto di problemi, offre se non altro un bene prezioso ed ancora percepibile: la speranza!

Parafrasando Keynes: «La ‘teatralità’ della moneta: alziamo il sipario!»

Qual è il valore della moneta
Qual è il valore della moneta

Money is the measure of value, but to regard it as having value itself is a relic of the view that the value of money is regulated by the value of the substance of which it is made, and is like confusing a theatre ticket with the performance” (Keynes – ‘The Royal Economic Journal’, vol. XXIV, 1914) – «La moneta non ha valore in sé (come biglietto), ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale!» tradotto nella nostra lingua.

Il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto di beni e servizi, realizzabile in relazione ai prezzi di mercato. Detto questo, va anche aggiunto che: a parità di quantità/valore della moneta, nello stesso momento, può aumentare, ad es. il prezzo dell’olio (perché il raccolto è stato funestato da una malattia delle piante), ma diminuire quello dei lettori Cd (perché l’ascolto della musica è effettuato con altri strumenti). Per converso, un aumento/diminuzione del “valore” della moneta, muta il prezzo di qualsiasi bene. Quindi, parlando di valore della moneta, prezzi e consumi, non si può non arrivare al PIL. In tal senso, mentre il ‘PIL reale’ esprime l’interazione tra privati, sistema finanziario e Stato, la stabilità della moneta dipende dalla fiducia riposta dagli operatori nell’autorità che ne controlla quantità ed espansione. Ne deriva che: scambi commerciali, domanda, offerta e PIL, diventano dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” a quel biglietto per lo spettacolo teatrale. Ed ecco che, appunto, si torna al punto di partenza: arriviamo alla quadratura del cerchio.

Cosa può fare la moneta?
Cosa può fare la moneta?

Anche il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi (come si vedrà in seguito, inoltre, il rimborso di un prestito distrugge la moneta a suo tempo appositamente creata).
Uno dei temi più controversi – e che, seppure indirettamente, condiziona tanta parte del dibattito politico – è il ruolo, nell’economia, della moneta e del relativo ruolo delle banche, della banca centrale e dello Stato. Come aveva brillantemente rappresentato Keynes, nel sopracitato articolo, il valore del biglietto, quindi, non è altro che la capacità di acquisto (di beni e servizi) espressa in funzione ai prezzi esistenti sul mercato. Un aumento/diminuzione del “valore” della moneta (come determinato dalla sua quantità in rapporto ai beni stessi) muta il prezzo di qualsiasi bene (il saldo algebrico, aumento/diminuzione, del suo prezzo è poi determinato dal livello di variazione di domanda/offerta di quel bene. A parità di sua domanda/offerta, una diminuzione del valore della moneta, fa aumentare il prezzo del bene). Nel complesso, quindi, (e ferme le dinamiche di cui sopra con riferimento ai singoli beni), rilevano la quantità (offerta) di beni/servizi prodotti (e il suo tasso di crescita) e la quantità/offerta di moneta (e il suo tasso di crescita rispetto al tasso di crescita dei beni). Non è decisivo che una moneta sia imposta per legge: quando gli operatori si accorgono che la sua capacità di acquisto diminuisce marcatamente, tanto da far pensare che la sua espansione sia incontrollata, tenderanno a sostituirla con altre monete più stabili. Ricordiamo che, l’autorità preposta al controllo della stabilità della moneta, è, in tutte le economie avanzate, un organo indipendente – proprio affinché non corra il rischio di essere costretto, per “legge”, ad alterare la stabilità della moneta – ma nominato dall’amministrazione statale, cui deve periodicamente rispondere, relativamente all’operato e al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’amministrazione stessa (nel caso dell’euro zona è, ovviamente, la BCE). Quindi, il controllo della stabilità della moneta e del sistema finanziario è affidato ad un organo pubblico, la creazione della moneta e la determinazione del PIL reale dipendono e sono originati dalla complessa interazione (tra privati, sistema finanziario e Stato) di cui si è detto. Ne consegue che: la parte pubblica sovraintende e garantisce il sistema dei pagamenti (e, si ripete, vigila su stabilità della moneta e solvibilità del sistema bancario) e la parte privata gestisce il sistema dei pagamenti e origina tanta moneta quanta è necessaria per effettuare le transazioni e rappresentare contabilmente l’incontro tra domanda e offerta di credito.

Gerarchia economica globale delle banche
Gerarchia economica globale delle banche

E, a proposito di credito, occorre dire che: volume di scambi, di domanda e offerta di credito e PIL diventano, a questo punto, dipendenti l’uno dall’altro, fermo che nel lungo periodo è solo la crescita del PIL reale che dà “valore” sempre a quel biglietto dello spettacolo teatrale. Per meglio illustrare l’interazione tra privati, banche e Stato, con riferimento a PIL e moneta, occorre operare una finzione rappresentativa: la suddivisione della moneta in moneta/lavoro (o moneta/reddito definitivo) e moneta/credito (o moneta/anticipo reddito futuro). Ovviamente, in un’economia in cui è presente il credito in maniera pervasiva – e più è efficiente il sistema finanziario più è rilevante il credito – è difficile distinguere, nelle quotidiani transazioni, quale sia moneta/lavoro e quale sia moneta/credito. In entrambi i casi, infatti, la moneta viene utilizzata, divenendo irrilevante la provenienza, per acquistare beni, servizi e attività finanziarie. E’ vero che il credito può determinare un aumento del PIL: se ottengo un prestito bancario e compro un’automobile, quei soldi, per la parte relativa al valore aggiunto, confluiranno nel PIL. Quando però restituirò il prestito, la somma relativa sarà necessariamente sottratta ai miei risparmi o ai miei consumi e quindi quell’aumento di PIL si sarà verificato solo una volta ed anzi, per la parte relativa agli interessi, determinerà una riduzione dei consumi e del PIL a meno che il reddito non aumenterà ad un tasso superiore a quello degli interessi stessi. Mentre, infatti, la moneta/lavoro corrisponde ad un reddito attuale, la moneta/credito corrisponde unicamente ad un reddito futuro ed ipotetico. Sarebbe a dire che, quando il reddito futuro sarà effettivamente realizzato e il debitore utilizzerà la moneta/lavoro per estinguere il debito, la moneta/credito è come se non fosse mai esistita. D’altronde, non è detto che il credito alimenti sempre il PIL. Quando si compra una casa non nuova (così come quando si compra un’azione in borsa), il valore relativo all’abitazione è già stato computato all’epoca della costruzione (mentre l’acquisto di un’azione determina unicamente il trasferimento di proprietà di un bene già esistente) e, quindi, il prezzo pagato non migliorerà i conti nazionali, se non per le ulteriori somme pagate a titolo di commissione all’agenzia, al notaio, ecc. A questo punto è inevitabile fare la domanda che tutti, prima o poi, si sono fatti: un’economia, può esistere e funzionare – più o meno efficientemente – anche senza moneta? Ritengo sia possibile, ma non senza l’idea del denaro (che in quanto utilità economica è connaturato all’uomo). In pratica, un’economia senza moneta ma col denaro.
Mi spiego meglio: un’economia fondata sul baratto, infatti, esisterebbero comunque lavoro, domanda e offerta, consumi, risparmio, investimenti, credito e prezzi. Naturalmente, il valore dei beni utilizzati in un’economia fondata sul baratto, ha l’intuibile limite di essere soggetto ad eventi estranei, cioè: se mi pagano in natura, diciamo patate, il “valore” di scambio delle patate che non consumo è condizionato dalla quantità e qualità del raccolto, dagli eventi atmosferici, dalla loro deperibilità nel tempo. Si presenta, quindi, variabile ed aleatorio, con tutti i riflessi negativi sull’attività economica. Infatti, ciò che si chiede alla banca centrale, è preservare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Domanda finale: qual è il volume di flusso monetario di Italia ed Europa?
Qui a casa nostra, il sistema bancario italiano contribuisce alla base monetaria dell’Euro zona per circa 188 miliardi (174 miliardi di circolante più 14 di riserva obbligatoria) a fronte di 1413 miliardi di depositi soggetti a riserva e 774 di depositi non soggetti a riserva. L’intera area €uro, nel suo complesso, ha una base monetaria di 1430 miliardi, di cui 985 miliardi di circolante e 445 di riserve. L’obbligo di riserva al’1% ci spiega che il sistema bancario può concedere prestiti sino a 100 volte (1/0,01) l’importo dei depositi. Riflessione finale che chiosa il mio breve approfondimento: dal 2008, anno in cui è esplosa la crisi (crisi che, di fatto, resta soprattutto italiana ed europea), in Italia, in quale misura quel’1% è stato messo a disposizione del sistema produttivo per creare valore? Cioè, di quei 188 mld di € italiani, moltiplicati per 100, quanto è stato investito nel sistema imprese e quanto per speculare su BTP e debito governativo tricolore?

«Parliamoci chiaro! La mia opinione sull’anomalia Italia»

Disoccupati inoccupati
Ogni giorno veniamo letteralmente bombardati da termini come: ripresa, crescita, lavoro, Pil, equità, redistribuzione delle risorse, welfare; parole su cui, oggi, si sta gradualmente svilendone il senso originario.

Il bello è che, per lo più, queste parole escono proprio dalla bocca di chi ha fatto sì che la nazione venisse a trovarsi esattamente all’opposto di ciò che quelle parole vorrebbero intendere.

Soggetti come Letta, ‘Saccodanni’, con tutto il caravanserraglio di dicasteri socio economici, da mesi non fanno che ripetere la solita solfa, senza mai prendere provvedimenti utili a rilanciare davvero la produttività e l’occupazione. Un’ignavia ed un’impotenza che raggiunge uno dei culmini attraverso ‘l’esodo’ di FIAT verso le piazze olandesi e inglesi, che per inciso: sono anche due monarchie!
Ma allora, mentre la politica italiana resta molle rispetto a quei problemi atavici mai risolti (vi ricordo che nel 2014, ancora si parla di “questione meridionale”, roba che io studiavo alle elementari e medie), intorno a noi cosa succede? Quali scenari alternativi si sono sviluppati in conseguenza di tutto ciò?
Facciamo due conti: nel 2013, circa 9000 laureati hanno lasciato l’Italia. Quanti, invece, si sono trasferiti in Italia? Le università degli Stati Uniti sono piene di ricercatori italiani (le stime parlano di circa 15.000).
Lo stesso vale anche per l’Inghilterra, e perfino per la Spagna, nonostante abbia criticità simili alle nostre.
E poi, quanti stranieri ci sono nelle nostre università per… “ricercare”? Nessuno?
Stesso discorso vale anche per i manager: sei delle dieci più grandi imprese, non finanziarie inglesi, hanno un amministratore delegato straniero, in Italia nessuna. Di contro, invece, (e non è una buona notizia) l’unico settore dove sembriamo capaci di attirare stranieri di talento è il calcio, e se ne può ben capire il perché, vi pare?
Rimanendo in tema di #immigrazione, se il nostro Paese attira solo chi è disperato, e non chi ha la fortuna di poter scegliere; se i nostri connazionali di talento scappano a migliaia, ci sarà pure un motivo.
L’indignazione – qualora vi fosse – non deve essere circoscritta alla Fiat che ‘se ne va’, ma sulle ragioni che generano tali scelte, e anche contro noi stessi, per aver tollerato (se non favorito) un sistema economico che premia i peggiori ed esclude i migliori. Inutile negarcelo: è tutta nostra l’invenzione della ‘Peggiocrazia’; un virus che fornisce rendite a chi è al potere, ma che in tutti gli altri distrugge perfino la speranza.
Nel ‘600 in Europa, per motivi anche economici, mercanti e artigiani cominciarono a emigrare verso quei Paesi più tolleranti (come l’Olanda ad es.) favorendone lo sviluppo economico e anche la potenza militare. Lentamente, gli altri Paesi, furono costretti a seguirne l’esempio; la Peggiocrazia italiana, di contro, rappresenta l’equivalente moderno di quella Inquisizione che oggi mette in fuga i ‘migliori’ dei nostri. E la politica che fa? Be’, essa sale al ‘Colle’, troppo presa dal blindare le “larghe intese” fino al 2015. Per cui, sino ad allora…
perdete ogni speranza!

«Il “lavoro” oggi è sinonimo di incertezza: ma cambierà? E se così non fosse, quali implicazioni comporterebbe?»

Lavoro come sinonimo di precarietà!
Lavoro come sinonimo di precarietà!

Sarebbe appagante trovare una risposta ad una domanda così inquietante, che da un po’ serpeggia fra la gente.
Ma la vera domanda da porsi è: se domani saremo tutti precari (susate il lapsus: con contratti a tempo determinato),chi arriverà alla pensione?
E quindi, di conseguenza, chi pagherà le pensioni di dopodomani?..

Non è necessario aspettare che smettano di lavorare/contribuire, chi oggi lavora a tempo indeterminato: l’aritmetica ci fotte già da subito!

Mi spiego meglio: se nel 1950, l’onere di ogni pensionato, era spalmato su 10 contribuenti/lavoratori attivi (facciamo questo es. ma il rapporto grosso modo è quello), oggi il rapporto è quasi 1:1 quindi… fate voi due conti. A tutto questo va aggiunto il numero di disoccupati che NON può contribuire e il numero di esodati/cassaintegrati e la mobilità, il cui costo viene scaricato paro paro su noialtri, ovviamente!
Con l’accorpamento di Inps, Enpals, Inpdap, Inpdai ecc. ecc. è stata fatta l’ultima mossa verso il massacro: in pochi sanno che il fondo dei dipendenti pubblici è uno dei pochi ancora attivi, cioè col rapporto ancora favorevole. Tutti gli altri… be’, meglio lasciar stare. Ma tutto questo, quasi nessun giornalista o economista lo dice, sempre troppo impegnati col “Bunga-Bunga” del Cavaliere o col tormentone Grillo & “five stars”.
Concludo mutuando il titolo di un libro di Gino e Michele: “Nemmeno più le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano?” Siamo italiani: gente senza nerbo né orizzonte. Oppure no?

«“Onorevoli”: o adesso si rifà l’Italia oppure noi si defungerà!»

(Attenzione: questo post è stato scritto il 26-03-2013)

Egregi signori dipendenti ed inquilini molto poco onorevoli (ad eccezione di una ristretta cerchia) di “Palazzo Madama, Chigi e Montecitorio”: avrei da dirvi due paroline, condivisibili – credo – dalla maggior parte della cosiddetta “Società civile”; la stessa che, in effetti, è direttamente connessa con la vita reale, e non quella posticcia che vi create dentro quei palazzi. Voi che dovete rispondere a noialtri che siamo i vostri datori di stipendio (Grillo dixit), ecco il mio poco onorevole pensiero…
Mentre voi cazzeggiate sul nulla, mentre voi elucubrate su come tenere in vita una nomenclatura mummificata e che non ha più nulla da dare al Paese, mentre voi filosofeggiate su chi è presentabile e chi deve essere eleggibile, mentre voi proseguite nei vostri anacronistici e sterili “giochi di ruolo” (e mi riferisco soprattutto a quella finta sinistra che si considera – senza alcuna ragion veduta – al di sopra dell’impresentabilità) fingendo di aborrare i vostri naturali alleati e simbionti, mentre voi continuate ad ignorare la realtà e vi rifiutate di dare risposte concrete al Popolo nascondendovi dietro false e risibili ideologie… mentre fate tutto questo l’Italia – e con lei buona parte dei contribuenti – si avvia lentamente a defungere.
Vi vorrei ricordare che – fra Giugno e Luglio – ci toccherà pagare nell’ordine: Irpef-Irap ed Iva (a chi di competenza)-Imu-Tares ecc…Un vero e proprio dissanguamento a cui si contrappone una pesante recessione; la più difficile dal 2° dopoguerra. E la politica che fa? NIENTE!
Blatera, giochicchia, si nasconde e perde tempo. Concludo questo pensiero con un genuino suggerimento: Bersani, D’Alema, Bindi, Franceschini, Veltroni. Per cortesia: LEVATEVI DAI COGLIONI.
Andate serenamente in pensione e non vi fate più vedere né sentire, grazie. E’ gran parte dell’Italia che ve lo chiede! Ed a proposito di ipocrisie e mala-politica…
La cosiddetta Casta sta facendo passare la vulgata secondo cui lo stallo attuale – e più ancora la devastazione politico-economica del paese – sia colpa dei grillini. Parte di queste accuse sono giuste, per meglio dire comprensibili. Però, al tempo stesso, siamo di fronte a due paradossi notevoli.
Paradosso Uno: Il M5S sarebbe responsabile, per buona parte di politica e media, di vent’anni di disastri. Un po’ come se Balotelli, dopo aver sbagliato due partite di fila, fosse accusato di non aver fatto vincere uno scudetto al Milan negli ultimi anni. Pd e Pdl incolpano il M5S dei propri errori (e delle proprie connivenze), nella speranza che gli italiani alle prossime elezioni voltino le spalle alla forza di Beppe Grillo. Ci riusciranno? E’ possibile!
Paradosso Due: Il M5S sta ricevendo accuse di ogni tipo, pur rispettando il suo programma. Anche questa è notevole: non è che il Movimento sia accusato di essere un voltagabbana, di avere tradito gli elettori, di avere barattato la propria natura in nome delle poltrone. No, qui è il contrario: il M5S ha la colpa – e in effetti in Italia lo è – di rispettare le parole date. E tra le parole date, anzi urlate, c’era il “niente fiducia, niente alleanze, devono andare tutti a casa”.
Purezza e coerenza devono sempre scendere a patti con la realtà delle cose: è inutile continuare a giocare a poker se nel frattempo gli altri giocano a briscola. Però è davvero intollerabile questa recita – anzitutto dei piddini – secondo cui loro sono santi e gli altri irresponsabili. Di chi è la colpa? Il disastro attuale non è colpa del M5S (chi lo sostiene asserisce il falso e sa di farlo), ma del peggiore centrodestra d’Europa e di un centrosinistra incapace, correo e comicamente arrogante. Nessuno al mondo sarebbe riuscito a perdere contro questo Berlusconi tramontante. Nessuno, tranne il Pd (e derivati). Se si cercano le colpe, si additino i Boccia e le Bindi. Sono loro che hanno tenuto in vita il Caimano. Mica Grillo. Se “Berlusconi c’è ancora”, le colpe sono delle Bicamerali, dei D’Alema, degli inciuci, dei Mastella, degli indulti, degli scudi fiscali, delle leggi vergogna (mai cancellate), dei conflitti d’interesse (non risolti). Eccetera eccetera. E questo pensiero che chiosa… esce dritto, dritto, dalla penna dell’ottimo Andrea Scanzi!

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