L’amore… “Del Santo”

LadyThe Lady…”
La risposta più ovvia alla D’Urso… La conferma che il benchmark, sempre la D’Urso, è battibile!!

Una web serie che va OLTRE ogni stereotipo; una produzione che supera e rende vana ogni classificazione. Rendendo superflua la scelta di un qualsiasi aggettivo. Impossibile, più che altro!!

Che intuizione, quella di Lory Del Santo, al suo debutto come regista..
Nel suo esordio, crea la 1^ ‘Gossip-serie’; la prima fiction Radical chic-Hipster; la prima, con una trama… senzastoria’.
La Del Santo, più patinata che mai, è la Ed Wood denoartri!!

Montaggio, dialoghi, doppiaggi e piani sequenza, al di là del concetto di genio; scelte che fanno sfacciatamente marameo agli archetipi del genere.
Un crogiolo di emozioni.  Come questo frammento, ad esempio:
-Lui: Hai dei viaggi in programma?
-Lei: Si, Capri. Devo andarci per un servizio fotografo, una campagna
di costumi da bagno. Poi Napoli e poi Parigi.
-Lui: Ma cosa è l’amore per te?
-Lei: Frammenti di tante emozioni. Dai è tardi, andiamo

Notate la sobrietà dei contenuti; il minimalismo della consecutio temporum -quasi un inchino all’intramontabile Treccani– un autentico attacco idiomatico, sferrato all’esasperato edonismo di massa.
Per non parlare dell’eleganza con cui si fa sfoggio della Geografia.

Un prodotto per la rete, con un solo grosso punto debole:
The Lady…” è un porno che non decolla; ammicca, appicca ma non spacca.  Parte in quarta, ma si affloscia sul margine della meta.
Lory lancia un pesante monito alla neo borghesia post-moderna.
Sferza (nemmeno tanto) i luoghi comuni etnici;
scherza sugli archetipi di razza, senza lesinare su ovvi cliché.

Discutibile ed obliquo, nel suo messaggio subliminale:
basta sopravvalutare l’Umanità!!
Insomma: buono o pessimo che sia, non importa,
basta che se ne parli… E se ne parlerà!!

Sanremo…“equity fair”: la finanza in “do” maggiore

SanRemo
L’ingresso del Teatro Ariston a Sanremo

Se il festival fosse un’invenzione yankee, magari a Vegaso L.A.’, probabilmente sarebbe stato un tema di inve­stimento.
Tutti conosciamo l’abilità dello “Zio Sam”: profitto da ogni evento, occasione.
Lo ‘Showbiz’, d’altronde, l’hanno inventato loro.

 

Già mi vedo il ticker dell’attivo: “St.Re”.  Già sento i pezzi grossi di Wall Street, mentre sussurrano tra loro: “Ferro azzurro ama Sanremo…” ; forse l’avrebbero addirittura quotato sul NASDAQ. Ma questa è solo pura divaga­zione, procediamo oltre.

Piuttosto, la domanda vera è: se l’avessero davvero fatto, da dove sarebbe scaturito il valore dell’investimento? E, a questa prima domanda, ne sarebbe­ro sorte diverse altre.
Tanto per dire…
1) Che “shelf-life” avrebbe un investimento di questo tipo?
2) Quali settori dell’economia avrebbero beneficiato di questa operazione?
3) A quale “Style box” sarebbe stato assegnato? E in quale “dimensione”?
4) Quale profilo di investitore “retail” potrebbe esserne interessato?
Procediamo con ordine, dunque.

– La prima risposta – durata- potrebbe essere: lunghissimo termine. Per forza.
– Il guadagno sarebbe arrivato da svariate voci: il volume di raccolta delle aziende del settore marketing e pubblicità, innanzitutto. Così come da ricavi per vendita discografica; diritti di merchandising e immagine sugli artisti (ma non solo); commercializzazione e distribuzione del “prodotto Festival”; ricavi da parte delle aziende di servizi ed infrastrutture (tecniche soprattutto) impegnate nel business. E certamente tanto altro ancora.
Inoltre, la versione italiana, vede localizzato l’evento canoro a Sanremo dove ha sede anche uno storico casinò. Con tutti gli annessi e connessi.

La stessa cosa, quindi, potrebbe essere replicata negli USA.
Perciò, includendo le “case da gioco” come elemento di valore aggiunto, andrebbero considerati anche i profitti del settore “gaming”, o gioco d’azzardo. Gli Stati Uniti muovono montagne di miliardi di $ nel settore.
– Lo “Style box”, vista la natura del business di riferimento, potrebbe essere il segmento “Value”. Siete d’accordo?
– In termini di capitalizzazione (leggi pure dimensione) io propenderei per il settore “Large” o, tutt’al più, per il “Mid-cap”. Sempre sponda USA.
– Quanto alla tipologia dell’investitore retail, ragionando su larga scala, escluderei chi mostri un approccio speculativo. Includerei, invece, cassettisti; chi punta al “dividend yield”; chi lavora nel settore, con l’accesso ad offerte di stock-option, etc.
In ogni caso, trattandosi di un business circoscritto all’ambito dei consumi di servizi e beni “emozionali/voluttuari”, è prevedibile una ciclicità del settore. Con una certa volatilità, insomma. In tal caso, un “accumulo” nel tempo potrebbe ripagare con un premio extra sul risultato finale. O no? 

Superate queste obiezioni ne resta, almeno, un’altra ancora. Ossia…
Qualcuno, giustamente, potrebbe chiedersi: e il bacino di utenza?
Tradotto in numeri, quale potrebbe essere -in volume di pubblico- il potenziale mercato? Facciamo un esempio su dati certi nostrani: nell’ultima serata edizione 2017 si è registrata la punta più alta dell’ultimo decennio. Per cui, se in Italia con circa 60 milioni di abitanti uno share del 58% vale oltre 12 milioni di spettatori (tutti potenziali consumatori), negli USA con oltre 250 mln di persone la ‘platea’ sarebbe di diverse decine di milioni. Non proprio due gatti.
Il condizionale è di prammatica, ma parliamo pur sempre di un’enorme ser­batoio. Gli americani, a questo punto, sentirebbero già il tintinnio delle monete che cascano, come da un Jackpot. Noi, invece?

Ogni investimento che si rispetti dovrebbe presentare un “track-record” temporale di una certa ampiezza. Serve per le statistiche ma, soprattutto, a verificarne l’andamento (anche efficienza) negli anni. Ovviamente, serve anche a desumere i “top & bottom” conseguiti; cioè: i picchi ed i tonfi.
Nel caso di Sanremo, il massimo storico ci fu nell’edizione 1987: quattro epiche serate, con un ascolto medio di quasi il 69%, pari ad oltre 16 milioni.
Il flop è più recente: maturato nell’edizione 2008. Il risultato finale fu un di­sastroso 36% tirato a forza: appena 6,8 milioni di spettatori.
Lo “staff gestionale”, e la RAI, a quel punto furono costretti a riscriverne format e budget, inserendo il criterio di direzione artistica pluriennale.
I risultati, infatti, non hanno tardato ad arrivare: sia sugli ascolti che sui ritorni economici. Anche sul brandSanremo nel mondo”: un mainstream molto richiesto e riconosciuto.

Nel lasso di tempo (1987-2017) di trent’anni, oltre ad ottenere minimo e mas­simo storico, se n’è ricavato anche un altro dato essenziale: il “Benchmark” di riferimento;
leggi il grafico in basso.

Media ascolti Sanremo
Dati Auditel ultime 10 edizioni


Ogni buon attivo finanziario ha il suo parametro di confronto; nel caso di Sanremo, il benchmark, è Carlo Conti. Ossia, la media di ascolti maturata (durante il triennio 2015-2017) nelle tre edizioni in costante crescita dirette “dallOtello del tubo catodico”, come mi piace maliziosamente definirlo. Stiamo parlando di una media triennale di quasi il 50% di ascolti: 13 mln. Dato abbastanza buono da identificarlo come: l’obiettivo da battere.
Nel 2018, questo parametro medio, per la prima volta è stato “replicato”.
La media ascolti, nell’edizione appena conclusa, è stata di circa del
52,3% pari a 11 milioni di spettatori medi a serata miglior risultato da 13 anni ad oggi.
Ma non ci sono solo gli ascolti a rendere interessante l’esperienza sanreme­se: buone nuove anche dai dati economici. Al netto dei costi in netta riduzione rispetto alle precedenti edizioni e dei cachet per direttore artistico, conduttori ed ospiti (circa 16,5 mln€), il cambio di formula apportato da Baglioni ha prodotto ricavi complessivi per 25 milioni di (quasi tutti da pubblicità e sponsor), più 1 milione dalla vendita dei biglietti, dal ‘televoto‘ e dall’uso del marchio. Quest’ultima voce, forse, andrebbe gestita con maggiore vigore.

Morale della favola: c’è un attivo di 9,5 milioni di €; chissà in America, un fenomeno largamente seguito da oltre 65 anni, come lo avrebbero valorizzato. Quanto ne avrebbero ricavato. 
A casa nostra, gli ultimi quattro anni ci hanno dimostrato che, anche un festival, può creare valore, non già emozionale bensì pure economico, al punto da poter staccare un bel dividendo da distribuire. Davvero un eccellente risultato.
Quindi, concludendo: abbiamo un quadro generale sul tipo di investimento; ne conosciamo tipologia, timing e settore di riferimento.
Sappiamo come e dove profittare ed abbiamo anche un benchmark da battere o replicare. Come pure l’investitore tipo a cui rivolgere l’offerta. Inoltre, abbiamo uno storico dell’andamento e, per finire conosciamo anche minimi e massimi di risultati raggiunti, su un lasso di tempo lunghissimo.

Il mosaico, a questo punto, si può definire completato. C’è solo da impacchettare tutte queste informazioni, e confezionarne un contenitore da lanciare sul mercato, per valorizzare il collaudatissimo mainstream canoro, frazionandone la “proprietà” tra il pubblico indistinto. Magari anche sotto forma di PIR? Boh, chissà!

Un’ultima cosa e poi concludo: va da sé che, lo stesso (fanta)ragionamento elaborato su l’ipotesi del festival in Borsa, è applicabile a tanti altri programmi ad elevato potenziale di pubblico ed ascolti; altro buon “Made in Italy” per ingrossare genuinamente il PIL nazionale. Domanda: tutti pronti anche per “don Matteo”?

Il Matteo prete, però. Non l’altro!

 

 

 

 

«L’‘Alba’ del gusto: cronaca di una serata… fuori programma»

C’era una volta, in una Sicilia lontana lontana…”

"Cantina San Teodoro"
“Cantina San Teodoro”

Be’ no, questa non è una favola, o l’incipit di una trilogia intergalattica degli anni ‘70. Ad esser sinceri, non è nemmeno una vecchia storia né una di quelle leggende che si tramandano tra generazioni; e no: non è nemmeno una metafora. Questa è una realtà contemporanea, qui vi riassumo il talento di uno straordinario chef: Mimmo Alba; colui che, partendo dalla sua Catania, ha deciso di sfidare gli stereotipi culinari partenopei, tentando di ‘riunificare’, almeno a tavola, gli antichi fasti del Regno delle due sicilie. Mimmo Alba, un professionista che, attraverso la chimica degli alimenti, riesce a: concentrare, liquidare, esaltare, raffreddare e sublimare la materia prima. Ricerca sapori e tradizioni perdute nelle pieghe del tempo, li recupera riadattandoli al giorno d’oggi, sfidando tutti i luoghi comuni napoletani.

Premessa:
La serata è… ‘fuori programma’, per il sempice fatto che avrei dovuto fare altro, ma poi è saltato tutto. Ed ecco che arriva, del tutto inattesa, la ‘chiamata’ di un mio caro amico che, casualmente, dalla Sicilia, anche lui era in ‘transito’ dalle mie parti, a Caserta. Lui è Nando Papa, head sommelier del Verdura resort, Gruppo Rocco Forte H. di Sciacca. Al cellulare mi fa: “vediamo se stasera ti lasci andare ad una piacevole trasgressione”. Capirai, la frase aveva un che di sibillino, e non me lo son fatto ripetere nemmeno mezza volta; ho mollato tutto e siamo partitti assieme: tempo un’ora circa, eravamo a Napoli alla ‘Cantina San Teodoro’, località Chiaia.

Sul posto:
La prima cosa che vedi arrivando nel suo ristorante gourmet, in realtà, non è una cosa ma Luigi: professionale e scrupoloso direttore di sala, nella sua elegante uniforme blu scuro. Voce bassa e cortesia completano il suo quadro.
Entrando nella sala, poi, noti subito due cose: la sobrietà dell’ambiente (discreto ed armonioso) e grandi vasi sui tavoli. Dentro, però, non ci sono i classici fiori (secchi, finti o di campo) ma delle bellissime coreografie di sottilissimi, variegati e lunghi grissini cotti in casa. A proposito: vi consiglio di assaggiare subito quello al nero di seppia, buoni ma finiscono presto. Perciò, siate pronti. Anche luci e posaterie hanno il loro perché: le prime, basse per agevolare l’ospite e soffuse quanto basta; le seconde, ‘schierate’ ad arte e perfettamente lucide e pulite. Ah, un’altra annotazione: scoprire una coppia di coltelli ‘Sambonet’, uno dei quali in perfetto equilibrio verticale lungo, con le punte rivolte ad un bellissimo bicchiere per acqua color blu marino, regala un bel colpo d’occhio, è come se stesse per dire: “hey amico, questo è solo l’inizio, sai?..” E così tu, seduto, ti apri ad un bel sorriso a trentadue denti. A questo punto ci siamo, il viaggio è appena cominciato: veniamo al dunque.

Creazioni e sorprese dello Chef:
Se c’è una cosa che proprio detesto, è l’aglio; se c’è una cosa che devo assolutamente evitare è il sale aggiunto. Ebbene, appena svuotato la flûte di prosecco offerto dalla casa, come prima cosa per introdurre il menù, Mimmo Alba ci fa: “Si comincia con della zucca, accompagnata ad olive siciliane, una spruzzata di origano siciliano di montagna e, sopra tutto, un bello spicchio d’aglio trattato con un antico metodo arabo…” ed io già tremavo. Poi aggiunge: “Ah, per la cronaca: tutto quello che mangerete ha una cottura assolutamente priva di sale aggiunto”; 1-1, match pari. In effetti, alla fine vince solo il sapore, l’armonia degli aromi, la potenza della cultura multietnica gastronomica di cui Mimmo Alba è un coraggioso araldo. L’esperimento dell’aglio è stato un grande successo: lui mi ha pure spiegato il metodo, ma francamente non lo ricordo. Però una cosa mi è rimasta: la bontà di quello spicchio, passa anche per secoli di tradizione culinaria araba.
Rischio di sfiorare la commozione emotiva quando prendo atto che, cucinare senza sale e con sapore, non solo è possibile ma è un’arte che trova applicazione. Sono anni che sostengo l’importanza della sottrazione di sale nella cottura, sebbene il mio sforzo comunicativo generi ilarità e dissenso. L’aver ottenuto una tale conferma, mi ha dato un senso di appagamento di grande rilevanza, ma ora procediamo nella descrizione di altre squisitezze.
Dopo aver stappato una bottiglia di bianco SP68 ‘Terre sicilianeI.G.T. (cantine Occhipinti), annata 2013, io e Nando viviamo quasi un istante Zen. Mi spiego: nel bel mezzo del brindisi, Mimmo introduce il piatto successivo servito su una tavolozza di legno, di quelle usate per adagiarvi il sushi. Da qui, il momento Zen che accennavo prima: davvero una piacevole sorpresa. Dopodiché, sempre Mimmo, ci spiega la sua versione del tortellino: altra esplosione creativa, vedrete. E mentre Nando mesce il bianco -ancora fresco di cella- assaggiamo sua maestà il tortello: l’impasto è fatto con ben 33 rossi d’uovo, riempito con del leggero fois gras e adagiato su una fresca crema di carciofi e menta. A fare da ombrello all’opera, un buonissimo carciofo disidradato e fritto. Mai assaggiato prima un piatto del genere: originale.
Nel frattempo, il bianco continua a fluire nei calici, complice la presenza di un efficiente Luigi: il bello è che ‘sto vino andava bene su tutto, sino ad ora. Poi, tra un tagliolino con aringhe affumicate ed un salmone marinato in crosta di zucchero di canna caramellato e cipolla di Tropea, si arriva al dessert.
Il dolce… è davvero dolce: un gustoso ‘cannolo scomposto’ (che poi si ricompone tra la bocca, il cavo orale e lo stomaco). La ricetta è quella del classico cannolo siciliano, con la loro speciale, insostituibile ricotta di pecora. Attenzione però, il momento del dessert ce lo ricorderemo per un bel pezzo. In effetti, non si è trattato di un semplice piatto servito e da centellinare con calma, ma è stato qualcosa di davvero speciale, eccezionale. Non già per il sapore espresso dal cannolo, ma perché Mimmo Alba ci ha resi protagonisti di un vero e proprio… coup de théâtre. Mentre io e Nando ci accingiamo al primo boccone, d’un tratto, come per incanto, sentiamo piovere (letteralmente) su di noi un aroma di latte di fico. La sensazione provata evoca immagini bucoliche da un altro secolo: in pratica cosa è accaduto?
Mimmo, dopo aver spiegato il piatto, approfittando di un nostro attimo di distrazione, di nascosto tira fuori una bottiglietta nascosta abilmente dietro la schiena, la agita per un istante e ne spruzza il contenuto. Il risultato è… una suggestione: l’idea, come dicevo poc’anzi, è come gustare il dolce in campagna, all’aperto, e sotto un fresco albero di fico. Tutto merito dell’essenza nebulizzata.

Titoli di coda:
Dopo il dolce, è la volta dello zibibbo di casa Donnafugata (Ben Ryè) e a seguire l’immancabile caffè, buono devo dire. Domanda: secondo voi finisce qui? Nemmeno per sogno: a quel punto inizia il ‘fuori onda’ della serata (vi ricordo che la serata nasceva come fuori programma, quindi… ci voleva anche il fuori onda). Mimmo si siede a tavola con noi, e tutti e tre ci lanciamo in un dibattito a 360°, degno del più coriaceo dei talk-show. Ma questa è tutta un’altra storia e magari la racconterò un’altra volta. Ma prima di concludere, un avvertimento: non chiedetegli mai di farvi preparare… soupes o consommé fatti col dado; spaghetti a vongole, linguine allo scoglio o fritture di paranze. Nemmeno se nella frittura ci sono solo i… ‘tondini’ (calamari): ne va della vostra sicurezza. Siete stati avvisati!..

Bello “passare dall’altra parte”: il fascino negli ‘accavallamenti’ di celluloide

Oddio, non sarà lo stesso apprezzamento riservato all’accavallamento delle splendide gambe di una signora, ma l’interesse c’è, eccome. Una voglia matta di ‘intrecci’ da pellicola: il vero nome, però, è Crossover!
Cominciamo con ordine: cos’è un crossover? In poche parole, è l’episodio di una fiction, il capitolo di un film o videogioco, parte di una serie in cui la trama si ‘intreccia’, appunto, con uno o più episodi di un’altra serie.
Insomma, si tratta di unire due o più ambientazioni diverse, in un’unica narrazione; una tendenza, oggi, molto diffusa ed apprezzata dalle platee. Il cinema, poi, è pieno zeppo di ‘crossover’: è divertente assistere alla citazione di un film dentro un altro film, perchè è un mezzo che cancella un pò quelli che sono i confini tra i ‘mondi finizionali’.
Voglio dire, ciò che viene mostrato nel film non è necessariamente l’unico mondo presente: in parallelo ce ne sono altri. Esempio lampante, ‘Alien Vs Predator’ o ‘Freddy Vs Jason’: personaggi che l’uno con l’altro non dovrebbero avere nulla a che fare, ma che ritroviamo insieme in una storia. Quindi, per farla in breve e concludere, si potrebbe dire che, i mondi dai quali i personaggi vengono fuori, non sono uno l’esclusione dell’altro, ma esistono in contemporanea: talvolta paralleli, ma altre volte in intersezione.

Fascino da 'crossover'
Fascino da ‘crossover’

«Trent’anni, e il Natale ci regala sempre… “una poltrona per due”»

I tre volti della rivincita
I tre volti della rivincita

Che vigilia sarebbe senza quei due mattacchioni di Winthorpe e Ballantine, oppure senza quelle canaglie dei fratelli Duke? Sarebbe un giorno come tanti altri: la stessa routine ma senza bacon e succo d’arancia, e senza le zingarate di quel furbacchione di Murphy. Ma soprattutto… senza quella scommessa da un $ che sta alla base del plot. Perché diciamocelo: “Una poltrona per due” (Trading places) è il film di Natale, altro che cinepanettoni; è senza dubbio fra i film che ho rivisto con immenso piacere più volte. Anche voi, non negatelo!
Era il 1983. Sì, esatto: proprio trenta anni fa, tanti gli anni del film. Questa pellicola è un po’ come le avventure di Balboa: quasi un mo­numento alla cinematografia. Infatti, proprio come “Rocky”, il film rasenta la perfezione: dall’intreccio infallibile, alla caduta in miseria, della quale si è vittime più che responsabili, e la risalita veloce verso l’olimpo della ricchezza, accompagnata dal gusto della vendetta verso coloro che quella condizione infelice hanno causato. Vendetta che è anche contrappasso, moralmente giusto forse, ma di certo cinico. E persino un poco cattivo, forse. E proprio per questa sua armonia intrinseca, non riesce mai ad anno­iare. Sono i fatti a parlare e la memoria: questo film va in onda ogni anno, a Natale, da quando ero ragazzino. Non so cosa voglia dire, ma è la costanza che colpisce. E l’affetto con cui, di anno in anno, viene accolto dal pubblico.
Forse non tutti sapete che Landis, regista di commedie divertenti e irriverenti, inizialmente aveva pensato ad un altro titolo: “Black and White”, inserendo – come cast originario – Gene Wilder e Richard Pryor. Però, Pryor si chiama fuori per ragioni sconosciute. Gli su­ bentra Murphy, ma a questo punto il film si ridurrebbe ad un Wilder che duetta col sostituto di Pryor quindi, fuori ache Gene. Arriva Dan Aykroyd, duo perfetto. Funzionano, si può girare.
E non a caso, il richiamo allo “stallone italiano” risulta azzeccato: si parte infatti con la sequenza su Philadelphia, col fotogramma dedi­cato alla statua di “Rocky”, quella del terzo capitolo, e sulle note di “Le Nozze di Figaro”. Ecco, uno può anche ignorare che la musica sia di Mozart, ma quelle note restano scolpite nella mente; quelle immagini di quarti di bue tagliati per essere venduti il Natale, la pan­cetta di maiale, i commercianti a chiappe strette che “non sc…” non faranno l’amore con le loro mogli se non riescono a vendere, ed il succo d’arancia surgelato, l’impero economico sciocco, al confronto con i grandi imperi della storia, attorno al quale, negli anni ottanta, si svolgono le lotte del potere.

Randolph e Mortymer: i due temibili fratelli Duke
Randolph e Mortymer: i due temibili fratelli Duke

Durante la visione del film si pensa solo alla commedia, dimenti­candosi della satira sociale con cui Landis tratteggia i suoi lavori: l’oro è un bene di consumo come il pane e il bacon, servito su un piatto a colazione, in mano a vecchi miliardari arraffoni che determi­nano i destini dei poveracci. Questo è un modo di vederlo sì, magari guardando con nostalgia alle Torri Gemelle, che troneggiano immen­se e ferali nell’ultimo quarto d’ora, quello della rivincita e della ven­detta: quasi un “rape and revenge” metaforico.  E sempre in tema di indiscrezioni sulla produzione, fa specie sapere, oggi, che i dialoghi di Dan Aykroyd, nelle quali Winthorpe si riferi­sce alle Twin Towers dicendo che: “lì dentro o si uccide o si è uccisi”, siano state “coperte” nelle attuali edizioni del film per non urtare le sensibilità dopo i fatti del 9/11. Ma noi, che non siamo americani, custodiamo la nostra copia senza censure (be’, io il mio dvd originale ce l’ho), godendoci ogni battuta cattiva: persino quelle a sfondo razzista fatte da un Duke all’altro:
Ballantine non ha niente che non va!”
Ma certo che ha qualcosa che non va: è un negro, Randolph!”
Ora, alzi la mano chi non la trova geniale, soprattutto perché a dar vita a questo scambio sono due figure uniche:
Ralph Bellamy, un signore che in vita sua ha fatto qualcosa come centonovanta film e Don Ameche, un centinaio di film in meno, ma memorabili. Due grandi vecchi, che a stare sul set insieme a loro c’era solo da ringraziare.
Da non dimenticare nemmeno la figura di Coleman, il maggiordomo che tutti vorremmo: che ci accende l’idromassaggio e bevacchia con gli invitati al party. Colpiscono anche i comprimari, tutti. Dagli agenti alla stazione di Polizia che maltrattano Winthorpe, a Clarence Beeks, spia del Dipartimento dell’Agricoltura e faccendie­re dei Fratelli Dukes e poi Penelope, la fidanzata viziata di Winthorpe. Ce la ricordiamo tutti, mentre aspetta seccata e disgusta­ ta in sala d’attesa, che Winthorpe venga scarcerato e spruzza deodo­ rante spray, di nascosto sulla schiena del suo vicino di sedia puzzo­lente. Mitica la sua battuta: “mammina vuole far annullare il matrimonio! Devi essere ammattito, Louis!”. Anche il doppiaggio merita una citazione: puntuale, efficace e che lascia il segno.
Una constatazione che non è mai troppo ripeterla spesso. Insomma, una commedia sopraffina, mai volgare: si dice punto massimo della carriera di Eddie Murphy, cosa che mi trova d’accordo; Dan Aykroyd è magro, non lo vedremo più così, molle e viziato, ma alla fine lo amiamo anche perché sposa una prostituta; il cuore è la prima cosa, non si dice così? Murphy guarda dritto in camera, marchio di fabbrica di Landis, mentre lo trascinano in gatta­buia dove illustrerà la temibile tecnica del mezzolitro, e sappiamo che lo spettacolo è appena iniziato: il gioco degli scambi, l’alleanza fra i due e la rivincita di Natale. Spettacolo unico. Certamente anche quest’anno!

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