Sanremo…“equity fair”: la finanza in “do” maggiore

SanRemo
L’ingresso del Teatro Ariston a Sanremo

Se il festival fosse un’invenzione yankee, magari a Vegaso L.A.’, probabilmente sarebbe stato un tema di inve­stimento.
Tutti conosciamo l’abilità dello “Zio Sam”: profitto da ogni evento, occasione.
Lo ‘Showbiz’, d’altronde, l’hanno inventato loro.

 

Già mi vedo il ticker dell’attivo: “St.Re”.  Già sento i pezzi grossi di Wall Street, mentre sussurrano tra loro: “Ferro azzurro ama Sanremo…” ; forse l’avrebbero addirittura quotato sul NASDAQ. Ma questa è solo pura divaga­zione, procediamo oltre.

Piuttosto, la domanda vera è: se l’avessero davvero fatto, da dove sarebbe scaturito il valore dell’investimento? E, a questa prima domanda, ne sarebbe­ro sorte diverse altre.
Tanto per dire…
1) Che “shelf-life” avrebbe un investimento di questo tipo?
2) Quali settori dell’economia avrebbero beneficiato di questa operazione?
3) A quale “Style box” sarebbe stato assegnato? E in quale “dimensione”?
4) Quale profilo di investitore “retail” potrebbe esserne interessato?
Procediamo con ordine, dunque.

– La prima risposta – durata- potrebbe essere: lunghissimo termine. Per forza.
– Il guadagno sarebbe arrivato da svariate voci: il volume di raccolta delle aziende del settore marketing e pubblicità, innanzitutto. Così come da ricavi per vendita discografica; diritti di merchandising e immagine sugli artisti (ma non solo); commercializzazione e distribuzione del “prodotto Festival”; ricavi da parte delle aziende di servizi ed infrastrutture (tecniche soprattutto) impegnate nel business. E certamente tanto altro ancora.
Inoltre, la versione italiana, vede localizzato l’evento canoro a Sanremo dove ha sede anche uno storico casinò. Con tutti gli annessi e connessi.

La stessa cosa, quindi, potrebbe essere replicata negli USA.
Perciò, includendo le “case da gioco” come elemento di valore aggiunto, andrebbero considerati anche i profitti del settore “gaming”, o gioco d’azzardo. Gli Stati Uniti muovono montagne di miliardi di $ nel settore.
– Lo “Style box”, vista la natura del business di riferimento, potrebbe essere il segmento “Value”. Siete d’accordo?
– In termini di capitalizzazione (leggi pure dimensione) io propenderei per il settore “Large” o, tutt’al più, per il “Mid-cap”. Sempre sponda USA.
– Quanto alla tipologia dell’investitore retail, ragionando su larga scala, escluderei chi mostri un approccio speculativo. Includerei, invece, cassettisti; chi punta al “dividend yield”; chi lavora nel settore, con l’accesso ad offerte di stock-option, etc.
In ogni caso, trattandosi di un business circoscritto all’ambito dei consumi di servizi e beni “emozionali/voluttuari”, è prevedibile una ciclicità del settore. Con una certa volatilità, insomma. In tal caso, un “accumulo” nel tempo potrebbe ripagare con un premio extra sul risultato finale. O no? 

Superate queste obiezioni ne resta, almeno, un’altra ancora. Ossia…
Qualcuno, giustamente, potrebbe chiedersi: e il bacino di utenza?
Tradotto in numeri, quale potrebbe essere -in volume di pubblico- il potenziale mercato? Facciamo un esempio su dati certi nostrani: nell’ultima serata edizione 2017 si è registrata la punta più alta dell’ultimo decennio. Per cui, se in Italia con circa 60 milioni di abitanti uno share del 58% vale oltre 12 milioni di spettatori (tutti potenziali consumatori), negli USA con oltre 250 mln di persone la ‘platea’ sarebbe di diverse decine di milioni. Non proprio due gatti.
Il condizionale è di prammatica, ma parliamo pur sempre di un’enorme ser­batoio. Gli americani, a questo punto, sentirebbero già il tintinnio delle monete che cascano, come da un Jackpot. Noi, invece?

Ogni investimento che si rispetti dovrebbe presentare un “track-record” temporale di una certa ampiezza. Serve per le statistiche ma, soprattutto, a verificarne l’andamento (anche efficienza) negli anni. Ovviamente, serve anche a desumere i “top & bottom” conseguiti; cioè: i picchi ed i tonfi.
Nel caso di Sanremo, il massimo storico ci fu nell’edizione 1987: quattro epiche serate, con un ascolto medio di quasi il 69%, pari ad oltre 16 milioni.
Il flop è più recente: maturato nell’edizione 2008. Il risultato finale fu un di­sastroso 36% tirato a forza: appena 6,8 milioni di spettatori.
Lo “staff gestionale”, e la RAI, a quel punto furono costretti a riscriverne format e budget, inserendo il criterio di direzione artistica pluriennale.
I risultati, infatti, non hanno tardato ad arrivare: sia sugli ascolti che sui ritorni economici. Anche sul brandSanremo nel mondo”: un mainstream molto richiesto e riconosciuto.

Nel lasso di tempo (1987-2017) di trent’anni, oltre ad ottenere minimo e mas­simo storico, se n’è ricavato anche un altro dato essenziale: il “Benchmark” di riferimento;
leggi il grafico in basso.

Media ascolti Sanremo
Dati Auditel ultime 10 edizioni


Ogni buon attivo finanziario ha il suo parametro di confronto; nel caso di Sanremo, il benchmark, è Carlo Conti. Ossia, la media di ascolti maturata (durante il triennio 2015-2017) nelle tre edizioni in costante crescita dirette “dallOtello del tubo catodico”, come mi piace maliziosamente definirlo. Stiamo parlando di una media triennale di quasi il 50% di ascolti: 13 mln. Dato abbastanza buono da identificarlo come: l’obiettivo da battere.
Nel 2018, questo parametro medio, per la prima volta è stato “replicato”.
La media ascolti, nell’edizione appena conclusa, è stata di circa del
52,3% pari a 11 milioni di spettatori medi a serata miglior risultato da 13 anni ad oggi.
Ma non ci sono solo gli ascolti a rendere interessante l’esperienza sanreme­se: buone nuove anche dai dati economici. Al netto dei costi in netta riduzione rispetto alle precedenti edizioni e dei cachet per direttore artistico, conduttori ed ospiti (circa 16,5 mln€), il cambio di formula apportato da Baglioni ha prodotto ricavi complessivi per 25 milioni di (quasi tutti da pubblicità e sponsor), più 1 milione dalla vendita dei biglietti, dal ‘televoto‘ e dall’uso del marchio. Quest’ultima voce, forse, andrebbe gestita con maggiore vigore.

Morale della favola: c’è un attivo di 9,5 milioni di €; chissà in America, un fenomeno largamente seguito da oltre 65 anni, come lo avrebbero valorizzato. Quanto ne avrebbero ricavato. 
A casa nostra, gli ultimi quattro anni ci hanno dimostrato che, anche un festival, può creare valore, non già emozionale bensì pure economico, al punto da poter staccare un bel dividendo da distribuire. Davvero un eccellente risultato.
Quindi, concludendo: abbiamo un quadro generale sul tipo di investimento; ne conosciamo tipologia, timing e settore di riferimento.
Sappiamo come e dove profittare ed abbiamo anche un benchmark da battere o replicare. Come pure l’investitore tipo a cui rivolgere l’offerta. Inoltre, abbiamo uno storico dell’andamento e, per finire conosciamo anche minimi e massimi di risultati raggiunti, su un lasso di tempo lunghissimo.

Il mosaico, a questo punto, si può definire completato. C’è solo da impacchettare tutte queste informazioni, e confezionarne un contenitore da lanciare sul mercato, per valorizzare il collaudatissimo mainstream canoro, frazionandone la “proprietà” tra il pubblico indistinto. Magari anche sotto forma di PIR? Boh, chissà!

Un’ultima cosa e poi concludo: va da sé che, lo stesso (fanta)ragionamento elaborato su l’ipotesi del festival in Borsa, è applicabile a tanti altri programmi ad elevato potenziale di pubblico ed ascolti; altro buon “Made in Italy” per ingrossare genuinamente il PIL nazionale. Domanda: tutti pronti anche per “don Matteo”?

Il Matteo prete, però. Non l’altro!

 

 

 

 

«Default MPS: lo scempio è bipartizan…»

MPS? Banca completamente risanata. Investirci è un vero affare!”
(da un Tweet di Matteo Renzi-22/01/2016)

buoni-e-cattivi
Principali vincitori, e vittime, nel fallimento MontePaschi

Si potrebbe dire: “tutto cominciò da lì”. In realtà non è così, perché tutto ebbe inizio molto prima. Ma di sicuro, quella “gufata” istituzionale, sarà ricordata come il preludio del prosieguo di uno scempio.
 Da ‘destra’ a ‘sinistra’, passando per il ‘centro’, non manca proprio nessuno. Seduti a quell’osceno “convivio” senese (chiedo scusa al ‘Sommo Poeta’), c’erano proprio tutti: grandi imprenditori, immobiliaristi, ‘coop rosse’, le ‘partecipate’ locali, etc etc.

Insomma, un banchetto (passatemi la pessima battuta) universale, che ha sfamato proprio tutti. Con un non trascurabile dettaglio, però: il conto finale. Un conto davvero salato:
47 mld€. Esatto, quasi 50 mld di prestiti viziati, mal riposti e gestiti con sin troppa disinvoltura, per usare un eufemismo. Ma attenzione: il fallimento, oltre a danneggiare le finanze degli azionisti principali, ha nuociuto gravemente a correntisti, obbligazioni­sti (leggi creditori) ed un’ampia platea di altri risparmiatori. E, naturalmente, a pagare ‘sto conto salatissimo, ci penseranno gli italiani. Tutti però: 108€ a cranio!
Che poi, non si capisce perché, per quelle
altre quattro là’, si sia scelta una strada meno cruenta. Mah, dice che sennò il danno è troppo sistemico. Intanto, pochi hanno pappato, tanti ci rimettono, e nessuno ne risponde agli occhi della legge. O forse no?

Tra i BIG della passerella senese -recentemente sputtanati sulle pagine dei giornali (non tutti)- ne ricordiamo solo qualcuno:
Sorgenia, gruppo De Benedetti -ve lo ricordate? Quello che incassò l’indennizzo di circa 600 mln€ dal Cavaliere Mascarato per ben 1,8 miliardi. La quota parte MPS è 1/3. Il pool delle altre 14 banche, i 2/3 rimanenti. Ah, poi Sorgenia, ovviamente, è fallita, ma è pure rinata: bravi.
– C’è poi il ‘palazzinaroZunino, ‘Risanamento(un nome, una garanzia): oltre 3 mld€. Risanamento: ti prendono anche per il culo ‘sti farabutti…
– Segue la ‘N.T.V.’ di Gianni Punzo (Interporto Nola), altra piattaforma in sof­ferenza, e che soffre ‘a braccetto’con Cisfi SpA (leggi Verdini).
In tutto questo marasma di banche ed imprese malate, ci va di mezzo anche qualche pezzo pregiato: il famoso hotel di lusso veneziano: il ‘Danieli’.
– Tra tanti grossi debitori (ex imprenditori), abbiamo anche le c.d. ‘partecipate’ pubbliche:
Fidi Toscana; Bonifiche Arezzo; Aeroporto di Siena e, da non credere, le Terme di Chianciano. Diamine, pure loro.

A beneficio di un’informazione più dettagliata, occorre rilevare che, a causa delle insolvenze di tutte le aziende citate -e di tantissime altre ancora- laddove pos­sibile, tutti i crediti sono stati convertiti in azioni in capo a MontePaschi. Quindi, a fronte di quasi 50 mld di debiti, la banca si ritrova in mano un certo patrimo­nio di imprese, sottovalutato e illiquido, che non potrà alienare fino a quando, le stesse, non saranno risanate e, quindi, rese appetibili e ricollocabi­li sul mercato. Chissà perché, poi, pensando a questa situazione, mi viene subito in mente la figura cinica e sempreverde di Gordon Gekko.

In pratica, MPS, oggi si ritrova a ricoprire il ruolo di asset manager (passatemi l’accostamento) di società in crisi, quando avrebbe dovuto solo restare fedele al suo naturale mandato: fare banca. Tra l’altro, scaricando buona parte dell’onere di risanamento (quello reale e non farlocco) sulla collettività. Con l’ag­gravante che, a cose fatte, chi avrà contribuito spintaneamente, non benefi­cerà di nessun provento dalla vendita dei vari pezzi, o dal riassetto del gruppo. A meno che, oggi, tu non diventi socio, acquistando delle azioni della banca. Già, ma tu te le compreresti quelle azioni? Ce le hai le palle? Faresti come l’ex premier Renzi?

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Il tweet scandalo dell’ex Premier Renzi

Per on dimenticare:
Il 22 gennaio 2016, lei diceva che: ‘la banca era risanata e che investire era un affare‘, fa notare all’ex Premier il conduttore Giovanni Minoli.
Lo penso tutt’orareplica senza esitare Renzie credo che, se ci fosse un investitore italiano o straniero che la volesse,, farebbe un affare”.

Riflessione: vi fidereste ancora di una Politica che comunica tramite tweet?

PS: voglio anche la lista coi nomi di quei 5 “Mi piace”. Buio!

«“Raggiadi” 2024: occasione perduta o scandalo mancato?»

Perché anche il botta e risposta è una disciplina olimpionica, sia chiaro.

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Un singolar tenzone, tra la sindaca Raggi e Malagò.

Premetto: non sono di Roma, non voto cinque stelle, non mi piace Malagò e la sola idea della candidatura mi fa sorridere. Ma non entro nel merito politico/istituzionale della questione. Mi attengo ai dati oggettivi.

Parlavo di botta e risposta prima. Ebbene, il minuetto Raggi/Malagò ne è prova: ma li avete sentiti? In particolare, avete colto bene il sottinteso, nel tono e nelle parole, del numero uno del Coni? Ma vediamo cos’è stato…
Con appena cinque parole (dico 5), Virginia Raggi dice “no” alla candidatura ufficiale di Roma alle Olimpiadi del 2024. Ecco la frase con cui ha ‘liquidato’, la capitale, dal panorama della kermesse “globale” per eccellenza: “[…] E’ da irresponsabili questa candidatura…“. Attenzione però: di fatto, la decisione, dovrà essere ratificata dalla giunta comunale di Roma la settimana prossima. Dunque, “si può fare di più?” 😉
Pare, però, che a fare più notizia sia stata non già il niet di Virginia, quanto i circa 40 minuti di anticamera del n°1 del Coni. Da qui anche l’ormai titolo ironico: “Coni gelato!”

A dire il vero, la frase completa del sindaco -pardòn, della Sindaca raggi, sennò chi la sente quella pazza della Boldrini- recitava così: “E’ da irresponsabili dire sì a questa candidatura. Lo abbiamo detto in passato e continuiamo a dirlo. Significa assumere altri debiti, non ce la sentiamo…” E mentre pronuncia la frase, dallo schermo posto alle sue terga, vengono proiettati molti degli sprechi di passate grandi manifestazion. Ad es. le “Vele di Calatrava”, l’ennesima cattedrale nel deserto incompiuta voluta per i Mondiali di nuoto del 2009 (quelli proprio sotto egida di Malagò). Per non parlare di quel vecchio debito: quel miliarduccio di €uri e passa, frutto di espropri non ancora pagati, ereditati dalle Olimpiadi romane del 1960. E mentre i romani, lo scorso anno, finivano di pagare quel debito, c’è ancora chi (da oltre 55 anni) aspetta di essere pagato. E’ vero che a “a pagare e morirec’è sempre tempo”, ma in questo caso, forse, lo si è inteso un po’ troppo alla lettera, vi pare?

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Riepilogo costi eventi olimpici nella storia

 

Ora, in tutta coscienza, pur riconoscendo gli evidenti limiti di questa amministrazione -intesi anche come inesperienza o incapacità di relazioni politico/diplomatiche- alla luce di tanti sprechi e risorse -diciamo- impropriamente utilizzate, proprio non me la sento di criticare la posizione del sindaco. Soprattutto per una indiscutibile evidenza: prima ancora di pensare alla kermesse, ci sono già così tanti interventi strutturali da operare sulla Città, che proprio sarebbe insostenibile aggiungervi anche il debito per una nuova olimpiade. Diciamo anche un’altra cosa: di strutture polisportive, già dagli anni ’60, ne sono state costruite a iosa. Tutte, per lo più, inutilizzate e manutenute in modo pessimo. Forse è bene giungere ad un’amara conclusione: certe manifestazioni sportive -leggi anche “globali”- non sono esattamente un affare per l’amministrazione pubblica. Forse, e sottolineo forse, è giunto il momento di consegnare completamente al “mercato” questo spicchio di economia. Tanto per dire: i guai della Grecia, sono cominciati proprio l’indomani di Atene 2004. Quindi, tutto sommato, prima di crocifiggere Virginia, proviamo prima a fare un sontuoso minuto di silenzio; se non altro, per riflettere. Tutto qui.
Concludo con un ultimo grafico: l’ipotesi -e sottolineo ipotesi- costi/benefici in caso di investimento (o investitura) per “Roma 2024”. A voi la parola. L’ultima alla Raggi!
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«A.D. 2016: sarà un’altra…‘grande scommessa’?»

Sistema banche oggi
Sintesi grafica del ‘sistema’ banche!

E’ inevitabile, a mio avviso, guardare alla volatilità dei mercati da inizio anno, e non correre con la memoria ai (mis)fatti che scatenarono la crisi sistemica nel 2008. La foto scelta per questo articolo è più eloquente di mille parole e fotografa la ‘singolarità’ del momento: è la perfetta sintesi di un precario equilibrio. E ti viene subito in mente una domanda: ma cosa è cambiato dal 2008? La risposta, purtroppo, è: niente! Ad essere del tutto onesti, sorge spontanea anche un’altra cosa: collegare tutto alla trama de “La grande scommessa”. Ma che cos’è? Di che parla? Chi l’ha scritta? Provo a riassumerlo in poche parole: dunque… Io non ho letto il libro (lo farò), ma il film l’ho visto e m’è piaciuto. Anzi, lo rivedrò, perché la prima volta l’ho seguito con troppa “avidità”. L’ho trovato avvincente, divertente e per nulla banale. Un adattamento provocatorio e brillante: come funzionano certi meccanismi della finanza? Come fa, Wall Street, ad essere dannosa e distorta? Interessante (e necessario) il lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi; la finanza (anche quella ‘sporca’) è un argomento arduo, nell’ottica di intrattenimento della platea. E per renderla più umana o percepibile, si deve lavorare sugli eccessi dei vari personaggi, spettacolarizzandola. Insomma: due abbondanti ore (e qualcosa in più, pure), che io raccomando fortemente. Il film sarà molto apprezzato da quella fetta di pubblico più attenta (che non credo sia marginale), che saprà senza dubbio riconoscere quella ‘asimmetria’ – offerta dalla sceneggiatura – che emerge tra realtà e narrativa. Inoltre, è la prima volta in cui – in una trama adattata a ‘Wall street’ – si racconta di uno ‘short contrarian’. Ossia: un gruppo di investitori, davvero molto ‘smart’, che scommettono contro un apparato artificiosamente asserragliato su posizioni ‘lunghe’, e sin troppo ottimistiche. Sostenuti posticciamente da discutibili rating primari. Forse, nella storia del cinema dedicato a Wall street, abbiamo un solo unico esempio di ‘contrappasso’ (per contrasto) del ‘rischio specifico’: “Forrest Gump”, il più grosso paradosso finanziario. La storia di un ragazzo, niente affatto smart, che diventa miliardario utilizzando i suoi soldi nell’acquisto di una singola azione: quella della “Grande Mela”, quella di Steve Jobs però.
«[…] Finanziariamente parlando, è il risultato superfortunato di una follia. Ma non impossibile nel mondo della finanza dove tutto è possibile…» Così, giusto per citare l’illustre recensione del dott. Marco Liera. Il film prende spunto dall’omonimo libro: “The bigshort’-Il grande scoperto”, scritto da Michael Lewis. La trama ruota intorno ad un giovane medico, il dott. Michael Burry, e all’incerdibile intuizione che ebbe, e che finì per contagiare altri professionisti della finanza: alcuni già affermati, alcuni in ‘erba’, altri decisamente ‘corsari’. Ma chi è Burry? Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, Michael è un giovane medico californiano che passa tra le 13 e le 16 ore a lavorare in ospedale e, tra l’una e le tre della notte, soffrendo di forti disturbi del sonno, legge libri sugli investimenti, sua vera passione. Quelli sono gli anni del boom delle ‘dot-com’ e di Internet: tutti impazzivano ed impazzavano sulle piazze finanziarie, e qualcuno ci si arricchiva pure. Burry, invece, era “contrarian” per inclinazione, e disapprovava quella facilità di guadagno. Quindi, nel poco tempo libero a disposizione, preferiva approfondire le strategie di ‘Value investing’ -ricerca delle cosiddette azioni ‘a sconto’, rispetto al prezzo di mercato- (quell’approccio al mercato del rischio, che prevede una severa selezione di titoli azionari, partendo da solidi fondamentali, con elevata probabilità di creare valore nel medio-lungo periodo), osservando a 360°. Poi, coi primi risultati e con la crescita del consenso, esplose letteralmente anche attraverso il suo blog; proprio quel suo blog, gli fece da trampolino di lancio. E poiché si divideva tra corsie d’ospedale ed investimenti notturni già da un pezzo, un bel giorno abbandonò il camice e fece il suo grande passo, e fondò la sua società di investimenti, la “Scion Asset Management”: una vera garanzia; il bello, però, inizia nel 2003. Quell’anno, Michael inizò a studiare un mercato ai più sconosciuto: il ‘subprime market’. Questo mercato è stato il pilastro di un grande imbroglio, la causa della più grande crisi finanziaria dopo il ’29. In poche parole, le principali banche americane cartolarizzavano i crediti sui mutui ipotecari concessi a “soggetti” non di primario merito creditizio, per poi rifilarli a tutto il mondo con rating di AAA, che è il massimo della scala di valutazione. Tra il 2003 ed il 2007, dal suo piccolo ufficio, si mise ad analizzare migliaia di mutui subprime e di prodotti finanziari collegati, e piazzò una mega scommessa contraria (short) su questi prodotti, impiegando gran parte dei fondi di Scion su questa operazione, trovando la più ampia contrarietà dei suoi investitori. Michael contro il parere della maggior parte dei suoi investitori, tenne la barra dritta e mantenne gli investimenti in portafoglio, noncurante di quello che dicevano i media, gli analisti ed i gestori del settore: “il mercato immobiliare americano non sarebbe mai crollato…” etc etc. Nel 2008, allo scoppio della più grande crisi finanziaria mondiale, Burry chiudeva il suo ‘scoperto’ realizzando un profitto personale di 100 milioni di dollari, e 700 milioni di dollari di profitto per gli investitori, con un ritorno del 489% sull’investimento tra il 2000 ed il 2008. Nello stesso periodo la performance dell’S&P 500 fu del 2%. E, come direbbe il buon Gordon Gekko: “L’avidità è sempre più avida e vince…” Per ora.

In conclusione: tornando al titolo iniziale, con questo articolo non ho voluto né fare un riassunto del film né una sua (ennesima) recensione. Semplicemente, partendo dallo spunto di fatti realmente accaduti, la mia intenzione era mettere a confronto due diversi momenti, due diverse crisi, per capire si ci possano essere analogie e, nel caso, provare a cercare spunti per agire con l’obiettivo di tutelarsi. Il denominatore comune tra le due crisi c’è e sono le banche. Ancora. E, in effetti, riflettendoci, l’unica arma per subire il meno possibile gli effetti di questa crisi, è l’informazione, accompagnata da una solida Consulenza. Qualla con la C maiuscola. Possibilmente Indipendente. A mio modesto parere, non siamo in una fase di ‘sell-off’, ma piuttosto di riduzione degli asset sopravvalutati -detti anche ‘deleveraging’. Quindi, non una fuga dal ‘reddito variabile’ in senso stretto, ma solo un violento repulisti. Certo, in una fase del genere crolla tutto, ma non tutto è fuffa. Chi ha operato scelte ‘value’, o comunque sostenute da oggettive probabilità di crescita, non sarà tradito dal mercato. Purché, però, si rispetti quella scadenza imprescindibile chiamata orizzonte temporale. E chi è stato attento a non partire in ‘quarta’, sedotto da facili profitti, oggi -ma ancora per un po’- ha l’occasione di sfruttare i ribassi, facendo di necessità virtù. E’ un’opzione che paga sempre.
Un piccolo consiglio: momenti come questo, sono perfetti per piani di accumulo!

 

«Non è un paese per ‘cesti?’» Crisi e declino della pallacanestro tricolore

                                                                      Gli sponsor se ne vanno: ci sarà un futuro?

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Calcio o basket? Palazzetto o Stadio? Erbetta o legno? Goal o canestro? Due filosofie distinte, universi distanti, troppo diversi, estremi, paralleli; due mondi che non si incontreranno mai e con un solo comune denominatore: la rete, ma con 7 sportivi su 10 che optano per quella fra i due bianchi pali legnosi.
L’Italia è un paese per calciofili, inutile nascondercelo. La quasi totalità delle trasmissioni e dei quotidiani sportivi, parlano di calcio; per gli altri sport, ad eccezione del periodo olimpico, si prospetta sistematicamente un piccolo trafiletto nelle ultime due pagine: tra motociclismo e pallavolo. Quest’ultima, sembra aver addirittura surclassato la pallacanestro. Complice, forse, i numerosi successi degli ultimi quindici anni. Ma come si presentano queste due discipline sportive? Quali solo le peculiarità di calcio e basket?
Il primo ci appare assai prodigo: nella raccolta di risorse, nel volume d’affari e per l’enorme risalto mediatico; ma anche assai più ricco di sprechi per gli ingaggi. Un vero fiume di denaro che scorre inarrestabile.
Il secondo, decisamente più povero di spettatori, più carente nelle strutture, poco sostenuto dalle economie locali. La nostra pallacanestro è senza dubbio un movimento che appare parco: tanto nella visibilità che nel suo giro d’affari, con gli industriali che tendono a defilarsi. E, come se non bastasse, ci si mette anche la crisi a penalizzarne l’intero movimento. Una crisi che però, paradossalmente, non coinvolge il calcio. Detto ciò, sorge le­gittima una domanda: ma qual è il loro giro d’affari? Quali numeri muovono questi due sport? Ebbene, diamo un po’ di cifre…
Basket 21) il giro d’affari del calcio (dati ufficiali al 2006) otto anni fa, superava il miliardo e 300mln ma, contemporaneamente, conta­bilizzava perdite complessive pari a circa un miliardo e 600 mln. In pratica, come si può notare, un’impresa a perdere. Ma questa è tutta un’altra storia, con sempre più banche costrette a riempire i loro por­tafogli di partecipazioni nei club, pur di garantirne un’agognante sopravvivenza;
2) complessivamente, il nostro campio­nato, movimenta un giro d’affari di circa 88-90 milioni di €uro (dati al 2011, di cui 2 milioni e 800mila, da Sky). Restando ai dati 2011, una piazza come Cantù, aveva un budget di circa 5 milioni, 4,5 per Varese e 4 per Sassari (senza sponsor nel 2011). A metà strada c’è Bologna (ma con un significativo taglio per le stagioni a venire, a detta di patron Sabatini); in cima ecco Milano e Siena, che disponevano di un budget pari a circa tre volte quello di Cantù. E oltre che cosa c’è? Be’, oltre queste ‘elette’, vi è tutto il residuo di club che annaspa: almeno altre undici società che, con grande sacrificio e dedizione, tentano di salvare le loro posizioni nella massima serie nazionale: la ‘Lega A’. Fra questi soda­lizi c’è anche la Juvecaserta che, dal 31/12/213, ha messo i suoi conti a posto, ricavando anche un inatteso avanzo di bilancio. In termini finanziari, e di masse di danaro, il rapporto fra calcio e basket è di 1:14, ossia: il calcio muove 14 volte il business del basket, in Italia.
Per la pallacanestro, le cose vanno un po’ meglio in Europa e, grazie anche alla ‘Euroleague basketball’ (la kermesse che assegna la coppa alla squadra più forte del con­tinente), il business è il seguente: 375 milioni. A tanto ammonta il volume d’affari totale, di cui:
– il 61% dell’intera “torta” deriva dai diritti televisivi. Grecia, Spagna, Israele, Turchia e Russia, a garantire il grosso dei contributi;
– il 22% delle entrate proviene da sponsorizzazioni;
– il rimanente 17% sono ricavi da merchandising, botteghino, ecc.
Ogni squadra ha un budget variabile: da un max di quasi 46 mln €, ad un min. di circa 3 milioni e, in media, un budget di oltre 14mln € a stagione.
Lo scarso seguito per la ‘palla a spicchi’, probabilmente è da attribuire anche ai mancati successi internazionali: sia a livello di club che di Naziona­le. L’ultimo risultato utile, targato Italia, risale all’argento del 2004, ma non è stato sempre così. Per molti anni, infatti, il basket italiano, a livello di club, ha dominato in Europa. Basti pensare che, alcune nostre squadre, hanno vinto di gran lunga il maggior numero di trofei europei, ben 38 per l’esattez­za: 13 Eurolega, 10 Coppe Korac (ora Eurocup) e 15 Coppa delle coppe. La Spagna invece, che è attualmente la più forte, ci segue a quota 28 trofei. Inoltre, è doveroso ricordare che, la ‘serie A’ italiana, era il crocevia di tutti i migliori giocatori non statunitensi. Tanto che, tra la seconda metà degli anni sessanta fino alla fine degli anni ottanta, le formazioni italiane vinsero ben 11 coppe campioni, 10 coppe delle coppe e 6 coppe Korac, raggiungendo in altre 22 occasioni una finale. Ma gli anni d’oro proseguirono: ottimi risultati si raggiunsero anche negli anni novanta, grazie all’emergere di sodalizi come Virtus e Fortitudo Bologna o la Benetton Treviso. Va detto che, in questo periodo, l’A1 italiana era riconosciuta come il miglior campionato europeo: in quel decennio i club italiani vinsero 7 coppe ed altre 11 forma­zioni conquistarono la finale. E tutto questo, naturalmente, si traduceva in visibilità, appeal e presenza di grandi firme dell’industria.
E poi? Cosa accadde poi? Poi ci fu solo un lento declino. Analizziamolo: dopo anni di successi, il nuovo millennio porta un radicale ridimensionamento della palla a spicchi nel bel paese. I dati che rivelano la débâcle emergono sì dai numeri e infatti, dal 2000 ad oggi, i club italiani hanno vinto solo due trofei: l’Eurolega, nella contestata annata del 2001, e la Coppa delle coppe nel 2002 con Siena. Ma il ridimensionamento lo si è avuto anche dal punto di vista dell’appeal mediatico ed economico; le cause sono diverse e sono senz’altro correlate anche alle ben più grosse difficoltà che sta attraversando il nostro paese. Tanto per cominciare, la crisi economica mondiale – che da noi ancora morde – negli ultimi anni ha creato molti problemi a tutti gli sport minori; la pallacanestro italiana, poi, ha sempre basato la sua sopravvivenza sulle sponsorizzazioni e, la società sponsorizzatrice, lega da sempre il proprio marchio al nome della squadra.
Molte squadre, anche della massima serie, hanno difficoltà nel trovare aziende disposte a sponsorizzarle, senza tralasciare che, la pallacanestro italiana, ha sempre trovato terreno fertile più in provincia piuttosto che nelle grandi metropoli, notoriamente di fede calcistica. Nell’attuale serie A, le uniche due grandi città rappresentate sono Roma e Milano; se escludiamo Bologna e Venezia, nessuna delle altre città rappre­sentate arriva a 150.000 abitanti. Ad esempio, in Campania (al netto dei continui problemi di Napoli) la squadra più blasonata è Caserta (campione d’Italia nel 1991), in serie A con Avellino e, sommando gli abitanti delle due città, il totale arriva a circa un decimo della città partenopea. Inoltre, la squadra dominatrice degli ultimi campionati è stata Siena, mattatrice in Italia ma con mediocri ri­sultati in Europa: città che, tuttavia, supera di poco i 50.000 abitanti.
In Eurolega, invece, le cose hanno un meccanismo diverso: vengono concesse delle licenze pluriennali che danno diritto a partecipare alla competizione in­dipendentemente dal semplice risultato sportivo e, le città rappresentate, superano almeno i 250.000 abitanti. Ora vi chiederete: che nesso c’è fra il numero di abitanti e l’insuccesso del basket? Direte… ma questo che c’entra? C’entra eccome, e ve lo spiego: è tutta una questione di numeri, di più o meno grandi numeri che noi non abbiamo. Ciò implica che, la mancanza di grande visibilità, scoraggia i grandi sponsor mentre, le aziende locali, che spesso in passato hanno portato avanti con successo una sinergia con le società cestistiche locali, non hanno più la possibilità di contribuire concre­tamente, complice la pesante contingenza economica nazionale. E questo spiega in parte perché, storici marchi industriali (soprattutto PMI artigiane e manifattu­riere), oggi sono spariti dal panorama cestistico e, talvolta, assieme a loro, anche gloriosi club. E non solo: a queste problematiche macroeconomiche domestiche, si deve aggiungere anche un’errata politica della federazione, che negli ultimi anni non è riuscita ad evitare il declino della visibilità me­diatica del basket; ma c’è dell’altro: guardiamo un po’ i ‘panni sporchi’ di casa nostra, in Campania.
Sarebbe intellettualmente disonesto se – per spiegare la carenza di imprese locali impegnate nel basket – noi non considerassimo i numeri di un vero dissesto socio-economico. Diciamoci la verità: quante imprese, da noi, esercitano in ‘nero’? Quanto lavoro ‘irregolare’ – diciamo così – si produce in Campania? Quanto si evade in provincia di Caserta? Ebbene, i ‘numeri’ sono questi:
– Campania, incidenza lavoro nero su PIL: 10,8% (tot. 299.500 lavoratori irregolari 2013);
– Caserta, circa 50.000 irregol. – IRPEF a nero: 726mln circa. v.a. stimato in nero: 1mld e 370mln circa.
– Incid. su PIL prov.CE: 11,6% (fonte dati CGIA Mestre-anno 2004, quindi ben lungi dalla crisi).
Appare quindi evidente, come: con quasi 50.000 unità non in regola, un presunto volume d’affari in nero di quasi 1.400mln e con oltre 720mln di IRPEF evasa, nessuna fra queste aziende possa partecipare in modo traspa­rente al ‘circo della palla a spicchi’. Solo nel 2011 (ben tre anni fa), su 3.105 aziende ispezionate, 1.655 sono risul­tate irregolari. Quindi è evidente che, da queste oltre 1.600 imprese locali, difficilmente potrà arrivare mai una qualche sponsorizzazione. Inutile guardare i dati ad oggi: sappiamo benissimo che la situazione, rispetto al 2004, 2008 e 2011, è peggiorata. E, probabilmente, nessuno si è mai preoccupato di accostare queste gravi anomalie economiche, al declino del basket: sia locale che nazionale.
Be’, io modestamente l’ho fatto; a questo punto si potrebbe giungere ad un’amara conclusione: ma allora il basket tricolore è finito? Immagino si tratti di un’errata considerazione, per cui la domanda giusta è: cosa bisogna fare? Da dove ripartire? Dal pubblico e dal marketing. E’ da lì bisogna ripartire: dalle tribune e dalle persone e dalle imprese. Dalle ricerche, infatti, è emerso che il massimo campionato italiano di pallacanestro si rivela essere l’evento preferenziale per gli investi­menti sponsorizzativi. In tal senso, la serie A di basket, è il canale che attrae la maggior quota di imprenditori e dirigenti di azienda: il 10,4% del totale. Un target particolarmente idoneo per sviluppare, ad esempio, attività “business to business”.

I numeri della Pallacanestro italiana nel 2013
I numeri della Pallacanestro italiana nel 2013

Chi può, e vuole investire nel suo brand, deve tenere conto della potenziale platea: nei numeri, nella sua identità e nelle sue tendenze. Vediamo, allora, i valori utili che, un investitore, deve considerare se vuole puntare sulla visibilità nella pallacanestro;
da una recente ricerca è emerso che:
-la Serie A di basket, risulta il campionato indoor più seguito dagli italiani, con una quota che supera gli 8,9 milioni di affezionati, il risultato più alto dal 2002. Rispetto al confronto con lo stesso periodo della scorsa stagione, il progresso è nell’ordine del 15%. Quindi il fenomeno, seppure gradualmente, è in netta crescita;

Diffusione 'generazionale' di questo sport.
Diffusione ‘generazionale’ di questo sport.

-si tratta di un pubblico di estrazione media-medio/alta e con un buon livello di istruzione. Si riscontra una concentrazione di classi socio e­conomiche superiori, così come dei giovani;
-il pubblico è tec­nologicamente evoluto e si caratterizza per l’elevata predisposi­zione all’investimento in prodotti finanziari e assicurativi, una delle più alte in ambito sportivo;

La Pallacanestro italiana nei Media
La Pallacanestro italiana nei Media

-il campionato di Serie A, è seguito at­traverso una pluralità di mezzi. RaiSport risulta l’emittente più seguita per le te­lecronache delle gare. Seguono: Sportitalia e La7d che quest’anno trasmettono le gare in simulcast. Il ruolo della stampa resta non strategico, ma il pubblico dimostra una particolare attenzione anche per Internet, una delle più alte in ambito sportivo.
Insomma, in tutta franchezza, il mio modesto parere, è che si debba partire da questi punti fermi.
Ma soprattutto, dai quasi 9 milioni di consumatori: occorre elaborare piani economici ed industriali che tengano conto anche di questa demografia/demoscopia, senza dimenticare la crisi che ancora ci penalizza. Il succo è tutto qui: pubblico e marketing; magari, trovando delle innovative e moderne soluzioni in stile ‘public company’. E’ fondamentale comprendere che, la ‘Lega A’, può essere un volano per gli sponsor; moltiplicare e accresce più velocemente la propria notorietà, nel senso che, il ricordo degli sponsor principali, nel basket, è superiore del 33% rispetto al campionato di calcio di serie A. Inoltre, il campionato di basket, è anche il primo torneo a squadre in Italia dopo il football, nel quale, leader per seguito, si attesta la nazionale di calcio con 30,4 milioni di ‘follower’, affezionati.
Ripetiamolo, ad oggi, tolti 4-5 club, restano oltre una decina di società che soffrono o debbono fare i conti con budget ridotti all’osso. Ma forse qualcosa si sta muovendo e qualche debole segno di ripresa si intravede, forse. La risoluzione di questi problemi è ancora lungi dall’essere scoperta ma, un primo passo avanti, lo si può riscontrare nel ritorno, al mondo del basket, di una competente per­sonalità: l’ex presidente del Coni Gianni Petrucci. Ma lui, da solo, non può bastare; occorre riconsiderare e riconfigurare l’intero apparato cestistico nazionale, magari tenendo conto, modestamente, anche delle osservazioni da me espresse poc’anzi.
Aggiungo un’ultima considerazione: sia chiaro, la ripresa del basket passa anche per le mani delle istituzioni locali (come sostegno e non come condizione), magari ‘stimolando’ le imprese, che da fuori investono sul territorio, a pro­muovere i più profittevoli progetti agonistici.  Ed il basket è senz’altro fra essi. In cambio, potrebbero ricevere una qualche forma di sostenibile benefit. Sarebbe il vero aiuto concreto che (regione o provincia che sia) si può riconoscere all’intero movimento. Un valore concretamente misurabile!

Protagonista & Soci”. A collection by Piemmerre Blog  22 marzo 2014
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«Restare ‘a galla’ nell’immenso mare di carta!»

Il punto sull’equilibrio fra ‘reale’ e virtuale.

Suddivisione riserve auree sovrane
Suddivisione riserve auree sovrane

Senza girarci troppo intorno, le principali economie mondiali stanno letteralmente affogando nel mare di debito sovrano: 100 trilioni di U$ grosso modo; tanto che ho persino difficoltà a scriverlo, un’enormità!
E in questo scenario teoricamente apocalittico, il ruolo di banche e banchieri ‘centrali’ è assolutamente evidente: siamo dentro una fase di “fiat money”, il denaro viene creato dal nulla e il suo valore non è più legato a basi intrinseche e/o parità aurea bensì dalla semplice fiducia, conferita nel momento in cui accettiamo una qualsivoglia banconota, originale ed in corso legale ovviamente. Un ragionamento che di per sé, già dovrebbe far paura, per le implicazioni che ne possono derivare. Ma questa è la realtà ed i mercati non sembrano farci caso, adesso!

Depositi aurei sovrani
Depositi aurei sovrani

L’Economia di oggi si basa su questi principi, troppo relativi e teorici.  I tempi di ‘Bretton Woods’ sono molto lontani, e di certo c’è uno scollamento evidente tra riserve e cartamoneta stampata; ‘scollamento’ che si palesa anche fra economia e finanza. E allora, è inevitabile giungere a queste evidenti deduzioni:
a) le banche centrali, di fatto, ‘determinano’ i prezzi di tutte gli strumenti finanziari;
b) tutto si regge su una parola: “fiducia” (???);
c) visto quanto detto sopra, le banche centrali non molleranno il mercato, lasciandolo orfano. Quindi ci sono ancora buone prospettive per gli investimenti più rischiosi, salvo non accada qualcosa di importante;
d) se la fiducia abbandona le banche centrali… ahimé, allora cambia tutto!
A conti fatti, uno sgradevole cane che si morde la coda, ma con un morso che potrebbe lasciare segni indelebili.

«Parliamoci chiaro! La mia opinione sull’anomalia Italia»

Disoccupati inoccupati
Ogni giorno veniamo letteralmente bombardati da termini come: ripresa, crescita, lavoro, Pil, equità, redistribuzione delle risorse, welfare; parole su cui, oggi, si sta gradualmente svilendone il senso originario.

Il bello è che, per lo più, queste parole escono proprio dalla bocca di chi ha fatto sì che la nazione venisse a trovarsi esattamente all’opposto di ciò che quelle parole vorrebbero intendere.

Soggetti come Letta, ‘Saccodanni’, con tutto il caravanserraglio di dicasteri socio economici, da mesi non fanno che ripetere la solita solfa, senza mai prendere provvedimenti utili a rilanciare davvero la produttività e l’occupazione. Un’ignavia ed un’impotenza che raggiunge uno dei culmini attraverso ‘l’esodo’ di FIAT verso le piazze olandesi e inglesi, che per inciso: sono anche due monarchie!
Ma allora, mentre la politica italiana resta molle rispetto a quei problemi atavici mai risolti (vi ricordo che nel 2014, ancora si parla di “questione meridionale”, roba che io studiavo alle elementari e medie), intorno a noi cosa succede? Quali scenari alternativi si sono sviluppati in conseguenza di tutto ciò?
Facciamo due conti: nel 2013, circa 9000 laureati hanno lasciato l’Italia. Quanti, invece, si sono trasferiti in Italia? Le università degli Stati Uniti sono piene di ricercatori italiani (le stime parlano di circa 15.000).
Lo stesso vale anche per l’Inghilterra, e perfino per la Spagna, nonostante abbia criticità simili alle nostre.
E poi, quanti stranieri ci sono nelle nostre università per… “ricercare”? Nessuno?
Stesso discorso vale anche per i manager: sei delle dieci più grandi imprese, non finanziarie inglesi, hanno un amministratore delegato straniero, in Italia nessuna. Di contro, invece, (e non è una buona notizia) l’unico settore dove sembriamo capaci di attirare stranieri di talento è il calcio, e se ne può ben capire il perché, vi pare?
Rimanendo in tema di #immigrazione, se il nostro Paese attira solo chi è disperato, e non chi ha la fortuna di poter scegliere; se i nostri connazionali di talento scappano a migliaia, ci sarà pure un motivo.
L’indignazione – qualora vi fosse – non deve essere circoscritta alla Fiat che ‘se ne va’, ma sulle ragioni che generano tali scelte, e anche contro noi stessi, per aver tollerato (se non favorito) un sistema economico che premia i peggiori ed esclude i migliori. Inutile negarcelo: è tutta nostra l’invenzione della ‘Peggiocrazia’; un virus che fornisce rendite a chi è al potere, ma che in tutti gli altri distrugge perfino la speranza.
Nel ‘600 in Europa, per motivi anche economici, mercanti e artigiani cominciarono a emigrare verso quei Paesi più tolleranti (come l’Olanda ad es.) favorendone lo sviluppo economico e anche la potenza militare. Lentamente, gli altri Paesi, furono costretti a seguirne l’esempio; la Peggiocrazia italiana, di contro, rappresenta l’equivalente moderno di quella Inquisizione che oggi mette in fuga i ‘migliori’ dei nostri. E la politica che fa? Be’, essa sale al ‘Colle’, troppo presa dal blindare le “larghe intese” fino al 2015. Per cui, sino ad allora…
perdete ogni speranza!

«Il “lavoro” oggi è sinonimo di incertezza: ma cambierà? E se così non fosse, quali implicazioni comporterebbe?»

Lavoro come sinonimo di precarietà!
Lavoro come sinonimo di precarietà!

Sarebbe appagante trovare una risposta ad una domanda così inquietante, che da un po’ serpeggia fra la gente.
Ma la vera domanda da porsi è: se domani saremo tutti precari (susate il lapsus: con contratti a tempo determinato),chi arriverà alla pensione?
E quindi, di conseguenza, chi pagherà le pensioni di dopodomani?..

Non è necessario aspettare che smettano di lavorare/contribuire, chi oggi lavora a tempo indeterminato: l’aritmetica ci fotte già da subito!

Mi spiego meglio: se nel 1950, l’onere di ogni pensionato, era spalmato su 10 contribuenti/lavoratori attivi (facciamo questo es. ma il rapporto grosso modo è quello), oggi il rapporto è quasi 1:1 quindi… fate voi due conti. A tutto questo va aggiunto il numero di disoccupati che NON può contribuire e il numero di esodati/cassaintegrati e la mobilità, il cui costo viene scaricato paro paro su noialtri, ovviamente!
Con l’accorpamento di Inps, Enpals, Inpdap, Inpdai ecc. ecc. è stata fatta l’ultima mossa verso il massacro: in pochi sanno che il fondo dei dipendenti pubblici è uno dei pochi ancora attivi, cioè col rapporto ancora favorevole. Tutti gli altri… be’, meglio lasciar stare. Ma tutto questo, quasi nessun giornalista o economista lo dice, sempre troppo impegnati col “Bunga-Bunga” del Cavaliere o col tormentone Grillo & “five stars”.
Concludo mutuando il titolo di un libro di Gino e Michele: “Nemmeno più le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano?” Siamo italiani: gente senza nerbo né orizzonte. Oppure no?