«“Raggiadi” 2024: occasione perduta o scandalo mancato?»

Perché anche il botta e risposta è una disciplina olimpionica, sia chiaro.

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Un singolar tenzone, tra la sindaca Raggi e Malagò.

Premetto: non sono di Roma, non voto cinque stelle, non mi piace Malagò e la sola idea della candidatura mi fa sorridere. Ma non entro nel merito politico/istituzionale della questione. Mi attengo ai dati oggettivi.

Parlavo di botta e risposta prima. Ebbene, il minuetto Raggi/Malagò ne è prova: ma li avete sentiti? In particolare, avete colto bene il sottinteso, nel tono e nelle parole, del numero uno del Coni? Ma vediamo cos’è stato…
Con appena cinque parole (dico 5), Virginia Raggi dice “no” alla candidatura ufficiale di Roma alle Olimpiadi del 2024. Ecco la frase con cui ha ‘liquidato’, la capitale, dal panorama della kermesse “globale” per eccellenza: “[…] E’ da irresponsabili questa candidatura…“. Attenzione però: di fatto, la decisione, dovrà essere ratificata dalla giunta comunale di Roma la settimana prossima. Dunque, “si può fare di più?” 😉
Pare, però, che a fare più notizia sia stata non già il niet di Virginia, quanto i circa 40 minuti di anticamera del n°1 del Coni. Da qui anche l’ormai titolo ironico: “Coni gelato!”

A dire il vero, la frase completa del sindaco -pardòn, della Sindaca raggi, sennò chi la sente quella pazza della Boldrini- recitava così: “E’ da irresponsabili dire sì a questa candidatura. Lo abbiamo detto in passato e continuiamo a dirlo. Significa assumere altri debiti, non ce la sentiamo…” E mentre pronuncia la frase, dallo schermo posto alle sue terga, vengono proiettati molti degli sprechi di passate grandi manifestazion. Ad es. le “Vele di Calatrava”, l’ennesima cattedrale nel deserto incompiuta voluta per i Mondiali di nuoto del 2009 (quelli proprio sotto egida di Malagò). Per non parlare di quel vecchio debito: quel miliarduccio di €uri e passa, frutto di espropri non ancora pagati, ereditati dalle Olimpiadi romane del 1960. E mentre i romani, lo scorso anno, finivano di pagare quel debito, c’è ancora chi (da oltre 55 anni) aspetta di essere pagato. E’ vero che a “a pagare e morirec’è sempre tempo”, ma in questo caso, forse, lo si è inteso un po’ troppo alla lettera, vi pare?

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Riepilogo costi eventi olimpici nella storia

 

Ora, in tutta coscienza, pur riconoscendo gli evidenti limiti di questa amministrazione -intesi anche come inesperienza o incapacità di relazioni politico/diplomatiche- alla luce di tanti sprechi e risorse -diciamo- impropriamente utilizzate, proprio non me la sento di criticare la posizione del sindaco. Soprattutto per una indiscutibile evidenza: prima ancora di pensare alla kermesse, ci sono già così tanti interventi strutturali da operare sulla Città, che proprio sarebbe insostenibile aggiungervi anche il debito per una nuova olimpiade. Diciamo anche un’altra cosa: di strutture polisportive, già dagli anni ’60, ne sono state costruite a iosa. Tutte, per lo più, inutilizzate e manutenute in modo pessimo. Forse è bene giungere ad un’amara conclusione: certe manifestazioni sportive -leggi anche “globali”- non sono esattamente un affare per l’amministrazione pubblica. Forse, e sottolineo forse, è giunto il momento di consegnare completamente al “mercato” questo spicchio di economia. Tanto per dire: i guai della Grecia, sono cominciati proprio l’indomani di Atene 2004. Quindi, tutto sommato, prima di crocifiggere Virginia, proviamo prima a fare un sontuoso minuto di silenzio; se non altro, per riflettere. Tutto qui.
Concludo con un ultimo grafico: l’ipotesi -e sottolineo ipotesi- costi/benefici in caso di investimento (o investitura) per “Roma 2024”. A voi la parola. L’ultima alla Raggi!
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«‘TeRenz-ill’, l’Italia e la crisi italiana… (sistemica)»

Tanto per esser chiari, tanto per mettere i puntini sulle i: un conto è la grave crisi internazionale, che il crollo di Lehman Brothers – simbolo ma non causa – incarna. Altro conto è la crisi in Europa e, ancor di più, quella ‘tricolore’.

TeRenz-ill - lo chiamavano Nullità!
TeRenz-ill – lo chiamavano Nullità!

A casa nostra, i numeri dal 2008, ci mostrano un quadro tetro, e parlare di crisi è pura accademia o eufemismo. Il fatto è questo, seguitemi: meno centoventidue mld €uro (dico -122 mld €). Oltre 7/8 manovre finanziarie; risultato classificabile come misura per la perdita del potere d’acquisto.  Nel dettaglio: oltre 75 mld € di minori consumi realizzati negli ultimi sette anni; 47 mld €, l’erosione sul risparmio degli italiani – nelle fasce di reddito medio – operata nel periodo in esame, a fronte di un costo della vita più alto e di un rapporto imposte-tasse locali/servizi sempre meno generoso per l’onesto contribuente. Uno scenario che non cesserà affatto di cambiare, ahimé.
Di fronte ad un panorama dalle tante ‘sfumature di grigio’, pesano parecchio le ignobili menzogne espresse dal capo dell’esecutivo, circa un fantomatico ‘funerale delle tasse’ (cit. premier Renzie); in primis sulla prima casa.
Il tempo per i cazzeggi è finito da un pezzo, ma chi dovrebbe operare nell’interesse della Nazione prosegue la sterile rincorsa per preservare lo status quo, simulando bieche riforme che, altro non sono, se non oblique manovre per sottrarre benefici e legittimi privilegi a quelle classi notoriamente più aggredibili, e dal reddito sistematicamente vessabile. Un modo come un altro per avere uno strumento di pressione (elettorale, per lo più) da barattare con i più elementari diritti naturali e/o servizi/prestazioni varie. Il miglior risultato ottenibile, come conseguenza di questa ignavia, è che l’intera Nazione, da quasi un decennio, è in ‘svendita’, con buona pace dei contribuenti italioti, ma anche dei lavoratori e di parte del nostro know-how. Nel frattempo però, dal Mondo intero, giunge una minaccia ben più grave: la resa dei conti con quei popoli che, storicamente, hanno subito la sferza e il piglio speculativo delle economie ‘avanzate’: ma poi avanzate rispetto a cosa? E di fronte alla prospettiva di ciò che il futuro breve ci riserverà, risuona con tutta la sua potenza la frase che ‘Gandalf il Grigio’ pronunciò ai suoi compagni di ventura, mentre sprofondava nell’abisso delle caverne di Moria: “Fuggite, sciocchi!Scappate da €urolandia, il più veloce ed il più lontano possibile. Chi può deve farlo, nell’interesse dei figli se non altro: una parte del resto del Mondo, benché non priva affatto di problemi, offre se non altro un bene prezioso ed ancora percepibile: la speranza!

«Il “lavoro” oggi è sinonimo di incertezza: ma cambierà? E se così non fosse, quali implicazioni comporterebbe?»

Lavoro come sinonimo di precarietà!
Lavoro come sinonimo di precarietà!

Sarebbe appagante trovare una risposta ad una domanda così inquietante, che da un po’ serpeggia fra la gente.
Ma la vera domanda da porsi è: se domani saremo tutti precari (susate il lapsus: con contratti a tempo determinato),chi arriverà alla pensione?
E quindi, di conseguenza, chi pagherà le pensioni di dopodomani?..

Non è necessario aspettare che smettano di lavorare/contribuire, chi oggi lavora a tempo indeterminato: l’aritmetica ci fotte già da subito!

Mi spiego meglio: se nel 1950, l’onere di ogni pensionato, era spalmato su 10 contribuenti/lavoratori attivi (facciamo questo es. ma il rapporto grosso modo è quello), oggi il rapporto è quasi 1:1 quindi… fate voi due conti. A tutto questo va aggiunto il numero di disoccupati che NON può contribuire e il numero di esodati/cassaintegrati e la mobilità, il cui costo viene scaricato paro paro su noialtri, ovviamente!
Con l’accorpamento di Inps, Enpals, Inpdap, Inpdai ecc. ecc. è stata fatta l’ultima mossa verso il massacro: in pochi sanno che il fondo dei dipendenti pubblici è uno dei pochi ancora attivi, cioè col rapporto ancora favorevole. Tutti gli altri… be’, meglio lasciar stare. Ma tutto questo, quasi nessun giornalista o economista lo dice, sempre troppo impegnati col “Bunga-Bunga” del Cavaliere o col tormentone Grillo & “five stars”.
Concludo mutuando il titolo di un libro di Gino e Michele: “Nemmeno più le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano?” Siamo italiani: gente senza nerbo né orizzonte. Oppure no?

«Valore case: il “prezzo” per un’etica generazionale?»

(Fonte dati: UBS A.M. – focus immobiliare)

La crisi americana del 2008, il fallimento di grandi istituzioni finanziarie, la bolla immobiliare spagnola, la follia dei mutui sub-prime, l’impennata del debito privato, l’esplosione incontrollata e la minaccia dei derivati e lo smisu­rato aumento dei debiti sovrani, hanno messo in discussione molte certezze dei “massimi sistemi”. Da allora, niente è più come prima; molte economie non si sono ancora riprese: l’Italia è una di queste.
Ma mentre alcune nazioni possono rimanere “a galla” grazie ad un’econo­mia interna solida, e altre si fanno forti in ragione delle loro risorse naturali, tante altre – come i vari paesi periferici fra cui noi – arrancano pericolosamente. Nel caso Italia, complici: le mancate riforme, enormi sprechi di spesa pubblica, una programmazione economica di fatto mai attuata, ed una classe dirigente sin troppo molle da tempo immemore.
Oggi si paga il conto di un PIL negativo per troppo tempo; in una fase in cui: sale la disoccupazione, nasce la categoria degli “scoraggiati”, muoiono troppe aziende, si assottiglia paurosamente il welfare, crollano verticalmente i redditi medi (ma non solo) e, una considerevole fetta di “know-how” made in Italy, passa di mano e diventa sempre one sociale, reddituale ed economica: un nuovo punto di partenza voglio sperare!

Andamento prezzi 2012
Andamento prezzi 2012

Fatta questa debita premessa, avendo questo quadro generale a riferimento, viene da chiedersi: ma le economie domestiche che fine fanno? Quali garanzie (ometto volutamente la parola certezza perché anacronistica, oggi) si legano al patrimo­nio degli italiani? Ebbene, intanto diciamo che, per patrimonio, voglio intendere – in particolare – quello immo­biliare. Ma c’è anche il risparmio mobiliare, fatto di azioni, libretti, buoni fruttiferi e Btp. Ed un’infinita varietà di illusioni ed ADM: “armi di distruzione di massa!”
Questa volta mi concentrerò sui valori immobiliari, un asset a cui gli italiani sembrano tanto affezionati. O forse non è più così? Be’, questo si vedrà!..
Intanto va detto chiaramente che, l’attuale momento congiunturale, ci mostra un mercato asfittico, in cui l’offerta appare paurosamente disallineata alla domanda; questo come minimo… Ma l’ampiezza della “forbice dei prezzi”, è solo l’effetto di una ricorrenza ciclica (e scusate l’eufemismo) oppure il segnale che si è rotto qualcosa? Che forse l’Italia è fin troppo… “immobile?”
Anche questo si vedrà in seguito. Adesso mi ripropongo di analizzare i fatti. Anzi, di fare delle riflessioni sul sentiment generale, ovvero: paure ed inquietudini che scaturiscono dal crollo dei prezzi delle case.
Sicché, a tal uopo, bisogna mettere un po’ in discussione certi nostri retaggi; ridefinire cause, scelte e priorità. Per farlo, è ne­cessario porsi delle domande. Allora, tanto per cominciare: perché la gente è così ansiosa di veder salire i prezzi delle case, senza contare che l’alloggio è una delle loro più grandi voci di spesa? Pensate sia una battuta? No, non lo è, ma intanto… provate a rifletterci su.

Andamento prezzi nel tempo
Andamento prezzi nel tempo

Debbo dire che, ad una prima impressione, questa domanda è apparsa tanto ovvia quanto originale e, nella ricerca di una credibile e condivisibile risposta, non ho esitato a confrontarmi con chi ben conosce questo mercato. Ed ecco le conclusioni finale: i proprietari delle case sono sì felici di vedere il valore del loro “mattone” crescere. Ma siamo sicuri che sia un’aspettativa credibile ed auspicabile? Cioè, al di là delle mere valutazioni e speranze indi­viduali, gli occhi dell’economia dei mercati, come giudicano questa variabile “reale”? In effetti, dal punto di vista dell’economia globale, il valore degli immobili, può crescere solo se ogni generazione è disposta ed è in grado di pagare più di quella precedente. Es: una casa di 100 mq. acquistata nei primi anni ’70, costava meno di 20 milioni di vecchie £ire. Oggi decisamente troppo di più; le nuove generazioni sembrano un po’ soffrire del momento e… “non sono in grado di pagarla più della generazione precedente”. Forse, la casa di proprietà, non è più una priorità. (scusate il bisticcio cacofonico)
A complicare le cose ci si mette pure la politica che, con le sue scelte “inter­ventiste”, tenta di scongiurare un ulteriore crollo dei prezzi, palesando un’ansia che si taglia col coltello. Ma costoro commettono un errore: rischia­no di confondere il sintomo con la causa. Nel senso che, “un’economia più forte genera sì prezzi delle case elevati, ma i prezzi delle case più alti non ge­nerano necessariamente un’economia più forte!” (citaz.)
Le altre domande insidiose – quelle che potrebbero incrinare le nostre certezze – potrebbero essere: a qualcuno farebbe piacere se il prezzo delle au­tomobili aumentasse? (tranne i costruttori di automobili ovviamente) Chi vorrebbe il prezzo del cibo più alto? (a parte gli agricoltori); chi vuole vedere salire il prezzo del petrolio? (tranne i produttori di petrolio): praticamente nessuno!
Quindi, per conseguenza: chi vuole il prezzo delle case più alto? Be’, per qualche ragione più o meno comprensibile, quasi tutti.  Ma la gente che ragiona così, è consapevole che vedersi aumentare il valore dell’immobile, implica l’aumento contestuale anche della loro più grande voce di spesa? Questo comportamento non collima con l’ottica dell’economia globale, nel senso: chi non possiede una casa, ma vorrebbe acquistarne una, si sente decisamente frustrato ogni volta che i prezzi delle case salgono. Lo stesso vale per chi ne ha una, ma perché ne vorrebbe un’altra più grande o migliore, però si rende conto che, essendo più cara, è sempre di più fuori portata. Mi spiego meglio: dal punto di vista di chi detta le regole sul mercato, occorre considerare se, il positivo “effetto ricchezza” sui proprietari di casa, superi l’effetto ricchezza negativo sui potenziali acquirenti. Cioè, i prezzi delle case sono determinati dalle operazioni eseguite sul momento: le case si vendono, in media, circa ogni sette anni negli Stati Uniti. Così, i prezzi vengono determinati dal 15% delle case compravendute, mentre l’effetto ricchezza ricade sul restante 85%. Il risultato è “l’illusione del denaro”, ossia: se tutti i proprietari di casa im­provvisamente cercassero di incassare l’aumento dei prezzi delle case, si può essere abbastanza sicuri che gli stessi crollerebbero. E potete giurarci che, chi sta progettando di usare la sua casa per finanziarsi la pensione, deve tenere a mente che può esserci un sacco di altre persone con lo stesso piano: vendere le proprie case allo stesso tempo. Questa falsa promessa, su un futuro guadagno, accompagna l’effetto ricchezza negativo di oggi. Vale a dire che, l’aumento dei prezzi delle case in­fluenza anche l’economia attraverso un effetto collaterale: i proprietari di casa possono chiedere un prestito garantito dalla loro casa, a tassi di interesse più bassi rispetto a prestiti non garantiti come carte di credito. C’è però uno spia­cevole altro lato della medaglia: la riduzione del tasso di risparmio più veloce di quanto sarebbe accaduto diversamente. Questo significa più debito, che aggrava l’insostenibilità del sempre crescente prezzo delle case. Ma se l’aumento dei prezzi non è più sostenibile, perché i prezzi delle case sembrano sempre salire rispetto al reddito? A metà degli anni ’90, il prezzo di una casa media è stato di circa 4 volte il reddito mediano negli Stati Uniti e circa 4,5 volte nel Regno Unito. Tali rapporti sono saliti fino a 5 e 8 volte il reddito, rispettivamente, al culmine del boom immobiliare di ciascun paese. Gli stessi rapporti, da allora, sono diminuiti ma restano ben al di sopra i livelli pre-boom. La maggior parte delle persone accende un mutuo, sicché: l’interesse è il vero “prezzo” di acquisto di una casa, mentre il capitale è sem­plicemente lo scambio di un bene, sul vostro conto in banca (i contanti) per un altro bene (patrimonio netto: casa vostra). I rischi che ci si assume cambiano, perché si possiede un’abitazione invece di denaro contante.
Un mutuo al tasso del 10%, con il pagamento di 1.000$ mensili (interessi e capitale) a 25 anni, può consentire l’acquisto di una casa del valore di 110.000$. Con un mutuo al 5%, lo stesso pagamento mensile, può offrire una casa del valore di 169.000$. Morale: per lo stesso pagamento si ottiene una casa più costosa quando i tassi ipotecari diminuiscono. (sai che scoperta!)
Perché, allora, la politica appare così ansiosa di evitare che i prezzi delle case crollino? Forse perché quando i prezzi delle case scendono, le persone possono ritrovarsi un’ipoteca che può valere più delle loro stesse case? Forse perché questa sarebbe la dimostrazione che, l’etica ed il rischio morale delle banche, hanno fallito? Possedere un “patrimonio netto negativo”, significa che, al momento, non si è in grado di vendere la casa, perché non ce ne sarebbe abbastanza per estinguere il mutuo e, non vendendo, si corre il rischio di restare intrappolati pagando un mutuo che non ci si può permettere.
Come si diceva prima, la politica, con le sue azioni mirate, tentando di so­stenere i prezzi, rischia di commettere un errore e fare confusione: scambiare un sintomo di crescita con una causa di crescita.
Quando l’economia va bene o l’ottimismo vola, le persone si sentiranno più sicure circa il loro reddito futuro, quindi saranno disposti a spendere di più. Questo può giustificare l’aumento del prezzo, ma questo genere di interventi possono anche incoraggiare le persone ad assumere più debito di quanto giu­stifichi il loro reddito. Tale politica è un’illusione perché, come si diceva poc’anzi: “una forte economia genera prezzi delle case elevati, ma i prezzi delle case più alti non generano un’economia più forte!”
Concludendo, alla luce delle varie mie rflessioni qui condivise, qual è la vostra opinione: la crescita del valore immobiliare, è o non è un plusvalore? Come avrete intuito dalla lettura, la mia opinione, è fra queste righe.