«L’etica del dolore. Tutte le facce della medaglia»

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Ipotesi contro il ‘male del secolo’ e l’esperienza  di “Second opinion underground

Un modo molto importante per farci amico
il dolore, è farlo uscire dall’isolamento e
condividerlo con qualcuno che può accoglierlo
(H. Nouwen)

Che cos’è il dolore? E’ forse il modo con cui l’organismo segnala un malfunzionamento o un danno del nostro corpo? Può darsi o, almeno, razionalmente è senz’altro così. Ma volendo estendere il pensiero, analizzandolo fuori dagli schemi della scienza, magari strizzando l’occhio alla filosofia, penso lo si possa definire come… un’esperienza sensoriale ed emozionale, per lo più spiacevole, associabile sia a un danno in atto o potenziale e sia al venir meno di un affetto o alla perdita di possesso per qualcosa per noi importante. Più ad una situazione affettiva che a qualcosa di meramente materiale, in verità.
Come si affronta il dolore, poi, dipende da noi: ci anestetizziamo, lo accettiamo, lo elaboriamo, lo ignoriamo; e per alcuni di noi, il miglior modo per affrontarlo, è conviverci. Ma il dolore – quando si presenta sotto forma di dispiacere verso qualcuno – rappresenta anche una possibile ‘via’ che tende ad aggregare, unire, sensibilizzare. In una parola: ‘solidificare’.
Un eloquente esempio di ciò che ho appena scritto, è senz’altro la commovente trama di ‘Braccialetti rossi’ e le storie che ivi si raccontano. Sarà forse per questa ragione che, un vecchio proverbio, recita: “quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potete contenere”. Certo, mi rendo conto che forse, detta così, appare un po’ troppo ecumenica, ma alle volte accade proprio così. Per fortuna!
Normalmente, la condizione umana oscilla spesso tra: dolore e noia, angoscia e disperazione e, l’analisi delle possibili vie di liberazione da tale sofferenza, concentra l’attenzione sul pensiero di due autorevoli filosofi contemporanei: Schopenhauer e Kierkegaard. Essi appaiono come attenti e sensibili interpreti di un’inquietudine profonda che minaccia la società del tempo, dovuta anche alla grande trasformazione economica in atto già da quei tempi, e al crollo dei valori tradizionali messi in crisi dall’attivismo spregiudicato e dallo spirito di sopraffazione dei nuovi ricchi, mercanti, borghesi e capitalisti, protagonisti del mutato scenario storico. Ma andiamo oltre, non voglio star qui a tediarvi con la filosofia romantica del passato.
Ragionavo sul dolore, inteso sia come reazione fisiologica ad un malessere, sia a quel sentimento superiore che può unire la gente. Sì, perché di fronte alla forza della compassione, generata da un dolore, tanti sono i legami che nascono, si ritrovano o si consolidano. Siete d’accordo? Naturalmente, di fronte a parole come: dolore, compassione o affetti, è inevitabile accostare ad essi un altro termine; una parola che mette i brividi solo a pensarla vagamente. Quella parola è morte!
Dunque è lecito anche chiedersi cosa sia la morte o dove essa ci conduca. Be’ questa è la domanda che da sempre ossessiona l’uomo; quel mistero che le religioni – spesso con profonda disonestà intellettuale – tentano di svelare. Fuori dagli schemi di queste ‘credenze’, emerge una naturale ed umana dicotomia: se la razionalità tende a considerare la ‘Morte’ come la fine di tutto, il cuore ci impedisce di accettarlo. Il cuore ci suggerisce che nulla ‘scompare’ completamente. Cosa resta, allora? Senza dubbio i ricordi, i segni, le azioni; certamente restano le tracce di un passaggio terreno, i figli innanzitutto. Di sicuro rimane l’eredità spirituale, gli insegnamenti, i principi trasmessi da chi è trapassato, principi che ancora oggi ci guidano. Sichhé, qualcosa resta sempre. Indelebile! Ora, però, prima di addentrarci in complessi dibattiti, è utile partire da dati concreti, riferimenti certi e riconoscibili: in questo momento, mentre vi sto scrivendo, ci sono 7.215.741.881 di persone al mondo, 300.402 nati oggi e 123.560 appena trapassate chissà dove e in quale condizione. Ciascuna delle persone viventi ha dei sentimenti ed esprime delle emozioni: qualcuno ha paura, altri mentono per superare la giornata. Altri stanno affrontando una verità. Alcuni uomini sono cattivi e fanno la guerra ai buoni. Altri sono buoni e lottano contro il male. Qualcuno sta lottando contro un ‘male’ ma non ce la farà. Qualcuno, invece, è tornato a casa, presumibilmente guarito del tutto. O, almeno, così mi piace pensare.
Sia chiaro: non è mia intenzione, affrontare qui, questi temi esistenziali o esplorare le paure più ataviche. Ho introdotto il mio punto di vista sul dolore, ho accennato alla compassione, ai legami affettivi e alla morte. Ho parlato non a caso di ‘male’ e, fatte queste debite premesse, non resta che andare dritti al punto. Il punto è che, quel ‘male’, oggi viene comunemente definito come ‘il male del secolo’: il cancro!
Stiamo parlando di una vera piaga; un male la cui evoluzione si perde nella notte dei tempi. In effetti, si da il caso che già presso gli antichi egizi e la remota cultura ellenica fosse di dominio pubblico, fra i medici ovviamente. Pensate: la diagnostica dell’epoca era basata sulla sola presenza di tumefazioni o ulcere e su un generale stato di malessere, partendo dall’osservazione che, il cancro, originava dallo squilibrio della bile nera (atrabilis) nel corpo; col passare del tempo, l’uomo, non ha mai cessato di combatterla. L’oncogenetica, da Ippocrate in poi, percorre senza soluzione di continuità tutta la storia della medicina occidentale sino alla fine del Settecento. Lì, con Pott e Sommering, la prospettiva del problema cambia sensibilmente e si inizia ad indagare anche sulle cause esterne (ambiente e stile di vita) di una malattia che non è più considerata “generale” bensì “locale”: una prima grande svolta. Non dimentichiamo anche quanto oggigiorno, da noi soprattutto, il livello di contaminazione esterna, sia strettamente correlato con la nascita ed il crescere dei tumori.
Tornando un po’ alla storia, nel corso dell’Ottocento, diviene la ‘’malattia della cellula” e l’idea ormai dominante, che il cancro fosse una ‘patologia locale’, portava soprattutto alla ferma e diffusa concezione che la chirurgia dovesse essere il mezzo preferenziale di cura per le forme di neoplasie, grazie anche ai progressi in campo chirurgico ottenuti negli anni tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo.
Da qui in poi, è tutto un susseguirsi di scoperte affascinanti: dai raggi X al radio, fino ai più moderni sistemi nucleari e molecolari.
Questa breve storia del cancro che ho presentato, ci dimostra il precederci di un lungo cammino di conoscenze e di piccoli o grandi passi in campo medico: una strada costellata di sperimentazioni, tentativi, successi, fallimenti che ci hanno permesso, oggi, di capitalizzare un’esperienza enorme. A tal uopo balza ai miei occhi una famosa citazione del XII° secolo, per bocca di ‘Bernardo da Chartres’: «Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti». Ebbene, in virtù di queste parole, adesso, ci è possibile ampliare il concetto aggiungendo il pensiero di un illustre studioso contemporaneo, il dott. Umberto Veronesi. Costui, sulla base dei concetti espressi poc’anzi e facendo leva anche su una massiccia campagna di prevenzione ha dichiarato che: «L’anticipo nella diagnosi, anche grazie a sistemi che sembrano fantascientifici, ci permetterà una medicina in grado di curare ciò che è ancora talmente iniziale da essere invisibile, con la certezza che in questo modo si potrà guarire». Ovviamente siamo consapevoli che il cammino da fare non è ancora completo, così come sono certo che le nostre ‘Colonne d’Ercole’, oggi, sono rappresentate dalla ricerca di cure sempre più efficaci, rapide, definitive e che comportino le minori conseguenze al paziente.

Però, adesso, fermiamoci un attimo ed assumiamo un atteggiamento critico, poniamoci qualche domanda scomoda, magari strizzando un po’ l’occhio all’etica stavolta. Come si fa a valutare il successo di un trattamento del cancro? Come meglio affrontare la residua durata di vita? E la qualità della vita? La sensazione di benessere e di dolore; la capacità di autosufficienza normalmente su una base quotidiana? E l’accanimento terapeutico, è eticamente accettabile? La presenza in Italia di ‘Santa romana Chiesa’, influenza la nostra morale etica? E questa ‘etica del dolore’, è giusto estenderla anche quando ad ammalarsi sono dei bambini? Oppure oggi è più etica l’eutanasia, magari estesa a tutte le età?
Io personalmente non sono pronto a dare risposte a tali domande e me ne guardo bene dal pontificare. Però, a mio avviso, sono questi i veri temi da affiancare alla lotta contro il cancro; sono questi i veri interrogativi su cui ciascuno deve elaborare una propria coscienza esistenziale e senza mai permettere, ai più disparati e inquinanti credo religiosi, di offuscare le nostre capacità di giudizio. Penso che le soluzioni siano dentro di noi. Dobbiamo solo aver coraggio a farle emergere, evitando i pregiudizi.
Passando, poi, dalla filosofia alla prammatica, penso sia anche il caso di chiedersi: ma è giusto rischiare con cure alternative? E’ giusto dare credito a chi, scegliendo di rappresentare una ‘medicina non ufficiale’, ha rinunciato a innumerevoli benefici? E’ credibile la possibilità di curarsi in Natura, bypassando le più titolate, ma invasive, cure tradizionali? E qui arriviamo alla domanda più scomoda: nel mondo, c’è davvero interesse a trovare una soluzione definitiva all’insorgere dei tumori? Non ce lo nascondiamo: l’oncologia e la prassi della chemioterapia, rappresentano, per un pool di società farmaceutiche mondiali, un business multimiliardario su scala planetaria. Le cosiddette ‘big Pharma’ (in prevalenza americane), sono davvero disposte a cancellare il problema?
Quanto costerebbe loro ammettere che, forse, il metodo suggerito da “Second opinion underground” sia la giusta strada da percorrere? Badate che ho usato apposta una formula ipotetica.
A tal uopo, però, va ricordato che, proprio negli Stati Uniti, intorno agli anni ‘70, cominciò ad affermarsi un movimento di medici, molto riservato, che prese il nome di “second opinion underground”, denominazione voluta per distinguersi dalla conformità, con la quale l’elite del mondo sanitario affrontava certi dogmi della medicina. Furono proprio loro infatti, grazie ai loro metodi di ricerca ‘innovativi’ (è un eufemismo ovviamente) e rivoluzionari, a scoprire che in Natura erano disponibili risorse miracolose, oltre che infinite e a costo zero. Furono sempre loro che, per un lungo periodo di tempo, e con notevoli successi, scelsero di curare il cancro con un farmaco denominato “laetrile”, ricavato dai semi delle albicocche, ingaggiando una battaglia senza esclusione di colpi contro le grandi aziende farmaceutiche. Provate a immaginarne il perché.
E’ chiaro che qui ci troviamo – sempre col condizionale – quasi ai margini di un ‘sistema Orwelliano’ o alla Nixon o, se preferite, del tipo “I tre giorni del condor”. Ossia, la cospirazione alla sua ennesima potenza: noialtri, membri di un alveare controllato da un manipolo di grosse corporation, sotto scacco della c.d. ‘negazione plausibile’. Un mondo in cui il profitto diventa il veicolo, ma non lo scopo; la disuguaglianza che solo un regime oligarchico può creare.
Lo so, forse sto divagando un po’. Ma dietro le quinte di un dolore, oltre il reparto di un ospedale, davanti alla morte e al di là delle apparenze… cosa ne possiamo sapere di come stiano davvero le cose? Davvero pensate che chi abbia subito una perdita, non pensi per un attimo a tutto questo?
Io non mi sento di escluderlo; oggi come oggi non mi meraviglierei più di nulla. E poi, cosa costa rifletterci su per qualche minuto?
Per conlcudere dico che, a me, piace pensare che non esista nulla di tutto ciò; magari non siamo ancora pronti per quello scarto evolutivo che ci offrirebbe quei traguardi ambiziosi. Forse, ciò che serve davvero, è un atto di coraggio, attraverso una grande inquietudine di fondo. Farci trafiggere da una freccia di Cupido intrisa d’amore per la verità, la sola in grado di renderci liberi.

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«‘Materasso’ 2.0 – sarà forse il caso di rispolverarlo?»

Ritornano i soldi nel materasso?
Ritornano i soldi nel materasso?

Un’antica formula in economia recita: risparmio= reddito meno consu­mi. Io, invece, la rielaborerei in: r = R(al netto di imposte e tasse) meno Consumi. Ecco, vista in tal guisa, appare molto più attuale. Ma il problema qui non è la contemporaneità della formula bensì un altro, ossia: quanto sono al sicuro, da ‘aggressioni’, i risparmi degli europei? (giacché il problema non è solo il nostro). Quanto è ‘aggredibile’ il risparmio accumulato? Ebbene, per un’idea precisa stavolta facciamo a meno di congetture sogget­tive: leggiamo direttamente le dichiarazioni di banche e banchieri.
MaterassoSecondo le parole di Jens Weidmann: “una ‘tassa sui capitali’ corrispon­derebbe al principio di ‘responsabilità nazionale’. Ossia: i contribuenti saranno re­sponsabili delle obbligazioni del proprio Paese, prima che venga richiesta la solidarietà inter­nazionale”. E voi? Siete d’accordo, oppure pensate sia il preludio di una mossa che metterà ‘un’ipoteca’ sui risparmi? Analizziamo un po’ la questione: nel mese di gennaio, la Bundesbank, propone un quadro molto dettagliato (e inquietante) sulla proposta di una patrimoniale da applicarsi nei paesi periferi­ci per ridurre il debito pubblico, dato il loro elevato livello di ricchezza privata. Nel report non mancano i suggerimenti su come far passare al meglio questa pericolosa misura, presentandola come una redistribuzione di ricchezza interna. Personalmente trovo questa idea paradossale, soprattutto se si considera che l’appello è rivolto ad un paese sovrano, l’Italia, che, nonostante la crisi, si è dissanguato per finanziare i salvataggi di altri paesi (banche comprese), ma non è tutto.

Imponibile patrimoniale mobiliare
Imponibile patrimoniale mobiliare

Tempo fa toccò al ‘Fondo Monetario Internazio­nale’ che, in un suo report, lanciò l’ipotesi di… «un prelievo straordinario del 10% sul patrimonio delle famiglie». Ma, per dovizia di particolari ripor­tiamo le esatte parole dell’FMI: «[…] Il netto deterioramento delle finanze pubbliche in molti Paesi, ha riacceso l’interesse verso unprelievo di capitale”, tassando una tantum, la ricchezza privata, come misura eccezionale per ripristinare la sostenibilità del debito».  Ovviamente, dopo qualche giorno, l’FMI, resosi conto dell’eresia espressa, aggiustò il tiro, ma il senso angosciante di quella indecente proposta resterà comunque scolpito sulla pietra. E poi c’è da consi­derare tutta la vicenda cipriota dello scorso aprile, con tutti gli strascichi e implicazioni che nel tempo potranno esserci. Secondo voi, finisce qui?
Nemmeno per sogno: la scorsa settimana, ‘Reuters’, pubblica la notizia che l’Unione Europea starebbe studiando i criteri e i veicoli giuridici idonei a “mobilitare” i risparmi di 500 milioni di cittadini europei per finanziare investimenti a lungo termine e rilanciare l’economia dal vuoto lasciato dal sistema bancario dopo la crisi. Naturalmente, di proclami del genere ce ne sono ancora a iosa, ma non starò qui a farne l’elenco completo, anche perché non ho alcuna voglia di regalare visibilità a tali vaccate.

(Giusto per capire di cosa parliamo, ecco anche l'infografica coi numeri, che mette in relazione l'Italia e le altre economie mondiali)
(Giusto per capire di cosa parliamo, ecco anche l’infografica
coi numeri, che mette in relazione l’Italia e le altre economie mondiali)

Ora, però, se pensate che il ‘nemico’ venga solo da lontano, sbagliate di grosso. Il nemico ce lo abbiamo anche in casa e ve lo dimostro: leggete un po’ le proposte (vabbé, si fa per dire) di Corrado Passera e di Ghizzoni (A.D. Unicredit). Il primo, ancor prima che diventasse ministro, dal retrobottega della banca di cui era numero uno, elaborò un piano di rilancio per l’Italia che, tra le altre cose, prevedeva un’imposta patrimoniale del 2% sulla ricchezza finanziaria e immobiliare degli italiani (escluse le prime case). Gettito stimato: 85 miliardi di €, da pagare in 3 anni. Peccato che nel frattempo (dal 2011), il debito, sia aumentato di oltre 200 miliardi di €uro. Per dirla più prosaicamente, una misura del genere, sarebbe equivalsa a buttare i soldi nel cesso. Ma l’altro, Ghizzoni, se possibile, è riuscito a dire di peggio: «[…] Guardando allasoluzione cipriota”, mi esprimo favorevolmente alla confisca dei risparmi per salvare le banche!» Be’, questo si commenta da solo.

Lo scorso dicembre, Nomisma ipotizzò l’introduzione di una imposta patri­moniale del 10% sulla ricchezza finanziaria del 10% delle famiglie più ricche che, secondo l’istituto, deterrebbero una ricchezza finanziaria di circa 1130 miliardi di €uro. Gettito stimato: 113 miliardi da corrispondere allo stato in quattro rate, dal 2014 al 2017. Altra utopia. Poi arriviamo a un vero e proprio esercito di personaggi che, a vario titolo, nelle forme e nei modi più fantasiosi, si dicono favorevoli all’introduzione di una simile imposta: Bersani, Fassina, Vendola, Renzi, Cuperlo, il ‘trio Camusso-Bonanni-Angeletti’ (be’ a loro tre glielo si può concedere vi pare?), D’Alema, Saccomanni, Bindi, Scaroni, e tanti altri ancora. Insomma, tra cialtroni, incompetenti, delinquenti, buffoni, falchi e qualche colomba… la vera domanda è: questa patrimoniale sui risparmi, si farà oppure no? Complicato rispondere ma, francamente, non mi sento affatto di escluderlo. Suppongo che gli elementi ci siano tutti, o quasi. Volendo fare una valutazione sulla sostenibilità delle finanze pubbliche, essa, oggi, è parecchio più fragile di quanto lo fosse nel 2011.
In conclusione, se qualcosa dovesse continuare ad andare per il verso sbagliato nel prossimo futuro (mancata crescita economica, fallimento di qualche banca medio grande ecc.ecc.), la possibilità che si giunga ad una soluzione di questo genere appare inevitabile, con tutto ciò che ne conseguirebbe. Ma a quel punto, sarebbe una soluzione etica? E in tal caso, che genere di reazione ci sarà da aspettarsi della gente? Molto vigliaccamente, vi dico che non ho il coraggio di cercare le risposte. Buio!

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«Parliamoci chiaro! La mia opinione sull’anomalia Italia»

Disoccupati inoccupati
Ogni giorno veniamo letteralmente bombardati da termini come: ripresa, crescita, lavoro, Pil, equità, redistribuzione delle risorse, welfare; parole su cui, oggi, si sta gradualmente svilendone il senso originario.

Il bello è che, per lo più, queste parole escono proprio dalla bocca di chi ha fatto sì che la nazione venisse a trovarsi esattamente all’opposto di ciò che quelle parole vorrebbero intendere.

Soggetti come Letta, ‘Saccodanni’, con tutto il caravanserraglio di dicasteri socio economici, da mesi non fanno che ripetere la solita solfa, senza mai prendere provvedimenti utili a rilanciare davvero la produttività e l’occupazione. Un’ignavia ed un’impotenza che raggiunge uno dei culmini attraverso ‘l’esodo’ di FIAT verso le piazze olandesi e inglesi, che per inciso: sono anche due monarchie!
Ma allora, mentre la politica italiana resta molle rispetto a quei problemi atavici mai risolti (vi ricordo che nel 2014, ancora si parla di “questione meridionale”, roba che io studiavo alle elementari e medie), intorno a noi cosa succede? Quali scenari alternativi si sono sviluppati in conseguenza di tutto ciò?
Facciamo due conti: nel 2013, circa 9000 laureati hanno lasciato l’Italia. Quanti, invece, si sono trasferiti in Italia? Le università degli Stati Uniti sono piene di ricercatori italiani (le stime parlano di circa 15.000).
Lo stesso vale anche per l’Inghilterra, e perfino per la Spagna, nonostante abbia criticità simili alle nostre.
E poi, quanti stranieri ci sono nelle nostre università per… “ricercare”? Nessuno?
Stesso discorso vale anche per i manager: sei delle dieci più grandi imprese, non finanziarie inglesi, hanno un amministratore delegato straniero, in Italia nessuna. Di contro, invece, (e non è una buona notizia) l’unico settore dove sembriamo capaci di attirare stranieri di talento è il calcio, e se ne può ben capire il perché, vi pare?
Rimanendo in tema di #immigrazione, se il nostro Paese attira solo chi è disperato, e non chi ha la fortuna di poter scegliere; se i nostri connazionali di talento scappano a migliaia, ci sarà pure un motivo.
L’indignazione – qualora vi fosse – non deve essere circoscritta alla Fiat che ‘se ne va’, ma sulle ragioni che generano tali scelte, e anche contro noi stessi, per aver tollerato (se non favorito) un sistema economico che premia i peggiori ed esclude i migliori. Inutile negarcelo: è tutta nostra l’invenzione della ‘Peggiocrazia’; un virus che fornisce rendite a chi è al potere, ma che in tutti gli altri distrugge perfino la speranza.
Nel ‘600 in Europa, per motivi anche economici, mercanti e artigiani cominciarono a emigrare verso quei Paesi più tolleranti (come l’Olanda ad es.) favorendone lo sviluppo economico e anche la potenza militare. Lentamente, gli altri Paesi, furono costretti a seguirne l’esempio; la Peggiocrazia italiana, di contro, rappresenta l’equivalente moderno di quella Inquisizione che oggi mette in fuga i ‘migliori’ dei nostri. E la politica che fa? Be’, essa sale al ‘Colle’, troppo presa dal blindare le “larghe intese” fino al 2015. Per cui, sino ad allora…
perdete ogni speranza!